22 aprile – III domenica di Pasqua

Tracce per omelie

Commento al Vangelo — III Domenica di Pasqua

 

Cristo è risorto! Viva è la nostra Fede!

 

La notizia della Resurrezione di Gesù suscitò nel Cenacolo e nel Sinedrio un clima febbricitante. Il tema era lo stesso, le testimonianze, però, del tutto differenti, e ancor più i destinatari dei racconti. Il dogma della Resurrezione sarebbe stato fondamentale per la Religione ed era indispensabile la testimonianza, con una solida e fondata dichiarazione, di coloro che avevano visto Gesù vivo, nei giorni successivi alla Sua morte.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

Vangelo

35 "Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. 37

Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma 38 Ma egli disse: ‘Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho’. 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: ‘Avete qui qualche cosa da mangiare?’. 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 44 Poi disse: ‘Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi’.

45 Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: 46 ‘Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Vós Di questo voi siete testimoni.’" (Lc 24, 35-48).

 

I – Gli Apostoli ed il Sinedrio davanti alla Resurrezione

L’ipotesi che, una volta morto Gesù, i Suoi discepoli abbiano rubato e occultato il Suo corpo, con l’intento di diffondere la notizia della Sua Resurrezione, riappare con frequenza nel corso della Storia.

Poco dopo che il Salvatore aveva operato il grande miracolo di riprendere la Sua vita umana in corpo glorioso, i suoi avversari, quelli stessi che avevano pianificato e voluto la Sua morte, comprarono la testimonianza di soldati venali e — per timore e odio — misero in circolazione quest’ipotesi (cfr. Mt 28, 11-15).

Ancora oggi, non è raro ascoltare echi di questa insolente presa in giro.

 

Il contrario di fanatici e allucinati

D’altra parte, l’idea di considerare la Resurrezione del Signore un mito nato dall’allucinazione sofferta da poche persone, non fu estranea agli stessi Apostoli. Fu quello che accadde quando ascoltarono la narrazione fatta dalle Sante Donne dopo il loro incontro con Gesù quel "primo giorno" (cfr. Lc 24, 1-11).

Lo stesso fatto è la conferma che i discepoli non possono essere stati gli autori di una favola su questo miracolo, poiché l’esperienza insegna quanto sia in funzione di un grande desiderio, o di un grande timore, che l’allucinato comincia a vedere miraggi. L’ipotesi che — per pura allucinazione — fossero stati gli Apostoli gli autori del "mito" della Resurrezione del Signore non smise di circolare attraverso le bocche e le penne degli eretici, in questa o in quell’epoca.

In realtà, essi non avevano compreso la portata delle affermazioni del Signore su quanto sarebbe accaduto il terzo giorno dopo la Sua morte, non giungendo neppure alla condizione di temere o desiderare la Resurrezione, motivo che li indusse a negare, senza esitazioni, la veridicità della narrazione fatta dalle Sante Donne. Essi dimostrarono di essere del tutto estranei rispetto all’accusa di essere stati dei fanatici e allucinati a proposito della Resurrezione, poiché non accettavano neppure la semplice possibilità che questa potesse effettivamente verificarsi. L’esempio massimo della loro impostazione di spirito si verificò in San Tommaso, il quale si arrese soltanto di fronte a un fatto irrefutabile: mettere il dito nelle piaghe di Gesù.

Inoltre, negare la veridicità della Resurrezione, lanciando la calunnia di essere stata una invenzione di allucinati, corrisponderebbe, ipso facto, a riconoscere l’esistenza di un miracolo di non molto minore portata: quello della conquista e riforma del mondo, portata a termine da un ridotto numero di deviati.

 

Domenica di Resurrezione nel Cenacolo

La Storia ci fa conoscere quanto, la mattina di quella Domenica, gli Apostoli si trovassero in uno stato di dolore e tristezza (cfr. Mc 16, 10). Mancava loro la speranza, poiché nessuno di essi credeva all’ipotesi che il Maestro ritornasse in vita.

I fatti si succedevano, ma nonostante le Sante Donne fossero entrate nel Cenacolo con molta agitazione per raccontare il sorprendente avvenimento di aver trovato vuoto il sepolcro e un Angelo al suo interno, nessuno di loro era indotto a supporre la Resurrezione. Senza dubbio, Pietro e Giovanni si diressero immediatamente al sepolcro, con Maria di Magdala, confermando al loro ritorno, il racconto delle Sante Donne: il sepolcro era vuoto (cfr. Lc 24, 1-12). Coloro che vivevano ad Emmaus tornarono a casa molto afflitti, sconsolati, commentando le esagerazioni — secondo loro — dell’immaginazione femminile.

Subito dopo, Maria di Magdala ritornò al Cenacolo ad annunciare euforicamente l’incontro che aveva appena avuto col Signore. Ancora dopo, le altre Sante Donne entrarono per narrare l’apparizione di Gesù Risorto. Anche sommando questi episodi ai precedenti, ancora una volta, non credettero alle loro parole (cfr. Mc 16, 1-11). Pietro si avviò al sepolcro e, al ritorno, affermò che di fatto il Signore era risorto, poiché gli era apparso (cfr. Lc 24, 34). Alcuni gli credettero, altri no (cfr. Mc 16, 14).

La notte, fu la volta dei due discepoli di Emmaus a dare la loro minuziosa testimonianza sul famoso avvenimento che sarebbe culminato con l’aprirsi dei loro occhi, riconoscendolo "nello spezzare il pane" (Lc 24, 35). Nel Cenacolo si trovavano tutti riuniti a commentare l’apparizione del Signore a Pietro. Ancora, nonostante ciò, la maggioranza continuava a negare la Resurrezione di Gesù.

Considerazioni del Sinedrio di fronte al miracolo

Parallelamente a quanto si discuteva con tensione, suspense e una certa paura nel Cenacolo, i principi dei sacerdoti e il Sinedrio in generale discorrevano sulla narrazione fatta dai soldati, la quale rendeva evidente il fatto che Gesù fosse risorto. Era un’ipotesi ardua ugualmente per loro, ma sapevano considerarla pragmaticamente, misurando bene tutti i danni che da una simile realtà potevano derivare.

In città, celebrato già il sabato, le attività erano state riprese in tutta normalità. Soltanto nel Cenacolo e nel Sinedrio dominava la frenesia, in quelle ore del dopo cena. Il tema era lo stesso, le testimonianze, però, molto differenti, e ancor più i destinatari dei racconti. Il dogma della Resurrezione è fondamentale per la Religione ed era indispensabile la ferma testimonianza di coloro che avevano visto Gesù vivo, nei giorni successivi alla Sua morte. Nonostante i Suoi insistenti avvisi e profezie, se non ci fossero stati dei testimoni oculari, sarebbe stato difficile credere in un così grande miracolo.

È proprio a questo punto che, pur essendo sprangate le porte e le finestre, Gesù entrò nel Cenacolo, iniziando il brano evangelico della Liturgia di oggi.

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15 aprile – II Domenica di Pasqua

Tracce per omelie

Commento al Vangelo – 2ª Domenica di Pasqua

 

"La pace sia con voi"
È per il nostro beneficio che gli Apostoli hanno visto Gesù risorto, hanno creduto nella Risurrezione e di essa hanno dato testimonianza: affinché noi, credendo, otteniamo la vita eterna.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
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[19] La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". [20] Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. [21] Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". [22] Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; [23] a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi". [24] Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. [25] Gli dissero allora gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò". [26] Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". [27] Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!". [28] Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". [29] Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!".[30] Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. [31] Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Gv 20, 19-31).

 

I – "Mentre erano chiuse le porte"

[19] La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!".

Per vari motivi, la redazione dei Vangeli, malgrado sia di una precisione insuperabile, è sintetica. Per un sapiente soffio dello Spirito Santo, i suoi autori scelgono non soltanto i termini ideali, ma anche gli aspetti essenziali e più importanti degli episodi narrati per trasmettere ai fedeli il messaggio ispirato. Vediamo, per esempio, come è ricca di significato questa succinta affermazione: "Mentre erano chiuse le porte".

Paura e insicurezza degli Apostoli

Molti sono i commentatori che mettono in risalto questo particolare. Beda mostra che il motivo della dispersione degli Apostoli, in occasione della Passione – il timore dei giudei -, è lo stesso che li mantiene poi riuniti e con le porte chiuse. Secondo Crisostomo, la paura avrebbe dovuto aumentare di intensità, in loro, al cadere della sera. E, realmente, è probabile che l’insicurezza abbia pervaso le anime di tutti a partire dal momento in cui fu comunicato da Maddalena e constatato da Pietro e Giovanni, che il Corpo del Divino Maestro era scomparso dal sepolcro. Sicuramente il Sinedrio avrebbe preso misure di rappresaglia una volta informato dalle guardia di quanto successo.

La paura è spesso un fattore di aggregazione, e alle volte di dispersione. Quest’ultima già si era verificata. In quel momento, erano tormentati nelle loro coscienze dal dolore e da un senso di disorientamento totale. Soltanto riunendosi avrebbero potuto ottenere un sicuro sostegno morale. L’istinto di socialità esigeva (questa) il ricongiungimento di tutti di fronte alla grande perplessità causata dai tragici avvenimenti di quei giorni.

Questi sono gli aspetti di ordine naturale e psicologico che spiegano quella situazione. Comunque, di maggiore rilevanza sono i disegni di Dio.

 

Dimostrazione irrefutabile della Risurrezione

La paura che, per una efficace azione della grazia, non aveva colpito il cuore di Maria Maddalena né quello dei Discepoli di Emmaus, penetra invece nel cuore degli Apostoli, mescolandosi con le angosce causate da tanta sofferenza accumulata. Quale la ragione di tutto questo? Se agli uni la Provvidenza aveva riservato prove di grande consolazione e affetto, agli altri era destinata la dimostrazione di una irrefutabile e autentica risurrezione. Porte sprangate e invalicabili rendevano evidenti le qualità del glorioso stato del corpo del Salvatore. Questa opinione è condivisa da autori di grande prestigio come, per esempio, da Teofilo, che fa notare come Gesù sia penetrato in quel recinto (recinto significa "spazio circondato da uno steccato". Secondo me va meglio luogo) fermamente sprangato usando la stessa capacità grazie alla quale era uscito dal sepolcro. Sant’Agostino fa un accostamento tra la nascita del Divino Bambino, che ha lasciato il ventre materno di Maria Santissima senza ledere la sua Verginità, e questa penetrazione nell’ambiente degli Apostoli, affermando che niente potrebbe impedire il passaggio di un corpo abitato dalla Divinità.

 

Caratteristiche del corpo glorioso

In effetti, la Teologia ci insegna che la gloria del corpo trova la sua causa nella gloria dell’anima, dunque, essendo l’uomo una creatura mista, è indispensabile che tanto il corpo quanto l’anima siano oggetto della glorificazione celeste; pertanto è essenziale che quando l’anima è glorificata, anche il corpo lo sia. Questa è la dottrina chiaramente sostenuta da San Tommaso d’Aquino:

"Vediamo che quattro cose provengono al corpo dall’anima, e tanto più perfettamente quanto più vigorosa è l’anima. Per prima cosa gli dà l’essere; pertanto, quando l’anima raggiunge il sommo della perfezione, gli darà un essere spirituale. In secondo luogo, lo preserva dalla corruzione (…); quindi, quando essa sarà perfettissima, conserverà il corpo interamente impassibile. In terzo luogo, gli darà bellezza e splendore (…);e quando arriverà alla somma perfezione, renderà il corpo luminoso e splendente. In quarto luogo, gli dà movimento, e tanto più leggero sarà il corpo quanto più potente sarà il vigore dell’anima su lui. Per questo, quando l’anima ormai sarà all’estremo della sua perfezione, darà al corpo agilità"

Ecco dunque il risultato di questa profonda unione, nella quale l’anima è la forma del corpo. In questo stato di prova in cui ci troviamo, quasi sempre il corpo è una zavorra e un ostacolo per i voli dell’anima, proprio come ci dice il Vangelo: "Lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mt 26, 41). Ma, nella beatitudine eterna, il corpo spiritualizzato sarà pienamente armonizzato con l’anima, che avrà un dominio assoluto su tutti i movimenti corporei (,) ed in questo consisterà la sua agilità. Gli stessi sensi fisici, nell’ambito della loro stessa natura, potranno essere usati dall’anima a suo piacimento. Per questo, dopo la nostra risurrezione, potremo passeggiare per gli astri e per le stelle senza l’ausilio di nessuna nave spaziale; e, all’estremo opposto, ci sarà facilissimo contemplare le molecole o gli atomi costitutivi di una bella pietra preziosa.

Lasciando da parte le altre caratteristiche dei corpi gloriosi – del resto, anch’esse straordinariamente meravigliose -, per incantarci basterebbe che noi considerassimo solo questa: la sottilezza, utilizzata dal Salvatore, per entrare nel recinto/luogo del Cenacolo attraverso le "porte chiuse". San Tommaso ci spiega che i corpi gloriosi avranno "ogni volta e sempre che lo vogliano", la facoltà di passare, o no, attraverso altri corpi . Cita a questo proposito precisamente l’uscita di Gesù risorto dal Santo Sepolcro, come pure il suo ingresso nel Cenacolo a porte chiuse, oggetto ora della nostra analisi, oltre che la sua Nascita .

 

Gesù li saluta augurando loro la pace

Gli Apostoli erano sprofondati in uno stato estremamente doloroso per l’incommensurabile perdita e Gesù provava compassione per la grande sofferenza che quella circostanza aveva determinato in loro, per questo non lascia terminare il giorno senza mostrarSi ancora una volta a quegli uomini. In precedenza si era fatto vedere dalle sante donne, da Pietro e dai discepoli di Emmaus. Questa volta, di notte, si presenta agli Apostoli riuniti, "mentre erano chiuse le porte", e così rende manifesta la sua miracolosa risurrezione.

Gesù ha approfittato del sopraggiungere della notte, poiché era il momento in cui tutti sarebbero stati insieme (,) e Si è collocato in mezzo a loro, per poter così essere meglio contemplato da tutti.

Secondo un bel commento di San Gregorio Nazianzeno, Gesù li saluta augurando loro la pace – il che, del resto, era comune tra i giudei – non solo perché sarebbe stato riconosciuto da loro immediatamente, ma anche per servire a noi da esempio. Soltanto a coloro che chiudono le porte dell’anima alle deleterie influenze del mondo, Cristo appare offrendo la consolazione della vera pace.

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8 aprile. Domenica di Pasqua

Tracce per omelie

Commento al Vangelo – Pasqua di Risurrezione del Signore

Una donna ha preceduto gli Evangelisti

La verità più importante del Vangelo è stata annunciata, in prima battuta, da una donna, Maria Maddalena: lei è stata il primo araldo della Risurrezione di Gesù. Dio l’ha scelta per il suo fervido amore a Gesù.

Don João Scognamiglio Clá Dias, E.P.
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  Vangelo

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!". Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti (Gv 20, 1-9).

 

I – Vittoria di Cristo sulla morte

"Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto…"

Sarebbe sufficiente questo amore infinito del Padre per il Suo Unigenito perché si operasse la Sua risurrezione, tuttavia, oltre a ciò ha concorso per questo la luce della giustizia divina, conformemente a quanto scrive San Tommaso d’Aquino: A questa spetta esaltare quelli che si umiliano a causa di Dio, come dice San Luca (1, 52): "Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili". E visto che Cristo, per il suo amore ed obbedienza a Dio, si è umiliato fino alla morte in croce, era necessario che Egli fosse esaltato da Dio fino alla risurrezione gloriosa.

Colti da adorazione, ancora una volta ci è stato possibile seguire liturgicamente nel corso della Settimana Santa, quanto la morte abbia avuto un’apparente vittoria sul calvario. Tutti coloro che passavano di là, potevano constatare la "sconfitta" di Chi tanto potere aveva manifestato non solo nelle innumerevoli guarigioni operate, ma anche nel Suo camminare sulle acque o nelle due moltiplicazioni dei pani.

I mari e i venti Gli obbedivano e persino i demoni erano, per sua volontà, stanati ed espulsi. Quello stesso che tanti miracoli aveva prodigato, era stato crocifisso tra due ladroni e, di fronte alle Sue estreme sofferenze, quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: "Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!". Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!" (Mt 27, 39-43).

Tuttavia, il modo in cui era stata rimossa la pietra del sepolcro e la scomparsa delle guardie, erano di per sé, una prova sensibile di quanto era stata sconfitta la morte, conformemente a quanto lo stesso San Paolo commenta: "La morte è stata ingoiata dalla vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (1Cor 15, 54-55). I fatti successivi hanno reso ancor più palese la trionfante Resurrezione di Cristo e per questo i prefazi della Pasqua cantano successivamente:

"Morendo, ha distrutto la morte, e, risorgendo, ci ha dato la vita" (I). " La nostra morte è stata redenta dalla sua e nella sua resurrezione è risorta la vita per tutti" (II). "Immolato, già non muore; e morto, vive eternamente" (III). "E, distruggendo la morte, ci ha garantito la vita in pienezza" (IV).

Queste frasi costituiscono una sequenza di affermazioni che proclamano la vittoria di Cristo non solo sulla propria morte, ma anche sulla nostra. Egli è il capo del Corpo Mistico ed essendo risuscitato, recherà necessariamente la nostra rispettiva risurrezione, poiché questa ci è garantita dalla Sua presenza nel Cielo, nonostante siamo, per ora, sottomessi all’impero della morte. Paradossalmente, il sepolcro violentemente aperto a partire dal suo interno, ha dato alla morte un significato opposto, questa è passata ad essere il simbolo dell’ingresso nella vita, poiché Cristo ha voluto "distruggere con la sua morte colui che aveva il dominio della morte, cioè il demonio", e così liberare coloro che "erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2, 14).

L’anima di San Paolo esulta di gioia di fronte alla realtà della Risurrezione di Cristo. In essa, proprio come lui stesso ci dice, troviamo il nostro trionfo sulla morte: "e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo" (1Cor 15, 22); "… Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti" (1Cor 15, 20-21).

Nella Risurrezione vediamo, inoltre, realizzata da Gesù, la profezia che Egli stesso aveva fatto poco prima della Sua Passione: "Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori" (Gv 12, 31). Di fatto, il compimento, propriamente detto, di questa profezia era iniziato durante i quaranta giorni di ritiro nel deserto ed è continuato passo dopo passo lungo la Sua vita pubblica espellendo i demoni che incontrava nel cammino, per giungere all’apice nella Sua Passione: "avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo" (Col 2, 15).

In seguito, non solo il demonio, ma il mondo stesso è stato sconfitto: innumerevoli pagani hanno cominciato a convertirsi e mo lti hanno sacrificato la loro vita per difendere la croce, animati dalle luci della risurrezione del Salvatore. In funzione di questa, hanno cominciato ad essere accolti nel Corpo Mistico tutti i battezzati che, rivitalizzati dalla grazia e senza smettere di restare inclusi nel mondo, hanno reso perpetuo il trionfo di Cristo: "Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo" (Gv 16, 33). Si tratta, pertanto, di una vittoria ininterrotta, che mantiene il suo rifulgente splendore intatto come nel giorno della Sua risurrezione, senza venire mai diminuita. Con la redenzione, Cristo ha sigillato le porte del seno di Abramo dopo aver liberato, dal suo interno, le anime che lì aspettavano l’ingresso nel piacere della gloria eterna.

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Domenica delle Palme 2012

Tracce per omelie

GIOVANNI PAOLO II
OMELIA
28 Marzo 1999,
Domenica delle Palme

 

1. «Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil 2, 8).

La celebrazione della Settimana Santa inizia con l'«osanna!» di questa Domenica delle Palme e trova il suo momento culminante nel «crucifige!» del Venerdì Santo. Ma questo non è un controsenso; è piuttosto il cuore del mistero che la liturgia vuole proclamare: Gesù si è consegnato volontariamente alla sua passione, non si è trovato schiacciato da forze più grandi di Lui (cfr Gv 10,18). E' Lui stesso che, scrutando la volontà del Padre, ha compreso che era giunta la sua ora e l'ha accolta con l'obbedienza libera del Figlio e con infinito amore per gli uomini.

Gesù ha portato i nostri peccati sulla croce e i nostri peccati hanno portato Gesù sulla croce: Egli è stato schiacciato per le nostre iniquità (cfr Is 53,5). A David che ricercava il responsabile del misfatto raccontatogli da Natan, il profeta rispose: «Tu sei quell'uomo!» (2 Sam 12,7). La stessa cosa la Parola di Dio risponde a noi che ci chiediamo chi ha fatto morire Gesù: «Tu sei quell'uomo!». Il processo e la passione di Gesù, infatti, continuano nel mondo di oggi e sono rinnovati da ogni persona che, abbandonandosi al peccato, non fa che prolungare il grido: «Non costui, ma Barabba! Crucifige!».

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25 marzo – V domenica di quaresima

Tracce per omelie

Omelia per la Quinta Domenica di Quaresima

I Lettura: Ger 31,31-34
II Lettura: Eb 5,7-9
Vangelo: Gv 12,20-33


SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: Cristo insegna l'amore di donazione.
Obiettivo: Spiegare che l'amore cristiano è donazione, è sacrificio a vantaggio del prossimo.

1. Amore di donazione.
a) Un errore comune è pensare che l'amore sia un sentimento: se ci si sente bene è perché si ama.
b) L'amore autentico è donazione: è dare il meglio alla persona amata.
c) Dio concede il perdono dei peccati, fino a giungere a "dimenticarsi di essi" (Ger 31,34).

2. Cristo insegna ai cristiani a donarsi.
a) Cristo è venuto incontro all'uomo. Ora viene cercato e lui si lascia incontrare.
b) Cristo definisce se stesso un chicco di grano che deve morire per dare vita.
I) Questa lezione di generosità è per ogni cristiano.
II) Morire per dare la vita è il compimento di quel che Cristo dirà più tardi: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».


LA CATECHESI E IL MAGISTERO

«Tutta la sostanza della dottrina e dell'insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri della attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all'amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall'amore come nell'amore ha d'altronde il suo ultimo fine» (CCC n. 25).

«La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, di umiltà e di abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il Regno di Cristo e di Dio, e di questo Regno costituisce in terra il germe e l'inizio» (CCC n. 768).


I PADRI

«Il Signore ci esorta poi a seguire gli esempi che egli ci offre della sua passione: Chi ama la propria anima, la perderà (Gv 12,25). Queste parole si possono intendere in due modi: "Chi ama, perderà", cioe: se ami, non esitare a perdere, se desideri avere la vita in Cristo, non temere la morte per Cristo. E nel secondo modo: "Chi ama l'anima sua, la perderà", cioè: non amare in questa vita, se non vuoi perderti nella vita eterna. Questa seconda interpretazione ci sembra più conforme al senso del brano evangelico che leggiamo (Sant 'Agostino, Comment. in Ioan, 51,10).

«Grande e mirabile verità, nell'uomo c'è un amore per la sua anima che la perde, e un odio che la salva. Se hai amato smodatamente, hai odiato; se hai odiato gli eccessi, allora hai amato. Felici coloro che hanno odiato la loro anima salvandola, e non l'hanno perduta per averla amata troppo. Ma guardati bene dal farti venire l'idea di ucciderti da te stesso, avendo inteso che devi odiare in questo mondo la tua anima» (Sant'Agostino, Comment. in Ioan, 51,10).

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17 marzo – IV domenica di quaresima

Tracce per omelie

Commento al Vangelo – IV domenica di Quaresima

La conversazione notturna

Ricevendo con affabilità un potenziale discepolo, Gesù,
il primo evangelizzatore della Storia,
fa in modo di prepararlo con cura e tatto didattico
ad essere capace di credere nella sua divinità.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
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In quel tempo, dice Gesù a Nicodemo: 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15  perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna". 16 Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. font size="2">17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (Gv 3, 14-21).

I – Introduzione:
Gesù fortifica la fede di un discepolo discreto

Animi divisi davanti alla figura di Gesù

Il presente Vangelo è la parte finale della conversazione notturna avuta tra Gesù e Nicodemo. Prima di questo incontro, Egli aveva realizzato il miracolo alle nozze di Cana ed espulso i mercanti dal Tempio. Cresceva il numero dei convertiti, poiché tutti confermavano la grandiosità di Gesù "nel vedere i miracoli che faceva" (Gv 2, 23). Nello stesso tempo non era integra, come doveva essere, la fede di quegli ammiratori, perché le speranze del popolo giudeo erano rivolte ad un Messia politicizzato, colmo di doti umane. Per questo "Gesù non si confidava con loro" (Gv 2,24). Se è vero che alcuni riuscivano a discernere le sembianze sovrannaturali di Gesù, mancava loro comunque un’adeguata abnegazione e dedizione per seguirLo incondizionatamente.

Nonostante ciò, da parte del popolo semplice, la nota dominante era di franca simpatia.

Non succedeva la stessa cosa con le autorità religiose. Era apparso davanti a loro un profeta che predicava una dottrina nuova, dotato di potenza, che scuoteva la struttura dei principi religiosi da loro appresi in una scuola di lunga tradizione. A questa difficoltà, se ne era aggiunta un’altra grave: l’espulsione dei mercanti dal Tempio. A causa di quest’ episodio, i loro animi erano fortemente irritati, e la figura di Gesù, oltre a creare loro un tormentoso problema di coscienza, ad ogni piè sospinto faceva loro sanguinare le ferite mal cicatrizzate del risentimento

La fedeltà discreta di Nicodemo

Entro questa cornice socio-psico-religiosa, appare la figura di Nicodemo. Secondo San Giovanni, si tratta di un fariseo, principe dei giudei, che temendo di compromettere la reputazione tra i suoi compagni, cercò di incontrarsi con Gesù di nascosto.

In effetti, tale era il furore dell’indignazione dei farisei contro il Divino Maestro che, se Nicodemo non avesse proceduto in questo modo, avrebbe subito terribili persecuzioni. I Vangeli sono ricchi di particolari a questo riguardo, ma basterebbe ricordare quanto detto dai farisei quando si indignarono contro coloro che avrebbero dovuto catturare Gesù: "C’è stato, per caso, qualcuno tra i capi del popolo o dei farisei che Gli ha creduto? Quanto a questa gente che non conosce la Legge è maledetta" (Gv 7, 48-49). Questa è la ragione per la quale Nicodemo, come Giuseppe di Arimatea, pur sempre fedele, mantenne una grande discrezione fino alla fine (cfr. Gv 19, 39.) Malgrado ciò, è degna di nota l’imperfezione della fede di Nicodemo nell’Uomo-Dio; Lo chiama Maestro a causa dei suoi miracoli, ma Lo vede solo come un grande uomo aiutato dal potere di Dio.

Il Redentore approfittò della circostanza della sua visita per rettificare e fortificare la fede di questo nuovo e segreto discepolo (cfr. Gv. 3, 2-13), preparandolo ad accettare la sua divinità, facendogli conoscere qualcosa sul Battesimo e l’Incarnazione. Così finisce per dichiarargli l’obiettivo ultimo della sua venuta su questa terra: la salvezza degli uomini attraverso la sua morte, e la morte in croce. Questa è la tematica della Liturgia di oggi.

II – Il serpente di bronzo Simbolo del figlio dell’uomo

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna".

San Cirillo di Alessandria fa un accostamento tra il Battesimo, anteriormente enunciato da Gesù, e la raffigurazione del serpente di bronzo. Secondo lui, per il fatto che Nicodemo forse non ha colto il significato degli aspetti sovrannaturali di questo Sacramento, il Maestro ha deciso di ricordargli questo episodio così ben conosciuto da tutto il popolo israelita, a fortiori da chi era fariseo come il suo visitatore.

Partito dal monte Hor in direzione del mar Rosso, il popolo ebraico si era ribellato contro Mosé e addirittura direttamente contro Dio stesso. Questo per la stanchezza, la nausea e la mancanza di pane, acqua e altro cibo che non fosse la manna. Per castigo, Dio inviò serpenti i cui morsi provocavano infiammazione, febbre e, infine, la morte; da qui il loro nome: "di fuoco". I giudei allora implorarono l’intercessione di Mosé presso Dio. Questi non eliminò il male, ma concedette loro un rimedio: chiunque fosse stato attaccato dal mortifero animale sarebbe stato immediatamente guarito se avesse guardato un serpente di bronzo che, per ordine divino, il Profeta aveva fissato su un palo ().

Questo oggetto fu considerato dal popolo come un simbolo della guarigione che gli era concessa da Dio.

Nicodemo doveva conoscere l’interpretazione esatta di questo miracolo, che si trova narrato nel Libro della Sapienza: "Ed ebbero subito un pegno di salvezza (…) Infatti chi si volgeva a guardare questo pegno era salvato non da quel che vedeva, ma solo da Te, Salvatore di tutti gli uomini" (16, 5-7).

Tutti saranno vivificati in Cristo

È divina la didattica di Gesù. D’accordo con i commentatori, tra le molteplici immagini della Redenzione del genere umano, nessuna è superiore a questa: un serpente senza veleno per guarire i mali prodotti dai morsi dei serpenti. Afferma San Paolo: "Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita" (Rm 5, 18). – "E, come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo" (1Cor 15, 22).

Per quale ragione è il bronzo il materiale del serpente salvatore? Svariate sono le opinioni. Preferiamo quella di Eutimio: per rappresentare Cristo, il serpente non doveva essere di una sostanza fragile, in maniera che potesse risultare lampante la differenza tra la nostra carne, soggetta al peccato, e quella del Redentore, forte e invulnerabile senza il minimo margine di imperfezione.

"Attirerò tutti a Me"

Il Figlio dell’Uomo sarebbe dovuto essere elevato come il serpente di bronzo di Mosé. Il primo significato di questo paragone che viene in mente è quello di rappresentare la glorificazione. Certamente così lo ha inteso Nicodemo, poiché non ha chiesto spiegazioni a questo riguardo, come avrebbe fatto la moltitudine più tardi: "Allora la folla gli rispose: "Come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?" (Gv 12, 34). Questa nota di gloria traspare chiaramente nella voce che è venuta dal cielo: "Io L’ho glorificato e di nuovo Lo glorificherò!". (Gv 12, 28), su cui Gesù commenta: "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a Me" (Gv 12, 32). In altre parole, tutti i popoli, giudei e pagani, Lo avrebbero riconosciuto come il Salvatore.

Prefigura della Risurrezione

Nel frattempo, è anche prefigurata la crocifissione, evidenziata da tutti i commentatori, come, per esempio, Sant’Agostino:

"Che significa il serpente elevato? La morte del Signore sulla croce. La morte provocata dal serpente è stata rappresentata dalla statua del serpente. Il morso mortale del serpente rappresenta la morte vitale del Signore. Si guarda al serpente affinché il serpente non uccida. Ma alla morte di chi? Alla morte della Vita, se così si può dire. (…) Cristo non è la Vita? Nondimeno, è stato messo in croce. (…) Ma la morte è stata uccisa con la morte di Cristo, perché la Vita che è stata uccisa ha ammazzato la morte.

"Così come quelli che guardando al serpente di bronzo non morivano per i morsi dei serpenti, così coloro che guardano con fede alla morte di Cristo sono guariti dai morsi del peccato. Ma quelli erano liberi dalla morte concernente la vita temporale, mentre questi hanno la vita eterna. Qui sta la differenza tra la raffigurazione e la realtà. La raffigurazione dava la vita temporale, e la realtà dà la vita eterna" ()

Delicatezza nel preparare l’intelligenza ad accettare il dogma

Resta da dire una parola sull’espressione "il Figlio dell’Uomo", che appare 82 volte nel corso dei Vangeli, quasi sempre proferita dalle adorabili labbra di Gesù e, oltretutto, esclusivamente riferita a Lui. L’Antico Testamento porta alla superficie questa stessa espressione, ora in riferimento ad un semplice uomo, ora ad un essere sovrannaturale superiore ad un uomo comune ().

In Cristo noi troviamo una misteriosa unione di due nature – quella divina e quella umana – in una sola Persona. Era necessario preparare gradualmente le mentalità all’accettazione, basata sulla fede, di questo altissimo dogma. Oggi – dopo due millenni, con tutta la tradizione ed il grande sviluppo dottrinario della Teologia – ci è più facile abbracciare questa fondamentale verità rivelata. Al contrario, a quei tempi, la cultura religiosa pronosticava una figura messianica molto differente. Il Messia avrebbe dovuto essere un grande conestabile di nazionalità giudaica che avrebbe dato al suo popolo la supremazia su tutti gli altri popoli, liberandolo da qualsiasi onere, sottomissione o tributo. Soprattutto in quel momento in cui i giudei stavano sottomessi politicamente e tributariamente all’Impero Romano, il termine "Messia", evocato, metteva in movimento una dinamica catena di sentimenti nazionalisti.

Sapienziale l’impiego dell’espressione "Figlio dell’Uomo"

In che modo allora utilizzare il linguaggio umano per approssimare le intelligenze all’accettazione di uno dei più alti dogmi della nostra Fede? Dirsi semplicemente "Figlio di Dio" non avrebbe risolto il problema e perfino avrebbe potuto condurre il popolo giudeo, tradizionalmente credente in un solo Dio, di fronte ad un’enorme perplessità: accettare l’esistenza di un Dio-Uomo! È stato, d’altronde, quello che più tardi è avvenuto: "Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: "Io sono il pane disceso dal cielo". E dicevano: "Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?"(Gv 6, 41-42).

Di conseguenza era molto sapienziale l’impiego dell’espressione "Figlio dell’Uomo". Essa permetteva, a chi ascoltava, di situarsi a qualsiasi livello del suo cammino di Fede. Se si fosse trattato di un semplice naturalista, il suo giudizio su Gesù sarebbe stato meramente umano, non discernendo costui la sua divinità, e questa espressione lo avrebbe lasciato tranquillo. Se, al contrario, si fosse trattato di un grande mistico, la natura divina avrebbe lasciato risplendere i suoi riflessi sull’umanità di Gesù e, in questo caso, l’espressione in questione sarebbe stata come un’ulteriore manifestazione di umiltà di Gesù. Questa è la costante trovata in non poche pagine dell’Agiografia: vediamo i santi far uso di un linguaggio non interamente esplicito o categorico, al fine di evitare perplessità nei loro ascoltatori, molte volte anche tra i loro discepoli.

Da qui si capisce quanta delicatezza Gesù abbia utilizzato in questa conversazione con Nicodemo, nel far uso dell’immagine del serpente elevato da Mosè nel deserto, approssimandola, metaforicamente, a quella del Figlio dell’Uomo, "in modo che chiunque creda in Lui abbia la vita eterna". Ormai era pronto quel fariseo buono ad accettare l’affermazione contenuta nel versetto immediatamente successivo.

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11 marzo – III domenica di Quaresima

Tracce per omelie

Commento al Vangelo — III Domenica di Quaresima

Ci sarà bontà nel castigare?

Tutto in Gesù era di illimitata perfezione. In quella situazione stabilita per consuetudine attraverso i tempi, non sarebbe servito a nulla l’impiego di dolcezza per persuadere coloro che avevano trasformato il Tempio di Dio in un autentico bazar.

 

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
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http://www.salvamiregina.it

 

Vangelo

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel Tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del Tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato". 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. (Sl 68,10). 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?". 19 Rispose loro Gesù: "Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere". 20 Gli dissero allora i Giudei: "Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. 23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. 24 Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti 25 e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo (Gv 2, 13-25).

 

I – Il Tempio

"E subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento" (Ml 3, 1b-3a).

Così profetizza lo Spirito Santo, attraverso le parole di Malachia, sull’inizio del ministero, la predicazione ufficiale del Messia, che avrebbe dovuto iniziare nel Tempio della città di Gerusalemme.

Con questa rivelazione, diventava chiaro, per coloro che avessero buona disposizione di spirito, quanto il sorgere del Re atteso dai giudei non avrebbe dovuto manifestarsi come un potere politico o finanziario (supremazia su tutti i popoli o sospensione delle imposte), ma attraverso una chiara azione santificatrice. Egli sarebbe andato al Tempio per purificare e affinare i figli di Levi.

Secondo la narrazione di San Giovanni, era appena avvenuto il miracolo alle nozze di Cana, dopo il quale Gesù si diresse a Cafarnao, dove rimase alcuni giorni con Maria e i Suoi discepoli. Il momento da Lui scelto per iniziare la missione pubblica non poteva essere migliore. La Città Santa e lo stesso Tempio straripavano di uomini e donne provenienti da tutta Israele.

Se il popolo avesse accettato con fervore la predicazione del Precursore — "Io sono la voce che grida nel deserto" (Gv 1, 23)—, sarebbe stato in condizione di vedere, nell’entrata di Gesù nel Tempio, un inequivocabile segno dell’apparizione del Messia: "…allora essi saranno per il Signore coloro che presenteranno le loro offerte come conviene" — continua Malachia — "allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani" (Ml 3, 3b-4).

 

Il Cortile dei Gentili

L’insieme di tutti gli edifici che costituivano il Tempio formava un quadrilatero con i suoi cinquecento cubiti (1) in ogni lato, protetto da mura. In esso si entrava attraverso otto enormi porte guarnite da torri di difesa. C’erano al suo interno tre cortili particolarmente santi: quello dei sacerdoti, dove si trovava il naos, una costruzione anch’essa quadrata, in marmo bianco e rivestito in oro, localizzata nell’angolo nord-ovest; più ad oriente, il cortile degli uomini e, a seguire, quello delle donne.

Attorno a questi tre cortili, c’era un grande spazio delimitato da colonne, denominato Cortile dei Gentili o dei Pagani, l’unica parte accessibile ai non giudei. Era lì che, con un tacito accordo delle autorità del Tempio, si erano istallati banchi di scambio ed un vero mercato.

In contrasto con gli altri tre, che erano considerati sacri, quest’ultimo cortile assunse il carattere di una specie di bazar orientale. In esso di trovavano in vendita sale, olio, vino, colombe — che le donne offrivano per purificarsi —, pecore e persino vitelli per i sacrifici di maggior importanza. Si scambiavano anche le monete straniere — greche o romane, per esempio — con quella sacra, con la quale si pagava l’imposta fissata dal Signore per la manutenzione del Tempio (cfr. Es 30, 13-16).

Da aggiungere il fatto che il Cortile dei Gentili facilitava l’accesso agli altri, poiché chi non lo utilizzava come scorciatoia, si vedeva costretto a fare il giro all’angolo del Tempio. Così, uno spazio che avrebbe dovuto avere una certa parvenza di sacro, si trasformò in un dissipato e agitato "covo di ladri".

Viene ufficializzata la missione del Messia

Il Tempio era il punto di riferimento più denso di simbolismo religioso, e persino nazionale, di Israele. Non c’era in tutta la nazione un posto più santo. Quel luogo era stato scelto da Dio stesso per convivere con il popolo eletto. Per queste ed altre ragioni, nessun giudeo si sarebbe mai consolato se avesse visto arrivare l’ora della propria morte senza aver varcato i suoi portici, corridoi ed edifici per pregare e offrire sacrifici. Ancora ai giorni nostri, il grande sogno degli israeliti consiste nel poter incontrarsi davanti a quelle rovine per toccarle, baciarle e bagnarle con le lacrime rafforzando così la loro speranza.

Varcando la soglia di una delle otto porte esterne, si penetrava nell’immenso Cortile dei Gentili, aperto a tutti: giudei o pagani, ortodossi o eretici, puri o impuri. Da questo luogo, per entrare nel cortile esclusivo dei giudei, c’erano tredici porte e davanti ad ognuna di queste, una colonna con iscrizioni, che proibivano, sotto pena di morte, l’accesso a persone indegne.

È in questi atrii che si sono svolte molte delle vicende della vita pubblica di Gesù, ed è proprio nell’episodio narrato da San Giovanni, nel Vangelo di oggi, che si ufficializza la missione del Messia. Fino a quel giorno, egli frequentava il Tempio come un semplice giudeo, senza emettere alcun giudizio sulla condotta delle autorità locali.

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4 marzo – II dom. di quaresima

Tracce per omelie

Seconda Domenica di Quaresima

Sacra Scrittura
I Lettura: Gn 22,1-2.9a.10-13.15-18;
Salmo: Sal 115,10.15-19;
II Lettura. Rm 8,31b-34;
Vangelo: Mc 9,2-10


NESSO TRA LE LETTURE

Il più grande atto di fede dell'Antico Testamento ci porta al più grande atto d'amore del Nuovo. Il gesto straordinario di Abramo, che è disposto a sacrificare suo figlio Isacco (prima lettura), è solo una vaga rappresentazione di ciò che anticipa: il sacrificio da parte di Dio del suo unico Figlio (seconda lettura). Sul Monte Tabor, Dio ha voluto rivelare ad alcuni apostoli la vera identità di Gesù, e lo ha fatto non solo perché la loro fede potesse sopravvivere alla tragedia della Passione, ma anche perché potessero capire quanto era profondo il suo amore per gli uomini (Vangelo).


Messaggio dottrinale

Padre… La liturgia di oggi è dominata da due rapporti padre-figlio, entrambi caratterizzati da un eroismo ineffabilmente grandioso. Ognuno dei due padri ama il proprio figlio come nessun altro. Abramo vive per Isacco; nei testi sacri si è voluto sottolineare l'amore profondo che prova per il ragazzo. Siamo di fronte ad un amore paterno ineguagliabile. Quando Dio parla del suo amato Figlio – come sappiamo per fede e attraverso la teologia, che è "fede che cerca di capire" -, esprime un amore che supera ogni tipo di amore materno e paterno nella storia dell'universo. Ognuno dei due padri è pronto ad offrire il proprio figlio prediletto in sacrificio: Abramo per obbedienza e fede nei confronti di Dio, il cui mistero e i cui pensieri lo trascendono; Dio Padre per obbedienza al suo amore fedele per gli uomini; essendo lo stesso amore, anche questo è infinitamente più grande dell'amore umano, più profondo e più puro. …e figlio. Ognuno dei due figli prende liberamente su di sé il peso richiesto dal sacrificio e, anche se nessuno di loro potrebbe desiderare umanamente di essere la vittima ("Dov'è la vittima per il sacrificio?", "Padre, se è possibile allontana da me questo calice"), entrambi hanno fiducia nell'amore del padre, che mai potrebbe abbandonarli (i versetti della Genesi con questi particolari non figurano nella lettura di oggi). Ognuno di loro è una vittima innocente, ma sappiamo che l'innocenza del secondo, l'Agnello di Dio, è completamente diversa; sappiamo che Egli accetta il Suo sacrificio essendo pienamente consapevole di ciò che Lo aspetta; che continuerà ad aver fiducia anche in una situazione in cui sembra che il Padre sia completamente assente e Lo abbia abbandonato. E come Pietro e i suoi compagni impareranno sul monte, Egli non è solo un figlio di Abramo, ma il Figlio unigenito dell'Onnipotente.

Per il nostro bene. Per Gesù, inoltre, non ci sarà una "commutazione della pena". Dio dice ad Abramo di sostituire Isacco con un ariete, ma Gesù è proprio l'Agnello con cui vengono sostituiti tutti i figli di Dio, cioè tutti noi. Obbligato soltanto dall'amore, "non ha risparmiato suo Figlio e lo ha sacrificato per il bene di tutti noi". Dopo una dimostrazione di questo tipo niente può essere considerato davvero generoso. Il fatto che Dio sacrifichi suo Figlio, che ama infinitamente, vuol dire che è infinito anche l'amore che prova per coloro a favore dei quali viene offerto il sacrificio. È questo ciò che viene dedotto da san Paolo, con tutte le "garanzie" che implica la sua interpretazione.

Catechesi: la Provvidenza e lo scandalo del male (272-73; 309-14); l'amore del Padre (cfr. la catechesi per la quarta domenica di Quaresima).

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26 febbraio – I dom. di quaresima

Tracce per omelie

Omelia per la Prima Domenica di Quaresima

Sacra Scrittura
I Lettura: Gn 9,8-15;
Salmo: Sal 24,4-9;
II Lettura: 1Pt 3,18-22;
Vangelo: Mc 1,12-15

 

NESSO TRA LE LETTURE

Gesù arrivò in Galilea proclamando il Vangelo di Dio: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Pentitevi e credete al Vangelo". La Chiesa ci invita ad ascoltare la proclamazione iniziale della buona novella di salvezza come se fosse la prima volta e a fare dell'inizio del nostro viaggio quaresimale un nuovo inizio per seguire Cristo. La promessa di un'alleanza irrevocabile (seconda lettura) fatta a Noè è realizzata completamente in Lui attraverso il mistero della sua morte e resurrezione, in cui noi siamo battezzati (seconda lettura).


Messaggio dottrinale

Il viaggio verso la Pasqua. Il riferimento battesimale dirige il nostro sguardo verso la Pasqua. La Quaresima ha avuto origine come un periodo intenso per terminare la preparazione dei catecumeni in vista del loro Battesimo, nella vigilia di Pasqua. Con il tempo, è stato estesa all'intera comunità cristiana, e questo è importante perché il nostro Battesimo merita molto più dell'attenzione superficiale che molti gli rivolgono. È l'evento più importante della nostra vita! In questa Quaresima il nostro compito è quello di far sì che il rinnovamento dei nostri voti battesimali, in occasione della Pasqua, sia reale ed efficace e non un semplice simbolo rituale.

Il regno è vicino. Com'è successo durante i quaranta giorni del Diluvio Universale, "animali selvatici" convivono pacificamente con un figlio dell'uomo, un segno evidente che le leggi del regno sono ancora in vigore (cf. Is 11,6-9). Questo è ancora presente in tutta la sua essenza nella persona di Gesù. La cosa più importante e significativa, quindi, è il fatto che l'importante annuncio della salvezza – finalmente vicina! – è preceduto dal digiuno di quaranta giorni nel deserto di Gesù ed è seguito non da un banchetto nuziale o da uno squillo di trombe, ma da un invito a pentirsi e a cambiare completamente il proprio cuore. Non si tratta di un calcolo errato di Dio o di una coincidenza irrilevante: è stato lo Spirito che "Lo ha portato nel deserto". Non si è trattato di un ritiro calmo ed idilliaco, ma di una lunga lotta contro l'assalto aggressivo del tentatore, Satana.

Il viaggio con Cristo. Nonostante tutto, ciò che viene proclamato da Gesù è il Vangelo, la buona novella! La Quaresima non è un periodo di tristezza, così come la vita cristiana non è una lotta triste e severa contro la tentazione e i desideri della carne. Sono entrambe un invito a seguire Cristo, ed è su questo che si basa la chiamata alla conversione e a credere e aderire completamente al messaggio del Vangelo. Ci dobbiamo convertire non a qualcosa di severo, noioso o avvilente, ma alla vita con Cristo e a somiglianza di Cristo, una vita meravigliosa, piena di tutto il significato e della massima dignità a cui possiamo aspirare, come fratelli e sorelle di Cristo, al punto che perfino gli angeli, riconoscendoLo in noi, si sentiranno spinti ad aiutarci come hanno fatto con Lui. L'alleanza di Dio con noi è definitiva: Egli non revocherà mai la Sua decisione, grazie a Suo Figlio, che è morto per noi ed è risorto perché noi possiamo seguirLo non solo in teoria, ma nei fatti.

Catechesi: il Regno dei cieli, inaugurato in terra da Gesù e fondamentale per la sua predicazione (CCC 541-53), è un argomento importante spesso trascurato nella catechesi. Ci si può soffermare sulla grazia del Battesimo (CCC 1262-74; cfr. 1219).

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19 febbraio – VII domenica del tempo ordinario

Tracce per omelie

Commento al Vangelo – VII Domenica del Tempo Comune

Può l’uomo perdonare i peccati?

Cos’è più difficile: perdonare i peccati o curare un paralitico? Questa interessante questione sollevata da Gesù nel Vangelo che oggi commentiamo, ci mostra la grandezza e l’efficacia del Sacramento della Riconciliazione.

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
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1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao, e si seppe che Egli era in casa 2 Si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. 3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". 6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?". 8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua". 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!" (Mc 2, 1-12).

 

I – Introduzione

"Assueta vilescunt", si dice in latino, il che vuol dire: l’uso frequente di qualcosa, quasi sempre, finisce per usurarla, non importa quale sia la grandezza dell’oggetto usato e neppure la sua sostanza. Per esempio, non c’è niente di più banale, per noi, della quotidianità del corso solare ciò che invece Sant’Agostino considera come uno dei miracoli naturali di Dio.

Neanche i miracoli sovrannaturali sfuggono a questa regola. Da circa duemila anni, il Sacramento della Confessione è a disposizione di qualunque penitente, nondimeno, perdiamo con facilità la nozione della misteriosa grandezza del perdono che riceviamo attraverso questo sacramento. La stessa nozione della gravità del peccato, facilmente, si dissolve in noi quando la nostra vigilanza e la nostra vita di devozione non sono sufficientemente determinate. E può succedere che siamo chiamati ad aderire con fede integra a panorami sovrannaturali inediti, subito dopo aver elaborato sofismi per giustificare la nostra permanenza nel vizio. In questo caso, è di fatto difficile per noi reagire con piena rettitudine.

Questi presupposti spiegano in un certo qual modo il comportamento degli scribi, additato nel Vangelo di oggi.

Formati in scuole serie, conoscevano i segnali che precedevano ed indicavano l’avvento del Messia e persino la sua stessa nascita (). Ma non si era soltanto infiacchita la fede in questi dottori della Legge, – peggio ancora – essi avevano modellato alle loro convenienze egoistiche tutti i concetti appresi. Avevano elaborato un sistema dottrinario ed etico a margine della vera ortodossia.

Ora, poiché desiderava la salvezza di tutti, inclusi gli scribi, Gesù, penetrando divinamente nel loro pensiero, dimostrava loro che è Lui il Cristo e che può perdonare i peccati come Dio e come uomo, e confermando il suo potere con uno sprepitoso miracolo.

Qual è la reazione della moltitudine lì presente? Quale quella degli stessi scribi? La Liturgia di oggi ci risponderà.

San Matteo (9, 2-8) e San Luca (5, 18-26) raccontano l’episodio in questione. A parte differenze di cronologia – Luca e Marco collocano l’avvenimento all’epoca in cui le autorità giudaiche cominciano a lanciare invettive contro Gesù -, i tre si mostrano impegnati a trasmettere il grande obiettivo del Signore, ossia, la prova del suo potere di perdonare i peccati.Dei tre narratori del fatto, San Marco, come accade sempre con lui, è quello che renderà più vivi i colori della sua presentazione.

 

II – Commento al Vangelo

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao, e si seppe che Egli era in casa.

Maldonato () ipotizza che Gesù debba essere entrato in città di notte ed in modo molto discreto, facendolo sapere soltanto ai discepoli e a nessun altro, così da poter riposare. Il suo intento non fu raggiunto, poiché l’annuncio del suo arrivo corse velocemente per la città.

Probabilmente si trattava della casa di Pietro, e non si può scartare l’ipotesi che la notizia sia stata diffusa da qualche amico, o addirittura da un suo parente. Non è facile far passare inosservata la presenza di Gesù, visto che la stessa virtù partecipata – quella dei santi -, nessuno riesce a nasconderla.

Il periodo di assenza da Cafarnao non deve essere stato solo di "qualche giorno", ma di settimane, perché si deduce che Egli predicò nei giorni di sabato in varie Sinagoghe, prima di far ritorno alla casa di Pietro.

2 Si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la Parola.

Era talmente tanta la quantità di persone, che queste ostruivano il passaggio a chinque. È comune, in tutti i tempi, il verificarsi della curiosità, compenetrata di egoismo, da parte della moltitudine che si accalca e si spinge a gomitate. Oltretutto, non doveva essere esiguo il numero dei rappresentanti di tutte le località. Lí ci dovevano essere anche dei farisei della Giudea e della stessa Gerusalemme, ansiosi di fare di Gesù uno dei loro o altrimenti, di condurlo al Calvario.

Insomma, traspaiono in questo versetto, in una sintesi elegante, la fretta e l’impegno un po’ agitati nell’approssimarsi a Lui, da parte di tutti.

 

Il Paralitico, simbolo delle anime deboli

3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone.

Alcuni autori – come nel caso di Maldonado () – sono sostenitori dell’ipotesi che si trattasse di un paralitico di un certo potere e per questo probabilmente si faceva accompagnare dai suoi familiari e persino da amici.

Quanto al numero "quattro", puntualizzato da San Marco, c’è una controversia tra i commentatori. Alcuni, come San Beda, attribuiscono una certa allegoria al fatto, approssimandolo ai quattro Evangelisti o alle quattro virtù che ci conducono a Cristo. Altri, – tra i quali ritroviamo Maldonado – lo interpretano come risultato della preoccupazione di San Marco di mettere in risalto il carattere drammatico della paralisi dell’infermo. La sua capacità di locomozione era così ridotta che doveva essere caricato da quattro persone. Questa peculiarità darà al miracolo maggiore grandiosità.

C’è anche chi fa un parallelismo tra la paralisi fisica e la debolezza spirituale, perché la tendenza del debole è di raffreddarsi nella pratica della virtù, stancarsi nel suo progresso. Per non aver preso sul serio il peccato veniale, la sua volontà si debilita, conducendolo ad un lento e progressivo abbandono della preghiera e, infine, alla caduta nel peccato grave. Questo male è recriminato dal Signore: "Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca" (Ap 3, 15-16).

Nel considerare come valida quest’interpretazione, il Vangelo di oggi ci addita una soluzione per la paralisi spirituale: cercare Gesù, anche se attraverso l’aiuto di altri. Dove potrà meglio trovarLo un’anima debole? Nella confessione frequente, fatta con amore e serietà; in essa, oltre al beneficio del nostro pentimento, opererà in noi la stessa forza di Nostro Signore Gesù Cristo. Chi applica in tal modo questo metodo non sarà mai colpito da una terribile infermità spirituale.

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