11 dicembre – III domenica d’Avvento

Tracce per omelie

\"\"III domenica di Avvento – Anno B


I Lettura: Is 61,l-2 61 ,10-11
II Lettura: 1 Ts 5, 16-24
Vangelo: Gv 1,6-8.19-28


 

SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: La tua identità di cristiano

1. Giovanni Battista conosce la propria identità.
a) Inizia il suo dialogo con gli ebrei dicendo "chi egli non è": non è Cristo, né Elia, né un profeta.
b) Conclude affermando chi egli è: "La voce che grida nel deserto".
c) Il Battista ha scoperto la sua stessa identità nel modo più profondo. Egli ha riconosciuto se stesso e la propria missione nella Sacra Scrittura.

2. Noi dobbiamo scoprire chi siamo.
a) Chi sono io? Quali sono i miei gusti, i miei desideri, le mie paure e speranze? Devo cercare la conoscenza sincera ed esaustiva di me stesso.
b) Devo riconoscere anche me stesso nella Sacra Scrittura. Anch'io ho una missione nella mia vita cristiana.
c) Di conseguenza, devo vivere coerentemente la mia vita cristiana. Devo evitare di lasciarmi guidare dai criteri edonisti che mi offre questo mondo.


LA CATECHESI E IL MAGISTERO

«Con il Battesimo, il cristiano è sacramentalmente assimilato a Gesù […] Tutto ciò che è avvenuto in Cristo ci fa comprendere che, dopo l'immersione nell'acqua, lo Spirito Santo vola su di noi dall'alto del cielo e che, adottati dalla Voce del Padre, diventiamo figli di Dio». (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 537)


LA BIBBIA

«Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». (Gv 1,22-23)

«Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa». (Lc 15,20-24)

I PADRI«Giovanni è la voce, ma il Signore "da principio era il Verbo" (Gv 1,1). Giovanni una voce per un tempo, Cristo il Verbo fin dal principio, eterno. Porta via l'idea, che vale più una parola? Se non si capisce niente, la parola diventa inutile strepito. La parola senza un’idea batte l'aria, non alimenta il cuore». (Agostino, Sermo, 293)

«Viene ritenuto il Cristo, dichiara di non essere ciò che è ritenuto, né si avvantaggia per il suo prestigio dell'errore altrui. Se dicesse: Io sono il Cristo, quanto facilmente sarebbe creduto, se, prima ancora che lo dicesse, già lo era ritenuto! Non lo disse. Si ridimensionò, si distinse, si umiliò. Capì dove era la sua salvezza: capì ch'egli era una lucerna ed ebbe paura di essere spento dal vento della superbia». (Agostino, Sermo, 293)

La voce è quella di Giovanni, la parola però che passa per quella voce è Nostro Signore. La voce li ha destati, la voce ha gridato e li ha radunati, e il Verbo ha distribuito loro i suoi doni. (Efrem, Diatessaron, 3,15)


PENSIERI E FRASI

«Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, reso consorte della natura divina, non voler tornare all'antica bassezza con una vita indegna. Ricorda a quale Capo appartieni e di quale Corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel Regno di Dio». (Leone Magno, Serm. 21,2-3)

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2 dicembre – II domenica di Avvento

Tracce per omelie

Beato Angelico, Imposizione del nome al battistaOmelia per il 4 dicembre 2011
II domenica di Avvento

I Lettura: Is 40,l-5 40,9-11
II Lettura: 2Pt 3,8-14
Vangelo: Mc 1,1-8

SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: Sollievo in Cristo

1. L'afflizione e sempre presente nella nostra vita.
a) Sofferenze fisiche: malattie, incidenti, ecc.
b) Sofferenze morali: problemi di lavoro, in famiglia, ecc.

2. Consolate, consolate il mio il popolo! Dice il vostro Dio.
a) Dio è venuto per consolare, per dare sollievo e salvezza all'uomo.
b) "Ecco, il Signore Dio viene con potenza" (prima lettura).
c) Dio dà sollievo con tenerezza. Così s'intuisce quando la Scrittura dice: "con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri" (prima lettura).

3. Cristo è la buona novella.
a) Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, che può essere inteso come:
I) la "buona novella" predicata dà Gesù.
II) Gesù stesso – la sua persona, il suo messaggio – è la "Buona Novella".
b) Giovanni presenta Cristo come chi dà e battezza nello Spirito Santo.

LA BIBBIA

«Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità» (Is 40,l-2).

«Il nostro Dio ha fatto brillare i nostri occhi e ci ha dato un po' di sollievo nella nostra schiavitù» (Esd 9,8).

LA CATECHESI E IL MAGISTERO

«Dopo averla creata, Dio non abbandona a se stessa la sua creatura. Non le dona soltanto di essere e di esistere: la conserva in ogni istante nell'essere, le dà la facoltà di agire e la conduce al suo termine. Riconoscere questa completa dipendenza in rapporto al Creatore è fonte di sapienza e di libertà, di gioia, di fiducia:

Tu ami tutte le cose esistenti, e nulla disprezzi di quanto hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita (Sap 11,24-26)» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 301).

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27 nov. – I domenica di Avvento

Tracce per omelie

Commento al Vangelo – I domenica dell’Avvento

L’Avvento

Nell’apertura dell’Anno Liturgico, Gesù ci esorta ad essere sempre vigili, poiché l’ora del Giudizio arriverà all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo. Uno dei punti per i quali dobbiamo rivolgere la nostra vigilanzia, secondo l’allerta di vari Papi, è l’azione dei mezzi di comunicazione sociale, che molte volte invadono le nostre anime e le nostre case propagando messaggi ed influenze contrari alla fede e alla morale.

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
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http://www.salvamiregina.it

 

33 State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. 34 È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. 35 Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, 36 perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. 37 Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!" (Mc 13, 33-37)

 

I – Le due venute di Gesù

Il cerchio e la losanga sono le più perfette figure geometriche secondo il concetto di San Tommaso d’Aquino, perché rappresentano il movimento dell’effetto che ritorna alla sua causa. Cristo è la più alta realizzazione di questa simbologia perché, oltre ad essere il principio di tutto il creato, è anche il fine ultimo. Per questo troviamo, tanto al termine dell’anno liturgico, come nella sua apertura, i Vangeli che trascrivono le rivelazioni di Gesù sulla sua ultima venuta.

La penitenza, nell’attesa del Natale

La Chiesa non ha elaborato le sue cerimonie attraverso un programma preliminare. In quanto organismo soprannaturale, nata dal sacro costato del Redentore e vivificata dal soffio dello Spirito Santo, possiede una vitalità propria con la quale si sviluppa, cresce e diventa bella, in maniera organica. Così si è andato costituendo l’anno liturgico nel corso dei tempi, nelle sue varie parti. In concreto, l’Avvento è sorto tra i secoli IV e V come una preparazione al Natale, sintetizzando la grande attesa da parte dei buoni giudei per l’apparizione del Messia.

All’aspettativa di un grande avvenimento mistico-religioso, corrisponde un’attitudine penitenziale, per questo i secoli precedenti la nascita del Salvatore sono stati marcati dal dolore dei peccati personali e di quello dei nostri progenitori. Più marcante ancora è divenuto il periodo anteriore alla vita pubblica del Messia: una voce acclamante nel deserto invitava tutti a chiedere perdono dei propri peccati e a convertirsi, affinché così diventassero diritte le vie del Signore.

Speranza pervasa dal desiderio di santità

Desiderando creare le condizioni ideali affinché possiamo partecipare alle festività della Nascita del Salvatore – la sua prima venuta -, la Liturgia ha selezionato testi sacri relativi alla sua seconda venuta: la nota dominante di uno è la misericordia e quella dell’altro, la giustizia. Per il momento, questi due incontri con Gesù, formano un tutto armonico tra il principio e la fine degli effetti di una stessa causa. I Padri della Chiesa hanno ampiamente commentato il contrasto tra l’uno e l’altro, ma, secondo loro, dobbiamo vedere nell’Incarnazione del Verbo l’inizio della nostra Redenzione e nella resurrezione dei morti la sua pienezza.

Per essere all’altezza del grandioso avvenimento natalizio, è indispensabile che ci collochiamo nella prospettiva degli ultimi avvenimenti che precederanno il Giudizio Finale. Di qui il fatto che la Chiesa per molto tempo ha cantato nella Messa la sequenza "Dies Irae", la famosa melodia gregoriana.

Più che semplicemente ricordare il fatto storico del Natale, la Chiesa vuole farci partecipare alle grazie proprie della festività, nella stessa misura in cui ne godevano la Santissima Vergine, San Giuseppe, i Re Magi, i Pastori, ecc; dunque, una grande speranza, pervasa dal desiderio di santità e da una vita penitenziale, sorreggeva il popolo eletto in quelle circostanze. Così noi dobbiamo imitarne l’esempio e seguirne i suoi passi, in prospettiva non solo del Natale ma anche della pienezza della nostra redenzione: la gloriosa resurrezione dei figli di Dio.

La prima e la seconda venuta di Gesù si uniscono davanti ai nostri orizzonti in questo periodo dell’Avvento, facendo sì che noi le analizziamo quasi in una visione eterna, forse, per meglio dire, da dentro gli stessi occhi di Dio, per Il Quale tutto è presente. Ecco alcune ragioni grazie alle quali si capisce la scelta del viola per i paramenti liturgici, in queste quattro settimane. È tempo di penitenza. Non a caso il Vangelo di oggi ci parla della vigilanza, per il fatto che non sappiamo quando ritornerà il "padrone di casa". È indispensabile che egli non ci sorprenda mentre dormiamo.

È venuto come reo, tornerà come Giudice

È necessario considerare che il Signore non verrà come Salvatore, ma come Giudice, non solo in quanto Dio, ma anche in quanto Uomo, proprio come ci spiega San Tommaso: "Avendo dunque (Dio) collocato Cristo-Uomo alla testa della Chiesa e dell’umanità, e avendogli sottomesso tutto, gli ha concesso anche – e con maggior diritto – il potere giudiziale" (1)
"Cristo ha meritato, oltretutto, questo ufficio, per aver lui lottato per la giustizia e aver vinto, avendo avuto una ingiusta sentenza. "Colui che è stato in piedi davanti al giudice – dice Agostino – si siederà come giudice, e colui che è stato calunniosamente chiamato reo, condannerà gli autentici rei" (2).

Gesù sarà il Grande Giudice, nella sua umanità santissima unita ipostaticamente alla Saggezza divina ed eterna. Così, Egli conosce i segreti di tutti i cuori, proprio come scrive San Paolo ai Romani: "Nel giorno in cui Dio giudicherà, tramite Gesù Cristo, le azioni occulte degli uomini" (Rm 2, 16).

Egli apparirà in tutta la sua gloria, poiché, nella sua prima venuta, siccome si disponeva ad essere giudicato, si è rivestito d’umiltà. Pertanto, dovrà rivestirsi di splendore, nel ritornare come Giudice (3). San Tommaso considera inoltre che, nascendo a Betlemme, il Figlio si è incarnato per rappresentare la nostra umanità presso il Padre, per questo dovrà dimostrare la gloria d’ambasciatore del potere eterno di Dio.

Questo giudizio sarà universale, perché lo è stata anche la stessa Redenzione. Ascoltiamo le spiegazioni date da Sant’Agostino riguardo le due venute di Gesù: "Cristo, Dio nostro e Figlio di Dio, ha realizzato la prima venuta senza sfarzo; ma per la seconda verrà presentandosi come Egli è. Quando è giunto in silenzio, non Si è fatto riconoscere se non dai suoi servi; quando si manifesterà, Si mostrerà ai buoni e ai cattivi. La prima volta è venuto in incognita, per essere giudicato; la seconda lo farà con maestà, per giudicare. Prima è venuto come reo, ha mantenuto il silenzio annunciato dal Profeta: ‘Non ha aperto la bocca, come agnello portato al mattatoio, come pecora muta davanti ai tosatori…’ (Is 57, 7), ma non dovrà rimanere così in silenzio, quando avrà da giudicare. In verità, neanche adesso sta in silenzio per colui a cui piace ascoltarLo; se dice che non tacerà, Egli lo dice perché allora dovranno udirLo coloro che ora Lo disprezzano" (4).

Considerazione benefica, tanto per i buoni quanto per i cattivi

Niente sarà dimenticato, i minimi pensieri o desideri saranno ricordati con la forza di realtà: azioni e omissioni, riguardo Dio, il prossimo e persino se stessi. Il Divino Giudice non lascerà una sola virgola senza analisi, senza che sia debitamente valutata, e, per ognuno, proferirà pubblicamente un’inappellabile e definitiva sentenza. Alcuni alla sua destra, altri alla sinistra. Di questi ultimi, quanti saranno lì per aver cercato un piacere fugace, o per essersi rifiutati di fare uno sforzo insignificante? Bisogna mettere in conto che questo tragico panorama del Giudizio Finale sarà una ripetizione pubblica del giudizio particolare di ognuno.

Ma, d’altro lato, quanta gioia avranno i buoni! "I patimenti del tempo presente sono niente in confronto con la gloria che ha da essere manifestata per noi" (Rom 8,18). I corpi dei giusti saranno liberati dalle malattie e infermità, saranno immortali e spiritualizzati, assimilati alla luce di Cristo. Nel vedersi riuniti in Maria e in Gesù, si sentiranno inondati di piacere e gioia, in quel giorno di trionfo.

Da qui si deduce quanto sia benefico, tanto per i cattivi come per i buoni, prendere in seria considerazione questa seconda venuta del Signore. Alcuni forse saranno commossi dal timore di Dio, altri potranno essere incoraggiati, in mezzo ai dolori e ai drammi di questa vita, dalla speranza di questa cerimonia di apoteosi.

Segnali precursori negli ultimi avvenimenti

A questo punto possiamo meglio penetrare nelle parole di Nostro Signore trascritte da Marco nel Vangelo di oggi. Il capitolo XIII è tutto quanto escatologico. Comincia con un dialogo tra i discepoli ed il Maestro a proposito della solidità degli edifici che si elevavano nelle prossimità del Tempio, meritando da parte di Gesù la profezia: "Non rimarrà pietra su pietra che non sia distrutta" (v. 2). Evidentemente, quest’ affermazione ha acuito la curiosità degli Apostoli e la grande domanda riguardava l’occasione in cui si sarebbero svolti questi avvenimenti. Gesù non rivela date, ma annuncia i segnali che la precederanno: "Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori. State attenti!" ( v. 8).

Altri segnali e consigli sono concessi da Lui agli Apostoli nei versetti successivi, che culminano con una viva descrizione degli ultimi avvenimenti prima della conflagrazione finale del mondo: "Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe, ma Egli ha abbreviato quei giorni in considerazione degli eletti che si è scelto" (v. 20). "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (v. 31).

In questo passaggio del suo discorso escatologico, Gesù risponde alla domanda iniziale degli Apostoli: "Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre" (v. 32). I Padri della Chiesa commentano che, collocandosi tra coloro che non sanno, Gesù ha fatto uso della diplomazia per non rattristare i discepoli con il fatto di non voler fare loro rivelazioni, ma sarebbe impossibile che non lo sapesse, perché non ci può essere alcuna differenza fra il Padre e il Figlio: "Sempre quando [Egli] manifesta di ignorare qualcosa non si trattiene per ignoranza, ma perché non è il momento giusto per parlare o agire" (5)

Questi sono gli antecedenti che spiegano il Vangelo d’oggi.

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20 nov. – 34° domenica del t.ord. – Cristo Re dei cuori e delle nazioni

Tracce per omelie

Commento al Vangelo della 34ª domenica del tempo ordinario

Il premio e il castigo

Nostro Signore descrive gli ultimi momenti della storia del mondo, quando saremo tutti riuniti per il Giudizio Finale

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
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"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo (…). Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. (…) E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna" (Mt 25, 31-46).

 

 

Per ragione di brevità, del Vangelo della 34ª domenica del tempo ordinario focalizzeremo solo i passi citati sopra.

Nelle letture dei giorni precedenti, Gesù insiste sulla necessità di essere preparati al momento di comparire davanti al tribunale divino. In questo senso è la parabola delle vergini stolte e sagge, con cui inizia il capitolo 25 di San Matteo. Lo stesso si dica della parabola dei talenti, che sopraggiunge subito dopo. Entrambe illustrano il discorso escatologico iniziato nel capitolo 24 dallo stesso evangelista, quando il nostro Redentore ammonisce sugli avvenimenti che segneranno la fine del mondo: "Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo …".

Era naturale che, a seguito di questi insegnamenti, Egli passasse alla descrizione dell’ultimo atto della storia dell’umanità: il Giudizio Finale.

La seconda venuta di Gesù

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a Lui tutte le genti …".

Così Nostro Signore inizia la descrizione degli istanti finali degli uomini su questa terra. Meditiamo su questo, seguendo il categorico consiglio dell’Ecclesiastico: "In tutte le tue opere, medita sui tuoi novissimi e non peccherai eternamente" (7,40). "Novissimo" è un termine che viene dal latino novus, e vuol dire anche "ultimo". È con questo significato che la Scrittura lo utilizza, per indicare gli ultimi avvenimenti della nostra vita: morte, giudizio, Cielo o Inferno.

Per iniziare, osserviamo il linguaggio utilizzato ora dal Divino Maestro. Non si esprime più per comparazione né per metafora ("Il regno dei cieli è simile…"), ma parla direttamente: "Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria …".

Non ci lascia dubbi quanto alla realizzazione del Giudizio Universale, verità, del resto, annunciata altre volte da Lui stesso: "Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. (…) nel giorno del giudizio per Tiro e per Sidone ci sarà una sorte meno dura della vostra!" (Mt 11, 21-22). "Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona" (Mt 12, 41).

Il tribunale

"Tutte le genti saranno riunite davanti a lui", dice il Signore. Ossia, nessun uomo, per quanto potente sia stato, potrà sottrarsi a questa convocazione. Non ci sarà spazio per eccezioni, tergiversazioni, ritardi. L’ordine è perentorio.

Anche gli angeli dovranno comparire, afferma Gesù: "… e tutti gli angeli con lui". Ora, se sono gli uomini che saranno giudicati, qual è la ragione di questa presenza angelica?

Come spiega la Summa Teologica, il Giudizio Finale "si relaziona in qualche modo con gli angeli, nella misura in cui essi hanno interferito negli atti degli uomini". Così, il principale ruolo delle creature angeliche sarà quello di servire da testimoni.

Tuttavia, in qualche maniera, anche gli angeli saranno giudicati: "Non sapete che giudicheremo gli angeli?", chiede San Paolo (1 Cor 6, 3). E San Pietro afferma lo stesso riguardo ai demoni: "Dio, infatti, non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell'inferno, serbandoli per il giudizio" (2 Pe 2, 4). Gli angeli di Dio avranno un premio, che sarà la grande gioia in vista della salvezza dei loro protetti, mentre i demoni avranno un’aggiunta di tormento, "moltiplicandosi la rovina dei malvagi che da loro furono indotti al peccato" (Summa, Supplem. 89, 8).

Anche per quanto concerne la costituzione del tribunale, certi uomini avranno un ruolo importante: saranno co-giudici con Nostro Signore. Questo è affermato, tra l’altro, da San Paolo: "Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?" (1 Cor 6,2). Secondo la Summa, questi co-giudici, "uomini perfetti", giudicheranno per comparazione con se stessi, perché "hanno impresso in se stessi i decreti della giustizia divina" (Supplem. 89, 1).

Separazione dei giudicati: la fine dei relativismi

Torniamo alle parole del Signore nel Vangelo:

"… ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra".

Nella vita su questa terra, l’anima umana, per una specie d’istinto spirituale, cerca incessantemente la verità, il bene e il bello. Anche quando commette peccato, questi istinti spirituali continuano a operare. Inoltre, ogni uomo ha come impressi nell’anima i Dieci Comandamenti.

Per tutto questo, nessuno riesce a praticare il male per il male, professare l’errore per l’errore, ammirare l’orrendo per l’orrendo.

Così, se i pensieri, desideri e atti di un individuo cominciano a fuggire abitualmente dalle leggi di Dio, egli sente la necessità imperiosa di giustificarli, razionalizzandoli, cioè, cercando per loro spiegazioni razionali, per quanto assurde esse siano. E la via di uscita consiste generalmente nel cercare una conciliazione tra la verità e l’errore, il bene e il male, il bello e l’orrendo.

Tutto quello che prima era per lui di una luminosità cristallina, diventa di un’indefinitezza nebulosa e bigia. Ed egli affonda nel relativismo, funesto difetto morale, tanto comune nel corso della storia, causa di tanti errori dottrinari che hanno allontanato dalla Chiesa Cattolica e dalla via della virtù milioni e milioni di anime.

Nel Vangelo qui commentato scompaiono ogni capriccio e fantasticheria riguardo la conciliazione tra questi valori inconciliabili. "Non datur tertius" — non esiste una terza soluzione possibile nel giorno del Giudizio. Il nostro destino sarà il Cielo o l’Inferno. Sarà la più folgorante e universale manifestazione dell’Assoluto nell’ordine della creazione.

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13 novembre, 33° Domenica del Tempo Ordinario

Tracce per omelie

Commento al Vangelo XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Una via sicura
per la salvezza eterna

 

I servi fedeli trascorrono tutto il periodo d’assenza del loro padrone servendolo con serietà e sospirando in attesa del suo ritorno. Al suo arrivo, sapendo che li vuole vedere, gli vanno velocemente incontro. Il servo infingardo, al contrario, lo accusa di essere ingiusto. Il suo modo di fare si erge, così, a paradigma del comportamento dei peccatori che cercano di giustificare le proprie colpe, attribuendo a Dio la causa delle stesse.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
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Vangelo

"Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti" (Mt 25, 14-30).

 

I – Serietà in tutti i nostri atti

Nella parabola dei talenti — così come in quella delle vergini sagge che la precede e con la quale forma un insieme coerente — Gesù ci insegna la via della felicità eterna. Entrambe iniziano con una analogia: "Il regno di Dio è simile a…". Infatti, parabola, nella lingua greca, significa: comparazione.

Il capitolo precedente del Vangelo di San Matteo, precedendo questi due passaggi, ci riporta la descrizione della fine del mondo, pronunciata dalle labbra dello stesso Salvatore. Anche la conclusione avviene tramite una parabola, quella del "servo malvagio", respinto e gettato nel luogo dove "ci sarà pianto e stridore di denti".

Nuova ottica per la parabola dei talenti

Nel passo del Vangelo di questa domenica immediatamente precedente a quella di Cristo Re, ultima dell’anno liturgico, gli esegeti sono soliti sottolineare il conto che, alla fine della vita, ognuno di noi dovrà rendere a proposito dei "talenti" ricevuti da Dio.

Gli insegnamenti di Gesù, tuttavia, sono di una ricchezza inesauribile e possono essere contemplati da un’infinità di punti di vista. Uno di questi — e molto importante — è la serietà con la quale ogni uomo deve cercare di assolvere il compito o esercitare la funzione che gli è stata affidata, soprattutto, se questi sono stati comandati, non da un padrone terreno, ma dallo stesso Dio.

Serietà nel vedere, giudicare e agire

La rapidità frenetica della modernità rende difficile la riflessione sugli avvenimenti quotidiani. Di qui il fatto che l’uomo contemporaneo tende alla superficialità di pensiero e a non analizzare in profondità le conseguenze, buone o cattive, dei propri atti.

Ora, tutto in questa vita è serio, poiché siamo creature di Dio ed "è in Lui che abbiamo la vita, il movimento e l’esistenza" (At 17, 28). Così, il più banale dei nostri atti ha una relazione con realtà altissime e può arrecarci gravi conseguenze o porci di fronte ad onerose responsabilità, se non è eseguito come si deve.

Per questo, esercitare seriamente una funzione, esige da parte nostra, in primo luogo, una completa obiettività. È necessario vedere la realtà come essa è, senza veli né preconcetti, e senza permettere che sia distorta da ansietà o frenesie. Da questa coerenza di visione e giudizio, emanerà la serietà nell’agire. Quello che si deve fare deve essere cominciato subito, eseguito per intero, senza perdita di tempo e senza interruzioni inutili.

Siamo alberi i cui frutti sono poveri, raggrinziti e, frequentemente, marci

Non dimentichiamo che senza l’ausilio della grazia, la natura umana è incapace di praticare stabilmente la propria Legge Naturale e perfino di fare qualcosa di meritorio per la salvezza eterna (1). Per la nostra natura decaduta, siamo alberi i cui frutti sono poveri, raggrinziti e, frequentemente, marci. Solo quando la linfa della grazia circola con forza nel fusto e nei rami di quest’albero, raggiungendo perfino il fogliame più distante dalla radice, produciamo frutti abbondanti e buoni.

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6 novembre – Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario

Tracce per omelie

Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

Sacra Scrittura
I Lettura: Sap 6,12-16;
Salmo: Sal 62;
II Lettura: 1Tes 4,13-18;
Vangelo: Mt 25, 1-13


NESSO TRA LE LETTURE

È indispensabile acquisire quella saggezza che ci dispone all'incontro definitivo con Dio, nostro Signore.
La liturgia di oggi ci prepara per la solennità di Cristo Re dell'Universo. La prima lettura fa un elogio della sapienza, e sottolinea che "colui che la ricerca la trova". Dunque, non è lontana da noi. Se vogliamo, possiamo trovarla (prima lettura). Questa saggezza non consiste effettivamente in un gran *censura*ulo di dati scientifici, ma è piuttosto una "sapientia cordis". È una conoscenza profonda, è esperienza di Dio e del suo amore; una conoscenza chiara di se stessi e degli uomini, fratelli in Cristo.

Anche il Vangelo ci parla della saggezza e della prudenza delle vergini, ben preparate per l'arrivo dello sposo. Il Regno dei cieli è paragonato ad un banchetto nuziale, e viene ribadita la necessità di essere preparati, perché non si conosce l'ora in cui lo sposo arriverà. Le vergini sono sagge, perché hanno saputo prepararsi adeguatamente, portando con sé una buona scorta d'olio, che manterrà accese le loro lampade. Le altre vergini sono stolte, perché si sono lanciate sprovvedutamente per le strade della vita; non avevano immaginato che lo sposo avrebbe potuto tardare; non si sono rese conto che il tempo avrebbe potuto dissolvere le loro aspirazioni e le loro speranze, e così hanno scoperto con sgomento che, quando già si poteva udire la voce dello sposo, non c'era più olio a tener accesa la loro lampada. Non erano pronte a intraprendere la processione finale, quella che conduce alla casa dello sposo (Vangelo).

San Paolo, nella sua lettera ai Tessalonicesi, parla loro dell'importanza di mantenere la fede, e compatisce coloro che muoiono come se non ci fosse un'altra speranza. Tutti coloro che credono in Cristo e appartengono a Cristo, "staranno sempre col Signore". Per questa ragione, il cristiano deve vivere consolato dalla gioiosa e profonda speranza di Cristo Gesù.

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30 ottobre – XXXI domenica del tempo ordinario

Tracce per omelie

Commento al Vangelo della XXXI domenica del Tempo Comune

Il lievito farisaico

 

"Voi avete per padre, il diavolo…" (Gv 8, 44)

Così come la santità contiene tutte le virtù, il fariseismo – per così dire – abbraccia tutti i peccati. Per proteggerci dal "lievito dei farisei", male di tutte le epoche, Gesù lancia contro di loro un’invettiva implacabile, arrivando al punto di chiamarli "figli del diavolo".

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

Vangelo

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato (Mt 23, 1-12).

 

I – Odio dei farisei contro Gesù

Il demonio in origine era un angelo, puro spirito creato da Dio nella verità. In questa egli si comportava in stato di prova, che consisteva nel restituire al Creatore l’essere, i doni e le qualità da Lui ricevuti, prestandogli un giusto culto di latria. Ad un certo momento, quest’angelo di luce ha deciso di abbandonare, per libera volontà, questo cammino, penetrando nelle tenebre della morte, del peccato e della falsità. È stato lui a fare il primo passo nella rottura con l’ordine dell’universo e, soprattutto, con lo stesso Dio, comandando l’opposizione contro il Supremo Legislatore. Si è ribellato ed ha respinto l’invito ad essere luce in Dio, per diventare menzogna lui stesso; per pura presunzione, ha voluto essere Dio lui stesso, smettendo di esserlo per partecipazione; ha preferito l’adorazione della sua natura tratta dal nulla, per ottenere così l’eterno disprezzo di Dio.

Questo è il diavolo! E i farisei sono i suoi figli, secondo quanto afferma la voce infallibile di Gesù.

Antagonismo tra Gesù e i farisei

I vangeli sono imbevuti da cima a fondo di una radicale opposizione tra Gesù e i farisei. Questo antagonismo ha inizio già con il Precursore, tanto ricercato dai giudei per aver egli fama di santità e di profetismo. Così Giovanni Battista ha trattato i farisei ( come anche i sadducei), prima ancora della comparsa del Messia: "Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? Non crediate di potervi giustificare interiormente, dicendo: Abbiamo Abramo per padre" (Mt 3, 7-9).

Da parte sua, lo stesso Gesù – nel dichiarare i parametri, le dottrine e i fini apostolici dell’azione che da Lui sarebbe stata svolta – ha reso manifesta l’impossibilità di un avvicinamento o di un’armonia con i farisei. Il sermone delle beatitudini (1) colloca in equilibrio chiaro e definito i principi etico-morali adottati da Gesù, nella loro grande maggioranza in contrapposizione a quelli dei farisei. Saremmo veramente ingenui se pensassimo che è stata solo l’invidia la causa dell’odio deicida dei farisei contro il nostro Redentore. Certo, questo vizio capitale avrà potuto concorrere come una delle componenti della furia demolitrice, ma il dissenso ha avuto come base due concezioni differenti, addirittura alternative, di carattere religioso-politico.

Egolatri e approfittatori, i farisei rifiutano Dio

I farisei avevano ridotto la religione a una scrupolosa osservanza di microprecetti, a scapito della pratica della vera Legge: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del *censura*ìno e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. (…) Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!" (Mt 23, 23-24). Questo succedeva, tra le altre ragioni, anche a causa della grande presunzione nella quale erano immersi, come è facile notare nella parabola del fariseo e del pubblicano, narrata da Gesù riferendosi ad "alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri" (Cfr Lc 18, 9-14). Ad essi non era estranea nemmeno l’avarizia. Per farci un’idea approssimativa di questo fondo di cattiveria, basti ricordare la parabola dell’amministratore infedele, alla fine della quale l’Evangelista ci racconta: "I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: "Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio" (Lc 16, 14-15). Per essersi posti al centro delle loro stesse preoccupazioni, per essere essi egolatri e pertanto, per aver voltato le spalle a Dio, abusavano dei poteri spirituali, approfittandone per accumulare beni materiali.

Questo rifiuto di Dio, che è così fortemente recriminato da Gesù, costituisce uno dei grandi peccati dei farisei: "So che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste" (Gv 5, 42-43). Poiché essi non praticano l’amore a Dio, non lo esercitano neppure in relazione al prossimo: "Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa" (Mt 12, 7). Questa carenza di bontà dei farisei traspare più ancora nella parabola del buon samaritano, nella quale il levita e il sacerdote sono condannati per la mancanza di misericordia verso il loro fratello, mentre il samaritano viene indicato come modello da seguire: "Va’ e fa’ anche tu lo stesso" (Lc 10, 30-37).

Invettive di Gesù

Le discussioni di Gesù con i farisei sono diventate via via sempre più tese fino ad assumere il carattere di censure vere e proprie. Egli li condanna in forma violenta, chiamandoli figli del diavolo e imitatori del loro padre, omicidi e ladri, vipere e varie volte ipocriti (2). Per quanto riguarda quest’ultimo appellativo e più specificatamente le recriminazioni riportate nel capitolo 23 di Matteo, alcuni esegeti arrivano a definirle come il sermone delle otto maledizioni, in contrapposizione alle otto beatitudini. Secondo questi esegeti, con un sermone Matteo apre, nel suo Vangelo, la narrazione della vita pubblica di Gesù, e con l’altro la chiude.

In ogni occasione Gesù fa cadere i farisei in contraddizione con sé stessi a proposito delle loro attitudini e delle loro dottrine. D’altronde, succede sempre che, nel momento in cui Dio smette di essere il centro delle preoccupazioni, dei pensieri e delle azioni di un singolo o di un gruppo sociale, non tardano a sorgere le contraddizioni, perché quando manca la premessa maggiore, è compromessa la sostanza del sillogismo. Sarebbe troppo lungo ricordare ad uno ad uno tutti gli scontri di Gesù con i farisei. È sufficiente rievocare il caso della guarigione di un idropico nel giorno di sabato, a casa di uno di loro. Gesù lancia contro di essi un’invettiva: "Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?" (Lc 14, 5).

Questo atteggiamento così categorico e perentorio di Gesù contro i farisei ha un suo solido fondamento, se si considera che essi erano veri lupi travestiti da pastori. Non si stancavano mai di calunniare il Signore, manifestandoGli in ogni occasione una forte antipatia. Lo accusavano di essere posseduto dal demonio, di lasciarsi coinvolgere da persone di malaffare, di infrangere la legge del sabato, ecc. Inoltre, erano sempre pronti ad alterare i fatti e le parole da Lui proferite, come è successo, per esempio, nell’episodio dell’espulsione del demonio che aveva reso sordomuto un povero uomo; in questa occasione lo hanno calunniato, affermando che lo aveva esorcizzato e guarito in virtù del potere di Belzebú (3).

Furia dei farisei

Questa opposizione, latente all’inizio, è diventata via via sempre più manifesta, categorica e pubblica, al punto da produrre una scissione nell’opinione pubblica del popolo giudaico. Da un lato, la maggioranza si chiedeva se di fatto Gesù non fosse davvero il Messia, ritenendo impossibile che qualcuno fosse in grado di realizzare più miracoli di Lui (4). Dall’altro, questo crescente mormorio, tra la gente, ha portato i farisei ad appoggiare i capi dei sacerdoti quando questi hanno decretato di imprigionare il Salvatore. Intanto, le stesse guardie affermavano: "Nessun uomo mai ha parlato come quest’uomo", e non hanno voluto catturarlo (Gv 7, 46).

Se l’odio dei farisei contro Gesù si manifesta tanto radicale alla fine del settimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, al termine dell’ottavo esso è ancora più drastico: "Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio". (Gv 8, 59). Nel capitolo seguente, dopo la guarigione di un cieco, i farisei, furenti, gettano quest’ultimo fuori dalla sinagoga, insultandolo e accusandolo di essere discepolo di Gesù. Il capitolo 10 ci riferisce di un nuovo vano tentativo di catturare il Signore. Il punto culminante di questa collera si verifica dopo la resurrezione di Lazzaro: "Da quel giorno dunque decisero di ucciderLo" (Gv 11, 53).

Si direbbe che, crocifiggendo Gesù, sarebbero stati finalmente soddisfatti. Ma così non fu. I capi dei sacerdoti e i farisei pretesero da Pilato una stretta vigilanza presso il sepolcro, al fine di evitare che venisse rubato il corpo di Gesù, e, a seguire, sigillarono la pietra del sepolcro, lasciando lì due guardie.

Nelle sue linee generali, questa è la realtà dell’odio dei farisei contro il Divino Maestro, che è indispensabile tener ben presente per poter analizzare il Vangelo di oggi.

 

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23 ottobre – XXX domenica del tempo ordinario

Tracce per omelie

La sapienza umana contro la sapienza divina!

 

La domanda presentata dal fariseo a Gesù è frutto della sapienza umana ed è diretta a colui che è colmo di Sapienza divina. Il dottore della legge però non pone tale domanda per conoscere la verità, ma per provocare Gesù, il quale gli risponde in modo semplice e sorprendente: l’amore a Dio!

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
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"Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti" (Mt 22, 34-40).

 

I – La virtù dell’amore

Il fondamento dell’amore è molto più profondo di quanto generalmente si immagini. L’amore — come afferma Sant’Agostino (1) —  trascina come un peso coloro che si amano e produce un forte desiderio di presenza e di unione, trovando la sua espressione più significativa nell’abbraccio tra coloro che si amano.

Tutto ciò che è frutto della creazione trova la sua fonte nell’onnipotenza divina, incluso l’amore, il cui principio è eterno e procede dal Padre e dal Figlio. Entrambi, amandoSi, originano questa tendenza con una forza tanto straordinaria che genera una Terza Persona. Così come l’amore produce in noi un’inclinazione all’essere amato, Padre e Figlio, esseri infinitamente amabili, amano il Loro proprio Essere Divino. In ciò risiede l’origine dell’Amore, in quanto Persona proveniente dall’unione tra Padre e Figlio.

La Genesi, nel narrare la grande opera della Creazione, descrive l’ amore ed il compiacimento di Dio verso le opere da Lui create. Di conseguenza il grado di perfezione di ogni essere scaturisce dalla sua capacità di amare ed è in proporzione di questa.

La virtù più importante per la salvezza

Nel Vangelo, abbiamo innumerevoli esempi significativi dell’immenso amore di Dio e della sua infinita misericordia. In proposito basti ricordare quando il Figlio di Dio loda la Fede del centurione (cfr. Lc 7, 9) o quella della cananea (cfr. Mt 15, 28), a cui fece anche dei miracoli, o si ricordi quando Gesù esalta la fede di Pietro, dichiarando che la risposta di Pietro procede da una rivelazione fatta dal Padre e che per tale semplice ragione non esita a proclamarlo beato (cfr. Mt 16, 17).

Parlandoci dell’amore Gesù ci spiega, inoltre, come tale virtù sia, di per sé stessa, capace di perdonare un enorme numero di peccati. Ciò appare evidente quando arriva a difendere pubblicamente una peccatrice da coloro che l’accusavano: "Perché molto ha amato" (Lc 7, 47). Ora, non ci possiamo dimenticare di come il Signore conosce il valore e il premio di ogni atto di virtù. Dobbiamo, pertanto, di fronte alla salvezza eterna, comprendere quanto sia più importante amare che praticare la fede.

Gesù, supremo modello di amore

Alla luce di tutto ciò e per comprendere questa virtù nel suo più alto grado di perfezione è indispensabile ammirarla in Cristo Gesù e cercare di imitarLo.

L’amore del Verbo Incarnato, infatti, è veramente speciale, in quanto soprannaturale ed ha per oggetto l’Essere Supremo. C’è, però, una notevole differenza tra Lui e noi. Nel Figlio di Dio, l’amore divino e quello umano, per l’unione ipostatica, si congiungono in una sola Persona. Quanto a noi, "l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo" (Rm 5, 5), ossia, esso ci è stato donato ma per poterlo ottenere, dobbiamo chiederlo.

Nonostante questa differenza, Gesù è, e resta, il nostro insuperabile modello, poiché è impossibile trovare in Lui una volontà diversa da quella del Padre e, nella medesima direzione deve essere orientato il nostro amore. Tuttavia, sebbene in Gesù non ci sia mai stata fede – poiché, dal primo istante della sua esistenza, la Sua anima si è trovata nella visione beatifica – in noi, questa virtù deve esser sempre accompagnata da un caloroso amore, il più somigliante possibile a quello di Gesù.

La fede del cristiano e la fede dei demoni

Commentando la prima lettera di San Giovanni, così si esprime Sant’Agostino: "‘Perché anche i demoni credono e tremano’, come dice la Scrittura (Tg 2, 19). Che cosa hanno potuto i demoni credere di più che il dire: ‘Sappiamo chi sei tu, il Figlio di Dio’ (Mc 1, 24)? Quello che hanno detto i demoni, lo ha detto anche Pietro. […] Così, infatti, dice Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’ (Mt 16, 16). Dicono anche i demoni: ‘Sappiamo che sei il Figlio di Dio ed il Santo di Dio’. Com’ è evidente, Pietro, pur usando le medesime parole utilizzate dai demoni, attribuisce alle stesse un senso profondamente diverso.

"E come facciamo a dire che Pietro diceva questo per amore? Perché la fede del cristiano è sempre accompagnata da amore, mentre la fede del demonio non ha amore. In che modo è senza amore? Pietro diceva questo per abbracciare Cristo, mentre i demoni lo dicevano affinché Cristo si allontanasse da loro. Perché prima di dire ‘sappiamo chi sei tu, il Figlio di Dio’, avevano detto: ‘Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci prima del tempo?’ (Mc 1, 24). Appare ben evidente che riconoscere Cristo con l’intenzione di abbracciarLo, è ben diverso dal riconoscere Cristo col proposito di allontanarLo da sé.

"Dunque, è chiaro che quando, in questo passo, Giovanni dice: ‘Colui che crede’, intende riferirsi ad una fede peculiare, autentica e profondamente sentita, non ad una fede grossolana.

"Vi riferisco l’esempio dei demoni, cari fratelli, perché nessun eretico venga a dirci: ‘Anche noi crediamo’.Non vi rallegriate per le parole di quelli che credono, ma esaminiate le opere di quelli che vivono" (2)

Colui che ama il Padre ama il Figlio

Il grande Vescovo di Ippona conferisce una così grande importanza al fatto che alla fede si unisca l’amore, che non ha timore di fare commenti in proposito e di provocare e scuotere anche le mentalità più relativiste:

"E chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato (I Gv 5, 1). Ha unito in seguito l’amore con la fede, poiché la fede senza amore è vana. Con amore, è la fede del cristiano; senza amore, la fede del demonio. Ora, coloro che non credono sono peggiori dei demoni, più induriti degli stessi demoni. Si trova in giro qualcuno che non vuole credere in Cristo: questo qualcuno non imita neppure i demoni. Ci sono altri, tuttavia che non credono in Cristo, ma Lo odiano… Sono come i demoni, che temevano di essere castigati e dicevano: ‘Che c’entri con noi, Gesù Nazareno?’ Sei venuto a rovinarci prima del tempo? (Mc 1, 24). Aggiungi a questa fede l’amore, al fine che si converta in quella fede di cui parla l’Apostolo: ‘ La fede che opera per mezzo dell’ amore’ (Ga 5, 6).

"Se hai incontrato questa fede, hai incontrato un cristiano, hai incontrato un cittadino di Gerusalemme, hai incontrato un pellegrino che sospira per il cammino, unisciti a lui, sia egli un tuo compagno, corri insieme a lui. Chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi da Lui è stato generato. Chi ha generato? Il Padre. Chi è stato generato? Il Figlio. Pertanto, che cosa dice Giovanni? Chiunque ama il Padre, ama il Figlio" (3).

Nell’amore troviamo la tanto agognata felicità

Certamente talmente tante sono le considerazioni circa la virtù dell’amore, che non può esserci enciclopedia capace di abbracciare i tesori emanati dall’oratoria e dagli scritti dei Santi, Padri, Dottori, teologi, esegeti, ecc.

Alla luce di una visione dell’amore così prospettata,, dobbiamo esaminare le tre letture della Liturgia di questa XXX Domenica del Tempo Ordinario. In questa fondamentale virtù, infatti, risiede la tanto agognata felicità, come ci insegna San Tommaso d’Aquino: "In quanto amore verso Dio, ci fa disprezzare le cose terrene e unirci a Lui. Per questo allontana da noi il dolore e la tristezza, e ci dà la gioia del divino: ‘il frutto dello Spirito Santo è carità, gioia, pace’ (Ga 5, 22)" (4). Considerato quanto esposto in precedenza, possiamo con viva fede sostenere che l’amore altro non è che il dulcis Hospes animae, l’Amico per eccellenza che abita in tutte le anime in stato di Grazia.

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16 ottobre – XXIX domenica del tempo ordinario

Tracce per omelie

Commento al Vangelo della 29ª domenica del tempo ordinario

Dare a Cesare, o dare a Dio?

Vivendo in armonia e cooperazione, la società temporale e quella spirituale offrono le condizioni per il vero progresso umano.

João Scognamiglio Clá Dias, E. P.
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L’uomo è stato creato da Dio per vivere in società, sotto due autorità: temporale e spirituale. Quale deve essere la sua attitudine verso l’una e l’altra? Ecco il tema del Vangelo della ventinovesima domenica del tempo ordinario.

"Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?". Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22, 15-21).

 

Non esiste una situazione estatica nella vita morale

La nostra vita morale si trova sempre in movimento. In altre parole, nella scala di valori tra l’estremo del bene e l’estremo del male, nessuno resta fermo in un grado determinato. Tutti stiamo in qualche modo camminando, anche se molto lentamente e impercettibilmente, in direzione di uno dei poli, o imbarazzati in un via vai continuo. Ci sono, anche, accelerazioni verso una direzione o l’altra, risultanti da un grande atto di virtù o da un gravissimo peccato. In questa scala, pertanto, il movimento è costante, come sottolineano numerosi teologi.

Ora, davanti al Figlio dell’Uomo, questo fenomeno si è verificato in forma intensa nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la grazia di conoscerLo e, più ancora, di convivere con Lui. Maria Santissima non ha fatto che ascendere in ogni istante nella sua già così alta unione con Dio. In contropartita, gli avversari di Gesù crebbero in modo continuo nell’odio verso di Lui.

I farisei giunsero a un grande grado d’indignazione udendo dalle labbra del Divino Maestro parabole allo stesso tempo severissime e di chiara applicazione su di loro, come quella dei vignaioli omicidi, e quella della festa di nozze, come narra il Vangelo:

"Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta" (Mt 21, 45-46).

È stata questa la circostanza che li ha portati a riunirsi urgentemente in consiglio. Questo stesso episodio è menzionato in altri termini da San Marco (Mc. 12, 12-13).

Tanto dalla narrazione dell’uno, quanto da quella dell’altro evangelista, è chiaro il dilemma nel quale si trovavano i farisei. Da un lato, desideravano catturare Gesù per ammazzarLo. Dall’altro, era loro impossibile agire in questo senso, poiché i miracoli, le parole e la stessa figura del Divino Maestro scuotevano il popolo, che non Lo abbandonava nemmeno un istante. Come realizzare questo orrendo crimine contro uno costantemente attorniato di fedeli? CatturarLo nel silenzio della notte, in forma inattesa, seria o ideale, ma anche impossibile, visto che il Redentore non dava mai loro l’opportunità di sapere dove Egli sarebbe stato dopo il calar del sole.

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9 ottobre 2011 – Ventottesima domenica del tempo ordinario

Tracce per omelie

Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A


Sacra Scrittura

I Lettura: Is 25,6-10a;
Salmo: Sal 22;
II Lettura: Fil ,4,12-14.19-20-9;
Vangelo: Mt 22, 1-14


NESSO TRA LE LETTURE

La lettura del profeta Isaia è un brano sommamente consolatore. Ci mostra l'intenzione salvìfica di Dio che prepara per i tempi messianici un sontuoso banchetto sul monte Horeb. Dio asciuga le lacrime da ogni volto, e allontana ogni bruttura e sofferenza. La promessa della salvezza sarà perfettamente compiuta (prima lettura). Anche il vangelo ci parla di un banchetto, ma toni e circostanze sono ben distinti. Si tratta della parabola degli invitati scortesi, che non accettarono l'invito a partecipare al banchetto nuziale (Vangelo). Nel testo del profeta Isaia si sottolineava, specialmente, il dono che Dio prepara per i tempi messianici, invitando tutti i popoli della terra. Nella parabola evangelica, invece, sono poste in rilievo la libertà e la responsabilità degli invitati al banchetto. Il matrimonio era pronto, ma gli invitati non lo meritavano. Vergognosamente, avevano alzato le mani sui servi, e li avevano percossi, fino ad ucciderli. Che strano modo di ricambiare qualcuno che ha appena offerto un invito ad un banchetto! Quanto tragica e drammatica è la fine di quegli invitati scortesi: le truppe del re incendiarono la loro città e sterminò gli assassini! Si tratta, dunque, di una parabola correlata con quella che abbiamo letto domenica scorsa (quella dei vignaioli omicidi), e che mostra chiaramente che coloro che erano stati scelti per partecipare al banchetto si sono comportati in modo spregevole, non hanno riconosciuto la propria condizione di invitati o di contadini prediletti. Hanno voluto arricchirsi delle proprietà del re, hanno voluto sostituirsi a lui, disprezzandolo, e hanno perduto se stessi, divenendo degli assassini. Dio, in Gesù Cristo, invita l'uomo al banchetto eterno, offrendogli la salvezza. Da parte di Dio, tutto è compiuto; ma è l'uomo che, liberamente e generosamente deve accorrere al banchetto. Come san Paolo, bisogna far esperienza di Cristo e del suo amore, per poter affrontare qualunque difficoltà della vita: "tutto posso in colui che mi dà forza" (seconda lettura).


Messaggio dottrinale

Nei tempi messianici Dio asciugherà le lacrime da tutti i volti. Un inno della liturgia delle ore dice: "Signore, mi hai dato gli occhi non solo per piangere, ma anche per contemplare". Capita, in alcuni momenti della vita, di credere che la propria esistenza non sia altro che pianto e sofferenza ininterrotta. Sono tante le pene degli uomini! Tribolazioni di interi popoli, sepolti nella loro miseria, perseguitati da flagelli e malattie come l'Aids o la malaria; il tormento di migliaia di giovani, prigionieri nella morsa della violenza, o della spirale della droga, del sesso, della perdita di senso; i patimenti di tanti malati incurabili, in stato terminale, o in stato critico; le angosce di tante famiglie disunite. Il Signore non è estraneo a tutte queste sofferenze. Egli raccoglie le nostre lacrime nelle sue mani, come descrive bene il salmo 56:
"I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli;" (Sal 56,9).

Il Signore "vede le nostre lacrime", (cf. 2Re 20,5), "ascolta le nostre lacrime" (Sal 39, 13). Il Signore si commuove davanti alle lacrime degli uomini. "Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me" (Is 49,16). Il Signore si prende cura di noi come un padre dei suoi figli: "Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare", (Os 11,3-4).

Il Signore prepara, dunque, un banchetto per la fine dei tempi. In suo Figlio, Egli ci ha espresso tutto il suo favore; in Lui ci ha mostrato quanto preziosa è agli occhi di Dio la vita dell'uomo, perché ha inviato suo Figlio in sacrificio: "per riscattare lo schiavo, consegnò suo Figlio". Egli ha cura di noi e nessuna delle nostre vie gli è ignota. Egli viene a cercarci là dove il peccato ci ha dispersi. Sì, alla fine dei tempi il Signore non solo asciugherà ogni lacrima di chi cercherà rifugio presso di Lui, ma già, fin da ora, è la consolazione e la gioia del cuore contrito e vilipeso. Apriamogli il nostro cuore, perché Egli possa prendersi cura di noi. Nella profezia di Isaia, per la prima volta, si postula il tema dell'immortalità: "Il Signore degli eserciti eliminerà la morte per sempre".

Dio ci dà le forze per superare le contrarietà. Nella seconda lettura, Paolo si rivolge ai Filippesi mostrando loro che egli è abituato a tutto. Sa vivere in povertà come nell'abbondanza. Conosce l'agio e la privazione, e si è esercitato nella pazienza, di fronte alle grandi difficoltà del suo ministero. "Tutto può in colui che gli dà forza". Il cristiano, come Paolo, sa che in Cristo trova la forza necessaria a perseverare nel bene, per realizzare la propria missione. Sa che non è mai solo, nelle alterne vicende della vita. È consapevole di continuare a riprodurre, con la propria esistenza, con le proprie sofferenza e col proprio amore, il mistero di Cristo. Per ciò, possiamo dire che:

– l'amore per Cristo ci dona la costanza nel compimento dei nostri doveri. Il nostro dovere di stato costituisce il nostro primo obbligo. Per mezzo di questa fedeltà ai doveri di ogni giorno, continuiamo a costruire il Regno di Cristo nel mondo. Quanti sono i santi, religiosi o laici che giunsero alla santità proprio attraverso il compimento ordinario dei loro doveri!

– l'amore per Cristo ci dona la pazienza per sopportare le contrarietà. Non sono poche né piccole le avversità che un uomo, un cristiano, una persona amante della giustizia e della verità deve affrontare. Ostilità di ogni tipo, a volte interiori, intime, profonde; a volte esteriori, offese dei nemici, incomprensioni con gli amici, attriti coi propri cari, malattie, morte… Solo l'amore di Cristo e l'amore per Cristo possono dare una risposta convincente al mistero del male.

– l'amore per Cristo ci dona il coraggio per vincere le nostre paure e diffidenze. Il Papa non cessa di ripetere, anche ora, nella sua vecchiaia, che non dobbiamo aver paura; che dobbiamo lottare per il bene, che dobbiamo "puntare al largo" che dobbiamo essere "le sentinelle" del mattino, che annunciano che la notte sta ormai passando, e che giunge la speranza di un nuovo giorno. In Cristo troveremo la forza per superare le nostre paure.

– l'amore per Cristo ci dona la forza per realizzare la nostra missione nella vita. Ogni persona ha una propria missione in questa vita. Spesso sentiamo di non avere le forze necessarie per portarla avanti. Ci si può sentire fragili o esauriti o scoraggiati, davanti alla grandezza della missione. Ma è Cristo che fortifica chi sta per cadere. Sono belle le parole che il Papa pronunciò nell'accettare la sua elezione: "A Cristo Redentore ho elevato i miei sentimenti e pensieri il 16 ottobre dello scorso anno, allorché, dopo l'elezione canonica, fu a me rivolta la domanda: "Accetti?". Risposi allora: "Obbedendo nella fede a Cristo, mio Signore, confidando nella Madre di Cristo e della Chiesa, nonostante le così grandi difficoltà, io accetto" (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n. 2).

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