Mons. Negri: le sfide della fede

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«Occorre che la Chiesa ritorni a svolgere, a educare i cristiani alla grandezza e alla novità della fede ed eserciti una funzione in qualche modo educativa nei confronti di tutti gli uomini…»

Carissimo Don Gabriele,
vorrei innanzitutto ringraziarti per l’opportunità che mi dai di fare il punto della situazione di un periodo per me nuovo della mia vita, in cui il venir meno di un impegno puntuale, quotidiano per la cura di una chiesa particolare alla quale ho atteso con grande energia (spero con qualche frutto almeno di fronte a Dio, non di fronte agli uomini!), mi ha consentito e mi consente di sintonizzarmi molto di più sulla vita della chiesa universale, sulle sue esigenze: sui suoi problemi, sulle sue difficoltà, che sarebbe inutile o irresponsabile negare.

Ora però penso che soffermarsi sulle difficoltà non sia utile per la vita della Chiesa, che noi amiamo, e che abbiamo imparato ad amare dai primi anni della nostra esistenza con i genitori e poi nelle grandi esperienze formative che abbiamo fatto (i più rilevanti sono stati sicuramente gli anni del seminario).
Noi l’amiamo più che nostra madre: proprio perché capiamo cos’è nostra madre capiamo che cos’è la Chiesa!
Io penso che sia meglio chiederci che cosa serve realmente alla Chiesa di oggi, o, meglio, come ciascuno di noi può collaborare realmente alla vita della Chiesa di oggi. (altro…)

Di fronte alla crisi nella Chiesa

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Di fronte alla situazione confusa creatasi nella chiesa in questi ultimi anni, che cosa avrebbe detto il prof. Plinio Corrêa de Oliveira?
Ecco la domanda che, in numero sempre crescente, si stanno facendo tanti discepoli e simpatizzanti del noto leader cattolico brasiliano, in Italia e all’estero.
Essendo egli scomparso nel 1995, è ovviamente impossibile rispondere con certezza apodittica. Possiamo, tuttavia, tracciare un parallelo con un’altra situazione storica.

Siamo nel 1970. Le riforme liturgiche volute da papa Paolo VI (il Novus Ordo Missae), avevano suscitato forti reazioni. I fedeli si sentivano smarriti e scoraggiati. Due autorevoli cardinali – Ottaviani e Baci – avevano scritto una supplica al Pontefice, presentando un «Breve Esame Critico del “Novus Ordo Missae”». Era la punta dell’iceberg di una richiesta di chiarezza che andrà crescendo nei decenni successivi.
Sul fronte politico, il Vaticano era impegnato nella cosiddetta Ostpolitik, ovvero la politica di dialogo e di concessioni al comunismo sovietico. La sua figura di punta era mons. Agostino Casaroli. Anni più tardi, il cardinale slovacco Ján Chryzostom Korec la sintetizzerà in una frase lapidaria: “L’Ostpolitik tradì la parte sana della Chiesa, la nostra grande speranza. L’Ostpolitik le tagliò le vene, lasciando migliaia di giovani profondamente sdegnati”.
Ci fu a Roma una marcia pubblica per chiedere luce sulle riforme nella Chiesa, alla quale parteciparono quasi duemila persone. Radunati davanti a piazza S. Pietro, i manifestanti chiesero l’attenzione del Pontefice, che non ottennero. Pochi giorni prima egli aveva ricevuto nella Cappella Sistina il patriarca scismatico Vasken.

Interpellato in merito, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira scrisse, sotto forma di un fittizio scambio epistolare, l’articolo che riproduciamo qui di seguito e che, crediamo, possa riflettere in maniera assai fedele l’atteggiamento che egli avrebbe avuto ai giorni nostri di fronte all’attuale situazione.  (altro…)

Mons. Negri: la fede torni a investire la società

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Ll’intervista bomba di monsignor Luigi Negri a Libero:
“La Chiesa si è piegata all’islam e alla sinistra”

9 gennaio 2018. Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara e Comacchio, da pochi mesi Emerito, per tanti anni docente di Filosofia presso l’ Università Cattolica, si è fatto la fama di prelato del dissenso. Motivo, le sue esternazioni sugli immigrati, la comunione ai divorziati e la deriva laicista della Chiesa. Ma lui non ci sta a farsi affibbiare questa etichetta.
«Tutte le mie parole» spiega «nascono dal fatto che sono ben consapevole della gravità della situazione in cui versa il cattolicesimo odierno e ritengo che per uscire da questa situazione occorra una consapevolezza precisa di ciò che non va; per questo mi premuro di evidenziarlo».

Siamo a inizio anno e sono appena passate le feste cristiane: che augurio si sente di fare ai fedeli e ai non fedeli per il 2018?
«Mi auguro che la fede torni a investire la società e restituisca agli uomini di oggi il senso profondo dell’ esistenza».

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Il presepe LGBT di piazza San Pietro

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La lobby LGBT sembra allungare ogni giorno di più i suoi potenti tentacoli sul Vaticano. Dopo la recente notizia dell’affidamento della realizzazione del nuovo portale internet vaticano ad una società nota per le sue posizioni pro “agenda LGBT”, un articolo di Diane Montagna, pubblicato il 21 dicembre su Lifesitenews, rivela infatti come il discusso presepe di quest’anno di piazza San Pietro sia il dono di un’abbazia altrettanto nota per essere il luogo di “devozione” della comunità gay e transgender italiana.

Il presepe inaugurato lo scorso 7 dicembre 2017, realizzato dalla Bottega d’Arte presepiale Costabile e Cantone di Napoli, che ha come tema le sette opere della Misericordia, è stato, per l’appunto, donato dall’Abbazia di Montevergine, un santuario in provincia di Avellino, caro ai devoti omosessuali e transgender, in quanto al suo interno è venerata la cosiddetta “Madonna gay friendly”, un’icona nera conosciuta come anche come “Mamma Schiavona” per via delle sue fattezze orientali (l’Osservatorio Gender ne aveva già parlato qui). (altro…)

Il dialogo non è buono in sè

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Fino a che punto il concetto moderno di dialogo è penetrato nella teologia cattolica?

di Stefano Fontana

Il dialogo moderno è senza verità. Se la teologia cattolica lo assume, direttamente o indirettamente, produce un dialogo non cattolico. Il problema, prima che teologico, è filosofico. Di fatto oggi ci sono molti segni di questa assimilazione cattolica del significato moderno del dialogo.

[…] A questo punto sono del parere che il problema sia di chiarire fino a che punto la teologia cattolica abbia accolto il concetto moderno di dialogo.
Questa visione moderna in realtà  rende il dialogo o impossibile o inconsistente: o lo annulla nella sua stessa possibilità o lo considera un vuoto vociare, una affabulazione autoreferenziale.
Il motivo è che il dialogo, per essere possibile, deve avere la verità  dietro di sé e non in sé o davanti a sé, come avviene invece per il dialogo secondo il pensiero moderno.

Se uno legge i Dialoghi di Platone si tende subito conto che nessuno degli interlocutori, e men che meno Socrate, pensa di stabilire la verità  dialogando, tutti sanno piuttosto che dialogando possono trovare la verità.
Segno di questo avvenimento sarà, come dice Platone, l’omologia, ossia il convergere delle due intelligenze dialoganti su una verità  solo perché costrette dalla forza cogente del logos. Logos che é misura del dialogo in quanto é espressione della realtà  delle cose, dell’ordine del cosmo o, dopo l’avvento del cristianesimo, della Sapienza di Dio.

Se prendiamo un articolo qualsiasi della Summa theolgiae di San Tommaso, troviamo anche qui il dialogo, o meglio l’argomentazione condotta in modo dialettico. Prima San Tommaso dà  ragione a chi la pensa al contrario di lui, poi elenca i motivi a sostegno di questa tesi, poi introduce un argomento che la confuta, quindi enuncia la tesi vera che ne emerge e confuta uno ad uno tutti gli argomenti precedentemente elencati.
Da questo dialogo risulta provata una verità  che prima del dialogo ancora non si conosceva ma che già  esisteva nella realtà  delle cose.

Il dialogo presuppone la verità , ossia presuppone una misura per il dialogo stesso, una misura che stabilisca chi, nel dialogo, ha ragione e chi ha torto. E’ questo a dare senso al dialogo: la fede razionale in una misura del dialogo stesso che preesiste e fonda il dialogo.
Ma proprio questo viene a mancare nel pensiero moderno, il quale strutturalmente rifiuta una verità  oggettiva che si imponga alla nostra intelligenza solo in virtù della sua forza cogente. Da quel momento si può dire che il dialogo sia diventato s-misurato, sia nel senso che tutto è diventato discutibile dialogicamente, compresi i presupposti del dialogo stesso, sia nel senso di non avere una misura che gli dica quando é corretto e veritiero e quando no.

Si tenga presente che, senza una misura, il dialogo non solo diventa vuoto e autoreferenziale ma diventa anche violento e dipendente dalla ragione del più forte, che non è mai una ragione.
E’ significativo che la dialettica, ossia la forma classica di dialogo teorizzata dai Greci ed applicata nel Medio Evo,  sia intesa da Callicle o Trasimaco come il fondamento della società nel senso del diritto del più forte, e nella modernità venga concepita da Hegel e da Marx come l’origine conflittuale del riconoscimento reciproco, ossia come origine della socialità .
Alla base della vita sociale non ci sarebbe l’amicizia ma la conflittualità che diventa così anche la molla della vita sociale. In altre parole il dialogo senza verità é violenza, l’opposto di quanto dice il pensiero moderno per il quale invece ad essere violento è il dialogo che presume una misura di verità.

A dire il vero, insigni pensatori moderni hanno capito l’insostenibilità  di un dialogo inteso in questa forma. Jurgen Habermas é senz’altro il filosofo contemporaneo che maggiormente si è dedicato al tema del dialogo, facendolo diventare l’anima stessa della democrazia, vista come il luogo di un immenso dialogo tra uguali.
Però anche lui ha dovuto alla fine cedere e proporre che, almeno come presupposti procedurali, fossero assunti di comune accordo alcuni criteri di misura del dialogo. Ma se per assumere di comune accordo questi criteri procedurali si deve dialogare senza una misura, anche quei criteri procedurali condivisi saranno senza misura. Il pensiero moderno ha distrutto i criteri non convenzionali per giungere poi a sostituirli con altri convenzionali. Ma una misura solo convenzionale del dialogo, si sa, ha breve durata in quanto a disposizione del più forte.

Il problema, si diceva, è di vedere fino a che punto la teologia cattolica contemporanea abbia assunto questa visione moderna del dialogo, un dialogo il cui contenuto è la sua stessa forma.
Ho già  detto […] che a cominciare da Karl Rahner questa concezione è fortemente penetrata nella Chiesa cattolica a legittimare il dialogo per il dialogo, il dialogo come evento, come con-venire indipendentemente dai contenuti, il dialogo fusione di orizzonti interpretativi (Habermas).
Il dialogo così inteso non è certamente cattolico.

Vorrei fare qui solo un esempio tra i tanti. Si parla molto oggi di parrhesia, ossia della libertà  di dire quello che si pensa nella Chiesa in funzione appunto del dialogo ecclesiale.
Durante il Sinodo sulla famiglia degli anni 2014-2015 abbiamo così assistito a vescovi che, nel dibattito sinodale, dicevano cose errate dal punto di vista della dottrina cattolica, confondendo i fedeli e imostrando di intendere la parrhesia come un dialogo privo di misura.
In questo modo essi dimostravano di aver assunto il concetto moderno di dialogo, con conseguenze molto negative.

da: http://www.vitanuovatrieste.it/fino-a-che-punto-il-concetto-moderno-di-dialogo-e-penetrato-nella-teologia-cattolica/

Il Timone: non pessimismo, ma fede

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La versione di Gianpaolo Barra – ottobre 2017

(confermate le indicazioni operative del 2016)

«Caro Direttore,
la seguo su
La Nuova Bussola e sono abbonato a Il Timone: ringrazio lei e quanti con lei testimoniano la Verità con coraggio e nonostante l’autentico martirio che impone la buona battaglia.
Mia mamma, maestra di scuola elementare per 43 anni, su altri fronti e con altri mezzi, ha combattuto la stessa buona battaglia senza scoraggiarsi e confidando sempre nel Signore, sicura com’era di
“Gesù e Maria non abbandonano chi lavora per loro”. Io, alla soglia dei 60 anni, sono disorientato, avvilito, oserei dire sconvolto da quello che sta avvenendo nella Chiesa: non che abbia mai pensato che la nostra fosse la comunità perfetta e senza peccato, ci mancherebbe, tuttavia sui “principi non negoziabili” c’era chiarezza dottrinale, tutti potevamo sbagliare e peccare (a chi non è capitato?), ma c’erano regole certe che erano il metro delle nostre azioni…
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I francescani dell’Immacolata chiedono equità

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FRANCESCANI IMMACOLATA.
COMMISSARIATI DA QUATTRO ANNI.
PARLANO I LORO AMICI, AL PAPA CHIEDONO EQUITÀ.

[…] Parlando con alcune persone vicine ai Francescani dell’Immacolata, abbiamo posto loro alcune domande, di carattere molto generale sull’ordine e su che cosa si potrebbe fare per ridare serenità alla situazione. Fra l’altro, ricordiamo che siamo di fronte a un commissariamento che dura da oltre quattro anni e che le ragioni dello stesso non sono mai state chiarite ed evidenziate dalla Santa Sede.

1)  Cosa sono i Francescani dell’Immacolata, che carisma hanno, quale è la loro missione?

Nel 1970, durante lo sbandamento post-conciliare, P. Stefano Manelli e P. Gabriele Pellettieri, due frati minori conventuali, iniziano col permesso dei Superiori “Casa Mariana” ossia una forma di vita francescana più in sintonia con le origini tenendo conto dei tempi attuali, secondo il dettato del decreto conciliare “Perfectae caritatis” sul rinnovamento della vita religiosa.
I due padri si ispirano all’allora Venerabile P. Massimiliano Kolbe ofmconv (beatificato nel 1971 e canonizzato nel 1982).
Casa Mariana si distingue per: marianità kolbiana (in linea con il Concilio Vaticano II e con tutta la tradizione cattolica e francescana), intensa preghiera, clima di silenzio e raccoglimento, austerità e povertà francescana, apostolato stampa e poi radio-tv, aiuto al clero diocesano.

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Vescovi coraggiosi: Imola. NO alle unioni gay

Chiesa

 + Mons. Tommaso Ghirelli – Vescovo di Imola
Omelia per la festa del Santo Patrono San Cassiano

 LA FAMIGLIA E’ UOMO-DONNA
NO ALLE UNIONI OMOSESSUALI

 

Con il canto del vespro, lodiamo Dio che ha donato ad Imola un testimone ed un intercessore insostituibile. Il martirio di Cassiano appare certamente doloroso, ma anche e soprattutto glorioso, tanto da rendere sopportabile, anzi fecondo, il male fisico e la sofferenza morale di vedersi aggredito dai propri alunni. La violenza subita si trasforma in un traguardo: è la conclusione del cammino di progressiva adesione a Gesù Cristo, di condivisione del suo destino, è il completo dono di sé agli altri.
La morte diventa quindi gloriosa, non nel senso che sia fonte di notorietà o di plauso postumo, ma nel senso che manifesta la grandezza e bellezza di Dio, secondo quanto afferma Gesù: “Voi siete la luce del mondo … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,14-16).

Per questo, siamo convinti che san Cassiano “fa bene alla città”. Avere scelto un patrono, per una comunità civile (città, nazione, ma anche regione, associazione, azienda) significa avere raggiunto un’intesa ideale, avere maturato un’identità, fino a  riconoscersi in una persona concreta.

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Chiesa a più voci o zizzania nella Chiesa?

Chiesa

(di Cristina Siccardi)
Se si digita, sul Web, Parrocchia San Defendente di Ronco Cossato (Biella), appare il sito Una chiesa a più voci del parroco don Mario Marchiori.

Le autorità religiose hanno perciò deciso di esautorare san Defendente, martirizzato dall’Imperatore romano Massimiano nel 287 circa perché si era rifiutato di sacrificare al culto dell’Imperatore stesso.
San Defendente morì per Cristo e per dare testimonianza ai fratelli in Cristo.

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Mons. Negri: l’eresia omosessualista

Chiesa

 LA CHIESA FA DA STAMPELLA AI GAY E DIMENTICA IL SUO COMPITO MORALE

 di LUIGI NEGRI,
 Arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio
(La Verità, 28 luglio 2017)

 

 Il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, qualche mese fa ha introdotto nel dibattito ecclesiale una preoccupazione e un tema cui si connettono queste brevi note. Egli ha parlato della possibilità di una mutazione del genoma del cattolicesimo, che avviene quasi senza colpo ferire e nella sostanziale mancanza di «cura» di troppa parte del mondo cattolico.

In questo senso vorrei riprendere un tema ormai largamente diffuso: l’omoeresia. Il problema dell’omosessualità non è impostato a partire dai contenuti che essa propugna, ma soltanto dalle modalità con cui viene vissuta. In troppo mondo cattolico l’omosessualità è un dato di partenza su cui non si formula un giudizio, o forse, più profondamente, si confonde il giudizio di fatto – l’estensione del fenomeno con il giudizio sul valore. Come dire: l’omosessualità c’è, è diffusa, perciò anche per noi cattolici deve andare bene.

In questa linea anche illustri ecclesiastici sono intervenuti su avvenimenti non discutibili, come fatti, ma cui si attribuisce il carattere di valore.

In ambito cattolico matrimoni omosessuali, seguiti da celebrazioni eucaristiche, nel corso delle quali i «coniugi» (si fa per dire) hanno potuto accostarsi alla comunione, come cosa normalissima. Quando un fatto, anche imponente nella sua diffusione, viene riconosciuto acriticamente come valore, si afferma sostanzialmente che non c’è più differenza fra bene e male e l’unico problema, per la Chiesa, diventa quello di un «accompagnamento». Non si pratica un giudizio per accompagnare, in modo autentico, ma ci si limita a un accompagnamento senza giudizio, che lascia gli omosessuali nella loro condizione, in qualche modo rafforzandone la percezione valoriale.

Chi afferma ancora, infatti, il dato indiscutibile, per la tradizione e il magistero ecclesiale, che l’omosessualità è una condizione di grave disordine e scorrettezza, teorica e morale? È a partire da questa consapevolezza, invece, che si deve assumere la responsabilità di aiutare coloro che vivono questa situazione obiettivamente errata, a prenderne coscienza e a maturarne un superamento, perché la verità della loro esistenza sia all’altezza della loro piena dignità e libertà.

Una corrente di pensiero, sempre più diffusa nell’ecclesiasticità, invece, sembra darsi come compito esclusivo l’aiuto, a coloro che vivono questa situazione, a viverla come sostanzialmente positiva.
Sembra, pertanto, che la Chiesa non abbia più la responsabilità fondamentale di aiutare gli omosessuali a camminare verso un superamento della loro situazione di partenza per la ripresa, o il primo incontro, con la vita nuova, buona e vera, cui Gesù Cristo introduce tutti coloro che credono in lui.
La Chiesa sembra non desiderare più di aiutare gli omosessuali a cambiare vita e a incominciare il lungo e doloroso cammino per assumere una condizione di vita in sintonia con l’antropologia che nasce dalla fede e si esprime nella carità.

Mi chiedo, qualche volta, se la Chiesa non riduca la sua azione educativa ad aiutare la condizione di partenza, l’omosessualità, in modo che sia una situazione adeguatamente vissuta, senza nessuna criticità.

Mi sorprendo a riflettere sulla grande testimonianza di fede e di carità che monsignor Luigi Giovanili Giussani dette a tutti noi, suoi amici, per l’amicizia e l’affezione che nutrì per anni per Giovanni Testori. Questi era considerato universalmente un’espressione di un’omosessualità teorizzata e praticata, punto di riferimento per i gruppi omosessuali lombardi che, a cavallo degli anni Ottanta del Novecento, andavano costituendosi in forma di movimento.

Testori non si sentì mai dire, da don Giussani, che l’omosessualità era una condizione corretta, ma fu aiutato a superare, attraverso un inevitabile sacrificio, sostenuto fraternamente, grazie a un giudizio critico, e non in assenza di esso, a superare la sua condizione, per tornare ad assumere l’antropologia e l’etica della fede e della carità.
Testori visse gli ultimi anni aderendo alla morale cattolica e dando anche pubblicamente testimonianza di una vita casta, consapevole dei propri errori passati e presenti, ma ai quali non guardava più con la presunzione di una posizione corretta e indiscutibile.

La Chiesa è chiamata ad accompagnare i nostri fratelli uomini, a partire dalle situazioni più diverse in cui vivono, talvolta negative, a incontrare la forza e la novità della fede, che cambia il cuore dell’uomo e lo restituisce alla grandezza e al sacrificio di un cammino, magari doloroso, ma sempre vero.

Se la Chiesa non giudica le situazioni di vita, in cui gli uomini sono talora costretti a vivere per l’arroganza del pensiero unico dominante, che ormai ha equiparato, di diritto e di fatto, l’omosessualità all’eterosessualità – la Chiesa si riduce ad essere una pura «terapia di sostegno» che, con modi garbati e talora sofisticati, in realtà abbandona l’uomo a vivere il suo male, come se fosse bene.
Questo processo, solo apparentemente caritatevole, oltre a essere un’evidente offesa alla dignità e alla responsabilità dell’uomo, è anche un’imperdonabile offesa a Dio e ai suoi diritti, cioè al bene profondo dell’uomo.

Su quest’atteggiamento verso l’omoeresia si gioca molto della verità della Chiesa di fronte all’uomo, ma si gioca anche molto del destino dell’uomo di fronte a se stesso e alla realtà.

Questo dibattito, cui abbiamo dato un contributo, ripropone l’attualità di un punto grandissimo del magistero del Vaticano II e di Paolo VI: la Chiesa è ancora «sommamente esperta di umanità»?

 

Da: http://www.culturacattolica.it/cm-files/2017/07/28/negri-verita%CC%80.pdf

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