Tornata la crisi nei seminari

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 Dopo il boom tra il ’78 ed il 2012, con l'avvento di Papa Francesco ha avuto inizio una flessione.

 Al punto che, nella DIocesi di Bolzano, 25 parrocchie sono state drammaticamente affidate ai laici.

 

Il «boom» di vocazioni sacerdotali, registrato nei seminari di tutto il mondo tra il 1978 ed il 2012, è purtroppo ormai solo un ricordo: cinque anni fa è iniziata un’inversione di tendenza, da cui la Chiesa cattolica pare non riuscire più a sollevarsi. A dirlo, sono i dati diffusi dall’Ufficio Centrale di Statistica della Santa Sede nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae, un tomo di ben 500 pagine.

Il picco di vocazioni si ebbe con Giovanni Paolo II, passato dai 63.882 seminaristi del suo primo anno di pontificato, il 1978, ai 114.439, quasi il doppio, nell’anno della sua morte, il 2005. Il dato ha registrato un’ulteriore crescita con Benedetto XVI, toccando quota 120.616 nel 2011. Situazione sostanzialmente stabile nel 2012 con 120.051 vocazioni.

Da allora, però, e con l’avvento di papa Bergoglio ha avuto inizio una flessione, ad oggi inarrestabile : dai 118.251 seminaristi del 2013 si è giunti ai 116.843 del 2015. E’ abbastanza per parlare di crisi, che ha significato carenza di sacerdoti e parrocchie chiuse soprattutto nelle comunità-simbolo del liberalismo teologico, come molte in Germania e in Svizzera; di contro, in altre Diocesi, soprattutto in Africa e negli Stati Uniti, fedeli alla Tradizione ed alla Dottrina cattolica, le vocazioni sono fiorite copiose.

Un esempio è dato dalla Diocesi di Madison, nel Wisconsin, noto bastione del cattoprogressismo sino al 2003, quando giunse come Vescovo mons. Robert Morlino. All’epoca, c’erano solo sei seminaristi; in dodici anni sono sestuplicati, divenendo 36 nel 2015. Come? Grazie all’attenta guida del nuovo Pastore col ritorno all’ortodossia cattolica, alla chiusura coatta di certi gruppi dissidenti, autoproclamantisi “cattolici”, benché lontani anni-luce dalla sana Dottrina, alla diffusione di lettere pastorali a tutela dell’insegnamento cattolico sul matrimonio, alle omelie inneggianti alla santità di vita, ai tabernacoli al centro delle chiese, a celebrazioni liturgiche dignitose, molte delle quali nella forma tridentina.

Lo stesso dicasi per la Diocesi di Lincoln, in Nebraska, dove Vescovi ortodossi hanno portato vocazioni sacerdotali in proporzione di molto maggiore a quella delle altre Diocesi. Il perché lo ha ben spiegato lo stesso Vescovo di Lincoln, mons. James D. Conley, che in un’intervista, rilasciata l’anno scorso al Catholic World Report, ha collegato senza esitazioni tale fenomeno alla fedeltà all’insegnamento tradizionale della Chiesa.

Insomma, un monito pastorale molto chiaro per quanti vogliano stare ad ascoltarlo…

(M.F., 25 giugno 2017 per https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/tornata-la-crisi-nei-seminari-dopo-il-boom-tra-il-1978-ed-il-2012/)

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Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo

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 La teologia di Karl Rahner
e l’eutanasia della Dottrina sociale della Chiesa.
  Apriamo una discussione sulla teologia di Rahner.

L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi così scriveva nel libro “La Dottrina sociale della Chiesa. Una verifica a dieci anni dal Compendio (2004-2014)” (Cantagalli, Siena 2014):
« A mio modo di vedere la posizione di pensiero maggiormente influente per la critica alla Dottrina sociale della Chiesa è quella di Karl Rahner. Se andiamo a vedere nel dettaglio, molti dei teologi che, in seguito, hanno sferrato critiche e sviluppato percorsi alternativi alla Dottrina sociale sono stati suoi allievi. Rahner riflette sulla scia del pensiero di Heidegger, ossia al di fuori del contesto di una filosofia cristiana. Fuori anche dal contesto tracciato in seguito dalla Fides et ratio di san Giovanni Paolo II. Questa enciclica fa alcuni nomi, a titolo di esempio, di filosofi cristiani, ma Heidegger non figura tra essi. Rahner intende Dio come un “trascendentale esistenziale”.

Ciò significa due cose principalmente: che tutti gli uomini sono in Dio, perché Egli è la loro dimensioni apriorica, l’orizzonte non conoscibile e non categorizzabile della loro soggettività e della loro libertà, in pratica del loro essere persone; che a Dio si accede sempre dentro la nostra coscienza. Egli non viene conosciuto, ma coscienzialmente ed esistenzialmente esperito come orizzonte di ogni significato.

Ciò storicizza la fede, che non è un conoscere ma un fare esperienza esistenziale di un orizzonte intrascendibile. In questo consiste, per lui, la trascendenza. Non ci sono più atei e credenti, ma tutti sono dentro quest’orizzonte e si accompagnano reciprocamente nell’interpretazione della vita. Qualcuno passa da un cristianesimo anonimo ad uno non anonimo, ossia tematizzato e consapevole, senza perciò cessare di condividere quello stesso orizzonte. Il bene e il male non sono netti, ma svolgendosi l’esistenza tutta dentro l’orizzonte trascendentale di Dio, esistono vari livelli di bene da far lievitare, ma non mai da condannare. L’uomo non può mai sapere fino in fondo quando è in situazione di peccato. La Chiesa non è davanti al mondo, pur essendo anche nel mondo, ma si fa mondo, perché condivide col mondo il comune orizzonte esistenziale.

In questo quadro, che ho dovuto qui riassumere in poche battute col rischio di incompletezze, è molto difficile farci entrare la Dottrina sociale della Chiesa, a meno di smantellarne il carattere di corpus dottrinale, eliminarne la valenza missionaria e salvifica ed intenderla come una prassi dell’accoglienza, dell’ascolto e del camminare insieme, ma senza la luce della verità che viene dall’esterno di questo mondo, dal trascendente. Il trascendente, per Rahner, consiste appunto nella dimensione trascendentale esistenziale che, essendo la condizione di ogni senso, non può essere a sua volta tematizzata. Trascendente in questo senso».

Da queste affermazioni risulta l’incompatibilità della teologia rahneriana con la Dottrina sociale della Chiesa e perciò si capisce perché tutte le correnti che a Rahner si rifanno in realtà hanno sempre combattuto, in modo palese od occulto, la Dottrina sociale della Chiesa, anche nel lungo periodo – anzi soprattutto allora – in cui essa doveva essere rilanciata per volontà dei Pontefici. Si è trattato di un’opposizione sorda e pervicace che ha prodotto molti danni e che oggi sembra essere vincente. Ho potuto confermare questa tesi dell’Osservatorio nel mio ultimo libro “La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo” (Fede & Cultura, Verona 2017). Alla luce anche di quanto scritto in questo libro, può essere utile richiamare qui i punti fondamentali per cui la teologia che fa capo a Rahner rappresenta un tentativo di eutanasia della Dottrina sociale della Chiesa. Speriamo di suscitare così un dibattito che ospiteremo volentieri nel nostro sito.

La Chiesa nel mondo

Perché ci sia Dottrina sociale della Chiesa bisogna che la Chiesa non sia mondo. La Dottrina sociale della Chiesa è infatti l’annuncio di Cristo nelle realtà temporali. Se la Chiesa si immerge senza distinzione nelle realtà temporali, la missione della Dottrina sociale della Chiesa, e la Dottrina sociale della Chiesa come missione della Chiesa, sono già finite. Ma proprio questo è quanto afferma Rahner, secondo cui la Chiesa deve smetterla di voler “manipolare il mondo”. Essa deve intendersi come una parte del mondo, senza pretese di superiorità dottrinale e veritativa.

Dio si rivela nel mondo

Questo perché Dio non si rivela prioritariamente nella Chiesa ma nel mondo, dato che Egli si rivela indirettamente negli eventi dell’esistenza in quanto orizzonte primordiale e apriorico che li rende possibili. La rivelazione di Dio non è né cosmica né metafisica, è completamente storica. Dio si rivela indirettamente nei fatti storici. Ne consegue che la dottrina – e quindi anche la Dottrina sociale della Chiesa – non è l’elemento primario. Prima di tutto c’è la vita, la prassi … e poi la dottrina. Ecco perché la Dottrina sociale della Chiesa è stata accusata di ideologia e di astrattezza.

Dio è immanente nella storia

Secondo Rahner bisogna ripensare la trascendenza di Dio. Essa non è di carattere metafisico, ma esistenziale. Dio è trascendente nel senso che non è una cosa tra le cose, ma è l’orizzonte che rende possibile la nostra visione interessata, partecipe e libera delle cose. Trascendente per lui vuol dire a-priori. In questo senso Dio non ci rivela delle conoscenze, non ci trasmette una dottrina, non ci dà delle prescrizioni … Egli ci dice solo di vivere in modo partecipato, dialogando con gli altri perché Dio si rivela a tutti e non solo ai cristiani.

Dio pone domande e non dà risposte

La Dottrina sociale della Chiesa, pur con il suo carattere pratico e perfino sperimentale, aveva la pretesa di indicare delle risposte di bene e di salvezza all’umanità. Ma per Rahner Dio non dà regole, suggerimenti, indicazioni. La presenza di Dio in tutti gli uomini consiste nella loro “questionabilità”, ossia nella insaziabilità che li porta a mettere sempre in questione i nuovi risultati acquisiti. Il cristiano è semplicemente colui che è aperto al futuro, da cui derivano tutte le dottrine teologiche del futuro e della prassi che hanno caratterizzato i decenni postconciliari.

Dottrina e legge morale naturale no esistono più

La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto di fondarsi sulla rivelazione – vale a dire sulla dottrina della fede – e sul diritto naturale. Ma nella prospettiva rahneriana entrambe le cose non esistono più. La rivelazione non ci fa conoscere verità dottrinali, I dogmi sono storici e si evolvono, la “natura” va riassorbita completamente nella storia ed è un residuo metafisico del passato.

Come si vede da questi poveri accenni – sviluppati più adeguatamente bel libro sopra citato – tra la teologia di Karl Rahner e la Dottrina sociale della Chiesa c’è assoluta incompatibilità. Questo spiega, lo ripeto, perché essa sia stata e sia fortemente contestata e contrastata. Ma la ragione non sta dalla parte di Rahner e del rahnerismo, nonostante sembri oggi prevalente nella Chiesa.

 

Stefano Fontana
per Osservatorio Van Thuan del 5 maggio 2017: http://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-teologia-di-karl-rahner-e-leutanasia-della-dottrina-sociale-della-chiesa-apriamo-una-discussione-sulla-teologia-di-rahner-2/

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Il cattolico errante e la ricerca della liturgia perduta

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Servidoras IVE Sto notando, tra i credenti, il diffondersi di un fenomeno nuovo. O, meglio, di una nuova figura. Lo chiamerei il «cattolico errante».

 

 Si tratta di un bravo cattolico, un po’ di tutte le età e le condizioni sociali, che vaga di chiesa in chiesa, di parrocchia in parrocchia.  Perché lo fa?
 Perché, stanco di liturgie sciatte e di chiese brutte, di preti iperattivi o apatici, di parrocchiani sovreccitati o depressi, cerca una chiesa che sia semplicemente normale, con un prete che sia semplicemente prete, una liturgia semplicemente dignitosa, un edificio semplicemente rispettoso del sacro, fedeli semplicemente beneducati.

Il cattolico errante non ha molte pretese. In genere non è un tradizionalista. Anzi, cresciuto nella Chiesa del post Concilio, ne ha assimilato tutto il buono che c’è. Però è stanco, molto stanco.
Non sopporta più le degenerazioni nate da una lettura distorta del Concilio, non gli va più di convivere con ignoranza e superficialità.
Non ne può più di musica per nulla sacra, cori stonati, altoparlanti da discoteca, licenze assurde nella celebrazione.
Non sopporta più fedeli chiassosi e sbracati.
Non ne può più di chiese orrende, preti che celebrano con le scarpe da ginnastica, tazebao appesi tra una Madonna e un San Giuseppe.
Non accetta più di subire omelie irrimediabilmente scontate o troppo immaginifiche.
Non gli va più di fare i conti con parroci che sbrigano la messa come fosse una pratica amministrativa o che la trasformano in spettacolo.
Ed è anche stanco di essere guardato come un provocatore ogni volta che osa dire come la pensa.
Così si mette in viaggio e diventa un cattolico errante.

Il suo obiettivo è naturalmente quello di tornare a essere un cattolico stanziale, e c’è da dire che spesso ci riesce. Per quanto grami, infatti, questi nostri tempi non sono disperati. Ci sono ancora tanti preti semplici e assennati, alla guida di parrocchie normali nel senso migliore del termine. Ci sono ancora tanti bravi predicatori. C’è ancora attenzione per la coerenza liturgica, per il bel canto, per la musica davvero sacra. Però sono tesori che vanno cercati. E il metodo più utilizzato dal cattolico errante è il passaparola. Come nel seguente esempio di dialogo tra un ex cattolico errante tornato stanziale, che chiameremo Tizio, e un cattolico stanziale che sta per diventare errante, e chiameremo Caio.

Tizio: Ciao Caio!

Caio: Ciao Tizio!

Tizio: Lo sai che ho trovato una bella parrocchia? La Chiesa non è né troppo piccola né troppo grande e l’acustica è perfetta, tanto che non c’è bisogno di altoparlanti. I canti sono stupendi, qualcuno perfino in latino. Niente chitarre, niente tamburi. Pensa che i fedeli, quando entrano ed escono, si inginocchiano! E nessuno si mette a chiacchierare come se si trovasse nella piazza del mercato.

Caio: Ma no? Non ci posso credere!

Tizio: Te l’assicuro, è tutto vero! E il parroco non è un attivista. Niente lotterie, niente viaggi, niente iniziative strane. Non è neanche logorroico. Solo preghiera, adorazione eucaristica e catechismo. E tanta cura per la liturgia. E tante ore trascorse nel confessionale.

Caio: Ma guarda! Sembra impossibile!

Tizio: Anche a me sembrava impossibile. Poi ho trovato questa parrocchia e mi è tornata la voglia di andare in chiesa. E ancora non ti ho detto delle prediche: bellissime! Il parroco non è malato di protagonismo, né monomaniacale. Si limita a commentare il Vangelo del giorno e ogni volta lo fa con semplicità, ma senza diventare banale. E sa farsi ascoltare da tutti, bambini e vecchi, colti e meno colti!

Caio: Dimmi subito dove si trova questa parrocchia!

Ecco, le cose più o meno vanno così. Certo, il traffico un po’ ne risente, perché tutti questi cattolici erranti sono costretti a spostarsi percorrendo molti chilometri. Ma ne vale la pena.

Anche se il cattolico errante spesso non lo sa (perché è una persona semplice, mossa solo dalla sua fede e dal desiderio del bello e del sacro), il «Codice di diritto canonico» sta dalla sua parte. Il Codice infatti riconosce non solo il diritto di ricevere dai pastori l’aiuto derivante dai beni spirituali della Chiesa, specie attraverso la Parola di Dio e i sacramenti, ma anche «il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia però conforme alla dottrina della Chiesa». Quindi c’è un diritto a evitare le storture, le stranezze e le ambiguità, per non parlare delle vere e proprie profanazioni.

In realtà il Codice dice che le aberrazioni liturgiche vanno anche segnalate e denunciate, e che anzi, per il cattolico, questo è un preciso dovere. Ma il cattolico errante, mosso da pietà, spesso preferisce stendere un velo pietoso e, anziché scrivere al vescovo ed esporre le sue lagnanze, si mette in viaggio.

Il cattolico errante, insomma, non fa che cercare ciò che gli spetta. Lo spiega molto bene anche il liturgista don Nicola Bux in quel prezioso libro che è «Come andare a messa e non perdere la fede», dove ricorda che in tutti i casi in cui la comunità, anziché lodare Dio, celebra se stessa (per dirla con Joseph Ratzinger, trasforma la liturgia in «una danza vuota intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi»), occorre reagire.

Pochi lo sanno, e don Bux giustamente lo sottolinea: nell’istruzione «Redemptionis sacramentum» del 2004, approntata dalla Congregazione per il culto divino d’intesa con quella per la dottrina della fede, si legge che tutti i fedeli «godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme». Dunque niente fantasie, niente aggiunte, niente travisamenti, perché «il popolo cattolico ha il diritto che si celebri per esso in modo integro il sacrificio della santa messa, in piena conformità con la dottrina del magistero della Chiesa».

Oggi, 7 luglio 2017, sono passati dieci anni esatti dalla lettera apostolica in forma di motu proprio «Summorum pontificum» di Benedetto XVI, che, insieme all’istruzione «Universae Ecclesiae», ha permesso il moltiplicarsi delle messe in rito antico, secondo un’esigenza sempre più diffusa. La data è dunque propizia per ricordare che per secoli la Chiesa, specie attraverso l’arte, la musica, l’architettura, ha orientato tutto alla gloria di Dio, alla preghiera, alla salvaguardia della dottrina. Poi, improvvisamente, un’idea distorta di aggiornamento ha dato inizio agli orrori.

Farne l’elenco non è necessario. Delle chiese bruttissime e dei tabernacoli spariti, o messi in un angolo, ci siamo già occupati in un’altra occasione. Qui vorrei solo sottolineare la verbosità che ha fatto irruzione nella celebrazione della messa. Verbosità vuol dire che si chiacchiera troppo, si prega poco e si adora ancor meno. Don Bux scrive che la messa «non è una conferenza dove devi capire tutto», quindi è inutile che il celebrante si affanni a spiegare ogni cosa, in modo didascalico, quasi desacralizzando la liturgia. «Il linguaggio liturgico non può essere quello quotidiano» e  «comprendere la realtà della liturgia è diverso dal comprendere le parole». Occorre lasciare spazio al mistero e lasciarsi prendere dal mistero. San Bonaventura arriva a dire che durante la liturgia bisogna sospendere l’attività intellettuale. La liturgia è essenzialmente adorazione di Dio.

Un’annotazione va fatta sul ruolo della comunità, del popolo di Dio. Che partecipa alla messa, ma, attenzione, non è il soggetto della messa. Tanto è vero che il celebrante può benissimo essere da solo e la messa è pienamente valida. Quindi, se va evitato il protagonismo del celebrante, va evitato anche quello dell’assemblea, altrimenti c’è davvero il rischio che l’azione liturgica diventi spettacolo rispetto al quale tutti sono desiderosi di dare un contributo. Partecipare non vuol dire gareggiare nel protagonismo, ma stare al proprio posto, con discrezione. Un malinteso senso della partecipazione porta a coinvolgere il popolo in modo improprio. «Partecipare attivamente significa cooperare intimamente con la grazia di Dio; non è attività esteriore».

Bellissime poi le pagine nelle quali don Bux spiega la necessità e il significato dell’inginocchiarsi. Vangelo e Atti degli apostoli ci dicono che Gesù, Pietro, Paolo e Stefano hanno pregato in ginocchio. «Tutta la creazione piega le ginocchia nel nome di Gesù (cfr Filippesi 2,10), segno della signoria di Dio sul mondo. In tale gesto di verità si inserisce la Chiesa nel glorificare Gesù Cristo». L’inginocchiarsi, il genuflettersi e l’inchinarsi sono atti di culto esterno, certamente, ma anche di fede. Ci aiutano nella preghiera e nell’adorazione. Come scrisse Romano Guardini: «Quando entri in chiesa o ne esci, piega il tuo ginocchio profondamente, lentamente; ché questo ha da significare: “Mio grande Iddio!…”. Ciò infatti è umiltà ed è verità ed ogni volta farà bene all’anima tua».

Sì, ci farà bene. Come il silenzio, il «sacro silenzio», che è esso stesso preghiera e manifestazione di fede e adorazione. Quel silenzio che oggi è così negletto nelle celebrazioni piene di clamore, nelle quali si arriva perfino all’applauso. Come se l’azione liturgica, al pari di uno spettacolo, dovesse procurare emozioni e non aiutarci a entrare nel mistero permanente di Cristo sulla croce.

Insomma, il cattolico errante ha tutto il diritto di mettersi alla ricerca di liturgie pulite, sobrie, essenziali, belle, efficaci. Ed è comprensibile che, una volta trovato un tesoro così grande, lo voglia condividere.

Aldo Maria Valli
da: http://www.aldomariavalli.it/2017/07/07/il-cattolico-errante-e-la-ricerca-della-liturgia-perduta/

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Pontifiicia Accademia per la… Vita?

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 Lo scandalo della Pontificia Accademia per la Vita

 

 Lo scandalo internazionale suscitato dalla nomina a membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) del professor Nigel Biggar (clicca qui e qui), ha costretto il presidente della PAV, monsignor Vincenzo Paglia, a rilasciare un’intervista chiarificatrice a Vatican Insider, a un mitissimo Andrea Tornielli. C’era una remota speranza di potere cogliere almeno un barlume di ravvedimento e autocritica, ma purtroppo bisogna concludere che la toppa è peggio del buco. 

 

È incoraggiante apprendere che la posizione del professor Biggar espressa nel dialogo con Peter Singer e denunciata dal Catholic Herald (liceità dell’aborto fino alla 18esima settimana) non sia la posizione del presidente della PAV e dell’Accademia per la Vita, ma si tratta del minimo sindacale.
Il sollievo però finisce qui. Monsignor Paglia dice di avere ricevuto rassicurazione dal teologo anglicano che questi non ha mai pubblicato nulla sul tema dell'aborto. 

Bugia. Nel marzo 2015 sulla rivista Journal of Medical Ethics compare un articolo dal titolo "Perché la religione merita un posto nella medicina secolare". In quell'articolo, dove l'autore, il professor Biggar, difende il ruolo della religione nel dibattito bioetico, un paragrafo è intitolato "Religione persuasiva e la controversia dell'aborto".
Giunti ad un certo punto egli scrive: «Come monoteista biblico cristiano sono sensibile alla difficile situazione dei "poveri", cioè dei deboli e vulnerabili. Storicamente, ovviamente, questa categoria include le donne e in molte parti del mondo continua a includerle. Ma comprende anche gli esseri umani immaturi, certamente i bambini e in maniera discutibile i feti, almeno al di là di un certo punto del loro sviluppo».

Dunque Biggar ha scritto, ed ha detto che mentre il diritto alla vita dei bambini è certo, lo stesso diritto è discutibile per gli esseri umani non nati. E che la 18ª settimana di gestazione sia il punto di sviluppo prima del quale l'aborto sia secondo il professor Biggar moralmente lecito, emerge non solo dal dialogo a cui hanno fatto riferimento il Catholic Herald e monsignor Paglia, ma anche dalla voce diretta dell'interessato in un'intervista rilasciata al giornalista David Edmunds per la BBC riportata integralmente dal Journal of Medical Ethics (clicca qui). 

Monsignor Paglia pensa di tranquillizzare gli animi dicendo che il professor Biggar gli ha «assicurato che non intende entrare in futuro nel dibattito su questo tema». Sarebbe interessante capire se il presidente intende dire che quando alla PAV si parlerà di aborto, si seguirà la stessa procedura per i conflitti d'interesse nel consiglio dei ministri: uscire dalla stanza. 

Monsignor Paglia afferma che però sul fine vita il professor Biggar «ha una posizione assolutamente coincidente con quella cattolica». Tuttavia neanche qui è possibile convenire. In effetti Biggar è contrario alla legalizzazione dell'eutanasia, ma tale opposizione non è legata, come nella dottrina cattolica, alla dignità e al diritto alla vita di ogni essere umano.
Nel 2004 il professor Biggar ha pubblicato il libro "Aiming to kill. The ethics of suicide and euthanasia". Come osservato dal professor Richard Harries, medico, per 19 anni vescovo anglicano di Oxford e professore emerito di teologia al King's College di Londra, non certo sospettabile di simpatie pro-life, in quel testo Biggar «accetta la distinzione tra vita biologica e biografica e pensa che vi sia prima facie (a prima vista n.d.r.) la possibilità morale di effettuare l'eutanasia non volontaria alle persone che abbiano una vita biologica, ma non biografica, magari come risultato di un grave ictus.
Tuttavia egli aggiunge l'importante restrizione che ciò dovrebbe essere consentito «soltanto se al contempo non minasse il senso di preziosità di ogni vita umana da parte della società».
Nessuna sorpresa; se è moralmente lecito uccidere con l'aborto un essere umano non ancora cosciente, come sostenuto più volte da Biggar, perché per il professore inglese non dovrebbe essere moralmente lecito porre fine ai giorni di un essere umano irrimediabilmente incosciente? 

Biggar dunque in quel libro è contrario all'eutanasia non perché la ritenga ingiusta in sé in ogni caso, ma perché teme che essa avvierebbe una china scivolosa e possibili abusi. È lecito dunque domandarsi se per monsignor Paglia questa sia la posizione della Chiesa Cattolica. 

È comprensibile l'ansia di abbracci ecumenici e accettabile che i membri della PAV possano in teoria appartenere ad altre religioni, o essere persino atei; in fin dei conti la difesa della vita umana innocente e la prospettiva antropologica fino ad ora sostenuta dal magistero sono comprensibili attraverso il diritto naturale (anche se in via prudenziale per incarichi di tale delicatezza sarebbe sempre bene preferire persone competenti la cui ragione fosse illuminata e sorretta dalla fede). 

Però monsignor Paglia dice di avere accolto il professor Biggar dietro indicazione del primate anglicano Justin Welby. E al consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio dovrebbe essere noto che gli anglicani hanno posizioni etiche piuttosto distanti dal magistero cattolico, soprattutto in materia di sessualità e vita. 

Non osiamo quindi immaginare chi abbia segnalato a monsignor Paglia la professoressa Katarina Le Blanc, docente al Karolinska Institut dove conduce le proprie ricerche non disdegnando l'impiego di cellule staminali umane derivanti da soppressione di embrioni sovranumerari ottenuti durante fecondazione in vitro.
Purtroppo Andrea Tornielli non domanda niente sulla nuova accademica svedese.
Così come nessuna domanda il giornalista della Stampa ha per un altro neoincaricato, il professor don Maurizio Chiodi.

A pagina 158 del suo testo "Etica della vita. Le sfide della pratica e le questioni teoretiche", il professor Chiodi parla della generazione naturale e della fecondazione in vitro: «È proprio l'analogia tra le due situazioni che autorizza eticamente la procreazione medicalmente assistita. Non per nulla il 'medicalmente assistita' lo si dice della procreazione […] Nella procreazione assistita, pur essendo essa realizzata senza rapporto sessuale, è sempre di procreazione che si tratta: è problematico quindi ogni allontanamento rispetto a tale senso 'intenzionato' nelle forme effettive della generazione […] Nell'intenzione generante della coppia, normalmente legata alla relazione sessuale, si ritrova il paradigma costitutivo della stessa procreazione assistita che, proprio da questa intenzione generante, viene autorizzata come 'atto umano'».

Al di là dello sfumato e del velato, il quadro è perfettamente intellegibile. Se l'intenzione della fecondazione in vitro è generante, allora sarà un atto umano eticamente autorizzato che essa venga realizzata in maniera mediata dal biologo che sceglie i gameti e gli embrioni e dal ginecologo che li depone nell'utero materno? Sarà eticamente autorizzato congelare gli embrioni in vista di un'ulteriore futura intenzione generante? Sarà eticamente autorizzato lo scarto degli embrioni portatori di patologie trasmissibili, se a muoverlo è un'intenzione generante salutista? Tale prospettiva è forse coerente col magistero di Donum vitae, Dignitas personae, Evangelium vitae, Veritatis splendor e col numero 2377 del Catechismo della Chiesa Cattolica? O forse tutto ciò appartiene al ciarpame di un passato superato dalle aperture evocate da monsignor Paglia a Tornielli? 

Questi sono fatti, non fumisterie, ed un presidente minimamente rispettoso del proprio ruolo saprebbe dare risposte pertinenti; oppure, se incapace a farlo, saprebbe dimostrare almeno il proprio amore alla causa della vita liberando la carica per chi è in grado di ricoprire in modo degno il ruolo che fu del professor Jerome Lejeune e del cardinale Elio Sgreccia, fondatore del primo centro di bioetica in Italia.

 

di Renzo Puccetti
19-06-2017
per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-lo-scandalo-della-pontificia-accademia-per-la-vitapaglia-copre-i-nuovi-membri-ecco-le-prove-20202.htm

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Araldi del Vangelo e Tornielli

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Qual è l’intento del Sig. Andrea Tornielli nell’attaccare gli Araldi del Vangelo?
  Creare uno scisma nella Chiesa?

 (comunicato stampa ufficiale)

Chiunque legga gli articoli e i libri del notevole vaticanista, il sig. Andrea Tornielli, può sorridere rievocando la figura pittoresca del camaleonte.
Infatti, le sue pubblicazioni registrano un’acuta capacità di adattarsi all’ambiente in cui si trova per svolgere la sua attività: ha saputo sorridere a Giovanni Paolo II, vezzeggiare il pontificato di Benedetto XVI e, allo stesso tempo, glissarlo discretamente quando ormai andava a braccetto con Francesco…

Recentemente, il Sig. Tornielli ha pubblicato un articolo polemico nel blog Vatican Insider, del quotidiano La Stampa: “Araldi, la dottrina segreta: ‘Correa incentiva la morte del Papa’”.
Considerando la nota caratteristica camaleontica dell’articolista, due quesiti emergono dalla pubblicazione: quali sono le sue intenzioni? Per quale ambiente egli anticipa un adeguamento?

È interessante osservare che l’autore solleva, attraverso tale articolo, le antiche, antichissime denunce contro il Professor Plinio Corrêa de Oliveira riguardanti la venerazione che molti gli prestavano in vita così come la devozione privata a sua madre, Donna Lucilia.
Ora, Mons. João Scognamiglio Clá Dias, fondatore degli Araldi del Vangelo, è bersaglio degli stessi attacchi. Queste sono accuse obsolete, tutte hanno avuto una risposta e sono state adeguatamente confutate secondo i dettami della più stretta dottrina cattolica.

Timeo hominem unius libri. È bene quello che i lettori della stampa cattolica sono inclini a concludere in questi momenti sulla conoscenza del Sig.Tornielli riguardo il tema del suo articolo: lo studioso di un solo libro provoca timore. Il che non figura tanto bene per un articolista di questa levatura… Vediamo perché.

In primo luogo, potremmo suggerire al Sig. Tornielli di guardare un po’ al passato dell’istituzione, da lui con tanta veemenza attaccata, e gettare uno sguardo su un’opera pubblicata nel 1985 – Servitudo ex Caritate – con il parere dell’eminente teologo P. Victorino Rodríguez y Rodriguez, OP. In questo studio, cui nessuno ha mai replicato, il tema della Sacra Schiavitù a Gesù, per mezzo di Maria, così come i legami spirituali tra il Prof. Plinio e i suoi discepoli, che egli cita nel suo articolo, sono stati completamente chiariti per il passato, per il presente e per il futuro.

E perché non consultare, anche, il libro Donna Lucilia, del 1995, con prefazione elogiativa di P. Antonio Royo Marin, OP, ristampato in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana nel 2013, anche in italiano? La sua lettura sarebbe stata sufficiente per rendersi conto che i fondamenti della devozione a questa grande donna brasiliana si basano sulla sua vita di illibata virtù e sono nel bimillenario costume della Santa Chiesa.
Ci permetta di dirle, Sig. Tornielli, che forse è conveniente che riveda le sue annotazioni del tempo del catechismo, perché anche prima che qualcuno sia canonizzato, la Santa Madre Chiesa chiede che sia riconosciuta la sua fama di santità.

E quanto alla devozione al Dr. Plinio? Qualora gli interessassero dati più attuali, invitiamo il Sig. Tornielli a fare uno studio approfondito di un’opera recentissima, del 2016, pubblicata in cinque volumi sempre dalla Libreria Editrice Vaticana, con più di 100mila collezioni stampate, sotto il titolo di Il dono di sapienza nella mente, vita e opera di Plinio Corrêa de Oliveira.
In questo lavoro si trovano in dettaglio le origini storiche e le basi teologiche di questo tema, trattato in modo così tendenzioso nel suo articolo.

Benedetto XVI e il fondatore degli Araldi del Vangelo
È vero che è sorta, nel frattempo, a disposizione del Sig. Tornielli, una grande e insolita novità: un video privato, divulgato fuori dal contesto e superato col tempo, poiché è vecchio di un anno e mezzo. Essendo di uso ristretto dell’istituzione, è stato, comunque, ottenuto in modo illegale da un uomo appassionatamente disaffezionato nei confronti della TFP e degli Araldi – egli stesso ex-membro della TFP –, sposato con una signora, ex-membro dell’Opus Dei. Entrambi occupano parte del loro tempo ad attaccare le organizzazioni cui appartenevano.
È presso questa fonte che l’influente Sig. Tornielli è andato a prendere la sua informazione imparziale…Si tratta del resoconto di una riunione tra religiosi, riservata, che non ha implicato alcun cambiamento di direzione negli Araldi del Vangelo, sia nel loro rapporto con la Sacra Gerarchia e la società civile, sia nell’azione che svolgono con l’immensa quantità di aderenti del movimento. Lo scopo dell’incontro registrato era, semplicemente, scambiare impressioni su determinati fenomeni preternaturali, in un ambiente di amena e distesa intimità. Mani criminali, ancora sconosciute, hanno deciso di divulgare il suo contenuto in modo malevolo e irresponsabile per un pubblico che non ha, per la maggior parte, conoscenze teologiche sufficienti per dare un giudizio approfondito sul suo contenuto. Non era difficile, così, creare confusione nelle menti dei lettori. D’altra parte, queste stesse mani non si sono interessate, naturalmente, di divulgare le conclusioni di queste analisi.

Ora, perché il Sig. Tornielli non si è messo in contatto con gli Araldi per ottenere un chiarimento? A ragione potremmo dire: timeo hominem unius factionis, temiamo gli uomini della mezza verità, gli uomini parziali, quelli che non vogliono sentire ambo le parti.

Starà il Sig. Andrea Tornielli agendo da solo? Non lo sappiamo…

Ma possiamo affermare, analizzato l’articolo del rinomato vaticanista e le menzionate circostanze, che egli sta offrendo un cieco contributo nel senso di distruggere quell’unità a lungo sognata, che i Padri del Concilio Vaticano II hanno voluto portare avanti e che tre grandi uomini hanno concretizzato: San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Mons. João Clá.
Ecco un modo per rovinare la dottrina di un Concilio Ecumenico, e la dedita azione di due papi – di cui uno ancora vivo e in mezzo a noi – e di un Fondatore, di cui un Prefetto della Congregazione per i Religiosi, il Cardinale Franc Rodé, ha detto che la Chiesa è debitrice!

Cui prodest? A chi giova quest’atteggiamento?
Il mondo cattolico è sicuramente perplesso: questa volta il camaleonte presenta toni così surreali che, fatte le opportune riflessioni, continua ancora a sollevare domande riguardo le sue varie nuove colorazioni:
– Chi rappresenta il Sig. Andrea Tornielli?
– Vuole provocare uno scisma nella Chiesa?
– Con quali intenzioni?

Infine, chiarite le falsità e le distorsioni, gli rivolgiamo un invito a tornare sulla strada di un giornalismo colto, serio ed etico. Gli Araldi del Vangelo consacrano a San Giuseppe, patrono della Chiesa, la propria difesa, nella certezza di non essere abbandonati dal padre verginale di Gesù e castissimo sposo di Maria. Fatti salvi i propri diritti, sono essi disposti ad accogliere con benevolenza la ritrattazione dei calunniatori e a perdonarli sinceramente, in quanto non serbano alcun risentimento.

Araldi del Vangelo

fonte: http://araldimissioni.it/qual-e-lintento-del-sig-andrea-tornielli-nellattaccare-gli-araldi-del-vangelo-creare-uno-scisma-nella-chiesa/san-giovanni-paolo-ii-e-mons-joao-scognamiglio-cla-dias/

 

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Il Card. Caffarra supplica il Papa

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 Il grande arcivescovo di Bologna torna a supplicare il Santo Padre di essere ricevuto assieme ad altri membri del sacro collegio cardinalizio.

 Il Card. Caffarra – assieme ad altri tre grandi cardinali – rivolge al Pontefice parole filiali e rispettose. Si può presumere che la loro intenzione sia di cercare di “discernere” meglio e fare chiarezza su alcuni sue opinioni malintese (in particolare per Amoris laetitae, ma non solo), poichè la confusione si allarga nella Chiesa.

 I lettori di totustuus.it sono invitati a pregare perchè questa udienza venga concessa e la confusione abbia fine: i sacerdoti offrendo il Santo Sacrificio eucaristico, le religiose e i religiosi con la recita dell'Ufficio Divino, i laici con il Santo Rosario e la loro azione della società.

 

Di seguito la lettera al papa del Cardinale Carlo Caffarra.

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Beatissimo Padre,

è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.

Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il “dolce Cristo in terra”, come amava dire S. Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l’indivisibile responsabilità del “munus” petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal “munus” cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell’Episcopato, che “ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue” (At 20, 28).

Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque “dubia”, chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia”.

Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.

Beatissimo Padre,

è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di “Amoris Laetitia”. In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”.

Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: “Fare chiarezza”.

Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.

Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.

Carlo Card. Caffarra

Roma, 25 aprile 2017
Festa di San Marco Evangelista

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Polonia: niente eucarestia ai divorziati-risposati

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 LA CONFERENZA EPISCOPALE POLACCA CONFERMA IL DIVIETO PER I DIVORZIATI-RISPOSATI.

 Il 7 giugno la Conferenza episcopale polacca ha chiuso i lavori della sua assemblea generale a Zakopane, sui monti Tatra. E secondo quanto ha dichiarato a Katholish.de il portavoce dei vescovi polacchi, Pawel Rytel-Andrianik, i presuli hanno constatato che l’insegnamento della Chiesa per ciò che riguarda le persone che vivono in situazioni di coppie non sacramentali “non è cambiato” dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia.

Una dichiarazione pubblica spiega che i cattolici che si trovano in quel tipo di situazioni dovrebbero essere guidati “Verso una vera conversione e a una riconciliazione con il loro coniuge e i figli di quell’unione”. I vescovi si riferivano esplicitamente all’esortazione post-sinodale di Giovanni Paolo II “Familiaris Consortio”, che permette di avvicinarsi ai sacramenti solo se i divorziati-risposati civilmente vivono una relazione come fratello e sorella.

I vescovi polacchi hanno inoltre annunciato che discuteranno in autunno, durante la prossima assemblea generale, le linee guida realtive alla cura pastorale delle persone che vivono in situazioni di coppia “non sacramentali”, e la loro integrazione nella vita della Chiesa. Le nuove linee guida spiegheranno in concreto come dovrà essere svolto l’accompagnamento dei divorziati-risposati.

Questa presa di posizione ufficiale, dopo quelle di segno contrario delle conferenze episcopali della Germania e del Belgio, rende sempre più evidente lo stato di confusione provocato dall’ambiguità delle norme – e soprattutto delle note a piè di pagina – dell’esortazione post-sinodale “Amoris Laetitia”. Dalla sua pubblicazione si assiste a interpretazioni opposte di cardinali, vescovi,e  conferenze episcopali, mentre la richiesta di chiarimenti rivolta al Pontefice non solo dai cardinali con i “Dubia”, ma da laici, vescovi e studiosi con lettere aperte e petizioni rimane ancora inevasa.

Era prevedibile per altro che la Conferenza episcopale polacca si esprimesse in questa direzione. Già nel novembre scorso mons. Jan Watroba, Presidente del Consiglio per la Famiglia dei vescovi polacchi, aveva dichiarato: “E’ un vero peccato che non esista un’interpretazione unica e un messaggio chiaro del documento, e che si debbano aggiungere interpretazioni a un documento apostolico. Personalmente preferivo documenti come quelli che Giovanni Paolo II scriveva, dove commenti aggiuntivi o interpretazioni relative all’insegnamento di Pietro non erano necessari”. In precedenza il vescovo ausiliario di Lublino Józef Wróbel aveva espresso il suo appoggio ai Dubia. I cardinali “Hanno fatto bene e hanno esercitato correttamente quello che prevede la legge canonica. Credo che sia non solo un diritto, ma anche un dovere. Sarebbe stato giusto rispondere alle loro osservazioni”.

E aveva aggiunto: “Non potevi dare la comunione prima, e non è possibile ora. La dottrina della Chiesa non è soggetta a cambiamenti, altrimenti non si tratta più della Chiesa di Cristo fondata sul Vangelo e sulla Tradizione. Nessuno ha il diritto di modificare la dottrina, perché nessuno è padrone della Chiesa”.

Anche il presidente della conferenza episcopale polacca, mons. Gadecki, nel luglio del 2016 secondo il Tablet aveva negato la possibilità di dare l’Eucarestia ai divorziati risposati. La conferenza episcopale polacca è la prima conferenza episcopale a dichiarare unitariamente che continuerà a seguire l’insegnamento tradizionale della Chiesa sul matrimonio e i sacramenti. In precedenza si erano avute conferenze episcopali regionali, a prendere posizione in merito, e un appello dei vescovi del Kazakhstan al Papa affinché confermasse la prassi immodificabile della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. Altri vescovi in tutto il mondo hanno preso posizione in difesa della dottrina del matrimonio della Chiesa così come è stata enunciata e praticata fino ad “Amoris Laetitia”.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-amoris-laetitiai-polacchial-contro-strappo-20105.htm

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Parrocchie da incubo

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 Parrocchie da incubo, manuale per fedeli non "buonisti"
 

Don Andrea Brugnoli è un sacerdote di Verona, parroco a San Zeno alla Zai. Da molto tempo ormai si è messo sulla strada del rinnovamento pastorale della Chiesa. Ha fondato le Sentinelle del Mattino e il Café teologico presente in altre diocesi e anche all’estero. E ha creato Una luce nella notte. Ha scritto libri sulla rivitalizzazione pastorale ed è stato invitato da varie Conferenze episcopali – dalla Spagna a Taiwan – a parlare ai preti di nuova evangelizzazione e pastorale giovanile.

Ora egli dà alle stampe un libro che ha chiamato nel sottotitolo Manuale per cambiare stile di Chiesa. Il titolo suona truce e terrificante: Parrocchie da incubo (edizioni Fede & Cultura 2015). Ma all’interno di terrificante non c’è nulla. Certamente non è un libro tenero, che accarezzi, il nostro don Andrea è deciso e tagliente nelle sue valutazioni e coraggioso e originale nelle proposte. Il suo motto è «o si cambia o si muore». Non apprezza le «nostre riunioni verbose» e i «nostri catechismi antropologici» che, secondo lui, «hanno formato ben pochi cristiani veri, testimoni impegnati a portare le persone in Paradiso».

Secondo don Andrea bisogna cambiare anche i luoghi delle nostre parrocchie. «La chiesa», dice, «è la casa di Dio e Lui solo deve parlare. Non di noi, delle nostre attività: la gente deve vedere che in chiesa si entra per dare gloria a Dio e a Dio solo» Ce l’ha, don Andrea, con le bacheche disordinate, le candele elettriche, i volantini e gli avvisi sparsi ovunque, con il Tabernacolo messo in disparte perché «dopo il Concilio, al posto di Gesù, si sono messi i preti con la loro sedia», lo «scempio»– come lui lo chiama – dei due altari («mai una chiesa ha avuto due altari nello stesso presbiterio»), l’altare rivolto al popolo «così la liturgia si è ridotta da dialogo dell’uomo con Dio a un dialogo tra di noi», l’eliminazione della balaustra dove inginocchiarsi per la Comunione, le aule del catechismo sporche e disadorne, con sedie scomode.
Nella sua chiesa di San Zeno alla Zai a Verona – spiega don Andrea – la facciata è pulita, la bacheca ordinata e c’è solo una grande scritta: “Benvenuto a casa!”. In chiesa c’è sempre una musica di sottofondo in gregoriano, le candele sono di cera, al centro dell’altare c’è un grande crocefisso verso cui si rivolgono sia il celebrante sia i fedeli. Il Tabernacolo è posto al centro. Non è stata ripristinata la balaustra, ma viene data la possibilità di prendere la Comunione in ginocchio, con degli inginocchiatoi mobili, e il 95 per cento dei suoi fedeli fa così. Don Andrea non è un patito della messa antica. Dedica un capitolo del libro alla Messa di Paolo VI, che è stata ed è la sua messa. Però auspica una ulteriore riforma liturgica che unifichi i due riti
La Chiesa ha come ultimo scopo – dice don Andrea – di dare gloria al Signore. Per fare questo ha un obiettivo interno: edificare i discepoli, ed uno esterno: evangelizzare quelli che non conoscono Gesù. Tutto deve essere orientato al grande mandato di fare discepoli. Si incontra Gesù tramite l’incontro con dei cristiani che lo hanno già incontrato, ossia con dei discepoli-missionari. Bisogna formare persone in grado di evangelizzare e per questo, dice don Andrea, ci vuole una “visione”. Quella che lui propone è «Risvegliamo la Chiesa!» e tutta la vita della parrocchia vi ruota attorno, perché la visione deve essere conosciuta da tutti ed espressa in modo conciso e chiaro come la destinazione sul display di un autobus.

La cosa principale è formare una équipe. Anche da zero se necessario, mentre la vita della parrocchia intanto procede. Sono le persone che fanno la differenza, non le attività. Si fanno le attività in base alle persone e non il contrario. Il cristiano modello oggi è il filantropo. Deve tornare a essere l’apostolo che evangelizza. «Vedo diocesi», scrive don Andrea, «dove si organizzano costosi festival, convegni su ogni argomento, assemblee dove il microfono viene dato ai pagani e nemici della Chiesa, presentati come profeti e maestri di quello che dobbiamo fare noi». Ecco che anche il catechismo «si limita a un blando richiamo ai valori antropologici e a un moralismo terzomondista che persino un extracomunitario troverebbe risibile e anti-storico».

A proposito di catechismo. Nel suo libro-manuale don Andrea si sofferma molto sul catechismo, sulla preparazione ai sacramenti, sulla liturgia. Il catechismo – dice – è fatto per chi ha già incontrato il Signore. La catechesi non è l’annuncio, viene dopo di esso. Prima di tutto bisogna suscitare l’atto iniziale di fede nei confronti di Gesù Salvatore. Bisogna pensare a fare il primo annuncio ai bambini e ai ragazzi, tenendo conto che il test per sapere se l’annuncio è arrivato a destinazione è vedere se il bambino (o adulto) adora Gesù, se si inginocchia davanti al Tabernacolo e Gli parla. Se questo c’è, allora la catechesi diventa un cammino di discepolato.

Don Andrea è anche contro la “pastorale del ricatto”, che è l’esatto opposto del primo annuncio: approfittare del fatto che i genitori vogliono battezzare il figlio per obbligarli a un certo numero di incontri. Anche qui: prima ci vuole la fede e la conversione, poi la Chiesa forma i suoi figli. Ci sono tanti tipi di parrocchie. C’è la Parrocchia Addams, dove tutto è in disordine e piuttosto lugubre; c’è la Parrocchia Social, brulicante di volontari, tutti con la barba, i sandali ai piedi e dove si fa un sacco di cose: lavoretti per il Terzo mondo, raccolte equosolidali, vendita di prodotti missionari; c’è la Parrocchia Milàn, dove i preti recitano la messa con l’i-Pad e si fanno progetti pastorali con organigrammi e votazioni in Consiglio pastorale; c’è la Parrocchia Asilo, dove si ospitano i bambini quando i genitori lavorano, si organizzano campi scuola e grest quando le scuole sono chiuse, si fanno feste di compleanno e si ospitano riunioni condominiali e comitati di quartiere.

Don Andrea cerca di costruire una parrocchia diversa. Il suo sogno lo esprime con chiarezza alla fine del libro: «Sogno una Chiesa tutta protesa a formare gli evangelizzatori. Dove tu vai a Messa una domenica e senti un’aria di famiglia; dove tutti si conoscono perché tutti condividono la passione per portare le persone all’incontro con Gesù e quelli che sono nuovi, lì per la prima volta, vengono accolti con un bel sorriso e comprendono subito che quella può essere la loro casa».

di Stefano Fontana *da La Nuova Bussola Quotidiana,
 

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Padre Manelli: persecuzione continua

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 Come già accadde per i Legionari di Cristo, il cui fondatore fu sommerso da calunnie e menzogne, così continua la persecuzione dei francescani dell'Immacolata. In entrambi casi, la grande stima e incoraggiamento di San Giovanni Paolo II per i fondatori…. e in entrambi i casi la cupidigia di appropriarsi dei beni degli Istituti religiosi gioca un ruolo imortante… ma forse il loro tentativo di annientamento ha ragioni ben più gravi.

 

 ULTIMATUM A PADRE MANELLI: MANI IN ALTO, FUORI I SOLDI O TI SANZIONIAMO CANONICAMENTE.

Non ha fine il calvario per padre Stefano Manelli, fondatore dei Frati Francescani dell’Immacolata (FFI), istituto commissariato ormai da quattro anni, senza che sia stata fornita mai dalle autorità competenti una motivazione chiara del provvedimento.

Si parlava di una possibile “deriva lefebvrista”; il che adesso fa un po’ ridere, posto che il Pontefice è più che pronto ad accogliere gli eredi di Marcel Lefebvre con una Prelatura personale nella Chiesa.

L’opinione che si può azzardare dall’esterno è quella di un’identificazione di cause molteplici: ad es. un assalto alla gestione del fondatore da parte di un gruppo di “giovani turchi” che volevano impadronirsi dell’ordine, uno dei più fiorenti –allora – dal punto di vista delle vocazioni (ora devono importarle dalla Nigeria, in spregio alla direttiva vaticana che impone la formazione in loco); e poi i soldi, la “roba”.

E’ un ipotesi che aiuta a capire sia la furibonda, e diffamatoria campagna di stampa che è partita su presunti abusi alle suore ; accuse archiviate nel novembre scorso dalla magistratura.
Ma che avranno probabilmente un seguito, pesante dal punto di vista finanziario e professionale, per alcuni siti web spazzatura e giornali che verranno perseguiti civilmente, con richiesta di danni cospicui, dalle vittime.

E anche le ultime mosse della Congregazione vaticana per i religiosi. Non tanto il Prefetto, il brasiliano João Braz de Aviz, quanto il segretario della Congregazione, José Rodriguez Carballo, francescano, che tiene un rapporto diretto con il Pontefice.
Carballo è direttamente coinvolto nello scandalo finanziario che ha provocato il crack dei Francescani a livello mondiale.
Era Ministro Generale all’epoca dei fatti. Uno scandalo che è stato tale da porre “in grave pericolo la stabilità finanziaria della Curia generale”, come scrisse lo statunitense Padre Michael Perry, responsabile dell’ordine, in una lettera indirizzata a tutti i fratelli.
Il caso è scoppiato dopo la decisione da parte della Procura svizzera di porre sotto sequestro decine di milioni di euro, depositi – pare – investiti dall’ordine in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti di armi e di droga.

Tornando ai Francescani dell’Immacolata. Il patrimonio non è indifferente: si parla di 59 fabbricati, 17 terreni, 5 impianti fotovoltaici, 102 autovetture, più numerosi conti bancari.
Posti sotto sequestro all’inizio del commissariamento, la giustizia ha poi deciso che dovevano essere dissequestrati e riaffidati alle associazioni di laici che ne erano titolari, a causa del voto di povertà assoluta praticato dai FFI.

Respinta dalla giustizia ordinaria, la Congregazione vaticana ha aumentato le pressioni sull’83enne padre Manelli, obbligato dal Vaticano a una forma di clausura; che oggettivamente nel 2017 ha un gusto (pessimo) di altri tempi.
Fra le altre cose a padre Manelli, di recente, è stato chiesto formalmente a nome del Pontefice, di confermare la sua fedeltà e obbedienza al Pontefice stesso. Il che ha fatto.

Circa quindici giorni fa padre Manelli ha però ricevuto una lettera da parte della Congregazione per i religiosi in cui gli si chiedeva di mettere in disponibilità della Chiesa i beni temporali adesso sotto il controllo delle associazioni di laici.

Ingenuamente il fondatore dei FFI ha risposto che non poteva mettere a disposizione nulla, perché i beni erano sotto il controllo delle associazioni di laici.

Forse avrebbe fatto meglio a chiedere un incontro con i laici stessi e far loro presenti le richieste vaticane; ovviamente poi i laici, che non sono tenuti all’obbedienza avrebbero potuto agire come meglio avrebbero creduto.

Non ha usato questa astuzia, e adesso il Vaticano può usare la sua risposta come una forma di mancata obbedienza al Papa; e quindi ne possono seguire sanzioni canoniche.

A margine c’è da dire che quest’uso dell’obbedienza come un’arma sta diventando frequente. Ricordiamo come fra’ Matthew Festing, Gran Maestro dell’Ordine di Malta, sia stato obbligato dal Pontefice a dimettersi, e a firmare una lettera dai contenuti più che discutibili proprio facendo leva sull’obbedienza. Un brutta abitudine che corre il rischio di cronicizzarsi…

Marco Tosatti da: http://www.marcotosatti.com/2017/06/01/il-vaticano-a-padre-manelli-mani-in-alto-fuori-i-soldi-o-ti-sanzioniamo-canonicamente/

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Un nuovo libro su Lutero

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 Martin Lutero: il lato oscuro di un rivoluzionario, di Angela Pellicciari; ed. Cantagalli, Siena 2016, pp. 206  – da: http://bibbia.verboencarnado.net/

 «Dal 1517 in poi la persecuzione contro la Chiesa fa un salto di qualità perché, dopo Lutero e dietro di lui, molte nazioni diventate protestanti vedono il proprio odio contro Roma (ma anche contro gli ebrei) giustificato dalla predicazione di un ex monaco agostiniano diventato “Mosè tedesco”, ovvero capo spirituale indiscusso della Germania. Lutero e i luterani si battono in nome della libertà e della uguaglianza, concetti che conosciamo bene, ma questi begli ideali servono ora a giustificare un assolutismo sconosciuto in ambito cristiano. Dove arriva Lutero la “Libertas ecclesiae” è un ricordo del passato perché le varie chiese nazionali sono completamente soggette al potere temporale». (pp. 5-6)

Sono queste parole di Angela Pelliciari, nella nuova edizione del suo libro su Lutero: il lato oscuro di un rivoluzionario (la prima edizione era del 2012). Si tratta di un saggio storico, in prima linea, ma accompagnato da utili e profondi riflessioni sul pensiero e la realtà luterana in se stessa, come fenomeno religioso e pure come atteggiamento filosofico. Ne basta un esempio da indicare: «Uguaglianza davanti a Dio e alla chiesa, in quanto che non c’è più gerarchia, anche se poi viene introdotta una diseguaglianza di tipo metafisico, terribile, che vede Dio dispensatore arbitrario ed assoluto del destino eterno degli uomini creati per la morte o per la felicità eterna senza che questi possano, con le loro opere, cercare di cambiare la loro sorte. De servo arbitrio: l’uomo non è libero, è schiavo. La volontà dell’uomo non ha alcun potere». (pp. 6-7)

«Con questo scritto – scrive la Pellicciari – mi ripropongo di tratteggiare le coordinate essenziali per capire la Riforma. Lo faccio, come mia abitudine, a partire dei documenti, esaminando da vicino gli scritti di Lutero, puntando a far emergere le idee forti del “profeta della Germania” a partire dell’analisi puntuali dei testi». (p.11) Ecco perché, inoltre ai commenti inseriti nel testo principale, il volumetto viene accompagnato da tre appendici con testi da Lutero stesso, tradotti, più una piccola collezioni delle immagini e caricature ideate da lui, specialmente ridicolizzando la figura del Papa di Roma.

Pellicciari inizia con un’analisi storica: Dallo scontro fra papato e impero vince, momentaneamente, un re, il re di Francia. Questo si intravvede già con l’accesa di Filippo IV il Bello a partire del 1285, in lotta contro il Papa Bonifacio VIII. Dal 1309 al 1377 avrà luogo il duro esilio dei papi in Avignone, esilio che metterà, in sostanza, il papa sotto scacco e subendo la pressante influenza del re di Francia. (cfr. pp. 20-21) Inoltre, la Chiesa si organizzava (fino a Napoleone) con il sistema dei benefici. Ad ogni “officio”, ad ogni carica ecclesiastica, corrispondeva un rendita che consentiva al titolare dell’officio di svolgere il compito affidatogli. Durante il papato di Avignone si decide che la persona incaricata di un officio debba anticipare la rendita di un anno del beneficio annesso, versandolo alla Santa Sede. Così è stato evidente che diventava vescovo, cardinale, parroco, viceparroco e via dicendo, solo chi disponeva dei risorsi finanziare. Non basta. Dal momento che i ricchi sono pochi, si concentra nelle loro mani un grande numero di offici ed a coloro che possono anticipare le rendite di un anno viene affidato un numero esorbitante di incarichi, succedendo così che alcuni vescovi e parroci diventavano titolari di decine – a volte centinaia – di diocesi e parrocchie. Affidavano ai vicari la cura dei fedeli, e questi, titolari di numerosi vicariati, nominavano sostituti. (cfr. pp. 22-23) Ovviamente, i danni prodotti dalla cattività avignonese sono incalcolabili.

A questa cattività succederà il chiamato scisma di Occidente, con due papi in carica. Il rifiuto del pensiero metafisico porta per sé l’oblio dell’interesse per la sostanza, la qualità e per le essenza delle cose. Cita l’autrice il Papa Benedetto XVI, chi affermava che il patrimonio della filosofia greca, che criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana, viene messo in discussione nella teologia moderna con tre ondate che cominciano con la Riforma del XVI secolo. La Fede non appare più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un pensiero filosofico. (cfr. pp. 29-30)

Inoltre a quei motivi storici remoti, che in certo modo, contribuirono a creare il clima propizio perché la Riforma prendesse il sopravvento, ci sono pure delle motivazioni storiche più prossime nel tempo, e in stretto rapporto con la situazione della Germania degli inizi del sec. XVI. Infatti, «alla fine del XV secolo mentre i regni europei, vanno rafforzando il potere del re con marcata tendenza all’assolutismo, in Germania le cose vanno alla maniera antica, secondo l’uso feudale: il potere è ripartito in una moltitudine di soggetti laici ed ecclesiastici». (p. 31) Allo stesso tempo, la vita culturale tedesca è vivace: vengono fondate molte università, il paese possiede delle famiglie di commercianti e banchieri più potenti al mondo, inoltre da Costantinopoli caduta erano arrivati una schiera di studiosi, filosofi, teologi, rabbini, che rendevano familiare lo studio delle lingue: latino, greco, ebraico. Soltanto che dalla ricca, esoterica Firenze, viene contagiato un umanesimo che si rivolgeva minuziosamente alle fonti – compressa la Scrittura – ma molto critico della scolastica ed delle diverse forme di religiosità popolare. In Germania questo umanesimo si colora di nazionalismo. Così, la letteratura di lingua tedesca nasce antiromana e il Dante locale si chiama Lutero che nel 1534 compone la traduzione della Bibbia. (cfr. pp. 32-33) L’originalità di questa traduzione consisté nel scrivere nella “lingua comune”, quella che in Germania capiscono tutti. Questa traduzione è spesso libera al punto che, per esplicitare o enfatizzare meglio alcuni passaggi ritenuti fondamentali, non esita a modificare il testo introducendo parole non presenti nell’originale. Così, in Rom 3,28: Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente delle opere della legge, è tradotto con l’aggiunta dell’aggettivo “sola (fede)” che non è irrilevante ai fini della comprensione del testo. (cfr. nota 36, p.43)

Si è parlato molto dello scandalo provocato per le prediche delle indulgenze, soprattutto in Germania, vale a dire la remissione della pena temporale per i peccati, una volta rimessa la loro colpa, indulgenza che la Chiesa ha il potere di amministrare. E’ vero che quello sia stato un vero scandalo ed è anche un miracolo che la Chiesa sia riuscita a sopravvivere; ciononostante, la riforma luterana non nasce da questo scandalo, come si crede abitualmente.

Martin Lutero, nato il 10 novembre 1483 a Eisleben, in Sassonia, dopo certi studi decide di farsi monaco a causa di un voto fatto a sant’Anna. Pur se sviluppa una rapida carriera sia in campo accademico che ecclesiastico, deve sostenere dure lotte contro le concupiscenze e le tentazioni. E’ nella dottrina della ‘giustificazione per la fede’ dove troverà il fondamento della sua propria teologia. Così scrive: «Nonostante l’irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a Dio; la mia coscienza era estrematamene inquieta, e non avevo alcuna certezza che Dio fosse placato dalle mie opere soddisfattorie. Perché non amavo quel Dio giusto e vendicatore, anzi, lo odiavo, e se non lo bestemmiavo in segreto, certo mi indignavo e mormoravo violentemente contro di lui».[1] Questo atteggiamento lo porta alla scoperta della nuova esegesi che, secondo lui, bisogna fornire di Rom 1,17: E’ (nel vangelo) che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede. Questa “giustizia” Dio la dona, se il giusto ha fede. Così crede di scoprire in quella giustizia di Dio anche la sua misericordia. (cfr. pp. 39-40)

Già nel 1517 Lutero compone 97 tesi in occasione del baccellierato di Franz Gunther. Ecco qualche saggio: “l’uomo, diventato simile ad un albero marcio, non può non volere né fare altro che male” (tesi n.3); “E’ falso dire che la volontà è libera di decidersi per il bene o per il male. La volontà non è libera, è schiava” (n.5); “Non diventiamo giusti facendo quello che è giusto, ma è quando siamo stati resi giusti, che compiamo la giustizia. Contro i filosofi (n.40); “tutto Aristotele nei riguardi della teologia è come le tenebre nei confronti della luce” (n.50). (cfr. p. 41)

La prima (n.3) è la tesi della natura corrotta totalmente ed essenzialmente dopo il peccato originale. L’uomo non sarebbe più in condizione di raggiungere nessun bene. La seconda (n.5), molto legata alla prima, versa sulla negazione del libero arbitrio e la predestinazione. Nella sua opera De servo arbitrio troviamo le seguente insinuazioni: «L’uomo non è responsabile delle proprie azioni; quindi non ci può essere per lui alcuna ricompensa o alcuna condanna. C’è semplicemente l’imperscrutabile volontà di Dio che dall’eternità destina qualcuno all’inferno, qualcun altro al paradiso. Doppia predestinazione: Dio non predestina tutti alla salvezza, Dio salva o condanna gli uomini senza che questi abbiano alcuna possibilità di sfuggire al loro destino: “Chi, dici tu, s’impegnerà a correggere la propria vita? Rispondo: nessuno può né potrà farlo”, ma “gli eletti e gli uomini pii verranno corretti mediante lo Spirito santo; gli altri periranno senza essere corretti”». (cfr. p. 61)

La terza (n.40) costituirà uno dei capisaldi del sistema luterano: il principio della “sola fede”: “Soltanto la fede senza alcuna opera rende pio e beato”, scrive in La libertà del cristiano. Per non prendere in considerazione il testo della lettera di Giacomo 2, 14-21, che mostra la necessità delle opere per far conoscere la fede, definirà questa lettera come “una lettera di paglia”, rifiutandola del canone (distinguendo tra ‘libro’ e ‘libro’ all’interno della Bibbia; cfr. pp. 73-74).

L’ultima si rapporta con il disprezzo della metafisica e di tutto il sapere razionale umano. Altri capisaldi del pensiero luterano saranno la “sola Scrittura” ed il libero esame, per il quale ad ogni cristiano gli viene di interpretare la Bibbia in modo suo, pure se contro il parere della Chiesa, contraddicendo quanto detto nella seconda lettera di Pietro (2Pt 1, 20-21), anche essa disprezzata dal riformatore.

Tutto quanto detto è stato affermato e vissuto da Lutero in un clima di aperta opposizione al Papa ed al suo Magistero, opposizione che andava ogni volta in crescendo nelle sue diatribe. In una delle sue opere più significative: Ai principi cristiani della nazione tedesca, parte del seguente principio che viene dato per scontato, quando avrebbe dovuto essere dimostrato. Questo è: I “romanisti” – i cattolici – “hanno eretto intorno a sé con grande abilità tre muraglie, con le quali essi si sono fino ad ora difesi di modo che nessuno ha potuto riformarli, e in tal modo l’intera cristianità è orribilmente decaduta”. (p. 63)

L’immagine delle muraglie è un pretesto e una provocazione, perché invitano ad assalirle. Queste muraglie sono: La prima: i pontefici “hanno stabilito e proclamato che l’autorità secolare non aveva alcun diritto sopra di loro ma al contrario, che la spirituale era superiore al temporale”;

La seconda: il papa ha evocato a sé “l’interpretazione della Scrittura”;

La terza: “hanno inventato che nessuno può convocare un concilio se non il papa”;

Lutero rimprovera ai papi di aver svolto il proprio ruolo con coscienza: di aver difeso la libertà della chiesa dal potere temporale. E guadagna, in questo scritto, le seguenti posizioni di principio:

– a Roma c’è l’anticristo;

– Roma è nemica della Germania;

– il ceto dirigente tedesco deve prendere coscienza di questa situazione e regolarsi di conseguenza (p.64).

Lo stacco definitivo della Germania della comunione con Roma lo proclama Lutero in un’altra sua opera: Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, con delle conseguenze che noi conosciamo e che sono arrivati fino a Hitler.[2]

Dopo aver suscitato, in tedesco, l’odio e disprezzo verso Roma, Lutero passa al latino per illustrare, in modo apodittico, quanto siano i sacramenti. Scrive: “Io nego i sette sacramenti; per il momento se ne devono conservare solo tre: il battesimo, la penitenza, l’eucaristia”. Così scrive nel De captivitate Babylonica ecclesiae (p. 66). Rifiuterà il carattere di sacrificio della Messa ed il Battesimo l’accetterà in tanto venga accompagnato di una percezione soggettiva della fede (pp. 67-70).

Ci sarebbe molto da dire e commentare ancora, come il dramma della lotta dei contadini. La propaganda luterana con i suoi fogli volanti, le sue parole di ordine semplice, la diffusione a tappeto delle rozze e violente incisioni antiromane e anticattoliche, fa breccia e raggiunge tutti gli strati della popolazione, anche i più popolari. Così succede che nel 1524 – 1525 i contadini di molte zone della Germania si sollevino contro principi e vescovi, e contro le amministrazioni municipali saldamente in mano alla borghesia. Sollevazioni c’erano state ormai prima, quando il potere padronale (dopo il 1400) si era irrobustito facendo perdere le conquiste delle istituzione medievali dei contadini. Borghi, conventi, chiese e castelli sono saccheggiati e distrutti. I contadini svevi stendono il proclama della rivolta: I dodici articoli dei contadini (cfr. p. 102).[3] Lutero viene chiamato in causa e interviene con il suo opuscolo: Esortazione alla pace, sopra i dodici articoli dei contadini di Svevia. Rimprovera i padroni in nome di Dio ma rimprovera anche i contadini, chiamandoli a comportarsi cristianamente. La sua mediazione fallisce ed è allora che «il popolo va avanti con le sue richieste evangeliche di libertà, uguaglianza e giustizia: Il “papa di Wittenberg” (Lutero) non perdona l’insubordinazione in nome della riforma e scrive un testo di straordinaria violenza: Contro le bande brigantesche e assassine di contadini, nel maggio 1525» (p. 104).[4] A luglio di quel anno le guerre erano finite ed i principi tedeschi, benedetti da Lutero, avevano vinto, nelle maniere più atroci.[5] Da quel momento in poi, Lutero sarà il più acerrimo difensore dei principi elettori che si convertono al protestantesimo, e questi, a sua volta, lo difenderanno dall’imperatore e dal papa.

«I rivoluzionari di tutti i tempi – scrive la Pellicciari – hanno in comune il linguaggio: un linguaggio semplice, chiaro, popolare, lapidario. Un linguaggio che corrisponde alle esigenze della propaganda, facile da ripetere, che fa breccia e si impone con la forza degli immagini, linguaggio che punta al cuore più che all’intelletto e alle viscere più che al cuore. Un linguaggio che, facendo leva sulle emozioni, genera indignazione e disprezzo e scatena odio. Lutero, il grande rivoluzionario dell’epoca moderna, non fa eccezione» (pp. 41-42).

La sua, aggiungiamo noi, è stata una rivoluzione in nome del Vangelo, solo che, come ogni rivoluzione, ha tradito i principi e le fondamenta sul quale diceva ispirarsi; in questo caso, lo stesso Vangelo. Inoltre, come ogni rivoluzione, ha iniziato un cammino di degradazione e ha prodotto come conseguenza, delle rivoluzioni ancora più terribili da quella iniziata da lui; due secoli e mezzo dopo, la rivoluzione francese tornerà sulle orme del sangue e della violenza, questa volta non accettando il Vangelo, ma solo un’idea sfumata di una divinità deista che aveva dato origine a tutto e poi si ne era svincolata. Un secolo e mezzo in più, la strada continuerà, questa volta con il terribile bolscevismo, che ancora sotto lo stendardo rivoluzionario, espellerà definitivamente ogni idea di Dio per parlare di divinizzazione della classe operaria, alla quale, paradossalmente, ridurrà nella più completa schiavitù. E’ la triplice rivoluzione anticristiana, della quale ci parlava con saggie parole il gran sacerdote argentino Julio Meinvielle. E’ il nostro compito, in questo processo, quello di stare sotto lo stendardo di Cristo, al quale appartiene, senza dubbio e come profetato, la vittoria finale (cfr. Ap 19,11ss).

P. Carlos Pereira, IVE., da: http://bibbia.verboencarnado.net/

NOTE

[1] Prefazione alle sue opere completa composta ad un anno prima della morte, nel 1545.

[2] L’autrice riporta il testo in Appendice I, pp. 133-155.

[3] Il testo in Appendice I, pp. 157-158.

[4] Testo in Appendice I, pp. 159-168.

[5] In una predica del 1526, riportata in parte dall’autrice in nota 78, incita Lutero ai principi ad esercitare ogni forma di violenza contro i contadini.

 

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