Il presepe LGBT di piazza San Pietro

La lobby LGBT sembra allungare ogni giorno di più i suoi potenti tentacoli sul Vaticano. Dopo la recente notizia dell’affidamento della realizzazione del nuovo portale internet vaticano ad una società nota per le sue posizioni pro “agenda LGBT”, un articolo di Diane Montagna, pubblicato il 21 dicembre su Lifesitenews, rivela infatti come il discusso presepe di quest’anno di piazza San Pietro sia il dono di un’abbazia altrettanto nota per essere il luogo di “devozione” della comunità gay e transgender italiana.

Il presepe inaugurato lo scorso 7 dicembre 2017, realizzato dalla Bottega d’Arte presepiale Costabile e Cantone di Napoli, che ha come tema le sette opere della Misericordia, è stato, per l’appunto, donato dall’Abbazia di Montevergine, un santuario in provincia di Avellino, caro ai devoti omosessuali e transgender, in quanto al suo interno è venerata la cosiddetta “Madonna gay friendly”, un’icona nera conosciuta come anche come “Mamma Schiavona” per via delle sue fattezze orientali (l’Osservatorio Gender ne aveva già parlato qui). (altro…)

Continua a leggereIl presepe LGBT di piazza San Pietro

Il Timone: non pessimismo, ma fede

  • Categoria dell'articolo:Chiesa

La versione di Gianpaolo Barra – ottobre 2017

(confermate le indicazioni operative del 2016)

«Caro Direttore,
la seguo su
La Nuova Bussola e sono abbonato a Il Timone: ringrazio lei e quanti con lei testimoniano la Verità con coraggio e nonostante l’autentico martirio che impone la buona battaglia.
Mia mamma, maestra di scuola elementare per 43 anni, su altri fronti e con altri mezzi, ha combattuto la stessa buona battaglia senza scoraggiarsi e confidando sempre nel Signore, sicura com’era di
“Gesù e Maria non abbandonano chi lavora per loro”. Io, alla soglia dei 60 anni, sono disorientato, avvilito, oserei dire sconvolto da quello che sta avvenendo nella Chiesa: non che abbia mai pensato che la nostra fosse la comunità perfetta e senza peccato, ci mancherebbe, tuttavia sui “principi non negoziabili” c’era chiarezza dottrinale, tutti potevamo sbagliare e peccare (a chi non è capitato?), ma c’erano regole certe che erano il metro delle nostre azioni…
(altro…)

Continua a leggereIl Timone: non pessimismo, ma fede

I francescani dell’Immacolata chiedono equità

  • Categoria dell'articolo:Chiesa

FRANCESCANI IMMACOLATA.
COMMISSARIATI DA QUATTRO ANNI.
PARLANO I LORO AMICI, AL PAPA CHIEDONO EQUITÀ.

[…] Parlando con alcune persone vicine ai Francescani dell’Immacolata, abbiamo posto loro alcune domande, di carattere molto generale sull’ordine e su che cosa si potrebbe fare per ridare serenità alla situazione. Fra l’altro, ricordiamo che siamo di fronte a un commissariamento che dura da oltre quattro anni e che le ragioni dello stesso non sono mai state chiarite ed evidenziate dalla Santa Sede.

1)  Cosa sono i Francescani dell’Immacolata, che carisma hanno, quale è la loro missione?

Nel 1970, durante lo sbandamento post-conciliare, P. Stefano Manelli e P. Gabriele Pellettieri, due frati minori conventuali, iniziano col permesso dei Superiori “Casa Mariana” ossia una forma di vita francescana più in sintonia con le origini tenendo conto dei tempi attuali, secondo il dettato del decreto conciliare “Perfectae caritatis” sul rinnovamento della vita religiosa.
I due padri si ispirano all’allora Venerabile P. Massimiliano Kolbe ofmconv (beatificato nel 1971 e canonizzato nel 1982).
Casa Mariana si distingue per: marianità kolbiana (in linea con il Concilio Vaticano II e con tutta la tradizione cattolica e francescana), intensa preghiera, clima di silenzio e raccoglimento, austerità e povertà francescana, apostolato stampa e poi radio-tv, aiuto al clero diocesano.

(altro…)

Continua a leggereI francescani dell’Immacolata chiedono equità

Vescovi coraggiosi: Imola. NO alle unioni gay

  • Categoria dell'articolo:Chiesa

 + Mons. Tommaso Ghirelli – Vescovo di Imola
Omelia per la festa del Santo Patrono San Cassiano

 LA FAMIGLIA E’ UOMO-DONNA
NO ALLE UNIONI OMOSESSUALI

 

Con il canto del vespro, lodiamo Dio che ha donato ad Imola un testimone ed un intercessore insostituibile. Il martirio di Cassiano appare certamente doloroso, ma anche e soprattutto glorioso, tanto da rendere sopportabile, anzi fecondo, il male fisico e la sofferenza morale di vedersi aggredito dai propri alunni. La violenza subita si trasforma in un traguardo: è la conclusione del cammino di progressiva adesione a Gesù Cristo, di condivisione del suo destino, è il completo dono di sé agli altri.
La morte diventa quindi gloriosa, non nel senso che sia fonte di notorietà o di plauso postumo, ma nel senso che manifesta la grandezza e bellezza di Dio, secondo quanto afferma Gesù: “Voi siete la luce del mondo … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,14-16).

Per questo, siamo convinti che san Cassiano “fa bene alla città”. Avere scelto un patrono, per una comunità civile (città, nazione, ma anche regione, associazione, azienda) significa avere raggiunto un’intesa ideale, avere maturato un’identità, fino a  riconoscersi in una persona concreta.

(altro…)

Continua a leggereVescovi coraggiosi: Imola. NO alle unioni gay

Chiesa a più voci o zizzania nella Chiesa?

  • Categoria dell'articolo:Chiesa

(di Cristina Siccardi)
Se si digita, sul Web, Parrocchia San Defendente di Ronco Cossato (Biella), appare il sito Una chiesa a più voci del parroco don Mario Marchiori.

Le autorità religiose hanno perciò deciso di esautorare san Defendente, martirizzato dall’Imperatore romano Massimiano nel 287 circa perché si era rifiutato di sacrificare al culto dell’Imperatore stesso.
San Defendente morì per Cristo e per dare testimonianza ai fratelli in Cristo.

(altro…)

Continua a leggereChiesa a più voci o zizzania nella Chiesa?

Mons. Negri: l’eresia omosessualista

  • Categoria dell'articolo:Chiesa

 LA CHIESA FA DA STAMPELLA AI GAY E DIMENTICA IL SUO COMPITO MORALE

 di LUIGI NEGRI,
 Arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio
(La Verità, 28 luglio 2017)

 

 Il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, qualche mese fa ha introdotto nel dibattito ecclesiale una preoccupazione e un tema cui si connettono queste brevi note. Egli ha parlato della possibilità di una mutazione del genoma del cattolicesimo, che avviene quasi senza colpo ferire e nella sostanziale mancanza di «cura» di troppa parte del mondo cattolico.

In questo senso vorrei riprendere un tema ormai largamente diffuso: l’omoeresia. Il problema dell’omosessualità non è impostato a partire dai contenuti che essa propugna, ma soltanto dalle modalità con cui viene vissuta. In troppo mondo cattolico l’omosessualità è un dato di partenza su cui non si formula un giudizio, o forse, più profondamente, si confonde il giudizio di fatto – l’estensione del fenomeno con il giudizio sul valore. Come dire: l’omosessualità c’è, è diffusa, perciò anche per noi cattolici deve andare bene.

In questa linea anche illustri ecclesiastici sono intervenuti su avvenimenti non discutibili, come fatti, ma cui si attribuisce il carattere di valore.

In ambito cattolico matrimoni omosessuali, seguiti da celebrazioni eucaristiche, nel corso delle quali i «coniugi» (si fa per dire) hanno potuto accostarsi alla comunione, come cosa normalissima. Quando un fatto, anche imponente nella sua diffusione, viene riconosciuto acriticamente come valore, si afferma sostanzialmente che non c’è più differenza fra bene e male e l’unico problema, per la Chiesa, diventa quello di un «accompagnamento». Non si pratica un giudizio per accompagnare, in modo autentico, ma ci si limita a un accompagnamento senza giudizio, che lascia gli omosessuali nella loro condizione, in qualche modo rafforzandone la percezione valoriale.

Chi afferma ancora, infatti, il dato indiscutibile, per la tradizione e il magistero ecclesiale, che l’omosessualità è una condizione di grave disordine e scorrettezza, teorica e morale? È a partire da questa consapevolezza, invece, che si deve assumere la responsabilità di aiutare coloro che vivono questa situazione obiettivamente errata, a prenderne coscienza e a maturarne un superamento, perché la verità della loro esistenza sia all’altezza della loro piena dignità e libertà.

Una corrente di pensiero, sempre più diffusa nell’ecclesiasticità, invece, sembra darsi come compito esclusivo l’aiuto, a coloro che vivono questa situazione, a viverla come sostanzialmente positiva.
Sembra, pertanto, che la Chiesa non abbia più la responsabilità fondamentale di aiutare gli omosessuali a camminare verso un superamento della loro situazione di partenza per la ripresa, o il primo incontro, con la vita nuova, buona e vera, cui Gesù Cristo introduce tutti coloro che credono in lui.
La Chiesa sembra non desiderare più di aiutare gli omosessuali a cambiare vita e a incominciare il lungo e doloroso cammino per assumere una condizione di vita in sintonia con l’antropologia che nasce dalla fede e si esprime nella carità.

Mi chiedo, qualche volta, se la Chiesa non riduca la sua azione educativa ad aiutare la condizione di partenza, l’omosessualità, in modo che sia una situazione adeguatamente vissuta, senza nessuna criticità.

Mi sorprendo a riflettere sulla grande testimonianza di fede e di carità che monsignor Luigi Giovanili Giussani dette a tutti noi, suoi amici, per l’amicizia e l’affezione che nutrì per anni per Giovanni Testori. Questi era considerato universalmente un’espressione di un’omosessualità teorizzata e praticata, punto di riferimento per i gruppi omosessuali lombardi che, a cavallo degli anni Ottanta del Novecento, andavano costituendosi in forma di movimento.

Testori non si sentì mai dire, da don Giussani, che l’omosessualità era una condizione corretta, ma fu aiutato a superare, attraverso un inevitabile sacrificio, sostenuto fraternamente, grazie a un giudizio critico, e non in assenza di esso, a superare la sua condizione, per tornare ad assumere l’antropologia e l’etica della fede e della carità.
Testori visse gli ultimi anni aderendo alla morale cattolica e dando anche pubblicamente testimonianza di una vita casta, consapevole dei propri errori passati e presenti, ma ai quali non guardava più con la presunzione di una posizione corretta e indiscutibile.

La Chiesa è chiamata ad accompagnare i nostri fratelli uomini, a partire dalle situazioni più diverse in cui vivono, talvolta negative, a incontrare la forza e la novità della fede, che cambia il cuore dell’uomo e lo restituisce alla grandezza e al sacrificio di un cammino, magari doloroso, ma sempre vero.

Se la Chiesa non giudica le situazioni di vita, in cui gli uomini sono talora costretti a vivere per l’arroganza del pensiero unico dominante, che ormai ha equiparato, di diritto e di fatto, l’omosessualità all’eterosessualità – la Chiesa si riduce ad essere una pura «terapia di sostegno» che, con modi garbati e talora sofisticati, in realtà abbandona l’uomo a vivere il suo male, come se fosse bene.
Questo processo, solo apparentemente caritatevole, oltre a essere un’evidente offesa alla dignità e alla responsabilità dell’uomo, è anche un’imperdonabile offesa a Dio e ai suoi diritti, cioè al bene profondo dell’uomo.

Su quest’atteggiamento verso l’omoeresia si gioca molto della verità della Chiesa di fronte all’uomo, ma si gioca anche molto del destino dell’uomo di fronte a se stesso e alla realtà.

Questo dibattito, cui abbiamo dato un contributo, ripropone l’attualità di un punto grandissimo del magistero del Vaticano II e di Paolo VI: la Chiesa è ancora «sommamente esperta di umanità»?

 

Da: http://www.culturacattolica.it/cm-files/2017/07/28/negri-verita%CC%80.pdf

(altro…)

Continua a leggereMons. Negri: l’eresia omosessualista

Mons. Negri ricorda l’eroico vescovo di Prato

  • Categoria dell'articolo:Chiesa

 

 

Negri:  Perché siamo grati a Pietro Fiordelli, il vescovo che ci insegnò a difendere la vita da cristiani.  Cioè senza ideologia

 L’invito alla lettura scritto da Luigi Negri per il libro “La difesa sociale della famiglia”, dedicato al vescovo di Prato inventore delle “Giornate per la vita”

Anticipiamo l’invito alla lettura che monsignor Luigi Negri ha scritto al libro di Giuseppe Brienza La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, dedicato al primo vescovo di Prato (dal 1954 al 1991) “inventore” delle “Giornate per la vita”. Il volume è in uscita per la casa editrice Leonardo da Vinci (Roma 2014, 136 pagine, 15 euro).

 

Sono lieto di poter dare un contributo, sia pur limitato, a questo ottimo volume nel quale si esprime il dovere di profonda gratitudine che le comunità ecclesiali italiane dovrebbero avere per mons. Pietro Fiordelli (1916-2004), vescovo di Prato dal 1954 al 1991, e per ristabilire, come di fatto viene ristabilita, la verità della sua straordinaria esperienza ecclesiale e pastorale.

Inizio con un ricordo. Ero al liceo quando scoppiò in Italia il famoso caso del vescovo di Prato che, avendo obbedito alle disposizioni del Codice di diritto canonico, fu rinviato a giudizio e poi condannato, in prima istanza, ad un anno di reclusione.
Ricordo ancora la voce del presidente del tribunale che, in modo incolore e metallico, alla lettura della sentenza – che udii attraverso la radio – diceva: «… condanna Fiordelli Pietro…» e poi l’entità della pena.
Il caso del vescovo di Prato provocò una serrata e intelligente unità dei cattolici – soprattutto dei giovani presenti nella scuola e nell’università, luoghi in cui cominciava un profondo attacco di carattere secolaristico e anticattolico –, volta a ritrovare il senso della presenza della Chiesa e della sua missione.
Credo che, senza volerlo, mons. Fiordelli abbia aiutato centinaia e centinaia di giovani a ritrovare, nella militanza cristiana, una ragione di vita e di impegno, ma abbia anche scatenato l’anticristianesimo. Prova ne sia la nascita in quegli anni di moltissimi circoli radicali.

Ricordo ancora che in un’assemblea infuocata, al Liceo Berchet di Milano dove io studiavo e, tra l’altro, insegnava mons. Luigi Giussani, ricevetti il primo di una lunga serie di sputi, che poi ho ricevuto durante tutta la mia vita sia di laico cattolico che di prete, da parte di questa realtà minoritaria ma terribilmente protesa alla creazione di un’egemonia ideologica su cui non era ammessa nessuna discussione.
Tale egemonia, purtroppo, ha preso sempre più piede, basti vedere la situazione in cui oggi versa la società italiana.

Una situazione che è stata determinata dalla vittoria di questo radicalismo violento diventato poi, come aveva previsto in modo lungimirante Augusto Del Noce, un radicalismo di massa, con la protezione dell’allora partito comunista – che mutò la sua anima popolare in anima radicale, forse addirittura “radical-chic” –, per poter avere il controllo della mentalità del nostro popolo e attuare ciò che papa Francesco, in maniera vigorosa, ha indicato come la dittatura del pensiero unico anticristiano.
Questo è stato il motivo per cui ho sempre avuto un occhio di riguardo, pur vivendo in un’altra città, per la presenza di mons. Fiordelli.

Sono certo di aver compreso ed approfondito l’intuizione che oggi il volume di Giuseppe Brienza porta a splendida compiutezza: mons. Pietro Fiordelli lavorò per la difesa della famiglia, spendendosi in un’intensa, profonda, intelligente ed equilibrata pastorale che assunse, in più di un’occasione, un carattere obiettivamente profetico.
Capì e fece capire – certamente alla sua diocesi, ma non solo – che la battaglia per la difesa della sacralità della vita, della famiglia, della paternità, della maternità, dell’educazione dei figli, è stata ed è la grande battaglia della Chiesa e del popolo del nostro paese, e che la si poteva fare non soltanto con la chiarezza dei princìpi, che mons. Fiordelli sapeva evocare da par suo, ma anche con una vera esperienza di famiglia cristiana.

La sua battaglia non è stata ideologica, perché è stata l’espressione, nella Chiesa e nella società italiana, di quella novità di vita umana e sociale che è contenuta nella famiglia stessa.
I valori, ideali e pratici, sono stati l’espressione di questa vita; non si poteva pensare di poter continuare questa battaglia sui valori della famiglia senza contemporaneamente incrementare l’esperienza di novità, di verità, di intensità cristiana e missionaria, delle famiglie cristiane.

In questo io ritengo che mons. Fiordelli sia stato un grande vescovo, in un momento delicato della vita del nostro Paese, e abbia dato una straordinaria testimonianza di vita cristiana, forte ed intelligente.

+ Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa
settembre 1, 2014 Luigi Negri per http://www.tempi.it/negri-pietro-fiordelli-vescovo-difendere-la-vita-cristiani-senza-ideologia

(altro…)

Continua a leggereMons. Negri ricorda l’eroico vescovo di Prato

Ricordo di un vescovo coraggioso: Mons. Fiordelli

  • Categoria dell'articolo:Chiesa

 Rino Cammilleri: Il vescovo che sfidò il Pci. Con il sostegno di tre Papi

 Monsignor Pietro Fiordelli scomunicò due coniugi che si erano sposati civilmente, venne querelato dai comunisti per diffamazione e poi condannato da un tribunale

_____
 

Ero studente in Scienze Politiche all'Università di Pisa negli "anni caldi". Cioè, proprio nell'occhio del ciclone.
I docenti da baroni si erano trasformati in tribuni della plebe e i libri su cui dovevo studiare sembravano editi a Mosca (ce n'era anche uno di Carlo Cardia – oggi su tutt'altre posizioni- che propugnava i diritti costituzionali dell'ateismo).
Ebbene, quasi tutti questi testi ricordavano con indignazione l'orribile «caso del vescovo di Prato», avvenuto nel 1956, ma mai dimenticato dai livorosi compagni.
I succubi democristiani non finivano di vergognarsene sebbene fossero passati quasi vent'anni.

IL VESCOVO PIETRO FIORDELLI
Il vescovo in questione era Pietro Fiordelli (1916-2004) e fu pastore di Prato per quasi quarant'anni.
Fatto vescovo neanche quarantenne, il 12 agosto 1956 fece pubblicare una sua lettera sul giornale della parrocchia al cui responsabile l'aveva inviata. Riguardava due coniugi che si erano sposati col solo rito civile, in quanto lui era un militante comunista.
In base al diritto canonico il vescovo invitava il parroco in questione a considerare i due come pubblici concubini e quindi a escluderli dai sacramenti. Non solo. Anche i rispettivi genitori avevano mancato ai loro doveri cristiani permettendo che i figli contraessero matrimonio al di fuori della Chiesa, perciò non si doveva procedere alla tradizionale benedizione pasquale della loro casa.
Sempre codice canonico alla mano, il vescovo rincarò la dose ordinando che la sua lettera fosse letta da tutti i pulpiti della diocesi.

Lì per lì non successe niente, anche perché ai coniugi in questione e alle loro famiglie non importava affatto quel che di loro pensavano i preti e il vescovo, il rito nuziale scelto lo dimostrava. Epperò si era negli anni Cinquanta e Prato non era ancora divenuta un feudo rosso.
La città era piccola, la gente mormorava. Qualcuno arrivò a recapitare pizzini insultanti alla coppia scomunicata.
Ma ciò che fece traboccare il vaso, tanto per cambiare, furono i soldi. Infatti, lo sposato "civile" aveva un negozio che in breve si ritrovò la clientela dimezzata.
Possibile che fosse tutta colpa dell'anatema vescovile? Infatti, come abbiamo detto, a quel tempo Prato era un centro di dimensioni relative e non è pensabile che la clientela non sapesse che quello nel tempo libero faceva l'attivista del Pci.

IL PCI E LA QUERELA
Boh. Sia come sia, il Partito prese in pugno la faccenda e convinse gli scomunicati a querelare il vescovo per diffamazione.
La cosa finì pure in Parlamento, dove il Pci poteva contare sui reggicoda socialisti, e partì anche una campagna internazionale il cui vero bersaglio era il papa Pio XII, che non molti anni prima aveva avallato la scomunica ai comunisti e a quelli che in ogni modo li aiutavano o condividevano.
Del caso di Prato si occupò perfino il famoso settimanale americano Life, creato dal fondatore della rivista Time, Henry Luce, che pubblicò con grande risalto tutte le foto degli implicati nella vicenda pratese. Henri Luce era anche marito di Claire Boothe Luce, prima donna ambasciatrice americana a Roma, fattasi cattolica nel 1946 dopo avere ascoltato un discorso di Pio XII.
Il Pontefice sostenne subito il suo vescovo mentre tutti gli occhi erano fissi sul tribunale adito dagli scomunicati. E i giudici, trovandosi vasi di coccio tra vasi di ferro, dopo interminabili discussioni in punta di diritto credettero di risolvere la situazione condannando il vescovo di Prato a un'ammenda simbolica, 40mila lire.
Ora, la somma non era poco per quei tempi, ma non era nemmeno molto. Però la condanna, anche se simbolica, sempre condanna era. E il vescovo era stato condannato per aver fatto il suo mestiere di pastore a norma di catechismo e dottrina. La quale vieta ai preti di dare i sacramenti a chi non li vuole; o li vuole, sì, ma alle sue condizioni e non a quelle della Chiesa.
Si dirà che il querelante allegava di aver visto rarefarsi la sua clientela dopo la pronuncia vescovile. Tuttavia il bigottismo di certuni non poteva certo essere imputato giudiziariamente al vescovo. Doveva, semmai, il querelante pensarci prima: sapendo come la pensavano i suoi clienti, poteva evitare il gesto inutilmente provocatorio di non sposarsi in chiesa. Oppure, se teneva tanto alle sue idee, essere disposto a pagarne il prezzo.
Malgrado ciò il tribunale aveva dato ragione a lui e torto al vescovo.

LA REAZIONE DI PIO XII
Ma papa Pacelli non era tipo da lasciarsi la mosca sul naso.
Non esitò a definire illegale quella sentenza e bacchettò l'inerzia del governo su tutta la vicenda. Sì, perché se si permetteva ai giudici di sindacare quel che i vescovi potevano o non potevano dire nelle materie di loro competenza (riconosciuta dal Concordato) si sarebbe finiti in un regime ideologico laicista (profetico…).
Non sazio, il Papa ordinò a tutte le nunziature apostoliche del mondo occidentale di organizzare manifestazioni di solidarietà col vescovo pratese e in segno di protesta arrivò a sospendere il tradizionale ricevimento d'inizio d'anno in onore del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

L'aperta solidarietà al vescovo di Prato arrivò pure, commossa e sentita, da Roncalli (patriarca di Venezia) e Montini (arcivescovo di Milano), futuri Papi, uno Santo e l'altro Beato.
Il più sfegatato fu il cardinale di Bologna, Lercaro (poi, però, divenuto progressista), che fece listare a lutto le porte delle chiese della sua Diocesi e suonare le campane a morto ogni cinque minuti per un mese.

Monsignor Pietro Fiordelli, nato a Città di Castello (Perugia), morì nella sua Prato. Nel 1986 fu onorato di una lunga visita da parte di Giovanni Paolo II (Santo).
La sua vicenda – e il suo insegnamento – tornano d'attualità nel presente momento storico: da qui il libro che Giuseppe Brienza gli ha dedicato, La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, vescovo di Prato (Casa Editrice Leonardo da Vinci), prefazione di monsignor Luigi Negri e postfazione di Antonio Livi, pp. 162.

 
Rino Cammilleri
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14/11/2014

(altro…)

Continua a leggereRicordo di un vescovo coraggioso: Mons. Fiordelli

Tornata la crisi nei seminari

  • Categoria dell'articolo:Chiesa

 Dopo il boom tra il ’78 ed il 2012, con l'avvento di Papa Francesco ha avuto inizio una flessione.

 Al punto che, nella DIocesi di Bolzano, 25 parrocchie sono state drammaticamente affidate ai laici.

 

Il «boom» di vocazioni sacerdotali, registrato nei seminari di tutto il mondo tra il 1978 ed il 2012, è purtroppo ormai solo un ricordo: cinque anni fa è iniziata un’inversione di tendenza, da cui la Chiesa cattolica pare non riuscire più a sollevarsi. A dirlo, sono i dati diffusi dall’Ufficio Centrale di Statistica della Santa Sede nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae, un tomo di ben 500 pagine.

Il picco di vocazioni si ebbe con Giovanni Paolo II, passato dai 63.882 seminaristi del suo primo anno di pontificato, il 1978, ai 114.439, quasi il doppio, nell’anno della sua morte, il 2005. Il dato ha registrato un’ulteriore crescita con Benedetto XVI, toccando quota 120.616 nel 2011. Situazione sostanzialmente stabile nel 2012 con 120.051 vocazioni.

Da allora, però, e con l’avvento di papa Bergoglio ha avuto inizio una flessione, ad oggi inarrestabile : dai 118.251 seminaristi del 2013 si è giunti ai 116.843 del 2015. E’ abbastanza per parlare di crisi, che ha significato carenza di sacerdoti e parrocchie chiuse soprattutto nelle comunità-simbolo del liberalismo teologico, come molte in Germania e in Svizzera; di contro, in altre Diocesi, soprattutto in Africa e negli Stati Uniti, fedeli alla Tradizione ed alla Dottrina cattolica, le vocazioni sono fiorite copiose.

Un esempio è dato dalla Diocesi di Madison, nel Wisconsin, noto bastione del cattoprogressismo sino al 2003, quando giunse come Vescovo mons. Robert Morlino. All’epoca, c’erano solo sei seminaristi; in dodici anni sono sestuplicati, divenendo 36 nel 2015. Come? Grazie all’attenta guida del nuovo Pastore col ritorno all’ortodossia cattolica, alla chiusura coatta di certi gruppi dissidenti, autoproclamantisi “cattolici”, benché lontani anni-luce dalla sana Dottrina, alla diffusione di lettere pastorali a tutela dell’insegnamento cattolico sul matrimonio, alle omelie inneggianti alla santità di vita, ai tabernacoli al centro delle chiese, a celebrazioni liturgiche dignitose, molte delle quali nella forma tridentina.

Lo stesso dicasi per la Diocesi di Lincoln, in Nebraska, dove Vescovi ortodossi hanno portato vocazioni sacerdotali in proporzione di molto maggiore a quella delle altre Diocesi. Il perché lo ha ben spiegato lo stesso Vescovo di Lincoln, mons. James D. Conley, che in un’intervista, rilasciata l’anno scorso al Catholic World Report, ha collegato senza esitazioni tale fenomeno alla fedeltà all’insegnamento tradizionale della Chiesa.

Insomma, un monito pastorale molto chiaro per quanti vogliano stare ad ascoltarlo…

(M.F., 25 giugno 2017 per https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/tornata-la-crisi-nei-seminari-dopo-il-boom-tra-il-1978-ed-il-2012/)

(altro…)

Continua a leggereTornata la crisi nei seminari