1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia

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Giovanni Fasanella & Antonella Grippo, 1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia, Sperling & Kupfer 2010, ISBN-10: 8820049112 ; ISBN-13: 978-8820049119, 273 pagine; Euro 18,50

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E’ il sottotitolo di un pamphlet di 273 pagine che ho appena finito di leggere, ha la pretesa di raccontare ai lettori la vera storia del risorgimento. Il titolo è scarno, 1861, edito daSperling & Kupfer (2010), gli autori sono Giovanni Fasanella, Antonella Grippo, due emeriti sconosciuti, tra l’altro lo scrivono che non sono storici di professione, ma giornalisti, insegnanti, appassionati di storia, soprattutto di quella ‘nascosta’, poco raccontata perché sottovalutata o, peggio, ignorata di proposito.
 

 Certamente questi scrittori non godono della simpatia dei cosiddetti storici di professione che hanno scritto per sempre la storia ufficiale risorgimentale e ora come   cani da guardia, stanno attenti che  che nessuno osi mettere in discussione la loro mitologia sul risorgimento.
 

 1861 è un libro che volutamente mette in discussione la leggenda aurea  risorgimentale, non è un libro sul passato, a dispetto delle apparenze, racconta il presente. Si perché gli autori raccontando i fatti, gli intrighi, di quegli anni, sono convinti che esiste un filo rosso che percorre l’intera storia italiana dalla sua nascita a oggi.
 

 “Un Paese che non sa da quale passato arriva difficilmente è in grado di capire il presente e – quel che è peggio – rischia di non essere capace di progettare il proprio futuro”. Gli autori s’interrogano sul modo in cui l’Unità venne prima realizzata e poi gestita. C’è un codice genetico del Paese che spesso riaffiora, ferite che non si rimarginano mai, soprusi, violenze e illegalità che tornano periodicamente a galla e che sono difficili da controllare proprio perché non si affrontano gli aspetti storici.
 Fasanella e la Grippo, forse raccontano episodi “minori”, ma questi certamente contribuiscono a illuminare aspetti sottaciuti dalla ‘verità ufficiale’, ignorati dai libri di testo su cui si è formata per intere generazioni la nostra coscienza collettiva. Soprattutto nel ventennio fascista, c’è stata una reticenza della storiografia, giustificata da un’esigenza prettamente politico-ideologica: era necessario creare una ‘vulgata’ sul Risorgimento proprio per ‘nascondere’ i metodi, non sempre legittimi, con cui era nata l’Italia.

 

 Secondo gli autori del libro, non si poteva né si voleva dire della ‘guerra sporca’, coloniale, di conquista, combattuta sotto l’egida di potenze internazionali con l’utilizzo sistematico di informatori e agenti provocatori, con plebisciti truccati e l’appoggio della malavita, ricorrendo addirittura alle stragi di civili inermi compiute da un esercito regolare.
 

 Sono verità scomode, che non devono essere raccontate, per non rischiare di far crollare il fragilissimo edificio unitario. Per questo il risorgimento è stato celebrato, più che raccontato. Del resto mi sembrache sia ancora questo l’indirizzo che viene dato dall’apparato celebrativo dei 150 anni dell’unità d’Italia. Capita puntualmente appena si organizza anche il più piccolo dei convegno nel più sperduto centro del nostro Paese.
 E’ stato creato il mito intoccabile, che non si può mettere in discussione. Ma come sempre accade, – scrivono gli autori di 1861prima o poi la polvere nascosta maldestramente sotto il tappeto riaffiora.. E riemergono tutte le questioni irrisolte, Persino velleità secessionistiche e progetti di frammentazione politico-territoriale, che vagheggiano quasi un ritorno a situazioni preunitarie del tutto anacronistiche.

 

 Infatti, Fasanella e Grippo ci tengono a precisare che riportare in primo piano le zone d’ombra del Risorgimento non significa assolutamente prestare il fianco a chi vuole spezzare l’unità territoriale del Paese.
 E’ importante precisarlo perché i cosiddetti storici ufficiali del risorgimento con la scusa di evitare di spaccare il Paese, cercano in tutti i modi di silenziare o squalificare la valente e meritoria opera di revisione storica, degli ultimi duecento anni, che alcuni studiosi da decenni, stanno facendo raccontando la verità sui fatti. La Verità storica va raccontata tutta senza nessun cedimento o reticenza.

 

 Il libro racconta episodi conosciuti, ma anche quelli poco conosciuti sui vari protagonisti del risorgimento e sulla conquista del Sud . Non conoscevo degli amori di Vittorio Emanuele con le contadinotte, era proverbiale la sua capacità di seduzione, che gli permise di seminare vari figli illegittimi tra il Piemonte e la Valle d’Aosta, oltre ai sette nati vivi dalla legittima consorte, la regina Maria Adelaide. E poiCavour, il grande vecchio, che oltre a portare avanti la sua politica di attacco frontale alla Chiesa di Roma, era un grande giocatore e quindi speculatore, dai giornali fu accusato di ingrassare sotto il suo governo, illecitamente i monopolisti, i magazzinieri, i borsaioli, i telegrafisti e gli speculatori sulla pubblica sostanza.
 

 Il libro descrive la figura mitologica di Garibaldi, creata a tavolino dalla massoneria italiana e inglese. Racconta i retroscena sulla guerra sporca di conquista del regno delle Due Sicilie, evidenzia chiaramente il tradimento dell’intera classe dirigente, in particolare dei generali borbonici, che furono letteralmente comprati con i soldi raccolti dai fratelli massoni delle logge inglesi, scozzesi, americane e canadesi. E poi tre milioni di franchi francesi in piastre d’oro turche, sommato al milione di ducati cavourriani, servivano per comprare uomini. Fu un guerra sporca di conquista coloniale, una verità ormai molto nota. Lo stesso Massimo D’Azeglio, ridimensiona il mito dell’eroe (Garibaldi) e scrive: “quando s’è vinta un’armata di 60.000 uomini, conquistato un regno di sei milioni, colla perdita d’otto uomini, si dovrebbe pensare che c’è sotto qualcosa di non ordinario…”.
 L’esercito e la marina borbonica affondavano tra viltà e doppiezze– scrivono Fasanella e Grippo – gli alti ufficiali dell’esercito tradirono uno dopo l’altro: i generali Lanza, Nunziante, Clary, Pianell, Gallotti, Caldarelli, Ghio, Pinedo, Lo Cascio, Brigante che venne ucciso dai suoi stessi soldati; soprattutto il conte d’Aquila, Luigi di Borbone, fratello di Ferdinando II e zio di “franceschiello”. Infine il ministro Liborio Romano, letteralmente comprato da Cavour. Tutti vennero meno al giuramento di fedeltà a Francesco II. Sono fatti e dati che già negli anni 70 aveva  raccontato il brillante Carlo Alianello nel suo La Conquista del Sud.

 

 Liborio Romano, il trasformista per eccellenza, primo ministro del governo borbonico, trasformò i camorristi in poliziotti per controllare il territorio e così Napoli sprofondò nell’anarchia, la corruzione, la prepotenza. Il 7 settembre quando Garibaldi entra trionfante a Napoli, era circondato dai camorristi, in testa al corteo, con la coccarda tricolore in bella mostra c’era sul cappello, c’era “Tore ‘e Criscienzo”.
 Con un decreto dittatoriale Garibaldi si appropriò dei depositi pubblici delle banche delle Due Sicilie, 1 milione di ducati per il Banco di Sicilia e più del doppio per quello di Napoli. Nel giro di due mesi sparirono, 90 milioni di ducati (pari a oltre 2 miliardi e mezzo di euro odierni).

 

 Poi ci furono i plebisciti farsa e così tutto il Sud diventò “spontaneamente” una provincia del Piemonte.
 Il libro 1861 accenna alla misteriosa oscura fine del viceintendente generale delle finanze garibaldine, Ippolito Nievo, che ritornando da Palermo a Napoli con il piroscafo Ercole, affondò misteriosamente inghiottito dalle acque con sessantotto persone a bordo, al largo di Capri, senza lasciare nessuna traccia. Nievo trasportava tutta la documentazione sull’impresa dei Mille e molti erano quelli che preferivano che quella contabilità non arrivasse mai a Torino. Una verità scomoda nascosta in centinaia di documenti, ricevute, note spese. Una verità scomoda, destinata a restare un segreto di Stato, sotto il mare. Per molti giorni, forse per settimane, non si diffuse neppure la notizia del naufragio dell’Ercole e dei suoi uomini. Per Fasanella e Grippo, più che un naufragio parve una distruzione, anzi un annientamento totale.
 Prima di morire, in una lettera al re Vittorio Emanuele, Cavour in una sorta di testamento politico, raccomandava di imporre l’Unità alla parte più corrotta, più debole dell’Italia. Sui mezzi non ci dovevano essere dubbi: la forza morale e se questa non bastava, bisognava usare quella fisica. Insomma, se i napoletani non volevano l’unificazione, per Cavour, l’Unità doveva essere imposta: meglio una guerra civile che una irreparabile catastrofe. Morto Cavour, la politica unitaria lasciò il campo alle sole baionette, che provocarono in molti casi una vera e propria macelleria.

 

 Dai dati degli storici come Franco Molfese e Roberto Martucci, risulta che i briganti caduti (fucilati e uccisi in vario modo) tra il 1861 e il 1865 potrebbero essere da una cifra minima di 20.075 e una massima di 63.125, vale a dire una cifra comunque molto superiore alla somma dei caduti in tutti i moti e le guerre risorgimentali dal 1820 al 1870. 
 
 Rozzano MI, 18 novembre 2010
 Dedicazione delle basiliche dei SS Pietro e Paolo, apostoli.     
                                                                                                                                                                                                                                  
 DOMENICO BONVEGNA