Mons. Crepaldi: rallentare l’Unione europea

Chiesa,Fede e ragione

“Rallentare il processo di unificazione europea per avere tempo e spazio per ricostruire la vera Europa”

Sono molto contento di essere presente anche quest’anno alla Giornata della Dottrina sociale della Chiesa, per due motivi. Prima di tutto perché, come sapete, gran parte della mia attività a servizio della Chiesa, anche come vescovo, si è svolta su questo fronte. Secondariamente perché il nostro Osservatorio, dedicato alla memoria del Cardinale Van Thuân, considera estremamente urgente che la Chiesa si riappropri di questo suo patrimonio e lo faccia valere in pubblico. Su questo il nostro Osservatorio e La Nuova Bussola Quotidiana concordano … da qui questa Giornata, giunta alla sua seconda edizione.

L’Osservatorio ha dedicato al tema di questa giornata – l’Europa – uno dei suoi ultimi Rapporti annuali sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo che portava questo titolo: “Europa: la fine delle illusioni”. Quando però si dice “Europa” cosa si intende? Su questo punto essenziale il discorso potrebbe essere molto lungo, io mi limito a distinguere l’Europa, come modello storico di convivenza tra i popoli, e l’Unione Europea, come una modalità di unificazione sovrastatale avente le caratteristiche che sono sotto gli occhi di tutti. Attenzione, però: può risultare molto facile – e quindi semplicistico – criticare l’Unione Europea considerandola come un guaio – o Il Guaio – per l’Europa. Il titolo del nostro Rapporto richiamava la “fine delle illusioni”: ma per l’Unione Europea o per l’Europa?

Per rispondere può essere utile fare ciò che mi accingo a fare ora: vorrei considerare i due concetti appena visti di Europa e di Unione Europea alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Compito molto vasto, ma ci accontenteremo di qualche breve cenno.

Se per esempio prendiamo il principio del bene comune, così come lo intende la Dottrina sociale della Chiesa, vediamo che esso è nato in Europa e con l’Europa è connaturato. L’Europa nasce come respublica christiana e intende il bene comune come avente un carattere morale, finalistico, analogico e verticale, incentrato sul diritto naturale fondato, sostenuto e avvalorato dal diritto divino.
Se, invece consideriamo l’Unione Europea notiamo non solo che ha una visione diversa del bene comune, ma addirittura che non ha nessuna visione del bene comune perché non possiede più le categorie di ragione e di fede per fondarlo adeguatamente. L’Unione Europea intende il bene comune in senso operativo e funzionale, oppure come somma del soddisfacimento dei desideri individuali, oppure come l’uso comune dei beni collettivi, oppure come bene pubblico ossia il bene dello Stato o dell’apparto politico. Spesso queste riduzioni del bene comune sfociano in una prassi istituzionale direttamente demolitrice del bene comune e quindi più negativa ancora. Per esempio, nel campo della biopolitica dobbiamo constatare frequenti pressioni delle istituzioni europee (sia intese come Unione Europea che come Consiglio d’Europa) sugli Stati membri perché aprano la loro legislazione ai cosiddetti “nuovi diritti”, che vengono considerati come elementi del bene comune mentre sono elementi del male comune.

Se esaminiamo il principio di sussidiarietà, pure vediamo la sua connaturalità con l’Europa, che nacque come “comunità di comunità”, come scrisse con efficace immagine lo storico Cristopher Dawson. Si può dire con  linguaggio odierno che essa nacque “dal basso” e si strutturò in una serie coordinata ed analogica di livelli di autonomie secondo appunto quel principio. Ciò riuscì a sopravvivere, anche se ormai a fatica, fino alla prima guerra mondiale: l’impero austro-ungarico era ancora strutturato in questo modo. Non lo era, certo, lo Stato napoleonico il cui modello venne poi impiantato in tutta Europa. Ma questa è un’altra storia, che era cominciata molto prima, già con il Defensor Pacis di Marsilio da Padova nel XIV secolo e l’idea che il sovrano dovesse operare una sorta di reductio ad unum dei cittadini, impostazione confermata poi da Lutero, da Bodin, da Hobbes e da Roussseau. Non va dimenticato che su Marsilio, e quindi su tutto questo filone, agì l’averroismo eterodosso, e qui si apre un’altra storia su cui tornerò in seguito. Nell’attuale Unione Europea, a cominciare dal Trattato di Maastricht, il principio di sussidiarietà è inteso solo in senso funzionale e operativo, avendo l’Unione assunto il modello politico dello Stato moderno più che quello dell’Impero. Se non ne è nato un super-Stato europeo ci siamo andati comunque molto vicini. Le intromissioni dal centro alla periferia non si contano ed anche Bruxelles, a suo modo, si è proposta di realizzare la sua reductio ad unum dei popoli europei e dei cittadini europei.

Se esaminiamo il concetto di sana (o legittima) laicità proprio della Dottrina sociale della Chiesa, e quindi il problema del rapporto tra politica e religione, vediamo che la sua giusta impostazione nasce con l’Europa. La respublica christiana europea non sovrapponeva politica e religione cristiana e non le separava.
Come disse Benedetto XVI al Bundestag di Berlino nel 2011, mai il cristianesimo impose una legislazione politica direttamente derivante dalla rivelazione, ma fondò l’autorità politica e l’ordine politico sul diritto naturale, il quale certamente fa anche riferimento al Creatore e quindi postula il rapporto (indiretto) con la religione cristiana, ma le due cose non coincidono in quanto il diritto naturale rimane oggetto anche della sola ragione, purché si sforzi di essere “retta”.

Non c’è dubbio che l’Europa conobbe anche le guerre di religione, ma ciò concise con la fine della respublica christiana e quindi con la fine di un corretto rapporto tra religione e politica. Ciò comportò non già la neutralità della politica dalla religione, ma che la ragion di Stato diventasse a sua volta una religione. Lo Stato moderno come Summum artificium (Hobbes) sapeva di non potersi reggere senza una religione civile, alternativa e contraria alla religione cristiana.

Anche oggi, capita così, e capita così anche per l’Unione Europea, 1a quale si presenta come neutra dalla religione e dalle religioni, però di fatto porta avanti la nuova religione dell’indifferenza alla religione e dell’europeismo come ideologia assoluta. L’Unione Europea intende bandire dallo spazio pubblico qualsiasi significato assoluto e non si accorge che così facendo impone un nuovo significato assoluto, quello secondo il quale nello spazio pubblico non può esistere nessun significato assoluto. La Dottrina sociale della Chiesa non può accettare l’indifferenza religiosa, perché comporterebbe la traslazione di se stessa da verità ad opinione, cosa che essa non può accettare pena la sua insignificanza.

Mi sono soffermato su questi tre principi – il bene comune, la sussidiarietà, la corretta laicità – per essere breve, ma è evidente che essi sono collegati con altri principi, come l’origine e il fondamento dell’autorità, il posto di Dio nel mondo, la concezione della persona umana, il giudizio sulla democrazia e così via.
In tutti questi settori, se usiamo come lente la Dottrina sociale della Chiesa, notiamo che l’Europa e l’Unione Europea si contraddicono, al punto che per avere questa Unione Europea occorre rinunciare ad aspetti importanti dell’Europa. Il più importante è il posto di Dio nel mondo, come ripetutamente (e dolorosamente) invocato da Giovanni Paolo II e, a suo modo, da Benedetto XVI.

L’Europa nasce con questo elemento costitutivo: la centralità di Dio nel mondo. Solitamente si dice che nell’Europa sono presenti molti influssi culturali e religiosi, il che è vero. Ma tutti sono stati assunti e purificati dal cristianesimo. L’Europa, alla fine, consiste in questo. Ciò vale anche per la cultura islamica. Non c’è dubbio che anche essa sia presente nella storia dell’Europa, ma la cosa va molto ridimensionata rispetto all’interpretazione corrente. Se prendiamo, per esempio, l’introduzione in Europa del pensiero di Aristotele da parte dei Commentatori arabi, primo fra tutti Averroè, dobbiamo notare: a) che si trattava di un aspetto assolutamente marginale ed anomalo rispetto alla cultura musulmana nel suo insieme, b) che da quella mediazione derivò anche un pensiero politico eterodosso. combattuto dal cristianesimo ortodosso, che produsse molti danni rompe3ndo l’armonia tra religione e politica. I molti fenomeni distruttivi dell’Europa derivano tutti, in vario grado, dalla estromissione del Dio cristiano dalla pubblica piazza, ossia dalla cultura e dalla vita sociale e politica.

Vorrei a questo punto tornare al problema evidenziato all’inizio di questo mio intervento. Benedetto XVI ha detto che l’Europa odia se stessa, Remi Brague ha affermato che l’Europa non crede più in nulla, Gianni Baget-Bozzo aveva detto che l’Europa si considera una colpa ed è stretta tra nichilismo e islam, Walter Laqueur sostiene che l’Europa sta vivendo i suoi ultimi giorni, Giulio Meotti che si suicida ed è alla fine e Jürgen Habermas che è in crisi. Torna però la domanda: costoro si riferiscono all’Europa o all’Unione Europea nel suo attuale stato di realizzazione? É quest’ultima ad essere estenuata e in fase terminale oppure ad essere in questo stato è quanto normalmente, anche se ambiguamente, viene chiamato lo “spirito europeo” di cui sopra ho tratteggiato alcune caratteristiche? La risposta a questa domanda è molto importante, perché diagnostica il male e, quindi, pone le basi per la terapia, dicendoci dove si deve intervenire con urgenza. Vorrei esprimere a questo proposito alcune valutazioni conclusive.

Che il processo di unificazione sovrastatale abbia preso una piega non condivisibile è indubbio, proprio alla luce delle esigenze sia dell’Europa che della Dottrina sociale della Chiesa viste sopra. Solo il fatto che l’Unione Europea sia il principale finanziatore dell’aborto nel mondo la dice lunga a questo proposito. Esiste l’ideologia dell’europeismo, portata avanti da molte forze politiche, dalle élite intellettuali del vecchio continente e da ampi strati dell’apparato funzionalistico dell’Unione Europea che opera per cooptazione. Questa ideologia dell’europeismo ha una visione della persona e della vita sociale non condivisibile dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta di una ideologia che non viene proposta ma per molti versi imposta da un apparato – potremmo dire con Gramsci da un “blocco storico” – sovranazionale.

Questa evidenza, però, non deve farci perdere di vista che non si è trattato solo di una cappa imposta e sovrapposta ad un’Europa inconsapevole. L’ideologia europeista – individualista, irreligiosa, relativista, “borghese allo stato puro” direbbe Del Noce – è cresciuta e maturata nell’Europa. Se bisogna riconoscere che le istituzioni europee hanno fatto da volano a questa ideologia, va anche riconosciuto che essa c’era anche prima e ha condizionato dal basso lo stesso processo di unificazione, che ne è in un certo senso la causa ma anche il frutto. La cultura europea si è staccata dall’Europa come sopra l’abbiamo descritta e il processo di unificazione nell’Unione Europea ha espresso questo distacco, a sua volta accelerandolo. Possiamo dire che i due percorsi sono stati sinergici, producendo significativi effetti, pur se dannosi.

Se questa mia analisi è fondata, ne deriva che è senz’altro indispensabile dedicare attenzione critica ed azione correttiva nei confronti dell’Unione Europea (non essendo un politico non voglio entrare qui nella “misura” di questa attenzione critica e azione correttiva) ma è anche insufficiente, bisogna infatti riprendere in mano l’Europa.
Attenzione però all’ambiguità dello slogan “+ Europa”. Se con queste parole si intende più Unione Europea non mi sentirei di suggerire di porsi su questa strada, almeno finché l’Unione rimane come è adesso.
Se invece significa “+ Europa” nel senso dell’anima del continente, allora bisogna chiedersi “per quale Europa”? e adoperarsi per l’Europa della Dottrina sociale della Chiesa e non per l’Europa del Manifesto di Ventotene.

Rallentare questo processo di unificazione da un lato (ripeto: non entro nelle modalità politiche di questa operazione) e animare forze autenticamente europee dall’altro.
Frenare l’Unione Europea per avere il tempo e lo spazio per costruire più Europa nel senso della sua vera natura e della sua vera storia.
In questo contesto si colloca anche una equilibrata valutazione della questione delle sovranità e dei sovranismi, su cui la Dottrina sociale della Chiesa ha molto da dire. Frenare la cessione di sovranità all’Unione da parte degli Stati ed eventualmente recuperarne, può avere senso se serve a distribuire sovranità sussidiaria al di sotto degli Stati: viceversa sarebbe un sovranismo ugualmente criticabile.

Concludo con una citazione. Nel suo ottimo libro Le metamorfosi della Città di Dio, Étienne Gilson dedica un capitolo anche all’Europa. Dapprima egli fa notare ciò che di solito anche noi ci troviamo a dire: “Vi è chi cerca di dare un corpo all’Europa, ma di che cosa vivrà questo corpo, se non gli diamo un’anima?”. Credo che voi concorderete che spesso anche noi diciamo così. Ma poi Gilson rovescia la prospettiva, dicendo: “Quando sarà pronto, il corpo dell’Europa avrà la sua anima, e dopo averla vista vivere i posteri sapranno di cosa si tratta”.
Ecco il problema: far vivere la vera Europa.

da: https://www.vanthuanobservatory.org/ita/crepaldi-rallentare-il-processo-di-unificazione-europea-per-avere-tempo-e-spazio-per-ricostruire-la-vera-europa/

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