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  • Chiesa: Caffarra: solo un cieco può negare l'attuale confusione

     “Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione”.
     Intervista al cardinale Caffarra

     “La divisione tra pastori è la causa della lettera che abbiamo spedito a Francesco. Non il suo effetto. Insulti e minacce di sanzioni canoniche sono cose indegne”.
     “Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante”. 

    di Matteo Matzuzzi -14 Gennaio 2017 alle 06:00

     

    Bologna. “Credo che vadano chiarite diverse cose. La lettera – e i dubia allegati – è stata lungamente riflettuta, per mesi, e lungamente discussa tra di noi. Per quanto mi riguarda, è stata anche lungamente pregata davanti al Santissimo Sacramento”. Il cardinale Carlo Caffarra premette questo, prima di iniziare la lunga conversazione con il Foglio sull’ormai celebre lettera “dei quattro cardinali” inviata al Papa per chiedergli chiarimenti in relazione ad Amoris laetitia, l’esortazione che ha tirato le somme del doppio Sinodo sulla famiglia e che tanto dibattito – non sempre con garbo ed eleganza – ha scatenato dentro e fuori le mura vaticane. “Eravamo consapevoli che il gesto che stavamo compiendo era molto serio. Le nostre preoccupazioni erano due. La prima era di non scandalizzare i piccoli nella fede. Per noi pastori questo è un dovere fondamentale. La seconda preoccupazione era che nessuna persona, credente o non credente, potesse trovare nella lettera espressioni che anche lontanamente suonassero come una benché minima mancanza di rispetto verso il Papa. Il testo finale quindi è il frutto di parecchie revisioni: testi rivisti, rigettati, corretti”. Fatte queste premesse, Caffarra entra in materia.

     

    “Che cosa ci ha spinto a questo gesto? Una considerazione di carattere generale-strutturale e una di carattere contingente-congiunturale. Iniziamo dalla prima. Esiste per noi cardinali il dovere grave di consigliare il Papa nel governo della Chiesa. E’ un dovere, e i doveri obbligano. Di carattere più contingente, invece, vi è il fatto – che solo un cieco può negare – che nella Chiesa esiste una grande confusione, incertezza, insicurezza causate da alcuni paragrafi di Amoris laetitia. In questi mesi sta accadendo che sulle stesse questioni fondamentali riguardanti l’economia sacramentale (matrimonio, confessione ed eucaristia) e la vita cristiana, alcuni vescovi hanno detto A, altri hanno detto il contrario di A. Con l’intenzione di interpretare bene gli stessi testi”.

    Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, scrivendo a Francesco, hanno fatto ciò che era necessario. La fede è minacciata dalle suggestioni moderne. Serve la parola di Pietro

    E “questo è un fatto, innegabile, perché i fatti sono testardi, come diceva David Hume. La via di uscita da questo ‘conflitto di interpretazioni’ era il ricorso ai criteri interpretativi teologici fondamentali, usando i quali penso che si possa ragionevolmente mostrare che Amoris laetitia non contraddice Familiaris consortio. Personalmente, in incontri pubblici con laici e sacerdoti ho sempre seguito questa via”. Non è bastato, osserva l’arcivescovo emerito di Bologna. “Ci siamo resi conto che questo modello epistemologico non era sufficiente. Il contrasto tra queste due interpretazioni continuava. C’era un solo modo per venirne a capo: chiedere all’autore del testo interpretato in due maniere contraddittorie qual è l’interpretazione giusta. Non c’è altra via. Si poneva, di seguito, il problema del modo con cui rivolgersi al Pontefice. Abbiamo scelto una via molto tradizionale nella Chiesa, i cosiddetti dubia”.

    Perché? “Perché si trattava di uno strumento che, nel caso in cui secondo il suo sovrano giudizio il Santo Padre avesse voluto rispondere, non lo impegnava in risposte elaborate e lunghe. Doveva solo rispondere Sì o No. E rimandare, come spesso i Papi hanno fatto, ai provati autori (in gergo: probati auctores) o chiedere alla Dottrina della fede di emanare una dichiarazione congiunta con cui spiegare il Sì o il No. Ci sembrava la via più semplice. L’altra questione che si poneva era se farlo in privato o in pubblico. Abbiamo ragionato e convenuto che sarebbe stata una mancanza di rispetto rendere tutto pubblico fin da subito. Così si è fatto in modo privato, e solo quando abbiamo avuto la certezza che il Santo Padre non avrebbe risposto, abbiamo deciso di pubblicare”.

    Due settimane dopo il concistoro sulla famiglia, il cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, affronta con il Foglio i temi all’ordine del giorno del Sinodo straordinario del prossimo ottobre e di quello ordinario del 2015: matrimonio, famiglia, dottrina dell’Humanae Vitae, penitenza. “Se si parla del gender e del cosiddetto matrimonio omosessuale – dice Caffarra – è vero che al tempo della Familiaris Consortio non se ne parlava. Ma di tutti gli altri problemi, soprattutto dei divorziati risposati, se ne è parlato lungamente. Di questo sono un testimone diretto, perché ero uno dei consultori del Sinodo del 1980".

    E’ questo uno dei punti su cui maggiormente s’è discusso, con relative polemiche assortite. Da ultimo, è stato il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, a giudicare sbagliata la pubblicazione della lettera. Caffarra spiega: “Abbiamo interpretato il silenzio come autorizzazione a proseguire il confronto teologico. E, inoltre, il problema coinvolge così profondamente sia il magistero dei vescovi (che, non dimentichiamolo, lo esercitano non per delega del Papa ma in forza del sacramento che hanno ricevuto) sia la vita dei fedeli. Gli uni e gli altri hanno diritto di sapere. Molti fedeli e sacerdoti dicevano ‘ma voi cardinali in una situazione come questa avete l’obbligo di intervenire presso il Santo Padre. Altrimenti per che cosa esistete se non aiutate il Papa in questioni così gravi?’. Cominciava a farsi strada lo scandalo di molti fedeli, quasi che noi ci comportassimo come i cani che non abbaiano di cui parla il Profeta. Questo è quanto sta dietro a quelle due pagine”.

    Eppure le critiche sono piovute, anche da confratelli vescovi o monsignori di curia: “Alcune persone continuano a dire che noi non siamo docili al magistero del Papa. E’ falso e calunnioso. Proprio perché non vogliamo essere indocili abbiamo scritto al Papa. Io posso essere docile al magistero del Papa se so cosa il Papa insegna in materia di fede e di vita cristiana. Ma il problema è esattamente questo: che su dei punti fondamentali non si capisce bene che cosa il Papa insegna, come dimostra il conflitto di interpretazioni fra vescovi. Noi vogliamo essere docili al magistero del Papa, però il magistero del Papa deve essere chiaro. Nessuno di noi – dice l’arcivescovo emerito di Bologna – ha voluto ‘obbligare’ il Santo Padre a rispondere: nella lettera abbiamo parlato di sovrano giudizio. Semplicemente e rispettosamente abbiamo fatto domande. Non meritano infine attenzione le accuse di voler dividere la Chiesa. La divisione, già esistente nella Chiesa, è la causa della lettera, non il suo effetto. Cose invece indegne dentro la Chiesa sono, in un contesto come questo soprattutto, gli insulti e le minacce di sanzioni canoniche”. Nella premessa alla lettera si constata “un grave smarrimento di molti fedeli e una grande confusione in merito a questioni assai importanti per la vita della Chiesa”.

    In che cosa consistono, nello specifico, la confusione e lo smarrimento? Risponde Caffarra: “Ho ricevuto la lettera di un parroco che è una fotografia perfetta di ciò che sta accadendo. Mi scriveva: ‘Nella direzione spirituale e nella confessione non so più che cosa dire. Al penitente che mi dice: vivo a tutti gli effetti come marito con una donna che è divorziata e ora mi accosto all’eucarestia, propongo un percorso, in ordine a correggere questa situazione. Ma il penitente mi ferma e risponde subito: guardi, padre, il Papa ha detto che posso ricevere l’eucaristia, senza il proposito di vivere in continenza. Io non ne posso più di questa situazione. La Chiesa mi può chiedere tutto, ma non di tradire la mia coscienza. E la mia coscienza fa obiezione a un supposto insegnamento pontificio di ammettere all’eucaristia, date certe circostanze, chi vive more uxorio senza essere sposato’. Così scriveva il parroco. La situazione di molti pastori d’anime, intendo soprattutto i parroci – osserva il cardinale – è questa: si ritrovano sulle spalle un peso che non sono in grado di portare. E’ a questo che penso quando parlo di grande smarrimento. E parlo dei parroci, ma molti fedeli restano ancor più smarriti. Stiamo parlando di questioni che non sono secondarie. Non si sta discutendo se il pesce rompe o non rompe l’astinenza. Si tratta di questioni gravissime per la vita della Chiesa e per la salvezza eterna dei fedeli. Non dimentichiamolo mai: questa è la legge suprema nella Chiesa, la salvezza eterna dei fedeli. Non altre preoccupazioni. Gesù ha fondato la sua Chiesa perché i fedeli abbiano la vita eterna, e l’abbiano in abbondanza”.

    La divisione cui si riferisce il cardinale Carlo Caffarra è originata innanzitutto dall’interpretazione dei paragrafi di Amoris laetitia che vanno dal numero 300 al 305. Per molti, compresi diversi vescovi, qui si trova la conferma di una svolta non solo pastorale bensì anche dottrinale. Altri, invece, che il tutto sia perfettamente inserito e in continuità con il magistero precedente. Come si esce da tale equivoco? “Farei due premesse molto importanti. Pensare una prassi pastorale non fondata e radicata nella dottrina significa fondare e radicare la prassi pastorale sull’arbitrio. Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è una Chiesa più pastorale, ma è una Chiesa più ignorante. La Verità di cui noi parliamo non è una verità formale, ma una Verità che dona salvezza eterna: Veritas salutaris, in termini teologici. Mi spiego. Esiste una verità formale. Per esempio, voglio sapere se il fiume più lungo del mondo è il Rio delle Amazzoni o il Nilo. Risulta che è il Rio delle Amazzoni. Questa è una verità formale. Formale significa che questa conoscenza non ha nessuna relazione con il mio modo di essere libero. Anche se la risposta fosse stata il contrario, non sarebbe cambiato nulla sul mio modo di essere libero. Ma ci sono verità che io chiamo esistenziali. Se è vero – come Socrate aveva già insegnato – che è meglio subire un’ingiustizia piuttosto che compierla, enuncio una verità che provoca la mia libertà ad agire in modo molto diverso che se fosse vero il contrario. Quando la Chiesa parla di verità – aggiunge Caffarra – parla di verità del secondo tipo, la quale, se obbedita dalla libertà, genera la vera vita. Quando sento dire che è solo un cambiamento pastorale e non dottrinale, o si pensa che il comandamento che proibisce l’adulterio sia una legge puramente positiva che può essere cambiata (e penso che nessuna persona retta possa ritenere questo), oppure significa ammettere sì che il triangolo ha generalmente tre lati, ma che c’è la possibilità di costruirne uno con quattro lati. Cioè, dico una cosa assurda. Già i medievali, dopotutto, dicevano: theoria sine praxi, currus sine axi; praxis sine theoria, caecus in via”.

    La seconda premessa che l’arcivescovo di Bologna fa riguarda “il grande tema dell’evoluzione della dottrina, che ha sempre accompagnato il pensiero cristiano. E che sappiamo è stato ripreso in maniera splendida dal beato John Henry Newman. Se c’è un punto chiaro, è che non c’è evoluzione laddove c’è contraddizione. Se io dico che s è p e poi dico che s non è p, la seconda proposizione non sviluppa la prima ma la contraddice. Già Aristotile aveva giustamente insegnato che enunciare una proposizione universale affermativa (e. g. ogni adulterio è ingiusto) e allo stesso tempo una proposizione particolare negativa avente lo stesso soggetto e predicato (e. g. qualche adulterio non è ingiusto), non si fa un’eccezione alla prima. La si contraddice. Alla fine, se volessi definire la logica della vita cristiana, userei l’espressione di Kierkegaard: ‘Muoversi sempre, rimanendo sempre fermi nello stesso punto’”.

    Il problema, aggiunge il porporato, “è di vedere se i famosi paragrafi nn. 300-305 di Amoris laetitia e la famosa nota n. 351 sono o non sono in contraddizione con il magistero precedente dei Pontefici che hanno affrontato la stessa questione. Secondo molti vescovi, è in contraddizione. Secondo molti altri vescovi, non si tratta di contraddizione ma di uno sviluppo. Ed è per questo che abbiamo chiesto una risposta al Papa”. Si arriva così al punto più conteso e che tanto ha animato le discussioni sinodali: la possibilità di concedere ai divorziati e risposati civilmente il riaccostamento all’eucaristia. Cosa che non trova esplicitamente spazio in Amoris laetitia, ma che a giudizio di molti è un fatto implicito che rappresenta nulla di più se non un’evoluzione rispetto al n. 84 dell’esortazione Familiaris consortio di Giovanni Paolo II.

    “Il problema nel suo nodo è il seguente”, argomenta Caffarra: “Il ministro dell’eucaristia (di solito il sacerdote) può dare l’eucaristia a una persona che vive more uxorio con una donna o con uomo che non è sua moglie o suo marito, e non intende vivere nella continenza? Le risposte sono solo due: Sì oppure No. Nessuno per altro mette in questione che Familiaris consortio, Sacramentum unitatis, il Codice di diritto canonico, e il Catechismo della Chiesa cattolica alla domanda suddetta rispondano No. Un No valido finché il fedele non propone di abbandonare lo stato di convivenza more uxorio. Amoris laetitia ha insegnato che, date certe circostanze precise e fatto un certo percorso, il fedele potrebbe accostarsi all’eucaristia senza impegnarsi alla continenza? Ci sono vescovi che hanno insegnato che si può. Per una semplice questione di logica, si deve allora anche insegnare che l’adulterio non è in sé e per sé male. Non è pertinente appellarsi all’ignoranza o all’errore a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio: un fatto purtroppo molto diffuso. Questo appello ha un valore interpretativo, non orientativo. Deve essere usato come metodo per discernere l’imputabilità delle azioni già compiute, ma non può essere principio per le azioni da compiere. Il sacerdote – dice il cardinale – ha il dovere di illuminare l’ignorante e correggere l’errante”.

    “Ciò che invece Amoris laetitia ha portato di nuovo su tale questione, è il richiamo ai pastori d’anime di non accontentarsi di rispondere No (non accontentarsi però non significa rispondere Sì), ma di prendere per mano la persona e aiutarla a crescere fino al punto che essa capisca che si trova in una condizione tale da non poter ricevere l’eucaristia, se non cessa dalle intimità proprie degli sposi. Ma non è che il sacerdote possa dire ‘aiuto il suo cammino dandogli anche i sacramenti’. Ed è su questo che nella nota n. 351 il testo è ambiguo. Se io dico alla persona che non può avere rapporti sessuali con colui che non è suo marito o sua moglie, però per intanto, visto che fa tanto fatica, può averne… solo uno anziché tre alla settimana, non ha senso; e non uso misericordia verso questa persona. Perché per porre fine a un comportamento abituale – un habitus, direbbero i teologi – occorre che ci sia il deciso proposito di non compiere più nessun atto proprio di quel comportamento. Nel bene c’è un progresso, ma fra il lasciare il male e iniziare a compiere il bene, c’è una scelta istantanea, anche se lungamente preparata. Per un certo periodo Agostino pregava: ‘Signore, dammi la castità, ma non subito’”. A scorrere i dubia, pare di comprendere che in gioco, forse più di Familiaris consortio, ci sia Veritatis splendor. E’ così?

    “Sì”, risponde Carlo Caffarra. “Qui è in questione ciò che insegna Veritatis splendor. Questa enciclica (6 agosto 1993) è un documento altamente dottrinale, nelle intenzioni del Papa san Giovanni Paolo II, al punto che – cosa eccezionale ormai nelle encicliche – è indirizzata solo ai vescovi in quanto responsabili della fede che si deve credere e vivere (cfr. n° 5). A essi, alla fine, il Papa raccomanda di essere vigilanti circa le dottrine condannate o insegnate dall’enciclica stessa. Le une perché non si diffondano nelle comunità cristiane, le altre perché siano insegnate (cfr. n° 116). Uno degli insegnamenti fondamentali del documento è che esistono atti i quali possono per se stessi ed in se stessi, a prescindere dalle circostanze in cui sono compiuti e dallo scopo che l’agente si propone, essere qualificati disonesti. E aggiunge che negare questo fatto può comportare di negare senso al martirio (cfr. nn. 90-94). Ogni martire infatti – sottolinea l’arcivescovo emerito di Bologna – avrebbe potuto dire: ‘Ma io mi trovo in una circostanza… in tali situazioni per cui il dovere grave di professare la mia fede, o di affermare l’intangibilità di un bene morale, non mi obbliga più’. Si pensi alle difficoltà che la moglie di Tommaso Moro faceva a suo marito già condannato in prigione: ‘Hai doveri verso la famiglia, verso i figli’. Non è, quindi, solo un discorso di fede. Anche se uso la sola retta ragione, vedo che negando l’esistenza di atti intrinsecamente disonesti, nego che esista un confine oltre il quale i potenti di questo mondo non possono e non devono andare. Socrate è stato il primo in occidente a comprendere questo. La questione dunque è grave, e su questo non si possono lasciare incertezze. Per questo ci siamo permessi di chiedere al Papa di fare chiarezza, poiché ci sono vescovi che sembrano negare tale fatto, richiamandosi ad Amoris laetitia. L’adulterio infatti è sempre rientrato negli atti intrinsecamente cattivi. Basta leggere quanto dice Gesù al riguardo, san Paolo e i comandamenti dati a Mosè dal Signore”. Ma c’è ancora spazio, oggi, per gli atti cosiddetti “intrinsecamente cattivi”. O, forse, è tempo di guardare più all’altro lato della bilancia, al fatto che tutto, dinanzi a Dio, può essere perdonato?

    Attenzione, dice Caffarra: “Qui si fa una grande confusione. Tutti i peccati e le scelte intrinsecamente disoneste possono essere perdonate. Dunque ‘intrinsecamente disonesti’ non significa ‘imperdonabili’. Gesù tuttavia non si accontenta di dire all’adultera: ‘Neanch’io ti condanno’. Le dice anche: ‘Va’ e d’ora in poi non peccare più’ (Gv. 8,10). San Tommaso, ispirandosi a sant’Agostino, fa un commento bellissimo, quando scrive che ‘Avrebbe potuto dire: va’ e vivi come vuoi e sii certa del mio perdono. Nonostante tutti i tuoi peccati, io ti libererò dai tormenti dell’inferno. Ma il Signore che non ama la colpa e non favorisce il peccato, condanna la colpa… dicendo: e d’ora in poi non peccare più. Appare così quanto sia tenero il Signore nella sua misericordia e giusto nella sua Verità’ (cfr. Comm. a Gv. 1139). Noi siamo veramente, non per modo di dire, liberi davanti al Signore. E quindi il Signore non ci butta dietro il suo perdono. Ci deve essere un mirabile e misterioso matrimonio tra l’infinita misericordia di Dio e la libertà dell’uomo, il quale deve convertirsi se vuole essere perdonato”.

    Chiediamo al cardinale Caffarra se una certa confusione non derivi anche dalla convinzione, radicata pure tra tanti pastori, che la coscienza sia una facoltà per decidere autonomamente riguardo ciò che è bene e ciò che è male, e che in ultima istanza la parola decisiva spetti alla coscienza del singolo. “Ritengo che questo sia il punto più importante di tutti”, risponde. “E’ il luogo dove ci incontriamo e scontriamo con la colonna portante della modernità. Cominciamo col chiarire il linguaggio. La coscienza non decide, perché essa è un atto della ragione; la decisione è un atto della libertà, della volontà. La coscienza è un giudizio in cui il soggetto della proposizione che lo esprime è la scelta che sto per compiere o che ho già compiuto, e il predicato è la qualificazione morale della scelta. E’ dunque un giudizio, non una decisione. Naturalmente, ogni giudizio ragionevole si esercita alla luce di criteri, altrimenti non è un giudizio, ma qualcosa d’altro. Criterio è ciò in base a cui io affermo ciò che affermo e nego ciò che nego. A questo punto risulta particolarmente illuminante un passaggio del Trattato sulla coscienza morale del beato Rosmini: ‘C’è una luce che è nell’uomo e c’è una luce che è l’uomo. La luce che è nell’uomo è la legge di Verità e la grazia. La luce che è l’uomo è la retta coscienza, poiché l’uomo diventa luce quando partecipa alla luce della legge di Verità mediante la coscienza a quella luce confermata’. Ora, di fronte a questa concezione della coscienza morale si oppone la concezione che erige come tribunale inappellabile della bontà o malizia delle proprie scelte la propria soggettività. Qui, per me – dice il porporato – c’è lo scontro decisivo tra la visione della vita che è propria della Chiesa (perché è propria della Rivelazione divina) e la concezione della coscienza propria della modernità”.

    “Chi ha visto questo in maniera lucidissima – aggiunge – è stato il beato Newman. Nella famosa Lettera al duca di Norfolk, dice: ‘La coscienza è un vicario aborigeno del Cristo. Un profeta nelle sue informazioni, un monarca nei suoi ordini, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi. Per il gran mondo della filosofia di oggi, queste parole non sono che verbosità vane e sterili, prive di un significato concreto. Al tempo nostro ferve una guerra accanita, direi quasi una specie di cospirazione contro i diritti della coscienza’. Più avanti aggiunge che ‘nel nome della coscienza si distrugge la vera coscienza’. Ecco perché fra i cinque dubia il dubbio numero cinque è il più importante. C’è un passaggio di Amoris laetitia, al n° 303, che non è chiaro; sembra – ripeto: sembra – ammettere la possibilità che ci sia un giudizio vero della coscienza (non invincibilmente erroneo; questo è sempre stato ammesso dalla Chiesa) in contraddizione con ciò che la Chiesa insegna come attinente al deposito della divina Rivelazione. Sembra. E perciò abbiamo posto il dubbio al Papa”.

    “Newman – ricorda Caffarra – dice che ‘se il Papa parlasse contro la coscienza presa nel vero significato della parola, commetterebbe un vero suicidio, si scaverebbe la fossa sotto i piedi’. Sono cose di una gravità sconvolgente. Si eleverebbe il giudizio privato a criterio ultimo della verità morale. Non dire mai a una persona: ‘Segui sempre la tua coscienza’, senza aggiungere sempre e subito: ‘Ama e cerca la verità circa il bene’. Gli metteresti nelle mani l’arma più distruttiva della sua umanità”.

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  • Totalitarismo: La verità esiste! la si può conoscere!

      Se c’è un settore delle scienze umane nel quale domina, praticamente incontrastata, la dittatura del relativismo –secondo la nota espressione dell’allora card. Joseph Ratzinger- questo è certamente la moderna filosofia: non solo per i contenuti del pensiero della pressoché totalità dei filosofi  maggiormente in voga ma anche per il modo –forse meno appariscente ma certo più incisivo - con il quale questa disciplina viene più o meno ovunque insegnata.

    Infatti, da quando nell’800 presero voga il positivismo e l’idealismo, quella che si fa studiare non è tanto la filosofia quanto piuttosto la storia della filosofia.

    La prima –la filosofia- è infatti un’indagine incessante sui primi principi della realtà per arrivare a comprendere ciò è il vero, il bene, il bello. Nelle scuole, lo studente è invece impegnato solo ad apprendere il pensiero dei principali filosofi secondo la loro successione cronologica. Spesso poi, quando il manuale ha un’impostazione marxista o quasi, la stessa riflessione filosofica viene presentata come il frutto delle condizioni economiche e sociali della sua epoca. Ne deriva che oramai, la stessa forma mentis dei giovani, si costruisce in modo da non poter neanche concepire, se non a prezzo di non comuni sforzi personali individuali, la stessa possibilità che esista una verità.

    Tutto questo, in fondo, altro non è che il trionfo anzi, la dittatura, del relativismo.

    Non sono certo mancati nel tempo tentativi di impostare l’insegnamento secondo metodi più classici, presentando cioè agli studenti non una carrellata storica di illustri opinioni ma le fondamentali questioni: metafisiche, etiche ecc. di cui si è discusso, esponendo poi, intorno ad esse, le risposte dei maggiori filosofi. Il pensiero corre, per esempio, ai tre gradevoli volumi degli Elementi di Filosofia di Sofia Vanni Rovighi (1908-1990), a lungo docente a Milano presso l’Università cattolica, la cui ricezione però è andata poco più in là di tale ateneo e non certo per colpa dell’autrice.

    Sta di fatto che in questo modo -e tranne sempre più rare eccezioni- anche dalle scuole cattoliche, dai seminari, dai noviziati degli ordini religiosi, perfino di quelli votati all’apostolato culturale, è scomparso quel modo di fare filosofia che, almeno da sant’Agostino in poi, per oltre 1500 anni, aveva fornito le basi su cui si era costruita la teologia e, più in genere, la stessa cultura cristiana. Avendo infatti sullo sfondo la lezione dei 3 grandi greci (Socrate, Platone ed Aristotele), esse avevano infatti trovato il loro solido fondamento nella filosofia dei grandi dottori della scolastica medievale (sant’Anselmo d’Aosta, sant’Alberto Magno, san Bonaventura da Bagnoregio e, soprattutto, san Tommaso d’Aquino). Ed anche quando la moderna filosofia aveva preso il sopravvento, non erano mancate figure di alto livello che ne avevano continuato l’opera come, ancora nel ‘900, Étienne Gilson, i domenicani Reginaldo Garrigou-Lagrange e Santiago María Ramírez e lo stimmatino Cornelio Fabro: tutti immancabilmente, per lo più, dimenticati.

    Ne ha molto sofferto anche la teologia che, privata del suo solido retroterra filosofico (cioè di vere radici culturali), ha finito frequentemente per divenire vittima di un vero e proprio complesso di inferiorità verso le varie filosofie contemporanee. Così, ad esempio, ci sono stati teologi che, in nome dell’inculturazione, hanno preso a prestito forme proprie delle culture africane o asiatiche; altri (teologia della liberazione sud-americana in testa) hanno cercato di sposare il messaggio cristiano con la filosofia marxista; altri ancora (soprattutto in Europa e nord America) sono ricorsi all’ermeneutica ed allo strutturalismo quando addirittura non hanno adottato un informe eclettismo.

    Addirittura –soprattutto nella tumultuosa stagione del post-concilio- v’è stato in molti teologi il dichiarato intento di de-ellenizzare della Chiesa cioè di privarla di quelle basi filosofiche che si sono appena ricordate sulle quali però erano state costruite anche le basi del dogma cattolico. Il risultato in termini di babele teologica è, del resto, sotto gli occhi di tutti ed era ben presente, fin dai tardi anni ’60, allo stesso Joseph Ratzinger che più d’una volta, nei suoi scritti, metteva in guardia contro i pericoli che ne derivavano.

    *****

    In questo quadro, assai poco entusiasmante, è veramente apprezzabile l’uscita di questo piccolo (di mole ma non di contenuto) libro di Stefano Fontana, giornalista pubblicista di formazione filosofica, direttore dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa e Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace oltre che autore di varie pubblicazioni in materia di dottrina sociale cristiana.

    L’esposizione -come dice il titolo: “da Socrate a Ratzinger”- segue più o meno la successione storica del vari filosofi che è oramai, per tutti, il modo più familiare di approccio alla materia e ne presuppone anche un minimo di conoscenza anche solo scolastica: sarebbe stato infatti praticamente impossibile sintetizzare in appena 160 pagine, ben 2500 anni di pensiero filosofico e decine di pensatori con tanto di riferimenti a date, scuole, opere ecc.

    Altri e ben più importanti sono però i pregi dell’opera, tra i quali emerge anzitutto lo stile, sempre semplice, sintetico, gradevole e spesso, anche ironico ma senza amari sarcasmi.

    In secondo luogo, la chiara convinzione che soggiace a tutta l’esposizione secondo cui la verità esiste: certo, la sola ragione, non può pervenire sempre e su tutto ad imperiture certezze ma questo non esime dall’impegno della continua ricerca.

    Di non minor rilievo è poi il continuo richiamo dell’autore alle certezze del comune buon senso cioè alla convinzione che ciascuna persona normale ha, della propria esistenza, di quella delle cose e delle altre persone e che tutto questo è da lei ben distinto. Chiunque abbia anche solo un minimo di nozioni di filosofia moderna ben sa come essa abbia invece incessantemente combattuto tali fondamentali certezze sulle quali però, di fatto, ognuno basa la propria esistenza: anche gli stessi filosofi che le negano.

    A più riprese, Fontana ricorda quindi come, abbandonandole e pretendendo di ricostruire il mondo a partire da se stessi, quella ragione che pretendeva di rifare il mondo si è invece solo smarrita. Da qui, la convinzione che era stata invece la filosofia classica -greca e poi medievale e cristiana- ad incamminarsi sulla via giusta anche se oggi essa è per lo più negletta insieme ai suoi migliori frutti: la metafisica, il primato dell’oggettività, il sano realismo.

    Infine, costituiscono non ultimo pregio del libro le pagine finali dedicate ad alcuni mostri sacri del moderno pensiero cattolico: Jacques Maritain  e Karl Rahner. Di tutti costoro, Fontana, al seguito di eminenti filosofi pure cattolici come Santiago Ramírez e Cornelio Fabro, non manca di mettere in evidenza i pesanti limiti che hanno non poco inciso sulla teologia contemporanea.

    Concludendo, crediamo che, se ben utilizzata, questa piccola e così felicemente anomala, storia della filosofia potrebbe costituire una buonissima base di partenza per stimolare la riscoperta della più autentica filosofia. É proprio in questa ottica che ci permettiamo una sola modestissima osservazione: forse, alla fine, non sarebbero state fuori posto, una o due paginette, con l’indicazione di almeno alcuni riferimenti bibliografici che, grazie a Dio, non mancano. Oltre agli autori citati, pensiamo ad esempio, ai libri del padre saveriano Battista Mondin, di Luigi Bogliolo, di Antonio Livi, del salesiano don Dario Composta e dell’americano McIntyre: forse li si potranno ricordare in una prossima edizione.

    Andrea Gasperini

    Cfr. Stefano Fontana – Filosofia per tutti – Una breve storia del pensiero da Socrate a Ratzinger – Fede & Cultura – Verona – 2016 - pp. 159 - €. 15,00

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  • Totalitarismo: Emilia-Romagna: NO alla fecondazione artificiale!

     Campagna rivolta solo ai residenti in Emilia Romagna

     1. La Regione Emilia Romagna ha deciso di acquistare da banche del seme gameti femminili e maschili per promuovere la fecondazione eterologa (cfr. http://tinyurl.com/RegioneER)

     2. Il Card. Caffarra ha definito tale decisione "gravissima e aberrante"  (Cfr. http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-bambini-non-si-comprano-scendiamo-in-piazzacaffarra-accusa-la-sua-emilia-aberrante-17638.htm) perchè "Non ci si rende conto che si sta sradicando la genealogia della persona dalla genealogia naturale".

    Sua Eminenza ha spiegato anche che "si producono le cose, non i bambini e questa è una produzione di bambini. Ma la logica della produzione deturpa la dignità della persona. Il bambino viene così deturpato nella sua dignità. In secondo luogo il corpo della donna non è una miniera, una cava da cui estrarre ciò che mi serve per compiere i miei desideri, perché un ovocita non è il tessuto della cornea di cui mi servo per dare la vista a un cieco. L’ovocita ha in sé la potenza di dare origine ad una nuova persona, non è una cellula qualsiasi".

    3. Si tratta inoltre di denaro di contribuenti che, per gran parte, sono all'oscuro delle terribili intenzioni degli amministratori della nostra Regione.

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    I Comitati Difendiamo i Nostri Figli (Family Day - Gandolfini) dell'Emilia Romagna chiedono ai Consiglieri Regionali dell'opposizione all'amministrazione del Partito Democratico di vigilare e di far propria la protesta della gente, a favore della difesa della vita umana, dal concepimento alla morte naturale.

    Qui la petizione:
    http://www.fattisentire.org/modules.php?name=News&file=article&sid=50

    Firmando questa petizione la tua e-mail arriverà a tutti i Consiglieri Regionali, Deputati e Senatori eletti in Emilia Romagna e facenti parte dell'opposizione.
    Non firmare se abiti in altre Regioni.

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  • Totalitarismo: Prime reazioni al gender nelle scuole

     E’ stata portata allo scoperto in molte città d’Italia l’azione della Lobby LGBT: all’insaputa delle famiglie e grazie a sindaci del Partito Democratico, i bambini venivano costretti a visionare spettacoli teatrali altamente discutibili, intesi ad inculcare subdolamente la propensione a comportamenti omosessuali.

    In provincia di Bologna il Partito Democratico difende le scelte del Sindaco di Castello d'Argile che ha concesso il teatro.
    Di fatto, il PD nega il diritto educativo dei genitori e dei partiti che ne prendono le difese affermando: “L’attacco del centrodestra all’attività didattica espletata nel plesso scolastico di Castello d’Argile è pericoloso e dannoso. Rappresenta un'indebita intromissione nell’autonomia didattica degli insegnanti e delle istituzioni scolastiche” (Resto del Carlino, 12/1/2017, p. 20).
    Secondo i nuovi comunisti, dunque, il diritto di educare compete solo ed esclusivamente allo Stato.
    Gli abomini compiuti dal Governo Renzi – NCD contro la famiglia non sono stati un caso.

    C’è da sperare che queste iniziative non si fermino, diventino più generali e organizzate, fino a neutralizzare i loro promotori e “padrini” politici.

     

    Comunicato Stampa CDNF

    Gandolfini: “Necessario il consenso consapevole dei genitori per iniziative didattiche su temi sensibili”

     

    Grazie all’azione collettiva dei gruppi locali del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, in alcune città italiane, tra cui Bolzano e Bologna, si aperto un accesso dibattito con gli uffici scolastici riguardo un’attenta valutazione della proposta teatrale dello spettacolo "Fa' afafine" – il cui protagonista è un ragazzino gender fluid che si sente maschio o femmina a seconda dei giorni – e la garanzia del diritto al consenso informato dei genitori”. Dichiara Massimo Gandolfini, presidente del Comitato promotore del Family day.

     

    La massima attenzione suscitata tra i genitori - prosegue Gandolfini - ancora una volta dimostra come la cultura del popolo italiana non è assolutamente allineata a queste derive antropologiche, avendo ben chiaro il principio che la condotta affettiva dei ragazzi è strettamente legata alla loro identità sessuata”. “Continueremo pertanto la nostra attività di sensibilizzazione sempre nell’ottica della difesa dell’innocenza dei più piccoli”. Conclude il presidente del Family day.

    Intanto, il Comitato Difendiamo i Nostri Figli - Commissione Scuola - comunica di aver inoltrato nuovamente al MIUR la richiesta di attenta valutazione della proposta teatrale dello spettacolo “Fa’ afafine”, prevista sul territorio nazionale nei prossimi mesi.

    La richiesta è accompagnata da qualificata valutazione pedagogica nella quale si evidenzia come la tematica del gender fluid, ivi trattata, risulti inconciliabile con la pluralità degli orientamenti educativi delle famiglie e sia ritenuta dallo stesso Ministero incongruente con la funzione pubblica della scuola nella quale “non rientrano in nessun modo né 'ideologie gender' né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo".

    Segnaliamo che la collocazione della rappresentazione teatrale al mattino e la proposta indiscriminata alle scuole, rendono necessario il consenso consapevole delle famiglie e la previa e adeguata informazione su ogni dettaglio relativo ai contenuti, alle modalità di attuazione e ai possibili percorsi educativi ad essa connessi. La partecipazione a iniziative didattiche legate a temi sensibili e legati alle scelte educative e culturali delle famiglie è facoltativa, anche se proposta in orario scolastico, e i genitori possono aderirvi o meno esercitando il "diritto di educare e istruire i propri figli". È nel loro diritto chiedere che i propri figli vengano esonerati e dispongano in alternativa di altre attività scolastiche, a tutela del diritto allo studio.

    Chiediamo quindi ai dirigenti scolastici, agli insegnanti e ai rappresentanti dei genitori di assicurare una puntuale raccolta di esplicite adesioni, prima che la propria scuola decida di proporre agli allievi la rappresentazione e ribadiamo la necessità di coinvolgere le associazioni dei genitori anche nella progettazione di percorsi didattici contro le discriminazioni. Solo in questo modo sarà garantito il pluralismo culturale della scuola e la libertà di educazione di tutti.

     

    Roma, 11 gennaio 2017
    Comitato Difendiamo i Nostri figli

  • Totalitarismo: Santa Geneviève. Un culto contro i barbari moderni

     Un giorno dell’anno 429 gli abitanti di Nanterre, borgo presso Parigi, vedono sbarcare in riva alla Senna i vescovi san Germano di Auxerre (378 ca.-448) e san Lupo di Troyes (383 ca.-478 ca.). Su richiesta di papa Celestino I, si stanno recando in Gran Bretagna per opporsi alle dottrine di Pelagio, tese a ridurre l’importanza dell’intervento divino nella pratica delle virtù.

     Visitatori così eminenti attirano l’attenzione e una folla si dirige loro incontro per riceverne la benedizione. San Germano nota una bambina di circa 7 anni: è Geneviève (420 ca.-500 ca.) di famiglia cristiana ricca e potente. La fa condurre a sé e la bacia sul capo. Poi il vescovo si rivolge ai genitori, come attesta il primo biografo anonimo della santa, affermando: «Siete molto fortunati d’essere i suoi genitori. Sappiate che alla sua nascita vi è stata una grande gioia fra gli angeli, e che quell’evento è stato celebrato con tripudio nel cielo. Ella sarà grande agli occhi del Signore. Presi da ammirazione per la sua vita e la sua condotta, molti si allontaneranno dal male e ritorneranno verso il Signore. Questi otterranno la remissione dei loro peccati e le ricompense promesse da Cristo». Poi alla bimba dice: «Vuoi tu essere consacrata a Cristo nella vita religiosa, e vuoi tu, come sposa di Cristo, custodire il tuo corpo immacolato e intatto?», la risposta di Geneviève non si fa attendere: «Padre, tu previeni i miei desideri: è questo che io bramo. Prega perché il Signore si degni di compiere i miei voti» (In: Vita Genovefae). Ella riceverà la consacrazione di religiosa all’età di 20 anni. Nel 445 o 446 il vescovo Germano di Auxerre, di ritorno dalla Gran Bretagna, si recò nella dimora della giovane, salutandola con una riverenza che impressiona tutti gli astanti. Racconta quindi come si era svolto il suo primo incontro con la fanciulla a Nanterre e come egli avesse presentito fin da allora quale sarebbe stata la santità della sua vita. Da qui ebbero inizio la stima e l’ammirazione dei parigini per Geneviève.

    Nel 451 si diffuse la notizia che il re degli Unni, Attila, aveva saccheggiato Treviri, Metz, Reims, e avanzava verso sud. La popolazione ne fu atterrita e molti si apprestarono a fuggire, ma non la santa di Nanterre che esortò i parigini a non allontanarsi. Riunì perciò alcune donne per pregare nel battistero: «Che gli uomini fuggano, se vogliono e se non sono più capaci di battersi. Noi donne pregheremo Iddio così tanto che ascolterà le nostre suppliche» (ibidem). Alcuni volevano ucciderla, o lapidandola o gettandola in un burrone. Intanto il vescovo Germano era morto a Ravenna il 31 luglio 448, ma uno dei suoi arcidiaconi, di passaggio per Parigi, poté intervenire rivolgendosi ai parigini: «Cittadini, non acconsentite a un tale delitto! Abbiamo inteso il nostro vescovo Germano dire che colei, della quale voi tramate la morte, è stata eletta da Dio nel grembo della madre. E io sto portando le eulogìe [benedizioni ndr], che san Germano ha lasciato per lei» (ibidem). Parigi fu difesa dai suoi abitanti, incoraggiati dalle esortazioni e dalle preghiere di Geneviève, e Attila, scoraggiato dall’inattesa resistenza, passò oltre e si diresse verso Orléans, dove fu sconfitto nella battaglia dei Campi Catalaunici, presso Châlons-sur-Marne, dal generale romano Ezio.

    Cinque anni dopo, Meroveo, terzo re dei Franchi, mise sotto assedio Parigi, difesa ancora da una forte guarnigione di Romani, sotto il comando di Egidio e successivamente sotto quello del figlio Siagrio. Dopo la morte di Meroveo nel 457, l’assedio proseguì con il figlio Childerico I, che dopo cinque anni la conquistò. Questa volta Geneviève non si oppose, presagendo che quella dinastia avrebbe contribuito a diffondere la fede cristiana fra i barbari. L’assedio e le conseguenti distruzioni nei dintorni avevano portato una grande carestia e gli abitanti, che non avevano più pane, morivano di fame. Fu proprio lei a risolvere la catastrofe: si fece guida sulla Senna di undici battelli fino a Troyes e, passando di città in città, compiendo molteplici miracoli, ottenne in dono dai mercanti un gran carico di grano, che riportò a Parigi. La sua autorità, anche a corte, crebbe sempre più, ma di essa mai si approfittò. Anzi, si assoggettò ad una rigorosa regola di vita consacrata. Si nutriva di pane d’orzo e di fave, di cui faceva cuocere in una pentola la propria provvista per due o tre settimane. Durante la sua esistenza non fece mai uso né di vino, né di altre bevande inebrianti. A 50 però, su consiglio dei vescovi, aggiunse al suo nutrimento del pesce e del latte. Oltre che asceta era anche una mistica e una  taumaturga. Il celebre san Simeone stilita il Vecchio, che ebbe una particolare rivelazione divina su di lei, dal suo ritiro sulla cima di una colonna presso Antiochia (zona nord della Siria), incaricò alcuni mercanti di salutarla a suo nome e di raccomandarlo alle sue preghiere.

    Geneviève se ne andò al Signore, che grandemente aveva servito, ad oltre 80 anni. Fu sepolta il 3 gennaio di un anno imprecisato, intorno al 500, nella basilica dei Santi Apostoli che re Clodoveo con la consorte Clotilde avevano iniziato a costruire per accogliere le sepolture della famiglia reale, basilica che poi prese il nome di Sainte-Geneviève. La fama di santità dilagò anche dopo la sua morte.

    San Gregorio di Tours (539-594) segnala che sulla sua tomba si verificavano prodigi su prodigi. Nell’822 ci fu un’inondazione spaventosa a Parigi. Mentre si cercava un luogo asciutto per celebrare la Santa Messa, si scoprì che le acque non avevano toccato il letto di morte della prescelta di Dio. Una volta constatato il miracolo, l’inondazione si ritirò. Nell’857, con le invocazioni dirette alla santa, i Normanni lasciarono Parigi che avevano assediato. Associato all’invasione degli Unni questo prodigio contribuì a creare l’immagine di Geneviève quale patrona di Parigi. Durante la Rivoluzione francese i giacobini trasformarono la basilica di Sainte-Geneviève nel Pantheon, mausoleo dei francesi illustri, distruggendone parzialmente le reliquie.

    Ma il culto della santa di Nanterre proseguì nella vicina chiesa di Saint-Etienne-du-Mont, oggi qui invocata contro i moderni barbari, che un giorno, come i loro antenati, saranno vinti dai fidenti in Dio.

    (Cristina Siccardi per http://www.corrispondenzaromana.it/santa-genevieve-un-culto-contro-i-barbari-moderni/)

  • Chiesa: Fatima, l’importanza dei primi sabati del mese

     Il 2017 è l’anno del centesimo anniversario delle apparizioni di Fatima. Per i devoti della Madonna nessun modo migliore di iniziare l’anno che quello di rinnovare la pratica dei primi cinque sabati del mese che la Santa Vergine stessa ha così vivamente raccomandato.

    Fin dalla prima apparizione alla Cova da Iria, il 13 maggio 1917, la Madonna chiede ai veggenti la recita quotidiana del Santo Rosario. Nell’apparizione del 13 giugno, la Santa Vergine dice a Lucia che Gesù vuole servirsi di lei «per farsi conoscere e amare. Vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. A chi la abbraccia, prometto la salvezza; e queste anime saranno amate da Dio come fiori posti da me ad adornare il suo trono». Terminate queste parole, suor Lucia racconta di aver visto «di fronte alla palma della mano destra della Madonna, un cuore circondato di spine, che parevano conficcate in esso. Comprendemmo che era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati della umanità, che voleva riparazione».

    Nella terza apparizione, quella del 13 luglio, la Madonna dopo aver mostrato l’inferno e annunciato un terribile castigo se l’umanità non si fosse convertita, aggiunge: «Per impedire tutto questo verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati». Nella quarta apparizione del 15 agosto, la Santa Vergine chiede: «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per il peccatori, perché molte anime vanno all’inferno perché non vi è chi si sacrifichi per loro».

    Nella sesta e ultima apparizione, il 13 ottobre 1917, la Santa Vergine appare ai bambini di Fatima con lo scapolare del Monte Carmelo. Lucia ha spiegato in seguito: «La Santa Vergine voleva che tutti portino lo scapolare, che è il segno della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Il Rosario e lo Scapolare sono inseparabili».

    Le apparizioni della Madonna a suor Lucia continuarono anche dopo il 1917 confermando i messaggi precedenti. Il 10 dicembre 1925, la Santissima Vergine, con al fianco il Bambino Gesù su una nuvola luminosa, appare a suor Lucia, nella sua cella nella casa delle Dorotee, a Pontevedra. La Madonna le pone una mano sulla spalla mentre nell’altra mano regge un Cuore circondato di spine.

    In quel momento il Bambino dice: «Abbi compassione del Cuore della Tua Madre Santissima avvolto nelle spine che gli uomini ingrati gli configgono continuamente, mentre non v’è chi faccia atti di riparazione per toglierle». La Santissima Vergine aggiunge poi: «Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa’ sapere questo: A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario, e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i quindici Misteri del Rosario con l’intenzione di alleviare la mia pena, io prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza».

    È questa la grande Promessa del Cuore Immacolato di Maria che si affianca alla promessa dei Primi Venerdì del mese fatte dal Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque. Un confessore di Lucia le chiede il perché del numero cinque. Lei rivolge la domanda a Gesù, il quale, nella notte tra il 29 e il 30 maggio 1930, le risponde: «Si tratta di riparare le cinque offese dirette al Cuore Immacolato di Maria»:

    1. Le bestemmie contro la sua Immacolata Concezione.
    2. Le bestemmie contro la sua Verginità.
    3. Le bestemmie contro la sua Maternità divina e il rifiuto di riconoscerla come Madre degli uomini.
    4. L’opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli l’indifferenza, il disprezzo e perfino l’odio contro questa Madre Immacolata.
    5. L’opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre.

    Ci si può chiedere inoltre perché la Madonna abbia scelto il giorno di sabato. La risposta è che da tempo immemorabile questo giorno è stato dedicato alla Madonna perché, secondo molti santi e teologi, fu quello della assoluta e perfetta fede di Maria. Mentre Gesù era chiuso nel sepolcro e gli stessi Apostoli dubitavano, Maria illuminò con la sua fede le tenebre della Passione. Il Sabato Santo fu il giorno del suo massimo dolore, per la perdita di Gesù, ma anche il giorno di una sconfinata fiducia nella Sua vittoria.

    La Madonna a Fatima ha indicato le condizioni per questo trionfo.
    Una dipende dal Papa ed è la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato fatta solennemente in unione con tutti i vescovi del mondo.
    La seconda richiesta, però, quella della diffusione della pratica dei cinque primi sabati del mese, è rivolta ad ogni fedele.

    È passato quasi un secolo ma la profezia è ancora incompiuta perché la Russia non è stata consacrata alle condizioni richieste e la pratica dei cinque sabati è caduta nel dimenticatoio. Per evitare, o almeno ridurre gli effetti del castigo che incombe sull’umanità, ricordiamo a tutti, singoli, famiglie e in particolare sacerdoti e parrocchie la necessità di pregare e di agire per esaudire le richieste della Madonna di Fatima.


    (Maddalena della Somaglia per http://www.corrispondenzaromana.it/fatima-limportanza-dei-primi-sabati-del-mese/)

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  • Gender Diktat: : Liguria: la lobby gay non vuole lo sportello famiglia

     Gender: è scontro tra Coordinamento Liguria Rainbow e Regione

     In Liguria è in corso uno scontro aperto attorno al tema sempre più infuocato del gender. A dar fuoco alle polveri, questa volta, è il Coordinamento Liguria Rainbow che sembra non tollerare le crescenti spontanee iniziative di contrasto al martellante processo di omosessualizzazione della società italiana dettato dalla gender agenda globale.

    Contro lo sportello antigender votato dalla Regione Liguria, il telefono antigender aperto dalla Regione Lombardia, le iniziative del sindaco di Trieste che ha vietato la diffusione nelle scuole del libro “Il gioco del rispetto”, il Coordinamento LGBT ligure ha infatti promosso un vero e proprio appello nazionale, intitolato “Per una scuola libera dalla censura. Appello per la libertà di espressione e di insegnamento, la democrazia, la laicità e il pluralismo nella scuola“, reso noto con il seguente comunicato:

    «Il Coordinamento Liguria Rainbow  è al fianco delle operatrici e degli operatori del mondo della scuola colpiti dal clima minaccioso che gli autori della fantomatica ‘teoria del gender’ hanno voluto costruire: anni di esperienze professionali in tema di riconoscimento e contrasto alla violenza maschile, al bullismo, alle discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale, e agli stereotipi di genere rischiano di essere gettati alle ortiche perché tacciati di ‘istigazione al gender’ (una pseudo ideologia che secondo questi fanatici vorrebbe convertire i giovani all’omotransessualità). La Regione Liguria, anziché difendere le buone pratiche formative a favore dei soggetti vulnerabili in età di crescita e sviluppo, ha recentemente votato per la creazione dello sportello ‘antigender’, dando credibilità a gruppi fondamentalisti e minoritari intenzionati ad imporre nella scuola pubblica la propria visione morale sulla famiglia e sulle relazioni affettive».

    SOSTEGNO ALLA REGIONE LIGURIA

    I comitati locali Difendiamo i nostri figli di tutte le quattro province liguri hanno risposto alle accuse diffondendo un comunicato stampa congiunto per esprimere il loro pieno e unanime sostegno alla Regione Liguria per l’iniziativa “anti-gender” intrapresa che è possibile consultare qui.

    Questo il testo dell’Appello del Coordinamento LGBT ligure:

    Chiediamo al mondo della scuola, della cultura, della formazione, del lavoro e dell’associazionismo di sottoscrivere questo appello per difendere la democrazia, la laicità, la libertà di espressione e il pluralismo nella scuola, minacciati dall’istituzione dello sportello regionale “anti-gender”. Il Consiglio Regionale della Liguria ha, in data 11 novembre 2016, votato a maggioranza una mozione che impegna la Giunta Regionale a istituire uno sportello “volto ad arginare quei fenomeni di indottrinamento ideologico noti come ideologia gender”. Stando al testo della mozione, lo sportello vorrebbe raccogliere eventuali bisogni generali delle famiglie e fornire una risposta sociale, psicologica e legale, mettendo sullo stesso piano denunce legate alla diffusione della non meglio precisata “teoria del gender” nelle scuole e denunce di episodi di “razzismo o di bullismo, di droga o vandalismo”.

    In primo luogo, riteniamo che la totale vaghezza della proposta contenuta nella mozione (che cosa si intende per “ideologia o teoria gender”? Chi gestirà gli sportelli? Con quali competenze?), rischi di mettere in seria discussione la libertà di espressione e d’insegnamento propria di uno Stato democratico, laico e pluralista. In assenza di una definizione esplicita, l’utilizzo dell’espressione “ideologia gender” risulta potenzialmente distorsivo, lasciando aperta la porta alla totale arbitrarietà di giudizio.

    In questo modo, gli “sportelli anti-gender” diventano strumenti discrezionali di censura, creando di fatto un clima intimidatorio all’interno delle istituzioni scolastiche ed educative.

    In secondo luogo, riteniamo che alle famiglie spetti il compito fondamentale di formare la persona, mentre alla scuola e a una società plurale, democratica e inclusiva spetti il compito di formare le/i future/i cittadine/i, nel rispetto delle differenze di genere, orientamento sessuale, modelli culturali, visioni del mondo e tipologie familiari di appartenenza.

    Riconosciamo il valore del percorso che la scuola italiana ha realizzato negli ultimi decenni in termini di inclusione, pluralismo e confronto. Difendiamo, dunque, da qualsiasi ingerenza, la libertà di insegnamento, l’autonomia didattica e l’apertura alla società: il rispetto di questi valori ha infatti consentito alla scuola pubblica italiana di far crescere ragazze e ragazzi consapevoli e capaci di leggere e confrontarsi con la crescente complessità della società. Anziché sprecare risorse pubbliche nell’attivazione di sportelli di dubbia utilità e impregnati di ideologismi, chiediamo alla Giunta di rafforzare i servizi che già esistono sul territorio e lavorano in rete per rispondere alle diverse forme di disagio e violenza (consultori, sert, centri antiviolenza, e così via).

    ALCUNE RISPOSTE ALL’APPELLO

    L’appello è un vero è proprio compendio di menzogne ed ideologia. Qui ci limitiamo a replicare ad alcuni punti:

    In primo luogo –  si domandano gli estensori dell’appello –  riteniamo che la totale vaghezza della proposta contenuta nella mozione (che cosa si intende per “ideologia o teoria gender”?)

    Risposta: l’ideologia o teoria gender, detto in parole povere e semplici, è quel sistema di idee che intende promuovere ed instillare nei nostri giovani il concetto per il quale è necessario distinguere tra sesso e genere. Il primo è quello biologico con il quale nasciamo, il secondo è quello socio-culturale e psicologico che diventiamo in “età adulta”. Se un programma educativo, scolastico o di qualsiasi genere, si propone tali obiettivi possiamo essere certi di essere in presenza della “fantomatica” teoria o ideologia del gender.

    In questo modo, gli “sportelli anti-gender” diventano strumenti discrezionali di censura, creando di fatto un clima intimidatorio all’interno delle istituzioni scolastiche ed educative

    Risposta: al contrario, gli “sportelli anti-gender” sono uno strumento di informazione e di verità contro le bugie propinate ai nostri adolescenti dagli attivisti LGBT+ e dagli altri rappresentanti istituzionali asserviti al politicamente corretto. Non c’è nulla di buono nell’omosessualità! Un’educazione seria e di buon senso dovrebbe, all’opposto, mettere in guardia i giovani rispetto ai reali pericoli e rischi insiti nell’adozione del decantato stile vita omosessuale. Il clima intimidatorio lo creano i poteri e le lobby LGBT+ nei confronti di coloro che osano dissentire dalla vulgata LGBT+ come la cronaca di tutti i giorni, ahinoi, ci testimonia.

    In secondo luogo, riteniamo che alle famiglie spetti il compito fondamentale di formare la persona, mentre alla scuola e a una società plurale, democratica e inclusiva spetti il compito di formare le/i future/i cittadine/i, nel rispetto delle differenze di genere, orientamento sessuale, modelli culturali, visioni del mondo e tipologie familiari di appartenenza.

    Risposta: secondo tale paradossale assunto lo Stato, attraverso la scuola, deve educare “eticamente” il cittadino, esautorando la famiglia dai propri diritti. E’ evidente la prepotenza e l’assurdità di tale visione per la quale gli alunni italiani dovrebbero sottostare alla morale pubblica di Stato decisa, per di più, dalle lobby e dalle organizzazioni LGBT+.

    E qual’è questa nuova morale ? è il progetto imposto dal liberalismo politico fondato sugli, ogni giorno nuovi, “diritti” che mira a trasformare radicalmente l’ordine umano. Una vera e propria rivoluzione antropologica per la quale, il Vero, il Bello e il Bene non dipendono più da criteri oggettivi e identificabili, quanto da gusti e impressioni mutevoli, meramente soggettivi. L’assioma di base di tale visione è la rigorosa neutralità filosofica volta a stabilire un asettico modus vivendi che renda possibile la convivenza simultanea di rivendicazioni opposte e confliggenti, riducendo “al massimo i rischi di scontri e collisioni“. L’approdo logico di tale visione è quello che il filosofo francese Jean-Claude Michéa definisce “la regolarizzazione in massa di tutti i comportamenti possibili e immaginabili“, al di là di ogni elementare criterio di ragione e di buon senso.

     

    Rodolfo de Mattei per https://www.osservatoriogender.it/gender-scontro-coordinamento-liguria-rainbow-regione-liguria/

  • Totalitarismo: La Fedeli, Avvenire, il Forum delle Ass Familiari
     Il potere temporale, quello spirituale e la costruzione di ponti.

     Sfogliando le pagine di Avvenire e imbattendosi nel valzer di interventi e dichiarazioni riguardanti il neoministro della Pubblica Istruzione, si potrebbe provare una sensazione di déjà vu e un nostalgico ricordo dei vecchi libri di storia, popolati da immagini in cui re e imperatori, espressione del potere temporale, venivano incoronati e quindi legittimati dai papi, espressione del potere spirituale.

    È proprio questa l'impressione che si potrebbe ricevere dall'evidente tentativo da parte di Avvenire, che nell'immaginario collettivo è il quotidiano dei vescovi, di legittimare la neoministra della Pubblica Istruzione, che rappresenta in quest'ambito un potere temporale alquanto controverso.

    Un lettore più attento ed informato, tuttavia, osserverebbe che, lungi dall'essere un'investitura ecclesiastica, le posizioni rappresentate da Avvenire in tale contesto sono totalmente difformi da quelle del Santo Padre, il quale parla di gender come di guerra mondiale contro il matrimonio mentre lì si invita ad abbandonare la parola gender nella sua accezione minacciosa, lui denuncia il gender come colonizzazione ideologica e lì si dubita persino della sua esistenza.

    Non si può certo dire, quindi, che la posizione di Avvenire in tale circostanza sia appiattita su quella della Chiesa e del Santo Padre; esse sembrano piuttosto diametralmente opposte al punto da apparire inconciliabili, ma ciò è tuttavia riconducibile a un nobile intento di pluralismo e ad un sano pricipio di pari opportunità da parte di un serio organo di informazione.

    L' orientamento educativo della ministra, chiarito da una sua lettera al Direttore che purtroppo non ha convinto nessuno, sorprendentemente ha trovato nelle pagine di Avvenire un coro unanime di convinti sostenitori, come la Vicepresidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari M.G. Colombo, la Responsabile Nazionale Scuola e Università di Forza Italia Elena Centemero e lo stesso Direttore Marco Tarquinio.
     
    Dico sorprendentemente non tanto per l'entusiasmo da parte di una deputata azzurra nei confronti di un ministro targato PD, quanto per la posizione del Forum delle Associazioni Familari, che appare scollata dal diffuso disappunto che c'è al riguardo all'interno delle nostre associazioni.
     
    Secondo quanto da essi dichiarato nell'ambito del discusso articolo di Marco Tarquinio, non si nutre alcun dubbio sull'onestà intellettuale della Fedeli, si segnala la mancata applicazione del famigerato comma 16 della legge 107 e si invita a sgomberare il campo da preoccupazioni circa questioni di carattere ideologico, puntando su un coinvolgimento pieno e responsabile - con esplicito riferimento alla Costituzione - delle famiglie nelle scelte educative.

    Tanta fiducia e tanta stima credo debbano innanzitutto misurarsi con questioni piuttosto controverse che non possono passare sotto silenzio; non si tratta di pregiudizi o di propagandistico processo alle intenzioni, come leggiamo su Avvenire, ma di precedenti concreti, primo tra tutti quello del d.d.l. Fedeli. 
     
    Secondo un  articolo di Avvenire dello scorso 14 dicembre questo temibile disegno di legge sarebbe stato ritirato, tuttavia, spulciando su internet, di questo ritiro non si riesce a trovare traccia; è  invece probabile che esso si trovi parcheggiato in Senato, in attesa che i mezzi di informazione e i post facebook della Boldrini ci convincano che è cosa buona e giusta, allo scopo di renderlo meno indigesto durante il suo iter parlamentare.

    Questo d.d.l. prevede l'introduzione dell'educazione di genere - che è un tema sensibile - come insegnamento obbligatorio e trasversale a tutte le discipline e pertanto non soggetto al consenso informato da parte dei genitori. 
    In questo contesto parlare di collaborazione con le famiglie diventa illusorio e fuorviante, perché se il d.d.l. Fedeli dovesse diventare legge non potrà esserci nessuno spazio di discussione per i genitori sul tema della parità di genere; opporsi sarebbe come chiedere l'esonero da una disciplina obbligatoria come la matematica. Tanto più che il d.d.l. prevede anche l'omologazione in questo senso dei libri di testo e l'indottrinamento forzato dei docenti.
     
    Per affrontare in modo sereno e costruttivo questo clima di divergenze e incomprensioni bisognerebbe - è questo il leit motiv -  evitare di innalzare muri ma piuttosto costruire ponti; tuttavia, sorvolando sulle minacce di denuncia della Giannini che ormai sono acqua passata, leggendo attentamente il d.d.l. Fedeli si ha la netta impressione che dall'altra parte non ci sia alcuna disponibilità alla costruzione di questi ponti.
     
    Ciò che emerge è piuttosto l'intenzione unilaterale di attuare un'operazione di carattere ideologico basata su presupposti ascientifici, attraverso una crociata contro quegli stereotipi di genere che, come è dimostrato dal celebre paradosso norvegese e dalla letteratura scientifica, sono in larga misura radicati nella biologia e nella neurofisiologia dell'uomo e della donna.

    Quanto al tema della parità tra uomo e donna tanto osannato da questo strano coro, chi abbia un minimo di esperienza nel mondo della scuola lo riconosce come uno degli ormai arcinoti cavalli di Troia per veicolare nelle classi, attraverso progetti e progettini, contenuti fortemente critici che impattano sull'identità affettiva e sessuale dei ragazzi. Chi conosce davvero la scuola sa anche che i nostri nostri ragazzi hanno già implicitamente ricevuto, da noi docenti e dalla società in cui viviamo, l'educazione alla parità tra l'uomo e la donna e questa conquista era già chiara anche a noi vent'anni fa, quando io e molte altre ragazze ci siamo laureate in ingegneria a dispetto dei temutissimi stereotipi di genere.

    Non è certo questa la strada per prevenire la violenza, che, di genere o non di genere, è solo violenza, ma piuttosto la capacità di accogliere ed accettare l'altro, la mitezza e il dominio di sé, tutte cose che non si insegnano né con i progetti, né con l'educazione di genere.
    Questa insolita e sospetta insistenza sull'argomento è verosimilmente dovuta al fatto che si tratta solo di un  paravento che nasconde secondi fini, propagandato strumentalizzando i fatti di cronaca sul femminicidio con la complicità dei mezzi di informazione. 

    Figurarsi poi fare un d.d.l. solo per questo, per di più imponendo questa ideologia anche alle scuole cattoliche: é del tutto evidente che tale prospettiva possa entrare in conflitto con un'educazione di ispirazione cattolica e ciò costituirebbe una chiara violazione del principio di libertà educativa dei genitori.

    Ultimo ma non ultimo il problema della copertura finanziaria del d.d.l., che, come si legge all'articolo 6, sarà ricavata secondo modalità che ne faranno gravare i costi sulle famiglie italiane; se veramente si vuole la parità tra uomo e donna queste ingenti risorse potrebbero essere impiegate per attuare misure a sostegno della maternità.
     
    Circa un anno fa la rivista: "Noi, genitori e figli" di Avvenire recitava testualmente: "Come il d.d.l. Fedeli, che vorrebbe stanziare 200 milioni per i corsi sul gender".
    Certo, tutti possiamo prendere un abbaglio e poi abbiamo anche il sacrosanto diritto di cambiare idea; tuttavia l'invito da parte di questo strano coro ad abbandonare certe argomentazioni e a deporre l'uso della parola gender sa un po' di bavaglio e se mi si vorrà far passare per visionaria, integralista o fascista, con il Santo Padre sarò in ottima compagnia.

    Considero infine troppo ambiziosa questa sconfinata fiducia  nella partecipazione dei genitori alla vita della scuola: provate a parlarne in certe scuole di periferia, dove i genitori, spesso pregiudicati o detenuti, mandano i figli a scuola solo perché hanno ricevuto una visita a casa da parte dei carabinieri.
    Questa battaglia o, come vorrebbero i più, questa costruzione di ponti, non può svolgersi nelle scuole, bensì nelle sedi istituzionali, sui giornali e alle urne.

    Occorre a mio avviso che il mondo dell'associazionismo, principalmente il Forum delle Associazioni Familiari che attraverso le dichiarazioni di M.G. Colombo si trova coinvolto nella vexata quaestio, prenda coscienza di ciò  che si vorrebbe attuare sui figli della nostra nazione; così come nessuno di noi li affiderebbe ad una baby-sitter che abbia precedenti discutibili credo che, "vergin di servo encomio", dovrebbe chiedere precise rassicurazioni e garanzie prima di affidare la loro educazione e formazione ad un ministero guidato da una persona con  precedenti e intenzioni fondatamente preoccupanti.

    Reputo pertanto necessaria da parte delle varie associazioni una presa di posizione al riguardo, garbata, chiara e circostanziata, sul modello della lettera aperta del Comitato Articolo 26 al Direttore di Avvenire.
    Peccato che questa lettera non abbia ancora avuto riscontro da parte del Direttore, poiché potrebbe essere determinante nel dirimere la questione in quanto fa esplicito riferimento a precisi fatti e situazioni e pertanto esorto tutti caldamente a leggerla.
     
    E da ultimo un fraterno appello ai simpatici retori dei muri e dei ponti: non sono questi i ponti di cui parla il Santo Padre, si parli con franchezza e amore alla verità e si lasci la costruzione di ponti agli ingegneri.
     
    Daniela
    mamma e insegnante

     
  • Il Catechismo: Dare più senso alle battaglie profile e profamily

     Laddove non arriva la legge arrivano i giudici.
     Alcuni sindaci hanno deciso di far celebrare le unioni civili in luoghi differenti rispetto a quelli dove si celebrano i matrimoni.
     In due casi la decisione è stata recentemente annullata dai tribunali amministrativi regionali. 

    A Padova, dietro ricorso dell’Arcigay, i giudici hanno sentenziato che l’amministrazione comunale “non ha fornito adeguati elementi a giustificazione delle proprie scelte in ordine a giorni e luoghi dedicati alle dichiarazioni di costituzione delle unioni civili, atti a fugare i sospetti di un intento discriminatorio”.

    Stesso copione si è ripetuto qualche giorno fa a Stezzano in provincia di Bergamo. Sempre i solerti militanti dell’Arcigay e della Rete Lenford – un gruppo di avvocati che da anni patrocinano le cause a difesa delle rivendicazioni dei gay – hanno trascinato in giudizio l’amministrazione comunale perché aveva destinato una sala differente da quella per i matrimoni per la celebrazione delle unioni civili.
    In questo caso addirittura il comune dovrà sborsare 4mila euro a favore della coppia omosessuale.

    Da una parte scegliere ambienti differenti per la celebrazione dei matrimoni e delle unioni civili rispecchia la lettera della legge Cirinnà la quale qualifica l’unione civile come “specifica formazione sociale” e non come “matrimonio” (art. 1 comma 1).
    Il rimando, peraltro assolutamente erroneo, è all’art. 2 della Costituzione, non certo all’art. 29 che disciplina il matrimonio. Quindi in punta di diritto se la stessa Cirinnà non ha voluto equiparare matrimonio e unione civile è logico e congruo che questa mancanza di equiparazione sopravviva anche all’atto della celebrazione.

    Ma passando dalla lettera alla legge alla sua ratio, quindi dagli aspetti formali a quelli sostanziali, è di tutta evidenza che le unioni civili sono matrimoni civili, difettando solo del dovere di fedeltà (ma un recente disegno di legge vorrebbe cancellare tale dovere anche per i coniugi così da togliere anche questa differenza) e della possibilità di adottare qualsivoglia minore. In tal prospettiva
    il luogo della celebrazione per le unioni civili dovrebbe essere il medesimo di quello deputato alla celebrazione delle nozze.

    La questione, al netto dell’ottima volontà di quei primi cittadini contrari alle unioni civili e che cercano dunque di ostacolarle in tutti i modi, è di lana caprina.
    La duplice bocciatura da parte del Tar delle delibere dei sindaci ci fa comprendere ancora una volta che è strategicamente errato giocare di rimessa sui principi non negoziabili.

    Assegnare un ufficietto alle coppie gay che si vogliono unire civilmente, delegare la celebrazione a terzi, lottare fino alla morte perché il dovere di fedeltà non venga richiesto anche alle coppie omo è operazione di cabotaggio a corto raggio che prima o poi si rivelerà fallimentare.
    E’ perdersi nelle sfumature del male, dimenticandosi del male, cioè dell’omosessualità che è diventata con la Cirinnà un bene giuridico.

    E’ il solito inganno in cui cadono molti - anche tra i cattolici - seppur in ottima fede e animati da speranze altrettante ottime.
    E’ l’inganno che ha portato molti a battagliare contro le pillole abortive difendendo l’aborto chirurgico, a lottare per il testamento biologico credendo così di fare terra bruciata a danno di chi vuole l’eutanasia, ad impegnarsi per le provette piene di gameti omologhi credendo così di scampare all’eterologa.

    Ora si vogliono locali differenti per gli etero e gli omo in comune tentando così disperatamente di far comprendere che unioni civili e matrimoni non sono la stessa cosa.
    Ma se non si va alla radice del problema cercando di debellarlo la sconfitta sarà a tutto campo e si patirà anche sulle questioni accessorie come queste che riguardano gli spazi per la celebrazione delle unioni civili.

    Bene dunque trovare tutti quegli strumenti di deterrenza alle unioni civili, a patto di evitare forme di collaborazione alle stesse, ma senza scordarsi il nocciolo della questione che invece a distanza di poco più di sette mesi è già stato ingoiato e digerito un po’ da tutti: nessun riconoscimento giuridico ad una relazione tra due persone dello stesso sesso.
    In breve, torniamo ai fondamentali.

     

    04-01-2017 Cirinnà, non è una questione di location di Tommaso Scandroglio

    da: http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-cirinna-none-una-questionedi-location-18544.htm#.WHCP91yWWM8

  • Totalitarismo: Come ci hanno fregato sulla fecondazione artificiale

     Legge 40 sulla procreazione assistita: cosa rimane in vigore?

     La Consulta l’ha stravolta: sì alla fecondazione eterologa e più possibilità di impianto e conservazione degli embrioni. E in alcune Regioni con i soldi di tutti.

     Lo Stato totalitario italiano ha ignorato la volontà popolare, espressa con l'astensione al referendum del 2005 e così commentata dal Cardinal C. Ruini: il mancato raggiungimento del quorum è "frutto della maturità del popolo italiano, che si è rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolare la vita".

     

     

     La legge 40 costituisce l’ultima tappa di un processo che vorrebbe legiferare sul "desiderio" anzichè sulla ragione e alla natura.
     Essa NON riguarda le coppie che desiderano un figlio ma non riescono ad averlo in modo naturale, ma obbedisce invece a una visione del mondo che odia la natura in quanto creata da Dio.

      La procreazione medicalmente assistita (Pma) è regolamentata in Italia dalla legge 40 del 2004 che ha subìto una trentina di modifiche, tra interventi dei governi e della magistratura. Interventi che hanno, in parte, alterato alcuni dei capisaldi della legge originaria.

    Com’era la legge 40 sulla procreazione assistita

    Al momento della sua approvazione dal Governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, la legge 40 definiva la procreazione assistita come «l’insieme degli artifici medico-chirurgici finalizzati al favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dall’infertilità umana, qualora non vi siano altri metodi efficaci per rimuovere le cause di sterilità o di infertilità».
    Tra i primi problemi posti da questo concetto, dunque, c’è quello di ricorrere al Servizio sanitario nazionale per usufruire della relativa copertura. In pratica, una coppia potrebbe sempre dire che l’infertilità è una malattia come tante altre e, di conseguenza, la sanità pubblica se ne deve fare carico.

    Tant’è: la legge afferma, poi, che lo Stato «promuove ricerche sulle cause patologiche, psicologiche, ambientali e sociali dei fenomeni della sterilità e dell’infertilità e favorisce gli interventi necessari per rimuoverle nonché per ridurne l’incidenza».
    Attenzione, però: nel rispetto «di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Questione etica non da poco.

    Nella sua versione originale, la legge 40 stabiliva che alle tecniche di procreazione assistita potessero accedere «coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi» e vietava espressamente il ricorso a tecniche di fecondazione eterologa, così come l’eugenetica.
    Che cos’è l’eugenetica?
    Già suona male il termine, figuriamoci il significato: non è altro che la tecnica volta alla selezione della razza, tecnica che spesso prevede l'eliminazione delle persone "con difetti" o "imperfette".
    Una tecnica subdolamente presentata come volta al miglioramento della specie umana, gia nell'Unione socialista sovietica e nella Germania nazional-socialista.
    Qualcuno potrebbe pensare che, da certi punti di vista, non guasterebbe, soprattutto se servisse ad evitare ogni impulso criminale. Ma nel caso specifico della procreazione assistita non è permesso.

    Scorrendo ancora la legge del 2004, si può vedere che veniva vietata la crioconservazione degli embrioni, cioè di mettere gli embrioni in freezer per ridurre il loro soprannumero.
    La tecnica era, però, consentita per temporanea e documentata causa di forza maggiore, non prevedibile al momento della fecondazione.

    Legge 40: l’intervento della Consulta

    La Corte Costituzionale è intervenuta più volte a proposito della legge 40 sulla procreazione assistita. E non proprio per rispettare la legge naturale nè i risultati del Referendum che ne impedì una versione più selvaggia.
    Già nel 2009 [1], cioè 5 anni dopo l’approvazione della legge, la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimi gli articoli che prevedevano:

    • il limite di produzione di tre embrioni;
    • l’obbligo di un unico e contemporaneo impianto;
    • l’articolo relativo alla crioconservazione degli embrioni nella parte in cui non viene contemplato che il trasferimento di tali embrioni nell’utero della futura mamma «da realizzare non appena possibile» venga effettuato senza pregiudizio per la salute della donna.

    La Consulta, in questa sentenza, accoglieva anche il pronunciamento del Tar del Lazio [2] con cui veniva dichiarato illegittimo il divieto di diagnosi preimpianto previsto nel 2004 dal decreto del Governo, a meno che quella diagnosi non avesse finalità eugenetiche.
    E' stata così introdotta la possibilità di "selezione della specie".

    La Corte si è espressa anche nel 2014, a seguito del ricorso incidentale presentato dai tribunali di Milano, Catania e Firenze, dichiarando illegittima la parte della legge 40 sulla procreazione assistita in cui si vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi in casi di infertilità assoluta.
    Secondo i giudici, questo divieto si scontra con gli articoli 2, 3, 29, 31, 32, e 117 della Costituzione e con gli articoli 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
    Scavalcando il comune sentire del popolo italiano si è così introdotta la fecondazione eterologa.

    Non è finita. Nel 2015, dopo un ricorso incidentale del Tribunale di Napoli, la Consulta hanno dichiarato illegittimo l’articolo che sanzionava penalmente la condotta dell’operatore medico volta a consentire il trasferimento nell’utero della donna dei soli embrioni sani o portatori sani di malattie genetiche.
    Secondo i giudici, questo concetto rappresenta una violazione del principio di ragionevolezza nonché del diritto al rispetto della vita privata e familiare.
    Secondo noi questa decisione è eugenetica pura.
    Resta in vigore solo la parte della norma che vieta la soppressione degli embrioni malati e non inutilizzabili, in quanto non possono essere trattati come un mero materiale biologico.

    Procreazione assistita: il decreto Lorenzin

    Sempre nel 2015, l’allora ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, firma un decreto sulla procreazione assistita [3] che formalizza la visione eugenetica e socialista, introducendo:

    • l’accesso alle tecniche di fecondazione eterologa;
    • la valutazione clinica, il più attenta possibile, del rapporto rischi-benefici;
    • l’accesso alle tecniche alle coppie cosiddette sierodiscordanti; in pratica a quelle coppie in cui uno dei due sia portatore di una malattia virale sessualmente trasmissibile, come l’epatite B o C oppure l’Hiv. La novità risiede nel fatto che prima l’accesso era previsto soltanto per l’uomo e non per la donna;
    • le indicazioni dettagliate nella cartella clinica circa i trattamenti eseguiti e le motivazioni in base alle quali si decide sia il numero di embrioni da generare sia quello degli embrioni eventualmente non trasferiti ma da conservare.

    La fecondazione assistita eterologa

    La fecondazione eterologa, dunque, è ammessa in Italia dal 2014, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale, riportata anche dal decreto Lorenzin del 2015.
    Fortunatamente, non mancano i problemi per le coppie che vogliono servirsi di questa pratica per avere un figlio, dal momento che la sanità pubblica è materia delle Regioni e che sono proprio questi enti a decidere l’orientamento da seguire in materia.
    In Italia, sono solo tre gli ospedali pubblici a cui ci si può rivolgere: in Toscana al Careggi di Firenze, in Friuli Venezia Giulia al Santa Maria degli Angeli di Pordenone ed in Emilia Romagna al Sant’Orsola di Bologna.
    Tutte e tre le Regioni sono a guida Partito Democratico: Emilia-Romagna e Toscana sono regioni storicamente egemonizzate dalla cultura socialista.

    Nelle altre regioni, per il momento, si deve pagare la fecondazione eterologa di tasca propria, sborsando dai 2.000 ai 10.000 euro, a seconda dei tentativi.
    Viene in mente una piccola curiosità: i nostri anziani, una volta, nel loro gergo, non parlavano di “concepire” un figlio ma di “comprare” un figlio.
    Siamo lì.

    Come avviene la procreazione assistita

    Per completezza, riportiamo le tecniche di procreazione assistita.
    Esistono tre livelli. Il primo riguarda l’inseminazione semplice. Avviene nel corpo della donna dopo una stimolazione ovarica ed il potenziamento degli spermatozoi.

    Le tecniche di secondo e terzo livello consistono in una fecondazione esterna al corpo della donna, cioè in vitro. Una volta fecondato l’ovulo, l’embrione (precedentemente congelato o non congelato) viene reimpiantato nell’utero.

    Quelle di terzo livello prevedono un intervento endoscopico grazie al quale si inietta o un singolo spermatozoo oppure migliaia di spermatozoi per favorire la fecondazione.

    Carlos Arija Garcia

    da: http://www.laleggepertutti.it/142478_legge-40-sulla-procreazione-assistita-cosa-rimane-in-vigore (con modifiche sui giudizi)

    NOTE

    [1] Corte Cost., sent. n. 151/2009.

    [2] Tar Lazio, sent. n. 398/2008.

    [3] D.M. del 1 luglio 2015.

    Leggi Tutto » | Argomento: Vita | Categoria: Totalitarismo

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