(www.chiesa) Finalmente la finiremo con le voci su Pio XII

Chiesa

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L’Archivio Segreto Vaticano ha aperto agli storici una nuova miniera

È l’archivio privato del papa: mille anni di documenti in ottanta chilometri di scaffali. Dal 18 settembre sono consultabili trentamila nuovi volumi di carte, per gli anni che vanno dal 1922 al 1939, corrispondenti al pontificato di Pio XI. Compresi i diari inediti dell’allora cardinale Eugenio Pacelli

di Sandro Magister ROMA, 30 settembre 2006 – Da due settimane il Vaticano ha aperto agli studiosi il suo archivio segreto per un nuovo blocco di anni: quelli che coprono il pontificato di Pio XI, dal 1922 al 1939.

Le nuove carte ora disponibili assommano a milioni. Gli studiosi che fin dal primo giorno di apertura della consultazione hanno affollato l’archivio si sono trovati di fronte a ben 59 nuovi volumi di soli indici. E solo per l’immenso fondo della prima sezione della segreteria di stato vaticana.

Sono documenti indispensabili per lo studio della storia del Novecento. La figura dominante è quella di papa Pio XI. Ma grande rilievo ha anche l’allora segretario di stato Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII.

Tra le carte vaticane di quel periodo restano escluse dalla consultazione quelle relative al conclave da cui il 6 febbraio 1922 uscì eletto il cardinale arcivescovo di Milano Achille Ratti. Il divieto di rendere pubblici gli atti dei conclavi è stato stabilito dalla nuova legislazione vaticana sugli archivi, promulgata da Giovanni Paolo II poco prima della morte, il 21 marzo 2005.

Tra le nuove carte messe a disposizione degli studiosi c’è però una grossa sorpresa in più. Sono gli appunti che l’allora segretario di stato Pacelli annotava personalmente dopo ogni udienza con Pio XI e con i diplomatici accreditati presso la Santa Sede. Il cardinale Pacelli iniziò a compilare questo suo diario – di cui non si aveva fino a ieri notizia – nell’agosto del 1930, cioè sei mesi dopo avere assunto il ruolo di segretario di stato, e continuò fino alla morte di Pio XI, il 10 febbraio 1939.

“Sono migliaia di fogli autografi, scritti con la tipica grafia di Pacelli, per nulla facile”, spiega il prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, il barnabita Sergio Pagano. Di questa fonte preziosa, lo stesso Pagano sta curando l’edizione integrale. Questa comprenderà almeno quindici volumi e il primo – relativo al 1930 – uscirà nella prossima primavera del 2007.

Padre Sergio Pagano, nato a Genova 58 anni fa, è prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano dal 1997. È membro dei “Monumenta Germaniae Historica” ed è autore di oltre 130 pubblicazioni scientifiche. Nella sua ultima opera, “Le carte del ‘sacro tavolo’”, in due volumi curati assieme ad Alejandro Dieguez, ha pubblicato i documenti dell’archivio privato di Pio X, che gettano nuova luce su un pontificato controverso ma decisivo per la storia del cattolicesimo contemporaneo.

Sull’apertura dei documenti del pontificato di Pio XI, ecco qui di seguito l’intervista esclusiva data da padre Pagano al quotidiano della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”. È stata raccolta da Gian Maria Vian, storico della Chiesa e professore ordinario di filologia patristica all’Università “La Sapienza” di Roma:


”Gli studiosi seri sanno che la storia si scrive con fatica e che gli archivi esigono anni di ricerca…”

Intervista con Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano


D. – Solo per riordinare i fondi che si aprono, venti archivisti hanno lavorato per quasi vent’anni: quanti e quali sono questi documenti?

R. – Questa massa di documenti – numerati, inventariati, rilegati o contenuti in apposite scatole – comprende più di trentamila grandi unità (tra faldoni, buste e fascicoli). Entrare nel dettaglio è impossibile, ma sono quattro le serie che costituiranno l’ossatura della futura ricerca: gli archivi delle rappresentanze pontificie, quelli della curia romana, il grande archivio della segreteria di stato e quello della congregazione degli affari ecclesiastici straordinari. Va ricordato che la prima guerra mondiale, la disgregazione dei tre grandi imperi (austroungarico, russo e ottomano), il risveglio delle nazionalità e la nuova politica di relazioni internazionali della Santa Sede, avviata dopo il 1870 e sviluppata da Benedetto XV e Pio XI, portarono alla nascita di molte rappresentanze pontificie, con ben ventisette archivi ora resi per la prima volta disponibili ai ricercatori. Migliaia di unità archivistiche hanno imposto un lungo lavoro di sistemazione, condizionamento, foliazione e inventariazione; lavoro tanto più gravoso se si considera che di alcuni archivi non si avevano neppure indici sommari e che altri giunsero in Vaticano sconvolti e disordinati. Un rilievo del tutto particolare merita il vastissimo fondo della prima sezione della segreteria di stato, che ha comportato la digitalizzazione di oltre centomila schede, confluite in ben 59 volumi di soli indici. C’è infine il prezioso archivio della congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, le cui competenze sono passate all’attuale sezione dei rapporti con gli stati della segreteria di stato.

D. – Questa enorme documentazione riguarda uno dei periodi più difficili e densi di avvenimenti del Novecento: un passato che sembra non passare. Nel 2003 l’apertura è stata anticipata per alcuni fondi tedeschi, e superata per quello dell’ufficio vaticano per i prigionieri di guerra, che dal 1939 arriva al 1947: rispetto ad altri archivi nazionali è un’apertura che arriva tardi?

R. – In confronto con le aperture praticate da molti archivi di stato senza dubbio gli archivi della Santa Sede sono cronologicamente arretrati, forse di quindici o vent’anni. Ma le legislazioni archivistiche degli stati si basano di solito su scadenze cronologiche fissate secondo le diverse classi di documenti; per la Santa Sede, invece, si usa aprire per interi pontificati, per necessità di coerenza archivistica. Questo comporta uno sforzo notevole di studio, ordinamento, riordinamento e inventariazione, a cui si aggiunge quello per l’identificazione dei documenti riservati a norma della vigente legislazione vaticana, come avviene per altri grandi archivi pubblici; un lavoro che dura decenni e che le forze dell’archivio vaticano, limitate benché negli ultimi anni molto accresciute, devono affrontare compatibilmente con il lavoro ordinario. L’archivio infatti – è bene ribadirlo – non è frequentato solo da ricercatori dell’età contemporanea, che sembrano presi da una speciale febbre di conoscere i documenti dell’altro ieri, ma soprattutto da studiosi del medioevo e dell’età moderna, le cui esigenze vanno ugualmente accolte.

D. – Bufere giornalistiche – poi risultate fondate su errori e manipolazioni – hanno accompagnato l’apertura dei fondi delle nunziature di Monaco e Berlino per il periodo dal 1922 al 1939 e poi l’anticipazione di altri documenti conservati in Francia. La storia a colpi di scoop ha ricadute sul formarsi delle interpretazioni storiografiche e lei stesso ha dichiarato ad “Avvenire” il 14 gennaio 2005 che gli archivi di cui si reclamava l’apertura, una volta accessibili, non interessano quasi più e non modificano tesi già precostituite. L’ultimo caso riguarda le carte private di Pio X, da lei stesso studiate e pubblicate con rigore insieme ad Alejandro Dieguez: com’è andata?

R. – Ribadisco quanto dissi nel 2005 e sono convinto che lo stesso fenomeno si ripeterà con questa apertura. Vi sarà chi andrà subito a cercare “inediti” sull’ultima malattia di Pio XI, sui presunti “dissensi” sulla politica tedesca fra il papa e il cardinale segretario di stato Eugenio Pacelli, sulla redazione della “misteriosa” enciclica di condanna del nazismo, e così via. Del resto la spasmodica attesa dei documenti del nunzio Pacelli a Monaco e a Berlino, che sembravano dovessero rivelare chissà quali retroscena, produsse sulle prime curiosità da parte di taluni ricercatori, ma poi, visto che carte eclatanti e sconvolgenti non apparivano, la curiosità lasciò il posto se non al disinteresse, almeno alla disattenzione. Vi sono infatti studiosi – per chiamarli così – che alle indagini lunghe e minuziose e all’attenzione per le sfumature dei documenti, preferiscono giudizi generali, che nel caso dei papi e della Chiesa cattolica divengono subito estremi: nero o bianco, assoluzione o condanna. Ma l’attività dei pontefici, della Santa Sede e la realtà della Chiesa non sono realtà monolitiche, o soltanto piramidali. Occorre una concezione diversa e un più maturo giudizio storico anche su Pio XI, lontano tanto dalla vuota e inutile apologia, quanto dal preconcetto o dalla parzialità. Gli studiosi seri sanno che la storia si scrive con fatica, che gli archivi non si indagano in un giorno e neppure in un mese, ma esigono anni di ricerca, ben consapevoli che le carte non si leggono avulse dal loro contesto (anche archivistico), e che lo studio del contesto impone lunghe ricerche in diverse direzioni. Questi studiosi non spingevano per una apertura non ancora pronta, e quando le porte si sono aperte hanno avviato indagini serie. Ricordo, fra altre, l’edizione a cui si lavora dal 2003 – da parte della Kommission für Zeitgeschichte di Bonn e dell’Istituto Storico Germanico in Roma, sotto la guida di Karl-Joseph Hummel e Thomas Brechenmacher in collaborazione con l’archivio vaticano – dei dispacci del nunzio in Germania Cesare Orsenigo tra il 1930 e il 1939: sarà senza dubbio un’opera scientifica, di cui si avverte la necessità anche per la perdita dell’archivio del nunzio in Germania. Quanto ai volumi appena pubblicati da Alejandro Dieguez e da me sulle carte della “Segreteriola” di Pio X, pressoché ignorate fino a oggi, non spetta a me giudicare. Certo, qualche recente segnalazione dell’opera sulla stampa ci lascia perplessi perché vi abbiamo letto giudizi mai da noi espressi e neppure rispondenti, nei fatti, ai documenti pubblicati.

D. – Tornando a Pio XI, cosa si troverà nei fondi che si aprono, e quanto tempo ci vorrà per avere risultati storiografici fondati su analisi attendibili dei documenti?

R. – Le ricerche potranno indagare molti temi: Achille Ratti diplomatico della Santa Sede e poi fautore di iniziative diplomatiche; il conclave del 1922; l’opera missionaria (l’enciclica “Rerum Ecclesiae” è del 1926); i rapporti con l’Oriente (la “Rerum Orientalium” del 1928 e molto altro); il tema delle scienze (con la rifondazione nel 1936 della pontificia accademia delle scienze); la cultura teologica e biblica; la questione sociale; l’Azione Cattolica; Pio XI e il Partito Popolare in Italia; la “Questione romana” e i Patti Lateranensi tra la Santa Sede e l’Italia; la politica internazionale della Santa Sede, a partire dalla celebre relazione sui vari stati presentata al nuovo papa nel 1922, ripresa di recente dagli storici; Pio XI e il fascismo, specie dopo i Patti Lateranensi; la questione razziale; Pio XI e gli ebrei (a questo riguardo si ribalteranno forse gli ingiusti giudizi espressi di recente); il nazionalsocialismo; il comunismo; la guerra di Spagna e l’atteggiamento del pontefice verso il franchismo; le relazioni diplomatiche con la Francia; la situazione della Chiesa in Messico; papa Achille Ratti e la democrazia; la vita religiosa; i giubilei del 1925 e del 1933-1934. Sullo sfondo di così ampia e profonda attività pastorale e politica si muove la grande figura del cardinale Eugenio Pacelli, fedelissimo interprete ed esecutore dei desideri di Pio XI e poi suo successore, forse velatamente indicato come tale al sacro collegio dal papa quando nel 1936 lo esortò a intraprendere un viaggio negli Stati Uniti sulla “scena del mondo”, viaggio su cui vi è documentazione. E gli storici interessati alla figura di Pio XII potranno studiare la personalità e l’opera dell’allora segretario di stato. Ovviamente la documentazione vaticana sarà comparata e integrata dagli storici con altre fonti già note o ancora da esplorare. Come non pensare, per esempio, per la Germania, alle pubblicazioni della Kommission für Zeitgeschichte, quasi quaranta volumi di corrispondenze, note private, rapporti di polizia e altro; ma anche agli Akten Deutscher Bischöfe über die Lage der Kirche, la cui documentazione chiarisce bene le scelte della Santa Sede e dell’episcopato tedesco di fronte al nazismo. Per il fascismo in Italia, alle fonti vaticane (pur rilevanti) bisognerà affiancare quelle non meno interessanti di archivi privati dei gerarchi – le carte Bottai, per esempio, hanno già dato i loro frutti – e dei fondi dei ministeri italiani (all’archivio centrale dello stato) e degli archivi statali. Non escluderei poi gli archivi diocesani, perché è ancora da indagare, fra l’altro, il rapporto fra Pio XI e i vescovi inclini al fascismo o a esso contrari. Ma una tale vastissima indagine, prima di giungere a fondate valutazioni sul pontificato di Pio XI, avrà bisogno di anni, se non di decenni.