Eutanasia, la Santa Sede mette in chiaro le cose. Finalmente!

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di Tommaso Scandroglio

La dignità e la sacralità della vita permangono sempre, anche negli stati vegetativi o con minima coscienza; il suicidio assistito non è mai percorribile, niente assoluzione a chi lo pratica e chi partecipa o aiuta è complice.
La Congregazione per la dottrina della fede pubblica un documento sul fine vita che va in controtendenza rispetto a quello della Pontificia Accademia per la Vita.
Smentita la falsa compassione e il concetto di best interest.
E un monito: la prima causa di questa mentalità di morte è la mancanza di fede.

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Ieri è stata pubblicata la Lettera Samaritanus bonus della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. Finalmente una ventata di aria fresca e sana. Infatti è da segnalare che il contenuto e la forma di questo documento trovano una impostazione assai differente dai più recenti pronunciamenti sulle tematiche di fine vita emessi dalla Pontificia Accademia per la Vita.

La Lettera è indirizzata soprattutto ai familiari, ai tutori legali, ai cappellani ospedalieri, ai ministri straordinari della comunione, agli operatori pastorali, ai volontari ospedalieri, al personale sanitario e, naturalmente, ai malati stessi.

Per quale motivo pubblicare un testo simile? Il Cardinal Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.I., Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha dichiarato ieri in conferenza stampa che un simile pronunciamento della Santa Sede, avvalorato dalla firma dello stesso Pontefice, «è parso opportuno e necessario in relazione alla situazione odierna, caratterizzata da un contesto legislativo civile internazionale sempre più permissivo a proposito dell’eutanasia, del suicidio assistito e delle disposizioni sul fine vita».

La Lettera appare come una summa esaustiva delle problematiche che investono il fine vita. Qui possiamo solo accennare ad alcuni snodi concettuali presenti nel testo. La CDF è netta sul giudizio in merito all’eutanasia: «è un crimine contro la vita umana perché, con tale atto, l’uomo sceglie di causare direttamente la morte di un altro essere umano innocente. […] L’eutanasia, pertanto, è un atto intrinsecamente malvagio, in qualsiasi occasione o circostanza. […] L’eutanasia è un atto omicida che nessun fine può legittimare e che non tollera alcuna forma di complicità o collaborazione, attiva o passiva». Anche l’eutanasia praticata tramite sedazione profonda, tiene a precisare la lettera, non è moralmente accettabile.

Ne consegue che anche le norme che legittimano l’eutanasia sono ingiuste: «Sono gravemente ingiuste, pertanto, le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso, per il falso diritto di scegliere una morte definita impropriamente degna soltanto perché scelta». La  “libera” determinazione della persona non conferisce ad un gesto immorale un carattere di validità morale e non lo fa diventare da antigiuridico – perché contrario al bene comune – giuridico: «Così come non si può accettare che un altro uomo sia nostro schiavo, qualora anche ce lo chiedesse, allo stesso modo non si può scegliere direttamente di attentare contro la vita di un essere umano, anche se questi lo richiede. Pertanto, sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita». Di fronte a queste leggi è doveroso per il medico sollevare obiezione di coscienza perché non è mai lecito praticare l’eutanasia né collaborare formalmente ad essa o materialmente in modo immediato.

Il giudizio di illiceità morale dell’eutanasia da dove deriva? Dal concetto di dignità personale, ossia di intima preziosità di ciascuna persona, preziosità che deriva soprattutto dalla sua anima razionale, realtà metafisica non corruttibile e quindi immutabile nel suo valore. La Lettera ricorda a tal proposito l’insegnamento di Giovanni Paolo II: «Solo in riferimento alla persona umana nella sua “totalità unificata”, cioè “anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale”, si può leggere il significato specificamente umano del corpo» (Veritatis splendor, 50). E dove deriva in ultima istanza la dignità spirituale dell’uomo? Da Dio: «L’uomo, in qualunque condizione fisica o psichica si trovi, mantiene la sua dignità originaria di essere creato a immagine di Dio».

Come ha acutamente osservato il prof. Adriano Pessina in conferenza stampa, la dignità della vita prende il nome di sacralità della vita sul piano teologico. Tale dignità/sacralità rimane immutata anche nei pazienti che la CDF qualifica in stato vegetativo o con minima coscienza e persiste anche nei neonati con speranze inesistenti di sopravvivere a lungo.

In merito a questi piccoli pazienti la Lettera tiene a precisare che «il concetto etico/giuridico del “miglior interesse del minore” – oggi utilizzato per effettuare la valutazione costi-benefici delle cure da effettuare – in nessun modo può costituire il fondamento per decidere di abbreviare la sua vita al fine di evitargli delle sofferenze, con azioni od omissioni che per loro natura o nell’intenzione si possono configurare come eutanasiche».

Al rifiuto dell’eutanasia anche nelle forme del suicidio assistito si accompagna, ugualmente e per le medesime motivazioni, il rifiuto dell’accanimento clinico: «Nell’imminenza di una morte inevitabile, dunque, è lecito in scienza e coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Ciò significa che non è lecito sospendere le cure efficaci per sostenere le funzioni fisiologiche essenziali, finché l’organismo è in grado di beneficiarne (supporti all’idratazione, alla nutrizione, alla termoregolazione; ed altresì aiuti adeguati e proporzionati alla respirazione, e altri ancora, nella misura in cui siano richiesti per supportare l’omeostasi corporea e ridurre la sofferenza d’organo e sistemica)».

Questo ovviamente non comporta scivolare nell’abbandono terapeutico, tiene a precisare la CDF. La sottolineatura sull’accanimento terapeutico aiuta anche a comprendere quando alimentazione e idratazione assistite sono lecite e quando non lo sono: «In particolare, una cura di base dovuta a ogni uomo è quella di somministrare gli alimenti e i liquidi necessari al mantenimento dell’omeostasi del corpo, nella misura in cui e fino a quando questa somministrazione dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. Quando il fornire sostanze nutrienti e liquidi fisiologici non risulta di alcun giovamento al paziente, perché il suo organismo non è più in grado di assorbirli o metabolizzarli, la loro somministrazione va sospesa».

Assai interessante poi l’ampia sezione dedicata ad individuare le cause di questa pervasiva mentalità di morte presente nelle società soprattutto occidentali. La prima causa è la mancanza di fede: «Dinnanzi all’ineluttabilità della malattia, infatti, soprattutto se cronica e degenerativa, se la fede manca, la paura della sofferenza e della morte, e lo sconforto che ne deriva, costituiscono oggigiorno le cause principali del tentativo di controllare e gestire il sopraggiungere della morte, anche anticipandola, con la domanda di eutanasia o di suicidio assistito». Ecco quindi che la CDF assai opportunamente richiama i plurimi significati che la Croce di Cristo può rivestire per il paziente sofferente, per quello cronico e per quello terminale. Significati che aprono al senso profondo della esistenza e ricchi di speranza ultraterrena.

Poi la CDF individua altre cause della presente deriva eutanasica, cause più culturali. Innanzitutto, viene in evidenza una mentalità utilitarista che equipara la dignità della vita alla qualità della stessa: «La vita viene considerata degna solo se ha un livello accettabile di qualità, secondo il giudizio del soggetto stesso o di terzi, in ordine alla presenza-assenza di determinate funzioni psichiche o fisiche, o spesso identificata anche con la sola presenza di un disagio psicologico». In secondo luogo, si è diffuso un erroneo concetto di compassione: «Davanti a una sofferenza qualificata come “insopportabile”, si giustifica la fine della vita del paziente in nome della “compassione”».

In terzo luogo nemico della vita è l’individualismo: «L’idea di fondo è che quanti si trovano in una condizione di dipendenza e non possono essere assimilati alla perfetta autonomia e reciprocità, vengono di fatto accuditi in virtù di un favor». Tu paziente sei un peso, un limite alla mia libertà. Se io mi prendo cura di te ti faccio un favore, non soddisfo un dovere morale. Quarta causa: «l’elevata articolazione e complessità dei sistemi sanitari contemporanei possono ridurre la relazione di fiducia tra medico e paziente ad un rapporto meramente tecnico e contrattuale».

Infine vogliamo ricordare la sezione di questa Lettera in cui si rammenta, con assoluta chiarezza, come si deve comportare il sacerdote nei confronti di colui che ha chiesto l’eutanasia e contemporaneamente la confessione: «Rispetto al sacramento della Riconciliazione, il confessore deve assicurarsi che ci sia contrizione, la quale è necessaria per la validità dell’assoluzione, e che consiste nel “dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnato dal proposito di non peccare più in avvenire”. Nel nostro caso, ci troviamo davanti ad una persona che, oltre le sue disposizioni soggettive, ha compiuto la scelta di un atto gravemente immorale e persevera in esso liberamente. Si tratta di una manifesta non-disposizione per la recezione dei sacramenti della Penitenza, con l’assoluzione, e dell’Unzione, così come del Viatico. Potrà ricevere tali sacramenti nel momento in cui la sua disposizione a compiere dei passi concreti permetta al ministro di concludere che il penitente ha modificato la sua decisione». Inoltre, aggiunge la CDF, «non è ammissibile da parte di coloro che assistono spiritualmente questi infermi alcun gesto esteriore che possa essere interpretato come un’approvazione dell’azione eutanasica, come ad esempio il rimanere presenti nell’istante della sua realizzazione. Tale presenza non può che interpretarsi come complicità».

Volendo sintetizzare lo spirito di questo documento, rubiamo le parole, quanto mai appropriate, del già citato prof. Pessina pronunciate in conferenza stampa: «Questa Lettera, dunque, ci ricorda che non ci sono vite indegne di essere vissute e che se non c’è nulla di amabile nella malattia, nella sofferenza e nella morte, che vanno per questo affrontate e combattute, è altrettanto vero che è proprio l’uomo, malgrado le sue limitazioni, fragilità, fatiche, che è sempre degno di essere amato».

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