(CorSera) I missionari agenti di promozione umana e fede

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L’EPOPEA DEI MISSIONARI
Costruttori di pace nello scontro tra le civiltà

di LUCETTA SCARAFFIA


L’esposizione missionaria vaticana del 1925 – senza dubbio la più grande e importante iniziativa etnologica realizzata in Europa, che poi ha dato origine al museo etnologico vaticano – fu accolta dalla totale indifferenza della cultura laica. Ai suoi occhi non aveva infatti importanza il punto di vista del mondo missionario sui rapporti fra la cultura occidentale e le altre. Nella seconda metà del Novecento le missioni dovettero affrontare una grave crisi: la messa in dubbio della centralità della conversione, a causa sia dell’apertura del Concilio Vaticano II alle altre religioni sia del crescente relativismo culturale in Occidente. Che senso aveva allora l’impegno dei missionari? Il rischio era quello di divenire solo dispensatori di assistenza ed educazione, anche se questo ruolo non era da sottovalutare. La classe dirigente degli Stati postcoloniali era infatti – soprattutto nella prima decolonizzazione – in massima parte formata da allievi delle scuole missionarie, non necessariamente cristiani, gli unici in grado di assumere responsabilità istituzionali e di praticare una mediazione fra l’Occidente e le culture locali, da sempre il contributo culturale fondamentale offerto dai missionari. Oggi la crisi dell’idea di conversione come scopo principale delle missioni ha aperto un vivace dibattito tra i religiosi: per molti, forse la maggioranza, la missione ha un ruolo di testimonianza, che su tempi lunghi forse attirerà interesse e magari conversioni; per altri invece la missione tende a divenire lotta a fianco dei poveri, da difendere più che da educare. E il multiculturalismo politicamente corretto si è diffuso fra i missionari come forma di riparazione della politica di acculturazione un tempo da loro esercitata, e stimola studi per restituire ai popoli dimenticati la loro identità culturale.
Il patrimonio di fiducia di cui i missionari godono nel Terzo Mondo non si fonda però su posizioni ideologiche, bensì sulla presa di distanza più significativa fra la Chiesa e la società occidentale nel Novecento, cioè quella relativa al controllo delle nascite: l’enciclica papale Humanae Vitae (1968), tanto criticata in Occidente perché proibisce ai cattolici l’uso dei contraccettivi artificiali, è stata salutata con favore nei Paesi del Terzo Mondo, che conoscono le sterilizzazioni forzate e pressioni costanti ad adottare un comportamento lontano dai loro valori.
Oggi le diocesi e le circoscrizioni dipendenti dall’antica Propaganda Fide costituiscono il 40 per cento della Chiesa cattolica, con più di 85 mila sacerdoti, 450 mila suore, un milione e 650 mila catechisti, mentre in 390 seminari studiano 150 mila giovani. Si aggiungono 42 mila scuole, 1.600 ospedali, 6.000 dispensari, 780 lebbrosari e 12 mila opere caritative e sociali, destinate soprattutto a non cattolici e non cristiani. Un solo esempio: i cattolici in India sono il 6,9 per cento della popolazione, mentre le loro opere caritative rappresentano il 27 per cento di quelle esistenti nel Paese.
Il mondo missionario cattolico – in massima parte composto da donne, una novità senza precedenti – è però diviso sulle grandi questioni mondiali fra una minoranza radicale, vicina ai pacifisti (come nel caso del comboniano Alex Zanotelli, ex direttore di Nigrizia , autore di bestseller), corteggiatissima dai media e per questo forse sopravvalutata per numero e importanza, e una maggioranza meno impegnata ideologicamente, ma alla ricerca di un modo di colloquiare con le altre religioni senza perdere la propria identità.
Appare però evidente che lo spostamento dei conflitti mondiali sull’identità religiosa riconsegna ai missionari un ruolo centrale. Il loro contributo è infatti indispensabile per superare la difficile situazione internazionale. Come scrive Piero Gheddo, uno dei principali intellettuali missionari, «la massima sfida fra la Chiesa e l’Occidente è proprio la convivenza pacifica con l’Islam che sta diventando la prima religione dell’umanità, ma non ha autorità a livello mondiale, non ha direttive né linee comuni, non si riesce a capire in base a quali rivolgimenti interni o esterni potrebbe integrarsi nel mondo moderno». I missionari vivono alle frontiere del mondo islamico – dove in Africa il proselitismo musulmano sta coinvolgendo Paesi di antica tradizione cristiana, come l’Etiopia – o addirittura al suo interno, in Paesi arabi e in Indonesia. Lì convivono e si confrontano, subiscono soprusi o raccolgono timidi successi. Lì provano cosa sia la realizzazione dei diritti umani, che tanti Paesi si rifiutano di accettare in quanto estranei alle loro tradizioni. Quando infatti il rispetto dell’essere umano si realizza con esempi concreti è compreso, e quindi accettato, più facilmente.
Oggi i missionari sono fra i migliori conoscitori del mondo musulmano e sanno gettare squarci illuminanti sulle differenze, come fa in Indonesia uno di loro: «In Occidente abbiamo un diverso concetto di tolleranza. Per noi è il rispetto dell’altro e delle sue idee (…) per i musulmani la tolleranza è questo: tu sei nell’errore, io sono tollerante quindi non ti uccido, però non posso permettere all’errore di diffondersi». E questo fa pensare che una via praticabile per la convivenza mondiale non sia la secolarizzazione, bensì una conoscenza, critica e consapevole, tra identità che riconoscono le loro radici religiose differenti.
2 – Fine
(la prima puntata è uscita
sul
Corriere del 29 giugno)

CorSera 27/7/2004