(Avvenire) Ruini: Impariamo l’arte della preghiera che conduce all’amore

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Roma si è stretta ieri sera intorno al cardinale vicario Camillo Ruini nella Messa di ringraziamento per l’anniversario dell’ordinazione sacerdotale «La vocazione? È stata la benedizione della mia vita. Ancora oggi chiedo il dono di una fede forte»

«Cinquant’anni trascinato da un Dio che è la mia gioia»



Da Roma Mimmo Muolo


Il giovane don Camillo Ruini non lo avrebbe mai immaginato, in quell’8 dicembre del 1954, mentre il vicegerente di allora, monsignor Luigi Traglia (nominato in seguito cardinale vicario), gli imponeva le mani, ordinandolo prete. Non avrebbe mai immaginato, cinquant’anni dopo, di ritrovarsi a festeggiare le sue nozze d’oro con il sacerdozio, avendo al fianco un altro vicegerente, ma di essere lui il cardinale vicario. Non avrebbe mai immaginato di celebrare la Messa di ringraziamento per l’importante anniversario nella Cattedrale di Roma, dopo aver ascoltato un messaggio augurale del Papa e avergli espresso il suo grazie, circondato dai vescovi ausiliari, da tanti sacerdoti capitolini e da oltre tremila fedeli che gremivano la Basilica Lateranense. Presenti i cardinali della Curia romana Angelo Sodano, Giovanni Battista Re, Joseph Ratzinger, Julian Herranz, Alfonso Lopez Trujillo, Crescenzio Sepe, Paul Poupard, Attilio Nicora, Jean-Louis Tauran, Roger Etchegaray, Achille Silvestrini, Bernard Law, Giovanni Canestri, i porporati di diocesi italiane Salvatore De Giorgi, Michele Giordano, Ennio Antonelli, Severino Poletto. E anche tante autorità tra cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della Regione, Francesco Storace, della Provincia di Roma, Enrico Gasbarra, e il sindaco, Walter Veltroni.
Cinquant’anni dopo, invece, tutto questo è avvenuto. E nell’omelia del rito (trasmesso in telecronaca diretta da Sat2000 con commento di Monica Di Loreto), assieme ai molti riferimenti in chiave personale, il cardinale Ruini ha ringraziato il Signore, «che mi ha chiamato alla vita – ha sottolineato – e mi ha fatto suo prete e vescovo», la «gioia della mia vita». Ma ha anche chiesto «perdono per il bene che non ho fatto e per i peccati che ho commesso», e rinnovato «i propositi del giorno della mia ordinazione».
Il porporato ha come aperto il suo cuore di fronte a tutti i fedeli presenti. Ha ricordato il momento dell’ord inazione, che per felice combinazione coincise con il 100° anniversario del dogma dell’Immacolata, così come questo giubileo d’oro coincide con il 150° di quella proclamazione. Ha sottolineato che la vocazione è stata «la grande benedizione della mia vita», e ha «caratterizzato la mia identità; o meglio, si è progressivamente fusa con me, è diventata parte di me, ha costituito da allora in poi la gioia della mia vita». E ha ripercorso alcune tappe di questi 50 anni. Ad esempio quella del 1986, quando fu chiamato dal Papa all’incarico di segretario generale della Cei. «Io ero un uomo di provincia – si è autodefinito -. Quella nomina mi ha consentito di allargare l’orizzonte, di vivere un’esperienza grande, che certamente non avevo meritato».
Il cardinale non ha omesso un pensiero alla morte. «Quando si celebra il cinquantesimo della propria ordinazione – ha detto con voce leggermente incrinata dall’emozione – ci si sente spontaneamente ammoniti che il tempo del ministero, e della stessa vita terrena, sta per gran parte alle nostre spalle. Un simile pensiero genera facilmente tristezza, se siamo come coloro che hanno speranza soltanto in questa vita. Ma questo non può essere lo sguardo di chi ha fede, in particolare di chi è stato chiamato ad essere, in mezzo ai propri fratelli, testimone e maestro della fede». Per questo Ruini ha chiesto al Signore, nel 50° della sua ordinazione, «il dono di una fede più forte e più profonda, che mi renda meglio idoneo sia a compiere la missione affidatami sia ad affrontare il passaggio definitivo». E insieme, ha aggiunto, «sento il bisogno di domandare al Signore il dono di un cuore più generoso».
Subito dopo ha manifestato il proprio personale mea culpa. «Certo – ha spiegato – da cinquant’anni lavoro per il Vangelo e per la Chiesa con impegno, e però sono ben consapevole di non aver mai dato tutto, di aver sempre conservato, anzitutto nel profondo del cuore, qualcosa per me stesso. Specialmente di questo domando perdo no, al Signore e anche a voi».
La solenne celebrazione eucaristica ha segnato, dunque, il culmine del giubileo d’oro del porporato nato a Sassuolo, al quale quasi 14 anni fa Giovanni Paolo II affidò il duplice incarico di suo vicario per la diocesi di Roma e di presidente della Cei. Proprio per il Papa è stato il primo pensiero di Ruini. «Gratitudine straordinaria – ha detto – per il dono di essere vicino a un uomo così grande e così santo». Gratitudine poi estesa ai suoi genitori («verso i quali ho un debito inestinguibile»), alla diocesi di Reggio Emilia, alla sua parrocchia di Sassuolo, al Collegio Capranica, a monsignor Traglia, ai compagni di ordinazione, all’Università Gregoriana e alla Curia romana. Un grazie speciale il cardinale lo ha riservato alla diocesi di Roma («unica al mondo») e «a questa meravigliosa città». E nell’affettuoso elenco non sono mancati il predecessore, cardinale Ugo Poletti, i sacerdoti, i vescovi ausiliari, il vicegerente, monsignor Luigi Moretti, i vescovi di tutta Italia e il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori.
«Dobbiamo tutti imparare meglio l’arte della preghiera cristiana – ha concluso Ruini – l’arte di lasciare che Dio entri nella nostra vita e ci renda più capaci di amare».


Avvenire 8-12-2004