(Avvenire) 18 anni all’assassino di don Santoro

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L’OBIETTIVO DEL VIAGGIO PAPALE

SENTENZA CONTROVERSA. FORSE UTILE


 Luigi Geninazzi

Non c’è sentenza giudiziaria che non scateni polemiche e quella di condanna del giovane omicida di don Andrea Santoro, emessa ieri da un tribunale turco, suscita sentimenti contrastanti e si presta a diverse interpretazioni. C’è chi denuncia l’eccessiva clemenza della corte che ha comminato ad un reo confesso la minima pena prevista dal codice, 18 anni di carcere, e chi al contrario la ritiene di straordinaria durezza, trattandosi di un minorenne. Ma restano nell’ombra eventuali mandanti e rimane oscuro il contesto in cui è maturato il barbaro assassinio del sacerdote italiano.
Insomma, non si è voluto fare fino in fondo chiarezza su una vicenda terribile ed inquietante di cui oggi dobbiamo tristemente ammettere di non sapere nulla di più rispetto a quanto ci era apparso dieci mesi fa: un gesto segnato dall’odio e dal fanatismo, compiuto sull’onda delle violenze che si erano diffuse nel mondo islamico per le caricature di Maometto apparse su un giornale danese. Permane un senso d’angosciante ambiguità, con un processo che si è svolto a porte chiuse ed un imputato che sembra abbia espresso il proprio pentimento per poi gridare a squarciagola “Allah è grande!”, lo stesso urlo che lanciò mentre sparava alla schiena di don Santoro.
Resta il fatto che un processo c’è stato, una condanna è stata emessa. In questo modo i giudici di Trebisonda hanno contribuito a spostare un macigno che rischiava di essere troppo ingombrante nel bel mezzo dei preparativi per la visita di Benedetto XVI in Turchia, prevista per fine novembre. Hanno voluto chiudere un caso imbarazzante. Hanno spianato la strada al Papa, una strada che fin dall’inizio era apparsa non poco accidentata.
C’è voluto lo choc dell’omicidio di un sacerdote cattolico per spazzare via le perplessità del governo di Ankara nei riguardi della visita papale. Prevista inizialmente per il novembre del 2005, venne rinviata dalle autorità politiche della Turchia che si decisero ad invitare ufficialmente Benedetto XVI il 9 febbraio di quest’anno, all’indomani dell’assassinio del prete italiano a Trebisonda.
C’è un legame straordinario e misterioso tra il sacrificio di don Andrea e la delicata missione che compirà Papa Ratzinger in Turchia. La porta dell’Oriente si è spalancata grazie al sangue sparso di un martire che ha testimoniato sino alla fine l’amore cristiano. Ed oggi che si è concluso il processo per il suo omicidio il nostro pensiero si rivolge non tanto al killer ma alla vittima ed al suo messaggio d’indomita speranza.
La sua morte violenta «contribuisca alla causa del dialogo», fu la preghiera con cui Benedetto XVI, visibilmente commosso, volle ricordare «il coraggioso servitore del Vangelo». Un messaggio che dopo il discorso del Papa a Ratisbona è diventato di sconvolgente attualità. Dialogo era una delle parole più care a don Andrea Santoro, la cui presenza in Turchia voleva essere «una finestra aperta al mondo islamico». Dialogo tra ragione e fede come via d’incontro tra cristiani e musulmani, tra credenti e agnostici, ha rilanciato Benedetto XVI nella sua “lectio magistralis” che molti ambienti musulmani hanno grossolanamente frainteso.
La Turchia non ha fatto eccezione, a cominciare dal governo Erdogan, stretto tra i militari difensori di un laicismo antiquato ed i fondamentalisti islamici sempre più aggressivi. Dopo le polemiche ad uso della piazza, è forse arrivato il momento di un confronto rispettoso e leale. A suo modo la magistratura turca vi ha dato un decisivo contributo, condannando un estremista islamico colpevole di aver ucciso un prete cattolico.


Avvenire 11-10-2006