(Avvenire) 100 anni fa i primi cattolici deputati

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ANNIVERSARI
Nel novembre di cent’anni fa vennero eletti alla Camera due deputati: fu la prima partecipazione diretta dopo il «non expedit»


1904, cattolici in Parlamento


Un convegno oggi a Mondovì ricorda la svolta. Lo storico Fulvio Salimbeni: «Giolitti favorì l’operazione perché l’Italia era paralizzata dagli scioperi». L’opposizione di Sturzo


Di Antonio Airò


Cento anni fa, nelle elezioni politiche del novembre 1904, arrivarono a Montecitorio due esponenti di primo piano del movimento cattolico: il conte Carlo Ottavio Cornaggia vincitore nel IV collegio di Milano, e da Treviglio l’avvocato Agostino Cameroni. Filippo Meda, che condivideva con il neoparlamentare lo studio, lo definirà «il primo vero rappresentante dei cattolici organizzati che entrò alla Camera ancora durante il non expedit». Proprio per sottolineare che la loro elezione non contraddiceva le scelte fino ad allora fatte dall’Opera dei congressi, i due furono definiti «cattolici deputati» e non «deputati cattolici» come erano, anagraficamente o sostanzialmente non pochi parlamentari e quasi tutti i senatori del Regno.
«La novità di queste elezioni – conferma Fulvio Salimbeni, docente di storia all’Università di Udine – sta appunto nel fatto che in modo informale si superò il non expedit, sempre confermato dai Papi, che proibiva ai cattolici di votare alle elezioni politiche. Ma in quest’anno la situazione cambiò profondamente, sia in campo sociale, sia religioso».
Il 1904 infatti fu carico di forti tensioni, con scioperi continui spesso segnati da scontri, anche cruenti, tra forze dell’ordine e lavoratori. A settembre, la Camera del lavoro di Milano aveva proclamato uno sciopero generale che, dal capoluogo lombardo, si estese a tutta l’Italia paralizzandola per cinque giorni e suscitando, per i fini rivoluzionari ed “espropriatori” esplicitamente proclamati, il terrore non solo della borghesia produttiva ma anche di gran parte del movimento cattolico.
Il non expedit divenne una sorta di camicia di Nesso dalla quale bisogna liberarsi. Perché, come avrebbero scritto in un memoriale monsignor Bonomelli, vescovo di Cremona, e il barnabita Giovanni Semeria, occorreva arginare «il crescere minaccioso del partito socialista anarchico».
Giolitti, presidente del Consiglio, ancora una volta decise di non usare le maniere f orti, come ampi settori dell’opinione pubblica chiedevano, ma di lasciar esaurire la “rabbia” degli scioperanti. Nello stesso tempo ottenne lo scioglimento della Camera e aprì, per così dire, al voto dei cattolici. «Giolitti – afferma ancora Salimbeni – fu molto abile e pragmatico, pur restando anticlericale. Gli interessava il consenso dei cattolici alla sua politica, fossero questi transigenti o intransigenti; questo gli faceva gioco anche per controbilanciare i socialisti. Ma non si spinse oltre un certo punto. E non voleva comunque un connubio con i clericali».
Ma il 1904 cambiò parecchio nella vita del movimento cattolico. Le tensioni all’interno dell’Opera dei congressi, che riguardarono in vari modi anche l’impegno politico organizzato, portarono alla fine dell’egemonia veneta del conte Paganuzzi e indussero Pio X a sciogliere l’Opera stessa pur ribadendo il non expedit. In questo scenario trovarono alla fine uno spazio quanti, specie in Lombardia, ritennero giunto il momento di ripensare il divieto di partecipazione alle elezioni politiche. «Anche negli ultimi decenni dell’800 – ricorda ancora Salimbeni – c’erano stati tentativi di collaborazione tra cattolici e liberali. I canali erano rimasti sempre aperti al di là delle dichiarazioni ufficiali…».
La svolta, se così si può chiamare, fu facilitata da una sorta di diplomazia sotterranea. Una delegazione di cattolici bergamaschi venne ricevuta in udienza dal Papa e chiese concretamente di poter andare oltre il non expedit. Come è noto, la risposta di Pio X fu: «Fate quello che vi detta la vostra coscienza», con un’aggiunta significativa: «Il Papa tacerà».
La decisione dei cattolici di presentare, in vari collegi, propri candidati d’intesa con i liberali avrebbe suscitato non poche polemiche nel movimento cattolico. Decisamente contrario fu Sturzo per il quale «appoggiando i moderati e i conservatori, si è fatta opera di reazione, si è andati contro un complesso di aspirazioni e di vitalità che rispondono ai bisogni del proletariato, all’avvenire delle forze sociali cristiane». Salimbeni osserva: «Ogni regione faceva in quegli anni storia a sé. Un conto era il cattolicesimo lombardo, un altro quello meridionale, soprattutto siciliano dove operava Sturzo».
A cento anni dall’ingresso dei primi due cattolici deputati (il numero sarebbe cresciuto considerevolmente nel 1909 e avrebbe trovato espressione formale nel Patto Gentiloni del 1913), un convegno, promosso oggi a Mondovì dal Centro europeo “Giovanni Giolitti”, traccerà un bilancio sulla presenza dei cattolici nella vita politica. «Quello dei cattolici deputati – conclude Salimbeni cui è affidata la relazione generale – deve essere visto all’interno di un discorso sull’intero movimento cattolico. Le elezioni del 1904 sono un aspetto di questa storia, anche se tuttora non sono uno dei capitoli più studiati».


Avvenire 3-10-2004