Della Storia. In margine ad aforismi di Nicolás Gómez Dávila

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\"\"Marco Tangheroni, Della Storia. In margine ad aforismi di Nicolás Gómez Dávila, a cura di Cecilia Iannella, Presentazione di David Abulafia, Sugarco Edizioni, Milano 2008, pp. 144, € 15,00

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Benché scritto da uno storico in primo luogo per i suoi studenti, l’utilità di questo libro in realtà travalica l’ambito degli addetti ai lavori: questi ultimi vi troveranno utilissimi spunti di riflessione per la ricerca, ma tutti gli altri avranno almeno l’occasione per affinare il senso della complessità del reale, al di là delle interpretazioni semplificatrici da cui siamo tutti più o meno influenzati e grazie alle quali spesso ci illudiamo di aver trovato la «chiave di volta» degli eventi passati, presenti e futuri. Si tratta dunque di un libro che non potrà non interessare e stimolare chiunque sia in cerca della Verità. Per i «profani» inoltre la lettura è facilitata dal tipico tono colloquiale con cui l’autore teneva le proprie lezioni universitarie e che voleva fosse lasciato nella trascrizione dei propri interventi, uno stile familiare che sapeva mettere a proprio agio l’interlocutore senza per questo perdere mai di autorevolezza – ed è bene sottolinearlo in tempi di crisi dell’autorità… Nato a Pisa nel 1946, Marco Tangheroni ha insegnato Storia Medioevale nelle Università di Barcellona, Cagliari, Sassari e Pisa, ricoprendo inoltre diversi incarichi istituzionali, tra cui, poco prima di morire, quello di direttore del nuovo Dipartimento di Storia nella città natale. Socio fondatore di Alleanza Cattolica, ha svolto per l’associazione una intensa attività di conferenziere su temi storici e di attualità. Collaboratore di diverse riviste e quotidiani, è stato autore di numerosissimi libri e saggi, tra i quali ricordiamo La città dell’argento. Iglesias dalle origini alla fine del Medioevo (Liguori, Napoli 1985), Medioevo Tirrenico. Sardegna, Toscana, Pisa (Pacini, Pisa 1992), Politica, commercio, agricoltura a Pisa nel Trecento (Plus, Pisa 2002) e soprattutto Commercio e navigazione nel Medioevo (Laterza, Roma-Bari 1996), forse la sua opera principale insieme alla mostra Pisa e il Mediterraneo. Uomini, merci, idee dagli Etruschi ai Medici (Skira, Milano 2003) inaugurata pochi mesi prima della morte avvenuta, al termine di una pluridecennale malattia, l’11 febbraio 2004, nella significativa ricorrenza liturgica della Madonna di Lourdes che la Chiesa venera come salus infirmorum.
Il presente testo viene pubblicato postumo a cura della dottoressa Cecilia Iannella, ricercatore presso il Dipartimento di Storia dell’Università degli Studi di Pisa e già collaboratrice del professor Tangheroni. Dopo la Nota della curatrice (pp. 7-9) e la Presentazione. Marco Tangheroni (pp. 11-17) di David Abulafia, docente di Storia mediterranea all’Università di Cambridge, in Gran Bretagna, nell’Introduzione. Dell’origine e dei caratteri di questo libretto (pp. 23-30) Tangheroni stesso racconta le circostanze in cui l’interesse per l’epistemologia e la scoperta degli aforismi del pensatore colombiano Nicolás Gómez Dávila (1913-1994) hanno dato luogo alla stesura del libro, affermando la sua convinzione che «[…] una certa inquietudine sul proprio mestiere debba accompagnare lo storico. E non come una parentesi, ma come qualcosa che si intreccia col suo lavoro quotidiano» (p. 25)

Il primo capitolo – Della complessità, dei limiti e del mistero della storia (pp. 31-47) – è efficacemente introdotto dall’aforisma «Ciò che non è complicato è falso» (p. 31), un dato che lo storico deve sempre tener presente, poiché soprattutto il dilettante è facilmente tentato dalla semplificazione sotto le mentite spoglie della verosimiglianza: «La spiegazione è lì, semplice e chiara, a portata di mano: inutile approfondire, le cose devono proprio essere andate così, la mia ricostruzione è così verosimile!» (p. 34). Ancora più sofisticata – ma proprio per questo più subdola – è la semplificazione espressa dalla dietrologia, il voler vedere sempre qualcos’altro all’opera dietro le quinte, sia esso la lotta di classe o un complotto massonico. In ogni caso, «Domandare il rispetto della complessità della storia non significa rinunciare a mettere un certo ordine, a stabilire connessioni, a proporre linee di riorganizzazione del passato (di quanto riusciamo a conoscere del passato); in una parola a comprendere e a spiegare» (p. 42).
La complessità della storia non riguarda solo il passato, bensì anche i limiti della conoscenza storica, ricordando innanzitutto che «Non tocca alla storia (come conoscenza storica scientifica) dare un senso alla storia (come passato); così come alla fisica non tocca dare un senso al mondo» (p. 42); che «[…] la storia tende alla verità, ma non può pretendere di esaurirla» (p. 44); senza dimenticare i limiti insiti della documentazione, poiché lo storico in un certo senso risuscita i morti «[…] ma non può restituire ai morti tutta la vita, perché non può aggiungere o modificare quel che di quella vita non può conoscere se non forzando oltre il lecito (e quindi dando una vita falsa) […]» (p. 45).

Il secondo capitolo tratta Dell’originalità nella ricerca storica nonché dei rapporti di questa con le scienze umane (pp. 49-62). Tangheroni prende di mira la mentalità diffusa, anche al di fuori dell’ambito storico, per cui «L’originalità è il metro di giudizio dominante, talora esclusivo» (p. 49) e «[…] si prende l’ultima moda per l’ultimo stadio della ricerca» (Gòmez Dàvila, cit. a p. 50). Se la nouvelle histoire di Marc Bloch (1886-1944) e Lucien Febvre (1878-1956) ha avuto degli indubbi meriti, è tuttavia indubbio che «[…] non si può restare “nuova storia” a lungo» (p. 57), non solo onde evitare la ricerca della novità fine a se stessa, ma anche perché Gòmez Dàvila ci ammonisce che «Al problema dell’originalità si lega quello della specializzazione e dei suoi pericoli» (cit. a p. 57), cioè quello di sapere tutto di quasi nulla, senza peraltro saper inserire questo “quasi nulla” in un quadro più ampio. Naturalmente è impossibile anche sapere tutto di tutto, però Tangheroni consiglia di mantenere viva la curiosità e, pur da dilettanti, di sconfinare volentieri al di fuori del proprio settore specialistico, per non commettere l’errore del giovane studioso il quale «[…] mi dice che non va al tal seminario “perché non tratta argomenti di cui mi occupo”» (p. 60).

Successivamente l’autore si occupa Del determinismo e della causalità (pp. 63-72). Secondo queste dottrine, che applicano alla conoscenza storica i metodi delle scienze naturali (le cui nuove scoperte hanno peraltro condotto ad un ripensamento del determinismo), «A partire dal presente deve essere ricostruibile il passato» (p. 63) e di conseguenza anche prevedibile il futuro mediante meccanismi di necessità causale. Paradigmatica è la sicurezza con cui Karl Marx (1818-1883) «[…] scrive che il socialismo verrà “con la fatalità che presiede ai fenomeni della natura”» (p. 67). In realtà conferire il giusto posto al caso, significa semplicemente ricordarsi che nella storia entra in gioco la libertà delle azioni umane.

Proprio la libertà è alla base Della critica di Kierkegaard a Hegel (pp. 73-78) – oggetto del quarto capitolo – e alla sua filosofia della storia fondata sulla necessità, poiché il passato come effettivamente si è realizzato è solo uno dei tanti “passati” possibili. «Allo stesso modo, si noti, non si può voler predire il futuro, profetare, perché anche il passaggio al futuro non avviene secondo necessità» (p. 75); di qui anche la critica di Kierkegaard alla Weltgeschichte, che pretendeva di conoscere il «[…] piano provvidenziale della storia» (p. 77), attribuendo alla conoscenza storica ciò che sarebbe proprio, semmai, della teologia.
A proposito Del generale e dell’individuale (pp. 79-100) ancora una volta Gòmez Dàvila ci aiuta a trovare il giusto equilibrio: «Nella storia la comprensione dell’individuale e la comprensione del generale si condizionano reciprocamente» (p. 79) Nonostante la consuetudine di considerare la storia come studio dei fatti individuali, rispetto alle leggi generali elaborate dalle scienze della natura, non bisogna dimenticare che «[…] l’inedito non è mai del tutto inedito; esso coabita con il ripetuto e il regolare» (Fernand Braudel [1902-1985], cit. a p. 83) e che per conoscere i singoli individui e i singoli fatti non basta giustapporli tra loro, in quanto la conoscenza storica non procede per accumulazione di oggetti individuali; lo storico non può astenersi dall’interpretarli e renderli intelligibili, almeno per la necessità di sceglierne alcuni, poiché «[…] se volesse riprodurli tutti egli non sarebbe meno pazzo di un geografo che volesse riprodurre la Terra in scala 1:1 […]» (p. 88). Senza contare la necessità di servirsi di concetti generali per una migliore comprensione del fatto concreto; purché restino mezzi e non li si scambi per chiavi interpretative totalizzanti
Il successivo capitolo – Della storia, dei sistemi, delle strutture (pp. 101-103) – infatti denuncia «La reificazione dei modelli come pericolosa tentazione della storia e delle metodologie della storia […]» (p. 101), come è avvenuto per le structures dello storico francese Pierre Toubert, citato nel precedente capitolo, o per un certo uso della nozione di «sistema» per cui «Nelle scienze umane i modelli si trasformano in maniera surrettizia, con somma disinvoltura, da strumenti analitici in risultati delle analisi» (Gòmez Dàvila, cit. a p. 101)

Nel settimo capitolo – Della verità della storia (pp. 105-111) – l’autore precisa che tener conto dei limiti della conoscenza storica, sapere che questa non ci fornirà mai una verità definitiva, non implica alcun cedimento al relativismo. Il passato è esistito come realtà distinta da noi che lo pensiamo in maniera più o meno rispondente ad esso, quindi più o meno vicina alla verità – ma mai definitivamente, a causa della nostra condizione umana. Tangheroni cita inoltre una discussa «[…] affermazione di Marrou [Henri-Irénée (1904-1977)] sul fatto che al fondo della conoscenza storica c’è un atto di fede: “Del passato conosciamo soltanto ciò che siamo riusciti a comprendere – che crediamo vero – dei documenti conservatici”» (p. 107); in altre parole, così come avviene in diversi ambiti della vita quotidiana, dobbiamo pur fidarci dei documenti ed evitare l’ipercritica, pena la paralisi della storia: «[…] non si può perdere tempo (per fare un esempio paradossale) a dimostrare che Napoleone è realmente esistito e non è un mito solare» (p. 108).

Infine Tangheroni tratta Dell’utilità della storia e del rapporto passato-presente (pp. 113-133), in merito alla diffusa tendenza – ampiamente rappresentata dai manuali scolastici – ad interessarsi al passato soltanto nella misura in cui ci mostrerebbe le radici del presente, magari come ancella dell’educazione civica. In realtà, ci ammonisce Gòmez Dàvila sin dall’aforisma introduttivo, «Il passato non è la meta apparente dello storico, ma quella reale» (p. 113), per non rischiare un doppio travisamento: la riduzione ad una sola, tra le tante varianti possibili quando il passato era ancora “in corso”, dimenticando che «[…] la storia si fa, in certo senso, proprio con i se, cioè ricostruendo il passato nella ricchezza delle sue possibilità, anche proprio per meglio intendere le possibilità divenute realtà […]» (p. 118) le quali – e qui sta il secondo travisamento – sarebbero altrimenti comprese in modo deformato. Qui sta anche la vera utilità della storia, nell’affinare il senso della complessità del passato, affinando di conseguenza anche la nostra lettura del presente; qui è racchiuso in definitiva il senso di questo libro nonché della dedica non puramente di circostanza a Giovanni Cantoni, la cui lezione principale consiste nel «[…] suo costante, e crescente, richiamo a cercare la complessità; che non è – si badi, e l’ho già scritto – la dietrologia ad ogni costo, o il comodo rifugio del complottiamo, bensì, di fronte alle letture semplici degli avvenimenti, l’abitudine a domandarsi: tutto qui?» (p. 130).

Il senso della complessità è in fondo ciò che distingue – in appendice – Lo storico inesperto (pp. 135-136) dal grande storico, nella cui opera, «[…] tutta la ricchezza e la complessità del reale si svelano attraverso la piena comprensione dell’individuale» (p. 136), al di là di singoli aspetti della ricerca più o meno superati dalle pur modeste e artigianali ricerche successive, la cui importanza comunque permette a Tangheroni – e a maggior ragione al lettore – di affrontare anche l’ultimo spietato aforisma di Gòmez Dàvila: «Per essere uno storico si richiede un talento raro. Per fare storia basta un po’ di impudicizia» (p. 136).

Stefano Chiappalone