(www.chiesa) Anche gli ebrei devono rispettare i cristiani

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La discussione sulle recenti modifiche della preghiera del
Venerdì Santo per gli ebrei

di Walter Kasper
La preghiera del Venerdì Santo per gli ebrei ha una lunga storia. La nuova
formulazione della preghiera per la forma straordinaria del rito romano (Messale
del 1962) realizzata da papa Benedetto XVI è stata opportuna perché alcune
formulazioni sono state considerate offensive da parte ebraica e urtanti anche
da parte di vari cattolici. La nuova formulazione ha portato importanti
miglioramenti del testo del 1962. Ha, però, suscitato nuove reazioni irritate,
sollevando questioni di principio sia presso gli ebrei che presso alcuni
cristiani (1).

Le reazioni avutesi da parte ebraica sono in gran parte
motivate non in modo razionale, ma emozionale. Non si deve però liquidarle
precipitosamente come causate da ipersensibilità. Pure presso amici ebrei che da
decenni sono coinvolti in un intenso dialogo con cristiani, la memoria
collettiva di catechesi e conversioni forzate è ancora sempre viva. Il ricordo
della Shoah è per l’ebraismo odierno una traumatica caratteristica di identità
che crea comunione. Molti ebrei considerano la missione verso gli ebrei una
minaccia alla loro esistenza; talvolta si parla addirittura di una Shoah con
altri mezzi. Bisogna dunque avere ancora una grande sensibilità nel rapporto
ebraico-cristiano.

Nel frattempo le spiegazioni date sulla riformulata
preghiera del Venerdì Santo hanno potuto eliminare i malintesi più grossolani.

Già il puro fatto che la preghiera del Venerdì Santo del Messale del
1970 — nella forma ordinaria del rito romano, quindi, adoperata di gran lunga
nel maggior numero dei casi — resti pienamente in vigore, dimostra che la
riformulata preghiera del Venerdì Santo, adoperata soltanto da una parte
estremamente piccola di comunità, non può significare un passo indietro rispetto
alla dichiarazione "Nostra ætate" del Concilio Vaticano II.

Ciò vale
ancora di più per il fatto che la sostanza della dichiarazione "Nostra ætate" è
compresa anche in un documento di più alto livello formale, la costituzione
sulla Chiesa "Lumen gentium" (n. 16); perciò, per principio, non può essere
messa in questione.

Inoltre, a partire dal Concilio c’è stato un gran
numero di prese di posizione dei pontefici, anche del papa attuale, che si
riferiscono alla "Nostra ætate" e che confermano l’importanza di questa
dichiarazione.

Diversamente dal testo del 1970, la nuova formulazione
del testo del 1962 parla di Gesù come il Cristo e come salvezza di tutti gli
uomini, quindi anche degli ebrei.

Molti hanno inteso questa affermazione
come nuova e non amichevole nei confronti degli ebrei. Ma essa è fondata
sull’insieme del Nuovo Testamento (cfr 1 Timoteo, 2, 4) e indica la differenza
fondamentale, nota ovunque, che permane sia per i cristiani, sia per gli ebrei.
Anche se non se ne parla esplicitamente nella "Nostra ætate", né nella preghiera
del 1970, non si può estrapolare la "Nostra ætate" dal contesto di tutti gli
altri documenti conciliari e nemmeno la preghiera del Venerdì Santo del Messale
del 1970 dall’insieme della liturgia del Venerdì Santo che ha come oggetto,
appunto, quella convinzione della fede cristiana.

La nuova formulazione
della preghiera del Venerdì Santo del Messale del 1962, quindi, non dice nulla
di veramente nuovo, ma esprime soltanto ciò che già finora era presupposto come
ovvio, ma che evidentemente, in tanti dialoghi, non era stato tematizzato a
sufficienza (2).

Nel passato la fede in Cristo, che differenzia i
cristiani dagli ebrei, si è trasformata spesso in un "linguaggio del disprezzo"
(Jules Isaac) con tutte le gravi conseguenze che ne derivavano. Se oggi ci
impegniamo per un rispetto reciproco, esso può fondarsi solo nel fatto che
riconosciamo reciprocamente la nostra diversità. Perciò non aspettiamo dagli
ebrei che concordino sul contenuto cristologico della preghiera del Venerdì
Santo, ma che rispettino che noi preghiamo da cristiani secondo la nostra fede,
come naturalmente anche noi facciamo nei confronti del loro modo di pregare. In
questa prospettiva ambedue le parti hanno ancora da imparare.

La vera
questione controversa è: devono i cristiani pregare per la conversione degli
ebrei? Ci può essere una missione verso gli ebrei?

Nella preghiera
riformulata non si trova la parola conversione. Ma è indirettamente inclusa
nell’invocazione di illuminare gli ebrei affinché riconoscano Gesù Cristo. In
più, c’è il fatto che il Messale del 1962 contiene titoli per le singole
preghiere. Il titolo della preghiera per gli ebrei non è stato modificato; esso
suona come prima: "Pro conversione Judæorum", per la conversione degli ebrei.
Molti ebrei hanno letto la nuova formulazione nell’ottica di questo titolo, e
ciò ha suscitato la reazione già descritta.

In risposta a ciò, si può
far notare che la Chiesa Cattolica, a differenza di alcuni gruppi "evangelical",
non conosce una missione verso gli ebrei organizzata e istituzionalizzata. Con
tale richiamo, però, il problema della missione verso gli ebrei di fatto non è
ancora chiarito teologicamente. Questo è proprio il merito della nuova
formulazione della preghiera del Venerdì Santo, che, nella sua seconda parte,
presenta una prima indicazione per una sostanziale risposta teologica.

Si parte ancora una volta dal capitolo 11 della Lettera ai Romani, che è
fondamentale anche per la "Nostra ætate" (3).

La salvezza degli ebrei è
per Paolo un profondo mistero dell’elezione mediante la grazia divina (9,
14-29). I doni di Dio sono senza pentimento, e le promesse di Dio fatte al suo
popolo, nonostante la disobbedienza di questo, non sono state revocate da Dio
(9, 6; 11, 1.29). L’indurimento d’Israele torna a salvezza dei pagani. I rami
selvatici dei pagani sono stati innestati sul ceppo santo d’Israele (11, 16s).
Dio ha però la potenza di innestare di nuovo i rami tagliati (11, 23). Quando la
pienezza dei pagani sarà entrata nella salvezza, sarà salvato tutto l’Israele
(11, 25s). Israele rimane quindi portatore della promessa e della benedizione.

Paolo parla, nel linguaggio dell’apocalittica, di un mistero (11, 25).
Con ciò si intende esprimere qualcosa di più del fatto che gli ebrei sono spesso
per gli altri popoli un enigma e che la loro esistenza è per altri ancora una
testimonianza di Dio. Con il termine "mistero" Paolo intende l’eterna volontà
salvifica di Dio, la quale si manifesta nella storia attraverso la predicazione
dell’Apostolo. Si riferisce concretamente a Isaia, 59, 20 e Geremia, 31, 33s.
Con ciò fa riferimento al raduno escatologico dei popoli in Sion, promesso dai
profeti e da Gesù, e alla pace universale (shalom) che poi sorgerà (4).

Paolo vede tutta la sua opera missionaria tra i pagani in tale
prospettiva escatologica. La sua missione dovrebbe preparare il raduno dei
popoli, il quale, poi, quando vi entrerà il numero completo dei pagani, tornerà
a salvezza per Israele e farà sorgere la pace escatologica per il mondo.

Si può dunque dire: non a motivo della missione verso gli ebrei, ma a
seguito della missione verso i pagani Dio realizzerà alla fine, quando il numero
completo dei pagani sarà entrato nella salvezza, la salvezza d’Israele. Solo
Colui che ha indurito la maggior parte d’Israele, può anche scioglierne
l’indurimento. Lo farà, quando "il liberatore" uscirà da Sion (11, 26). Costui,
secondo il linguaggio paolino (cfr 1 Tessalonicesi, 1, 10), non è nessun altro
se non il Cristo che ritorna. Ebrei e pagani, infatti, hanno lo stesso Signore
(10, 12) (5).

La riformulata preghiera del Venerdì Santo esprime questa
speranza in una preghiera di intercessione rivolta a Dio (6). Con questa
preghiera la Chiesa ripete, in fondo, l’invocazione del Padre nostro "Venga il
tuo regno" (Matteo, 6, 10; Luca, 11, 2) e l’acclamazione liturgica
protocristiana "Maranà tha": Vieni, Signore Gesù, vieni presto (1 Corinzi, 16,
22; Apocalisse, 22, 20; Didachè, 10, 6).

Tali preghiere per la venuta
del Regno di Dio e per la realizzazione del mistero della salvezza, secondo la
loro natura, non sono un appello rivolto alla Chiesa a compiere un’azione
missionaria verso gli ebrei. Anzi, esse rispettano tutta la profondità abissale
del "Deus absconditus", della Sua elezione per grazia, dell’indurimento, come
della Sua misericordia infinita.

Con la sua preghiera la Chiesa, dunque,
non assume la regia della realizzazione del mistero imperscrutabile. Non lo può
affatto. Piuttosto mette del tutto il "quando" e il "come" di tale realizzazione
nelle mani di Dio. Solo Dio può far sorgere il Suo Regno, nel quale tutto
l’Israele sarà salvato e la pace escatologica toccherà il mondo.

Per
sostenere quest’interpretazione ci si può riferire a un testo di san Bernardo di
Chiaravalle, che dice che non siamo noi a doverci occupare degli ebrei, ma che
Dio stesso se ne occuperà (7). Quanto sia giusta questa interpretazione risulta
ancora dalla dossologia che conclude il capitolo 11 della Lettera ai Romani: "O
profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono
imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!" (11, 33). Questa
dossologia manifesta ancora una volta che si tratta della glorificazione
adorante di Dio e della sua elezione imperscrutabile mediante la grazia, e non
di un appello a qualsiasi azione, neanche alla missione.

L’esclusione di
una missione mirata e istituzionalizzata verso gli ebrei non significa che i
cristiani debbano stare con le mani in mano. Missione mirata e organizzata da un
lato e testimonianza cristiana dall’altro lato vanno distinte. Naturalmente, i
cristiani devono, dove è opportuno, dare ai fratelli e alle sorelle maggiori
nella fede di Abramo (Giovanni Paolo II) testimonianza della propria fede e
della ricchezza e bellezza della loro fede in Cristo. Ciò ha fatto anche Paolo.
Durante i suoi viaggi missionari Paolo si è recato ogni volta prima nella
sinagoga, e solo quando lì non vi ha trovato la fede, è andato dai pagani (Atti
degli Apostoli, 13, 5.14s.42-52; 14, 1-6 e altri; fondamentale Romani, 1, 16).

Tale testimonianza è richiesta oggi anche a noi. Deve avvenire certo con
tatto e rispetto; sarebbe però disonesto se i cristiani nell’incontrare amici
ebrei tacessero sulla propria fede o addirittura la negassero.

Attendiamo altrettanto dagli ebrei credenti nei nostri confronti. Nei
dialoghi che io conosco, quest’atteggiamento è del tutto normale. Un dialogo
sincero tra ebrei e cristiani, infatti, è possibile solo, da un lato, sulla base
della comunanza nella fede nell’unico Dio, Creatore del cielo e della terra, e
nelle promesse fatte ad Abramo e ai Padri, e, dall’altro, nella consapevolezza e
nel rispetto della differenza fondamentale che consiste nella fede in Gesù quale
Cristo e Redentore di tutti gli uomini.

L’incomprensione diffusa della
riformulata preghiera del Venerdì Santo è un segnale di quanto grande sia ancora
il compito che ci sta davanti nel dialogo ebraico-cristiano. Le reazioni
irritate che sono sorte dovrebbero, quindi, essere un’occasione per chiarire e
approfondire ancora le basi e gli obiettivi del dialogo ebraico-cristiano. Se si
potesse avviare in questo modo un approfondimento del dialogo, l’agitazione
sorta porterebbe alla fine davvero a un risultato positivo. Si deve certo essere
sempre consapevoli che il dialogo tra ebrei e cristiani resterà, per sua natura,
sempre difficile e fragile e che esige in grande misura sensibilità da entrambi
le parti.

NOTE

(1) Una sintesi delle prime reazioni pro e
contra si trova in "Il Regno" n. 1029, 2008, 89-91. Oltre a tali prime reazioni
nei mass media, è pervenuta alla commissione vaticana per i rapporti religiosi
con l’ebraismo una serie di prese di posizione dettagliate e particolareggiate,
provenienti soprattutto dagli Stati Uniti d’America, dalla Germania e
dall’Italia, tra gli altri da R. Di Segni, "La preghiera per gli ebrei", in
"Shalom" 2008, n. 3, 4-7.

(2) Ciò non vale per il dialogo
ebraico-cristiano internazionale in cui questa questione è sorta già dopo la
dichiarazione "Dominus Iesus" (2000). La commissione per i rapporti religiosi
con l’ebraismo ne ha tenuto conto e ha organizzato a questo scopo colloqui di
esperti ad Ariccia (Italia), Lovanio (Belgio) e Francoforte (Germania); il
prossimo colloquio è programmato da lungo tempo a Notre Dame (Indiana, Stati
Uniti d’America).

(3) Quanto all’interpretazione rimando soprattutto
all’ampio commentario, ricco anche per la nostra questione, di Tommaso d’Aquino,
"Super ad Romanos", capitolo 11, lectio 1-5. Commentari più recenti: E.
Peterson, "Der Brief an die Römer" (Ausgewählte Schriften, 6), Würzburg, 1997,
312-330, specialmente 323; E. Käsemann, "An die Römer" (Handbuch zum Neuen
Testament, 8a), Tübingen 1973, 298-308; H. Schlier, "Der Römerbrief" (Herders
Theologischer Kommentar zum Neuen Testament, 6), Freiburg i. Br., 1997, 320-350,
spec. 337-341; O. Kuss, "Der Römerbrief", 3. Lieferung, Regensburg, 1978,
809-825; U. Wilckens, "Der Brief an die Römer" (EKK, VI/2), Zürich-Neukirchen,
1980, 234-274, spec. 252-257. Basilare il documento della Pontificia Commissione
Biblica "Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana"
(2001). Inoltre: F. Mussner, "Traktat über die Juden", München, 1979, 52-67; J.
Ratzinger, "La Chiesa, Israele e le religioni del mondo", Torino, 2000; J. M.
Lustiger, "La promesse", Paris, 2002; W. Kasper, "L’antica e la nuova alleanza
nel dialogo ebraico-cristiano", in "Nessuno è perduto. Comunione, dialogo
ecumenico, evangelizzazione", Bologna 2005, 95-119. A ciò si aggiunge una gran
quantità di letteratura più recente, la maggior parte di lingua inglese, sulle
questioni del dialogo ebraico-cristiano.

(4) Importanti sono passi come
Isaia, 2, 2-5; 49, 9-13; 60; Michea, 4, 1-3 e altri. In merito: J. Jeremias,
"Jesu Verheißung für die Völker", Göttingen 1959.

(5) Con questo si
affronta la questione teologica più fondamentale dell’attuale dialogo
ebraico-cristiano: c’è una sola alleanza o ci sono due alleanze parallele per
ebrei e cristiani? Tale questione tratta dell’universalità della salvezza, dal
punto di vista cristiano irrinunciabile, in Gesù Cristo. Cfr la sintesi della
letteratura più antica in J. T. Pawlikowski, "Judentum und Christentum", in
"Theologische Realenzyklopädie", 18 (1988), 386-403; Pawlikowski, a causa degli
interventi miei e di altri, ha sviluppato la sua posizione in modo essenziale e
ha riferito ampiamente circa lo stato attuale della discussione in "Reflections
on Covenant and Mission" in: "Themes in Jewish-Christian Relations", ed. E.
Kessler and M. J. Wreight, Cambridge (Inghilterra), 2005, 273-299.

(6)
La preghiera ha modificato questo testo nella misura in cui parla dell’entrata
dei pagani "nella Chiesa", cosa che non si trova così in Paolo. Da ciò alcuni
critici ebrei hanno concluso che si trattasse dell’entrata d’Israele nella
Chiesa, cosa che non si dice nella preghiera. Nel senso dell’apostolo Paolo si
dovrebbe piuttosto dire che la salvezza della maggior parte degli ebrei viene
comunicata attraverso Cristo, ma non attraverso l’entrata nella Chiesa. Alla
fine dei giorni, quando il Regno di Dio si realizzerà definitivamente, non ci
sarà più una Chiesa visibile. Si tratta quindi del fatto che alla fine dei
giorni l’unico Popolo di Dio composto di ebrei e pagani divenuti credenti sarà
di nuovo unito e riconciliato.

(7) Bernardo di Chiaravalle, "De
consideratione", III, 1, 3. In merito anche: "Sermones super Cantica
Canticorum", 79, 5.