(l’Espresso) La politica territoriale di Israele

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“Terra in cambio di terra”: l’esperto di Sharon svela il suo piano di pace

L’esperto è Sergio Della Pergola, il maggior studioso mondiale di demografia dell’ebraismo. L’identità del popolo d’Israele all’origine del piano. Col Vaticano come modello, per il futuro di Gerusalemme

di Sandro Magister ROMA, 2 gennaio 2006 – Due popoli e due terre. Di Israele e di Palestina. Il piano di pace che ha in mente il primo ministro israeliano Ariel Sharon si nutre di due scienze pratiche a cui egli ha sempre prestato grandissima attenzione, già come capo militare: la demografia e la geografia.

E ha tra i suoi modelli, per quanto riguarda Gerusalemme, la sistemazione intercorsa tra l’Italia e il Vaticano.

È quanto ha anticipato, in un’importante intervista al quotidiano della conferenza episcopale italiana “Avvenire”, uno dei consulenti più vicini a Sharon, Sergio Della Pergola, il maggior esperto mondiale di demografia dell’ebraismo.

Il piano di pace si sintetizza nella formula “terra in cambio di terra”. Prevede il ritorno di Israele a confini che per lo più corrispondono a quelli di prima del 1967, ma con consistenti scambi di territori, con un occhio attento alle popolazioni che vi abitano, arabe od ebree.

Su questo slogan, “terra in cambio di terra”, il nuovo partito fondato da Sharon, di nome Kadima che significa “avanti”, sta già impostando la sua campagna per le elezioni politiche che si terranno in Israele il 28 marzo.

Nello scambio – da trattarsi con la controparte palestinese – Israele cederebbe un triangolo di territorio a ridosso dell’attuale confine, a est di Tel Aviv e Netanya, abitato da popolazione prevalentemente araba; più un insieme di villaggi della Galilea anch’essi abitati da arabi.

La cessione riguarderebbe circa mezzo milione di arabi, un terzo di quelli che vivono entro i confini attuali di Israele.

In cambio, Israele integrerebbe entro i futuri confini alcune aree della Cisgiordania in cui attualmente risiedono circa 60.000 coloni ebrei: Ma’ale Adumin, a est di Gerusalemme; Gush Etzion, a sud di Gerusalemme sulla strada che porta a Hebron; Ariel, più a nord. I restanti coloni, circa 150.000, abbandonerebbero le rispettive aree di insediamento, che passerebbero al nuovo stato palestinese.

Per quanto riguarda Gerusalemme, il piano prevede che amministrativamente il suo territorio metropolitano resti tutto sotto controllo israeliano. Ma con settori affidati ai palestinesi, sia nella Città Vecchia attorno alla spianata delle moschee, dove continuerà a risiedere il gran mufti musulmano, sia nei quartieri orientali come Abu Dis, dove il nuovo stato palestinese avrà i suoi uffici direzionali.

Il Vaticano è stato studiato come modello poiché – pur essendo uno stato indipendente – è amministrativamente integrato all’Italia per quanto riguarda la moneta, l’acqua, l’elettricità, la fognatura, i telefoni, la ferrovia, i servizi di sicurezza.

Alla riuscita di questo piano di pace, naturalmente, gli ostacoli sono numerosi e forti. A Gaza c’è anarchia. Il terrorismo è sempre incombente. Hamas, il cui obiettivo dichiarato è la cancellazione dello stato ebraico, ha largo seguito elettorale sia a Gaza sia in Cisgiordania. Dentro Israele, la destra e i coloni contestano aspramente il piano di Sharon. Gli stessi arabi che risiedono entro i confini d’Israele nei territori del possibile scambio resistono all’idea d’essere annessi al nuovo stato palestinese, nonostante verbalmente ne esaltino la causa.

In ogni caso, per comprendere il senso profondo del piano di pace di Sharon – che ha al suo centro l’identità del popolo d’Israele – occorre leggere per intero l’intervista, riprodotta più sotto.

Il professor Sergio Della Pergola, 63 anni, è nato in Italia, vive dal 1966 in Israele, è preside di demografia e statistica alla Hebrew University di Gerusalemme ed è autore di importanti studi sulla popolazione ebraica in Israele e nella diaspora.

Della Pergola è uno degli studiosi di punta del think tank più ascoltato dal governo Sharon: il Jewish People Policy Planning Institute. Ne è presidente l’americano Dennis Ross, già primo responsabile per il Medio Oriente e per le trattative israelo-palestinesi nelle amministrazioni di George Bush padre e di Bill Clinton, nonché autore nel 2004 del libro “The Missing Peace”, la pace mancata.

L’intervista è uscita su “Avvenire” del 28 dicembre 2005 ed è stata raccolta da Paolo Sorbi, professore di sociologia all’Università Europea di Roma e presidente del Movimento per la Vita di Milano:


Fioritura o declino? Il futuro del popolo ebraico

Intervista con Sergio Della Pergola


D. – Professor Della Pergola, perché questa grande attenzione del governo Sharon per le dinamiche demografiche?

R. – “Il primo ministro è approdato a questo lido con la sua pubblica riflessione al convegno di Herzliya nel dicembre 2002, appuntamento annuale della classe dirigente israeliana. C’è una sua mutazione di visione che considera semplicemente i fatti degli ultimi anni. Dunque, negli anni Novanta, Sharon aveva pensato a un grande ritorno in Israele di oltre un milione di ebrei europei e americani, acculturati e moderni. Questo non è avvenuto. Sono arrivati, al contrario, gli ebrei dalla Russia. Ha preso atto di tutto questo e si è deciso per una soluzione positiva del conflitto palestinese, a motivo della decrescente capacità d’attrazione che Israele mostra verso le componenti più moderne dell’ebraismo nel mondo”.

D. – Sono incontri operativi quelli che voi del Jewish People Policy Planning Institute fate col governo?

R. – “È interessante vedere un primo ministro come Sharon prendere diligentemente appunti su cifre e questioni demografiche e poi, alla fine di due ore di confronto, riassumere, per i ministri e per noi consulenti, i differenti reports scientifici che gli sottoponiamo”.

D. – Lei ha elaborato la proposta dello scambio di “terra con altra terra”. Ce la può spiegare?

R. – “Innanzitutto la questione va collegata al positivo sgombero avvenuto a Gaza. Esso è avvenuto in un clima che definisco di famiglia allargata. I soldati, con fermezza, hanno proceduto al completo sgombero del territorio, a stragrande maggioranza palestinese. Ma c’è anche un motivo storico. Il piano di spartizione delle Nazioni Unite nel 1947 prevedeva un determinato confine, ma siccome la parte araba lo ricusò e alla fine della guerra del 1948 la parte israeliana, imprevedibilmente, aveva migliorato le sue posizioni, Israele tracciò unilateralmente una linea diversa. Incorporando una serie di zone a prevalente maggioranza araba. Sono oggi circa un milione e trecentomila persone. C’è un’area che è denominata il Triangolo. È una zona che sta tra le città di Netanya e di Tel Aviv, a ridosso del confine. Ebbene, l’idea è di passare la sovranità del Triangolo al futuro stato palestinese. Senza assolutamente spostare né le persone né i loro beni, semplicemente spostando i confini. Non esiste più niente di intoccabile per l’attuale governo e per Sharon. Si tratta di prendere atto che le popolazioni arabe oggi residenti in Israele sono sempre più coinvolte dal destino del futuro stato palestinese, e quindi va accettato il loro rifiuto del sionismo e della bandiera bianco-blu dello stato ebraico, con tutta la sua identità e storia. E così, viceversa, è necessario integrare nello stato di Israele alcuni insediamenti ebraici contigui a Gerusalemme come Ma’ale Adumim, Gush Etzion e alcuni altri. Questi aggregati sono frutto della guerra vinta da Israele nel 1967. Invece altri insediamenti, più isolati, andranno lasciati. Bisogna ripiegare su un confine molto prossimo alla storica linea verde che separava la Giordania, nel 1967, da Israele. Lo scambio di ‘terra con altra terra’ riguarda, complessivamente, il 2, forse il 3 per cento del territorio, ma concerne circa mezzo milione di arabi che sono oltre il 35 per cento degli arabi con cittadinanza israeliana. Il che vuol dire incidere profondamente sull’equilibrio demografico di Israele e renderlo molto più compatibile con le dinamiche identitarie oggi decisive per il futuro dello stato ebraico”.

D. – Nella sua ipotesi c’è anche una proposta su Gerusalemme. Quale?

R. – “Il paradigma dell’indivisibilità di Gerusalemme va ben sviscerato. Nel 1967 Israele allargò l’area del municipio di Gerusalemme incorporando un territorio che è superiore a quello della città di Parigi. Fu necessario per motivi di sicurezza. Io stesso, allora studente universitario, fui testimone di bombardamenti sulla Hebrew University dalle colline adiacenti. Oggi però la proposta è di creare due municipii, uno israeliano e l’altro palestinese, riuniti da un coordinamento della Grande Gerusalemme, con questioni amministrative anche di grande rilievo discusse e decise a livello di consorzi. Le soluzioni tecniche esistono, purché ci siano la volontà e la fiducia reciproca”.

D. – Avete in programma altre riunioni con il governo?

R. – “Certamente. Già nei primi due incontri del 2004 e poi nei frequenti incontri dell’anno successivo abbiamo esaminato lo scenario globale della realtà israeliana e della diaspora ebraica nel mondo. Il mandato del Jewish People Policy Planning Institute, che è un istituto completamente autonomo, finanziato da fondi sia privati che pubblici, è impostato proprio sulla convinzione che a contare è la somma competitiva tra Israele e la diaspora. Ci sarà una nuova fioritura ebraica o entriamo in un drammatico declino? Tutto è nelle nostre mani. Ci sono importanti presenze ebraiche in tutti i campi della modernità, ma anche una forte crisi demografica e ampii processi di assimilazione. Prevediamo la formazione di una sorta di Forum mondiale dell’ebraismo con il patronato sia del governo israeliano che della presidenza della repubblica. Un Forum con personalità ebraiche, presenti nella realtà internazionale, di altissimo livello, che discutano pubblicamente con i politici israeliani sulle grandi tematiche della globalizzazione in connessione con i destini dell’ebraismo contemporaneo. Può Israele continuare, in eterno, questo conflitto con i suoi vicini? Può essere, Israele, di nuovo attrattivo per i numerosi gruppi ebraici, quasi il 90 per cento di tutti gli ebrei sparsi nel mondo, che vivono in nazioni avanzate e democratiche? Oppure Israele sarà un’entità periferica con reddito basso e, spesso, la morte nelle strade per attacchi terroristici? Potremmo divenire un punto luminoso per tutta la collettività ebraica e anche dare un contributo spirituale alle altre nazioni?”.