(l’Espresso) Il Papa, la Chiesa ed il dialogo con l’Islam

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l’Espresso on line 12/9/2003


Amico islam. Il “dialogo a ogni costo” di papa Wojtyla
Le critiche al papa che molti cardinali e vescovi pensano ma non dicono in pubblico. Trascritte in un libro da un islamologo che le conosce da vicino


di Sandro Magister


ROMA – Protesa com’è nel Mediterraneo, l’Italia è un approdo naturale dell’ondata migratoria islamica verso l’Europa. La risposta della Chiesa italiana – e del vescovo di Roma, il papa – a questa crescente pressione musulmana è quindi indicativa di un più generale porsi della Chiesa cattolica di fronte all’islam.

Fino a un decennio fa, la risposta prevalente della Chiesa italiana era di tipo caritativo. L’immigrazione musulmana era vista come un’emergenza sociale. E ad essa si rivolgevano organismi ‘ad hoc’ della conferenza episcopale come Caritas e Fondazione Migrantes. Il dialogo pacifico, anche interreligioso, era la dominante di questo approccio.

Ma da alcuni anni non è più così. In un libro uscito in questi giorni, intitolato “Xenofobi e xenofili. Gli italiani e l’islam”, Renzo Guolo dedica un intero capitolo proprio al cambiamento di linea dei vescovi italiani e alla nuova risposta che essi danno alla sfida musulmana.

Guolo insegna sociologia della religione all’università di Trieste ed è specialista del fondamentalismo islamico. Su questo tema scrive editoriali per il quotidiano della conferenza episcopale, “Avvenire”.

E nel suo libro descrive passo per passo, protagonista per protagonista, quella che chiama “la svolta della Cei” di questi ultimi anni: la polemica anti-dialogo lanciata per primo dal vescovo di Como, Alessandro Maggiolini; il brusco risveglio dell’assemblea dei vescovi, nel 2000, di fronte ai guasti dei matrimoni tra cristiani e musulmani; l’offensiva del cardinale di Bologna, Giacomo Biffi, contro i cattolici “della resa”; l’attestarsi anche del cardinale progressista Carlo Maria Martini su posizioni più reattive; i richiami del cardinale Camillo Ruini a un rafforzamento dell’identità cristiana dell’Italia e dell’Europa.

In Vaticano, dà man forte a questa nuova linea il cardinale Joseph Ratzinger. Ma il papa?

Il papa no. Stando alla descrizione che ne dà Guolo, Giovanni Paolo II non si è mai smosso dalla linea del “dialogo a oltranza”.

Questa linea, si sa, è criticata da molti vescovi e cardinali. Oggi più di ieri. Ma mai in modo diretto e pubblico. Sono critiche che restano “off the record”, espresse al più in colloqui privati.

Eppure sono critiche forti e diffuse, condivise da uomini di Chiesa autorevoli. Guolo le ha semplicemente messe per iscritto, in un paio di pagine di questo suo ultimo libro.

Mentre si avvicina il venticinquesimo anniversario del pontificato di Giovanni Paolo II – col prevedibile diluvio di retorica elogiativa – è utile gettare l’attenzione anche su questo suo aspetto discusso.

Ecco il passaggio del libro che dà conto di questa discussione:


Chiesa e islam nella visione di Giovanni Paolo II

di Renzo Guolo



Nonostante i conflitti e le persecuzioni che nel mondo vedono i cristiani vittime dei musulmani, Giovanni Paolo II non sembra nutrire alcuna paura dell’islam. Per Karol Wojtyla il dialogo religioso è necessario per costruire il bene comune dell’umanità. Esso poggia sulla consapevolezza che vi sono valori comuni a ogni cultura, in quanto radicati nella natura della persona. La difesa della famiglia, il rifiuto dell’aborto, la pace sono solo alcuni di essi. Il papa ha più volte dichiarato che egli si rivolge “all’autentico islam religioso, l’islam che prega, l’islam che sa farsi solidale con chi ha bisogno”.

Il papa è mosso, oltre che da intima convinzione, dalla necessità di tutelare le comunità cristiane nei paesi della Mezzaluna e dall’esigenza di evitare che l’islam si schiacci su posizioni fondamentaliste. Prospettiva che condurrebbe a quello scontro di civiltà che Wojtyla giudica nefasto per le sorti dell’umanità. Chiedendo scusa per le crociate o facendo gesti clamorosi come pregare nella moschea degli Omayyadi a Damasco, in origine basilica cristiana, Giovanni Paolo II ha cercato di tenere aperto il dialogo con il mondo musulmano. Così come ha fatto promuovendo gli incontri tra le religioni ad Assisi nel 1986 e nel 2002. E così come ha fatto schierando decisamente la Chiesa contro l’intervento militare americano in Iraq.

La linea del papa, che nel mondo cattolico qualcuno definisce “oltranzismo dialoghista”, genera però una critica diffusa tra i vescovi e nella stessa curia romana. Secondo queste posizioni, Giovanni Paolo II parla, illusoriamente, a interlocutori che non possono garantire alcuna linea di condotta per la umma musulmana. In quanto ”religione senza centro”, l’islam è privo di autorità in grado di vincolare i comportamenti dei suoi fedeli. Secondo gli oppositori del dialogo, confidare in simili compagni di preghiera del papa è speranza vana, dal momento che rappresentano solo sé stessi. Purificando la memoria storica della Chiesa, chiedendo perdono per le crociate, ossequiando i “persecutori” dei cristiani, il papa, secondo i suoi critici, espone la Chiesa a pesanti umiliazioni. Inoltre, trasforma l’ecumenismo in una sorta di sincretismo in cui una religione sembra valere l’altra. È una critica dura, che per rispetto dell’autorità papale e delle condizioni dì salute di Giovanni Paolo II non si manifesta come dissenso aperto ma segna, comunque, profondamente il corpo ecclesiale.

La linea del papa fu respinta dalla maggioranza dei cardinali proprio nel concistoro del 1994 in cui Giovanni Paolo II espresse l’intenzione di chiedere perdono per le “colpe” dei suoi predecessori. Ma nonostante il parere contrario di molti settori ecclesiali, non solo quelli apertamente tradizionalisti, il papa decise di proseguire su quella linea. Nel silenzio ostile di molti: tra loro quelli che ricordano come Wojtyla, uso a intervenire su tutti i temi, abbia steso un velo di silenzio sulle persecuzioni dei cristiani nei paesi musulmani.

Secondo i critici, nonostante Giovanni Paolo II abbia chiesto il rispetto dei diritti umani , tra i quali la libertà religiosa, anche al mondo islamico, è l’aspetto del “dialogo a ogni costo” il tratto saliente, e non condiviso, della linea papale. Ma convinto dell’impossibilità di far progredire il dialogo tra religioni mediante strategie già usate in passato, Wojtyla ha ignorato queste critiche. Egli sembra ritenere che solo il gesto profetico, la prospettiva utopica, lo slancio mistico nutrito di un intensa spiritualità possano realizzare quell’obiettivo. A costo di umiliare la Chiesa facendosi carico delle colpe del passato, nella speranza che anche gli altri, a loro volta, ammettano prima o poi le proprie.

La linea papale sull’islam muta di tono sul tema della società multietnica. Qui Wojtyla afferma che occorre individuare principi etici di fondo capaci di regolare la convivenza all’interno di quel tipo di società. Per il papa le istanze culturali degli immigrati vanno rispettate e accolte; ma solo se non si pongono “in antitesi ai valori etici universali, insiti nella legge naturale, e ai diritti umani fondamentali”. Giovanni Paolo II ricorda che il diritto degli immigrati al riconoscimento giuridico di specifiche espressioni culturali è legato alla “valutazione del bene comune” in un dato momento storico e in una data situazione territoriale e sociale. Il richiamo permette al papa di sottolineare l’importanza del legame tra cultura e territorio. Per Woyitla occorre garantire a un territorio un certo “equilibrio culturale”, in rapporto alla cultura prevalente. Equilibrio che, nel rispetto dei diritti fondamentali delle minoranze, prevede la continuità di una determinata “fisionomia culturale”. Ovvero di quel patrimonio di lingua, tradizioni e valori che si legano generalmente all’esperienza della nazione e al senso della patria. Se ne deduce, ad esempio, che l’equilibrio culturale della “cattolica Italia” non debba essere alterato dalla presenza islamica.

Ma l’esigenza di “equilibrio culturale” di un territorio, ricorda Wojtyla – in questo quasi sconfessando il cardinale Giacomo Biffi, – non può essere soddisfatta con strumenti legislativi. Questi non sono efficaci se privi di fondamento nell’ethos della nazione; e sono destinati a cambiare quando una cultura perde forza. Per il papa occorre, invece, mantenere viva e vitale la cultura e l’identità cristiana della nazione. Solo così essa non verrà sopraffatta, mentre nessuna legge potrebbe tenerla in vita artificiosamente. La linea di Giovanni Paolo II sulla società multietnica è quella della sfida tra identità religiose forti, più che quella dell’Europa fortezza. Egli non invoca la legge ma il confronto sui valori, opponendo carisma a norma. Una linea legata più al suo personale carisma che alle convinzioni dei vertici della Chiesa italiana.
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Il libro:

Renzo Guolo, “Xenofobi e xenofili. Gli italiani e l’islam”, Laterza, Bari, 2003, pagine 182, euro 14,00.