(Vaticano) Card. Biffi: Da Cristo una cultura per la politica

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“La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso `la via, la verità
e la vita’ (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo di inoltrarsi con
maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al
Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della
Tradizione cattolica”. Cultura cattolica per un vero umanesimo

“La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso `la via, la verità
e la vita’ (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo di inoltrarsi con
maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al
Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della
Tradizione cattolica” (Nota dottrinale circa alcune questioni
riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita
politica n. 7).

Ci chiediamo: come si rapporta l’identità sostanziale e ovviamente
irrinunciabile dei credenti (che non ammette opinabilità e
diversificazioni) con “la legittima libertà dei cattolici di
scegliere, tra le opzioni politiche…, quella che secondo il proprio
criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune” (id. n.3)
(libertà che fatalmente poi conduce a un pluralismo comportamentale
e di schieramenti tra i fratelli di fede nella loro azione
pubblica)?

La questione è concreta, è ineludibile, e non è di agevole
soluzione.

La Nota della Congregazione per la dottrina della fede, nel passo
citato, ricerca la corretta determinazione del problema utilizzando,
tra l’altro, l’idea di “cultura”.

“Cultura” nel mondo moderno è vocabolo usatissimo e quasi mitico,
anche se non gli si assegna sempre e da tutti lo stesso contenuto
concettuale. Sicché una previa chiarificazione – una “explicatio
terminorum” – normalemente si impone.

Ai fini del nostro discorso, diciamo però subito che, quale che sia
il senso che di volta in volta viene preso in considerazione (almeno
tra quelli più comunemente accolti e adoperati), l’esistenza nonché
la legittimità semantica e non solo semantica di una “cultura
cattolica” è incontestabile. E anzi proprio nel dovere di
salvaguardare la “cultura cattolica” sta la risposta
all’interrogativo che qui ci intrattiene.

Si vuol dire che non basta a garantire l’obbligante identità del
cristiano impegnato in politica che egli custodisca una convinta
adesione agli articoli del Credo, rispetti la vita sacramentale, non
contesti il carattere vincolante dei comandamenti di Dio. Occorre
anche che resti fermamente e operosamente fedele a quella “cultura”
che in ultima analisi è in modo omogeneo derivata, entro la vicenda
ecclesiale, da Cristo e dal suo Vangelo; alla “cultura cattolica”,
appunto.

Anzi – ammonisce la Nota – “la necessità di presentare in termini
culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e
morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’ugenza non
procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora
culturale dei cattolici” (n. 7).

* * *

A dare consistenza a queste affermazioni di principio e qualche
utile articolazione al discorso, possiamo brevemente rilevare come
le principali accezioni di “cultura” nell’idea di “cultura
cattolica” trovino rispondenza e plausibilità.

Il significato originario (ma ancor oggi vivo) proviene da
un’immagine presa dal mondo agricolo: “cultura” viene a indicare
la “coltivazione dell’uomo” segnatamente nella sua realtà interiore.
Già Cicerone parla di un “cultus animi”.

Dal canto loro i discepoli di Gesù non hanno mai dimenticato che,
secondo il suo insegnamento, il primo e più vero “coltivatore
dell’uomo” è il Padre (cfr. Gv 15,1) sicché ogni antropologia è
autentica e davvero illuminante a misura che – almeno
oggettivamente, pur se non sempre intenzionalmente – si rifà al suo
disegno, nel quale l'”archetipo” di ogni umanità è stabilito nell’
Unigenito fatto uomo, crocifisso e risorto. Perciò il Concilio
Vaticano II ha potuto icasticamente asserire che “solamente nel
mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo”
(Gaudium et spes 22).

In questa prospettiva si capisce come mai proprio nell’ambito del
cristianesimo si sia configurato l’umanesimo più alto e meglio
motivato. Già l’antichità classica era arrivata a proclamare: “Molte
cose sono mirabili al mondo, ma l’uomo le supera tutte” (Sofocle,
Antigone, coro del primo stasimo). Il cristianesimo accoglie e
assimila l’umanesimo greco, e trasfigurandolo lo trascende sino a
farne il senso, anzi la prima e immediata finalità di tutte le cose
visibili, come si evince da quanto scrive sant’Ambrogio: “L’uomo è
il culmine e quasi il compendio dell’universo, e la suprema bellezza
dell’intera creazione” (Exameron IX, 75).

E’ dunque parte eminente e caratterizzante della “cultura cattolica”
una antropologia tipica e inconfondibile. E’ un’antropologia che
certo potrà anche almeno parzialmente convenire con ogni altra
attenzione umanistica, purché questa sia sana e fondata sui reali
valori – dovunque si trovino – di verità, di giustizia, di bellezza,
dei quali l’animo umano si nutre e si adorna: coi quali, possiamo
dire, “si coltiva” (come già aveva intuito il mondo classico). Ma
non potrà mai identificarsi o anche solo assimilarsi a nessuna
visione dell’uomo che effettivamente contraddica o si distacchi
dall’ “archetipo” di ogni umanità, che è “l’uomo Cristo Gesù” (cfr.
1 Tm 2,5).

Proprio l’esistenza di questo “archetipo” consente e impone di
difendere l’uomo da ogni manipolazione e da ogni asservimento, e
arruola ogni credente a combattere ogni attentato all’immagine viva
di quel Signore dell’universo, nel quale siamo stati progettati.

Ovviamente la “coltivazione cristiana dell’uomo”, se non vuol
restare soltanto un’astratta affermazione di principio, deve avere
anche i mezzi per il raggiungimento dei propri compiti, e
particolarmente per la formazione delle nuove generazioni. Il
cattolico impegnato in politica non lo dovrà dimenticare.

* * *

Lungo il secolo ventesimo si è diffusa e si è imposta un’altra e ben
diversa accezione di “cultura”. In essa “cultura” viene a indicare
un sistema collettivo di valutazione delle idee, degli atti, degli
accadimenti, e quindi anche un complesso di “modelli”
comportamentali. Ogni “cultura” intesa così suppone anche una “scala
di valori” proposta e accettata entro un determinato raggruppamento
umano. Così si è potuto e si può parlare, per esempio, di
una “cultura positivista”, di una “cultura idealista”, di
una “cultura marxista”, di una “cultura radicale”.

Che esista, tra le altre, anche una “cultura cristiana” secondo
questo significato, e sia per il credente necessaria e
irrinunciabile, potrebbe essere negato solo da chi volesse ridurre
il cristianesimo a esteriorità folkloristica o quanto meno a un puro
fatto di coscienza senza alcuna risonanza nella testimonianza
esteriore e nella vita.

In questo campo il discepolo di Gesù potrà talvolta rallegrarsi di
concordanze inattese con i non credenti, nella difesa di qualche
principio etico o in qualche scelta operativa. Egli anzi ascolterà
con rispetto e con sincero interesse le opinioni di tutti perché non
dimentica che, come ripete più volte san Tommaso, “omne verum a
quocumque dicatur a Spiritu Sancto est” (I-II, q.109, a.1, ad
1: “Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo”).

Ma più frequentemente dovrà registrare – e in special modo quando si
tratta di problemi sostanziali che toccano la natura e la dignità
dell’uomo – dissonanze e incompatibilità. E’ molto difficile che
convergano sulla stessa scala di valori coloro che affermano e
coloro che negano un disegno divino all’origine delle cose; coloro
che affermano e coloro che negano una vita eterna oltre la soglia
della morte; coloro che affermano e coloro che negano l’esistenza di
un mondo invisibile, di là dalla scena variopinta e labile di ciò
che appare. Il credente dedito alla vita pubblica dovrà affrontare a
occhi aperti, con serenità e con fermezza di convinzioni, le
inevitabili tensioni tra le diverse “culture” che di fatto
coesistono in una società pluralistica.

Senza dubbio, vivendo in un’umanità culturalmente multiforme e
dovendosi comportare nell’attività pubblica secondo i dettami
irrinunciabili del metodo democratico, il credente sarà spesso
indotto a una volontà di mediazione e alla ricerca di posizioni
pratiche condivisibili anche dagli altri; addirittura condivise
dalla maggioranza, auspicabilmente, in modo da consentire
un’effettiva attuazione. La politica, si usa dire, è l’arte del
compromesso. La Nota della Congregazione offre opportune indicazioni
perché tali “compromessi” possano essere ritenuti accettabili da una
retta coscineza.

In ogni caso, bisogna far attenzione a non estendere – nell’ansia di
arrivare più facilmente e più presto a conclusioni operative –
l’atteggiamento di mediazione (che può essere ammissibile
nel “momento politico”) anche al “momento culturale”, a scapito di
una identità che non deve mai essere messa in pericolo.

* * *

C’è un terzo significato di “cultura” che, dal linguaggio delle
discipline etnologiche si diffonde a partire dalla metà del secolo
XIX. “Cultura” è tutto ciò che è espresso da una determinata gente e
da essa riconosciuto come proprio: la mentalità, le istituzioni, le
forme di esistenza e di lavoro, le consuetudini, i prodotti
dell’ingegno e dell’abilità manuale. In questo senso si può parlare
di “cultura africana”, “cultura contadina”, eccetera.

Esiste una “cultura cattolica” intesa così? Esiste, perché esiste e
deve esistere un popolo cattolico, con buona pace di chi ritiene che
una cristianità non ci sia più e non ci debba essere. La cristianità
odierna potrà anche essere di minoranza, diversamente da quella di
qualche secolo fa, ma non per questo deve essere meno vivace e meno
inequivocabilmente caratterizzata. E non potrà mai delinearsi come
realtà priva di continuità nel tempo, senza premesse e senza radici;
né come qualcosa di puramente intellettuale, senza manifestazioni
socialmente rilevabili. Ciò che non è socializzabile, e non diventa
mai socializzato, a poco a poco perde di rilievo nella
consapevolezza delle persone semplici e comuni; e alla fine si
estingue.

Del resto, anche l’atto di fede – per intrinseco dinamismo – chiede
di investire e trasformare tutto l’uomo in tutte le sue dimensioni:
non solo personali e familiari, ma anche sociali.

Nei duemila anni della nostra storia, molti contributi decisivi dati
all’elevazione dell’uomo e molti tra i frutti più nobili e preziosi
dello spirito in tutti i campi (filosofia, letteratura, arti
figurative, musica, diritto, eccetera) portano evidenti in sé i
segni della visione cristiana.

Tra i compiti del cattolico politicamente impegnato c’è anche quello
di tutelare, far conoscere, far apprezzare – anche al servizio di un
vero umanesimo – questo nostro impareggiabile “tesoro di famiglia”.

Card. Giacomo Biffi
Arcivescovo di Bologna