Un generale dell’Europa cattolica del Seicento

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\"\"Padre Berardo ROSSI Ofm, Raimondo Montecuccoli, Un cittadino dell’Europa del Seicento, Edizioni DIGI GRAF, Pontecchio Marconi 2002, pag. 605, ISBN: 8890219823, Euro 25

 


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Per gli amanti della storia cattolica e militare dell’Europa del ’600 è sicuramente di grande interesse la lettura del volume dedicato a Raimondo Montecuccoli, celebre generale modenese al servizio del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica incarnato dalla Casa d’Asburgo negli anni torbidi delle guerre ai Turchi invasori d’Europa e delle lotte intestine e religiose che condussero alla Guerra dei Trent’anni.

Nato da nobile famiglia in rovina del Ducato di Modena nel 1609, Raimondo Montecuccoli passerà alla storia come il Feldmaresciallo Comandante dell’armata cristiana-imperiale che nel 1664, in Austria nei pressi di Graz sconfisse l’armata turca del sultano Maometto IV in marcia su Vienna, determinando il ritiro degli eserciti degli ottomani dai Balcani.

In verità, come sottolinea lo storico Raimondo Luraghi nell’introduzione all’opera di padre Rossi, si è sempre evidenziata la mancanza di una biografia organica del grande condottiero italiano, che fino al termine dell’Ancien Regime fu preso ad immagine ed esempio dai vertici della casta militare europea per le sue doti di fine stratega, storico, umanista. In Italia purtroppo non depose a favore del Feldmaresciallo Luogotenente Comandante Generale delle armate asburgico-imperiali (titolo acquisito dal Montecuccoli nel 1661 per grazia dell’imperatore Leopoldo I) il fatto di aver servito con convinzione alla Corte di Vienna, specialmente nell’Ottocento, quando il Risorgimento italiano individuò – con giudizio antistorico, come bene annota Luraghi – nell’Impero Austriaco il nemico stranero oppressore su cui far convergere i leit motiv demagogici di mobilitazione della borghesia e delle masse. Da ciò derivò l’eclissi degli studi sul Montecuccoli, il quale in verità si meritò fama ed onore per essere stato uno dei più autorevoli interpreti della vita intesa come missione militare al servizio della causa della fede cristiana.

Infatti il generale modenese è tra i più eroici condottieri delle armate imperiali nel corso della Guerra dei Trent’anni, cavalcando attraverso tutti i campi di battaglia dell’Europa centrale e rendendosi partecipe della difesa di Vienna dall’attacco degli eserciti degli Stati protestanti coalizzati con la Francia contro il Sacro Romano Impero.

Ancora: sarà nominato diplomatico personale dell’imperatore Ferdinando III nel 1653, con la missione importantissima di sostenere e condurre la regina Cristina di Svezia alla conversione al Cattolicesimo, ripudiando la religione protestante che aveva oramai conquistato tutto il nord Europa e la Scandinavia in particolare: Raimondo di Montecuccoli sarà uno dei cinque testimoni dell’evento dell’abdicazione della regina e della sua conversione a Bruxelles nel 1654. Tutto ciò viene narrato con tono divulgativo e apprezzabile nel libro di padre Rossi, presentando l’affresco di una società cosmopolita e multiculturale dove tuttavia l’elemento identificativo collante dell’Impero era la fede cattolica che permeava ogni manifestazione dell’agire umano.

Fonte: CR n.1155 del 28/8/2010

Pubblichiamo di seguito il cap. 13 dell\’opera: "Della guerra col turco".

XIII – DELLA GUERRA COL TURCO

L\’eco antica delle Crociate: Islam e Cristianesimo, contrapposizione fra due religioni e due civiltà * I due mondi sentono l\’imminenza dello scontro armato * I Balcani zona di confine * L\’impero ottomano (turco) * L\’organizzazione turca del potere * Gli Asburgo di Vienna, titolari del Sacro Romano Impero, a capo della cordata cristiana * Raimondo Montecuccoli nominato governatore di Gyor e successivamente comandante in capo della coalizione cristiana * Il comando dell\’armata turca affidato al Gran Visir Fazil Ahmed Koprulu * Difficoltà nel comando cristiano per l\’eterogeneità dei contingenti * I precedenti: Belgrado (1456) e Lepanto (1571) * Le due catene di fortificazioni * Tattica temporeggiatrice * Finanziamenti e indulgenze * Lo scomodo coalizzato Miklos Zrinyi * La stasi dell\’inverno 1663-1664 * Montecuccoli alla Dieta di Regensburg all\’inizio del 1664 * Manovre di avvicinamento per lo scontro finale.

 

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In secoli lontani dall\’epoca di Raimondo Montecuccoli la contrapposizione fra Cristianesimo e Islam aveva trovato cruenta espressione nelle Crociate.

Da allora, nella fisionomia islamica agli elementi dell\’etnia araba si erano sovrapposti – come in dissolvenza ­ quelli dell\’etnia turca. Dal momento della conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II (1453), la punta di diamante dell\’Islam contro la Cristianità era diventato l\’impero ottomano. "Otto mano" dal nome di Uthman ­ chiamato anche Osman – che era stato il capo di un gruppo di tribù di remota origine mongolo-tartara, la quale, attorno al 1300, aveva fondato nell\’Anatolia nord-occidentale il primo nucleo di una nazione che sarebbe diventata un impero. Il nome di "Turchi" venne da una delle tribù di Uthman, quella dei "turkut", dei \’\’forti\’\’. Costantinopoli, capitale di un nuovo impero, aveva anche cambiato nome, diventando Istanbul (corruzione turca delle parole greche eis ten polin, alla città: la convergenza del mondo verso l\’ingresso alla "città" per eccellenza).

Dopo la conversione pressoché totale delle sue popolazioni all\’Islam, l\’impero ottomano aveva raggiunto l\’apogeo nel secolo XVI con Solimano II (1520-1566), il "Magnifico", il "Legislatore". L’impero si estendeva dai Balcani all\’Asia Minore e alle coste meridionali del Mediterraneo; era la prima potenza europea, con la più grande armata e la sua flotta dominava i mari, da Gibilterra al Golfo Persico fino al Mar Rosso. La "tenaglia ottomana" comprendeva l\’Algeria, la Tunisia, la Tripolitania, il Fezzan, l\’Egitto, l\’oltre Mar Rosso con lo Hegiaz, giù fino alla Mecca; poi – salendo verso il nord – la Siria (comprendente la Palestina con Gerusalemme), l\’Iraq, il Kurdistan, l\’Armenia, l\’Azerbaigian, l\’ Anatolia, la Grecia, l\’Albania, la Bulgaria, la Serbia, la Valacchia, la Bosnia, la Transilvania e il gruppo di piccoli stati a nord del Mar Nero.

Sovrano dell\’impero era il sultano, che univa alla qualifica di supremo monarca politico l\’investitura per i musulmani di "capo-condottiero dei Credenti". I suoi decreti "imponevano ubbidienza al mondo intero"; egli era "l\’ombra di Dio sulla terra", amministratore della giustizia nell\’ultima istanza (legato unicamente all\’osservanza dei precetti della legge islamica, la sharia).

Centro del potere il palazzo di Costantinopoli dove abitava il sultano, un complesso formato da numerosi edifici chiamato Topkapi, all\’ingresso del Corno d\’Oro, davanti alla grande basilica bizantina di Santa Sofia, trasformata in moschea. Attorno a Topkapi correva una cinta di mura che ne faceva una cittadella fortificata, alla quale si accedeva attraverso tre porte monumentali (la porta Augusta, la porta della Salvezza, la porta della Felicità) che introducevano a una serie di cortili circondati da edifici. I primi cortili formavano la parte pubblica del palazzo, nella quale tutti potevano entrare. La porta della Felicità si apriva sul quartiere privato del sultano.

Il concetto di "porta" era basilare nel simbolismo dei Turchi, che l\’avevano espresso anche nel nome della loro capitale, e la "porta" d\’accesso a Topkapi diventò sinonimo di Topkapi, sinonimo del potere centrale dell\’impero ottomano. Gli ambasciatori presso il sultano si chiamavano "residenti presso la Porta", presso "la Sublime Porta".

Oltre la famiglia del sultano (comprendente l\’harem), a Topkapi avevano sede gli organi di governo e la guardia del corpo del sultano, formata da Giannizzeri e Spahis, prevalentemente cristiani fatti schiavi e costretti ad abbracciare l\’Islam e il mestiere delle armi, con la contro partita di un trattamento economico di alto livello. Anche parecchi alti funzionari del sultano erano bambini cristiani strappati alle loro famiglie, cooptati forzosamente all\’Islam e preparati ai compiti amministrativi con una istruzione accuratissima.

Topkapi era reggia, fortezza, santuario, il cervello dell\’impero, il cuore dell\’Islamismo, dove – avrebbe osservato Edmondo De Amicis due secoli dopo l\’epoca di Montecuccoli – "girava l\’elsa della spada immensa che balenava falcata sul capo di cento popoli".

Gli organi di governo – pressappoco i ministeri – erano presieduti da Pascià ("capi"). Coordinatore di tutte le attività era il Gran Visir, "alter ego" del sultano, suo naturale delegato e rappresentante, primo ministro, spesso comandante supremo dell\’esercito e della flotta.

La forza dell\’impero ottomano era fondata sull\’autocrazia del sultano; sulla buona organizzazione burocratica e fiscale; sull\’efficienza delle forze armate, di impianto professionistico, bene finanziate, bene armate e bene addestrate.

Raimondo Montecuccoli – cattolico di ferro – era per sentimento agli antipodi dell\’Islam, ma, da militare e da uomo di stato, aveva dell\’impero turco una considerazione tanto alta che per alcuni aspetti raggiungeva l\’ammirazione. Si trovano nei suoi scritti ripetute conferme di queste valutazioni.

 

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La zona calda dell\’attrito fra il mondo cristiano e il mondo islamico s\’era trasferita dal Mediterraneo ai Balcani, dove passava la linea virtuale Istanbul­Vienna, capitali rispettivamente dell\’impero ottomano (Maometto) e del Sacro Romano Impero degli Asburgo (Cristo).

Gli storici sanno quanto sia semplicistica questa schematizzazione, e anche i fatti che ci accingiamo a raccontare lo dimostreranno. Ma è certo che nel subconscio collettivo cristiano rimaneva il sogno della riconquista di Gerusalemme, con il "Dio lo vuole!" di Pietro l\’Eremita. Come è certo che nell\’inconscio dei Musulmani covava il sogno della conquista di Roma che essi chiamavano "Kizil Elma", la Mela Rossa, la vera capitale del mondo. Nei piani strategici dei Turchi di quei secoli era previsto che alla conquista di Vienna sarebbe seguita una brusca digressione verso sud, lo scavalcamento delle Alpi, la corsa verso la valle del Tevere … Abbiamo avuto occasione di parlare del ciclopico "Forte Urbano" di Castelfranco, vicino a Modena, costruito al centro dell\’Emilia da Urbano VIII: voleva essere una lungimirante precauzione del pontefice per la difesa dell\’Urbe …

È certo che nella campagna militare contro i Turchi Raimondo Montecuccoli si sentì "collega" di Goffredo di Buglione; come è significativo che a San Gottardo, il monumento eretto su una collinetta nella zona della battaglia decisiva del 1° agosto 1664, ci sia un pannello composto da lapidi di pietra su cui è rappresentato lo schieramento delle due armate, coi reparti indicati da piccoli riquadri che portano rispettivamente il segno della croce e il segno della mezzaluna.

Due secoli prima un esercito cristiano aveva bloccato i Turchi – in espansione spettacolare verso il nord – nella battaglia di Belgrado (21 luglio 1456). Memorabile fatto d\’armi (anche perché l\’ala destra dello schieramento cristiano – di cui era capo l\’eroe nazionale ungherese Jànos Hunyadi – fu trascinato all\’assalto da un frate, il francescano San Giovanni da Capestrano), ma praticamente ininfluente, dato che la marea ottomana aveva ripreso qualche anno dopo a salire: nel 1521 la mezzaluna svettava di nuovo sui pinnacoli di Belgrado.

Nel 1529 i Turchi arrivarono sotto le mura di Vienna e circondarono la città, guidati dal sultano Solimano I. Era un\’armata di 100.000 uomini, che costrinsero i 20000 del presidio ad arroccarsi nella cittadella della capitale dell\’Impero, ad aspettare il peggio, respingendo con valore e fortuna tutti gli assalti. L’assedio durò dal 27 settembre al 15 ottobre, quando il sultano, visto inutile ogni sforzo di avere il sopravvento sui difensori e spinto dalla necessità di raggiungere le zone meridionali dei Balcani prima dell\’arrivo della cattiva stagione per fissarvi i "quartieri d\’inverno", levò le tende e si incamminò verso il sud, con il suo sterminato esercito. Comunque, in conseguenza della campagna di Solimano I, l\’area cristiana a sud dell\’Impero asburgico si era fortemente contratta.

Dopo essere stati piegati sul mare a Lepanto nel 1571, i Turchi avevano ripreso la pressione a terra, nei Balcani, per conseguire la "soluzione finale", cioè coll\’obiettivo di conquistare Vienna, di attraversare le Alpi e di presentarsi sotto le mura di Roma.

Nelle zone annesse strappate all\’Impero asburgico nei Balcani, gli Ottomani usavano una politica morbida. Il territorio era diviso in feudi, amministrati da alti funzionari (spesso di origine greca o slava). Finché pagava le tasse e accettava la sovranità del sultano di Costantinopoli, la gente viveva indisturbata e non era costretta ad abiurare il Cristianesimo. È da tenere presente questo particolare aspetto della situazione, per capire come la popolazione del teatro della guerra non avesse alcun sentimento di irredentismo; come fosse sostanzialmente indifferente agli alti ideali e, in sostanza, cercasse solo di ridurre al minimo i danni del flagello della guerra, da qualunque parte la guerra venisse.

Comunque all\’inizio degli anni Sessanta del secolo XVII, a novant\’anni da Lepanto, nelle due grandi aree contrapposte (cattolica e ottomana) si riviveva la psicosi dell\’imminenza e dell\’ineluttabilità dello scontro armato. Il papa Alessandro VII era sceso in campo come animatore e coordinatore dell\’ennesima Crociata: aveva messo in atto una pressante azione diplomatica presso tutte le nazioni e gli stati cattolici; aveva utilizzato la capillare organizzazione della Chiesa per stimolare i fedeli alla condivisione ideologica e al concorso finanziario; era intervenuto con cospicue sovvenzioni agli stati più esposti a contraccolpi negativi da parte della Turchia e degli altri stati islamici; aveva interpellato direttamente tutti coloro che riteneva obbligati a combattere la santa battaglia. Si venne formando, con notevole celerità, una grande coalizione fra gli stati e i principi cattolici (con qualche appendice nell\’area della Riforma), più o meno entusiasti, più o meno coerenti, più o meno concretamente partecipanti … Il confronto con i Turchi si configurò come un\’emergenza della Cristianità.

L\’arroventamento ideologico contagiò specularmente l\’impero ottomano, i suoi alleati, tutta l\’area islamica, dall\’Asia al Mediterraneo.

Nessuno dei due blocchi fece mistero della mobilitazione generale sul piano logistico militare e gli slogans più radicali – derivati dall\’ancestrale sedimentazione del concetto di "guerra santa" – volarono di campanile in campanile, di minareto in minareto.

Nel 1660 l\’imperatore mandò a Roma un ambasciatore speciale per illustrare nei dettagli la minaccia turca ai confini e per sollecitare contromisure adeguate. Il papa, Alessandro VII, assicurò di essere sensibilissimo al problema: confermò la sua intenzione di continuare a promuovere la costituzione e l\’allargamento della lega fra gli stati cristiani che ricalcasse quella vittoriosa di Lepanto e a questo proposito comunicò di aver dato istruzioni imperative a tutti i Nunzi presso le corti europee, come di aver chiesto in tutte le diocesi ai vescovi e ai preti di parlare dai pulpiti. Infatti il pontefice aveva imposto nello Stato pontificio e autorizzato-ordinato negli altri stati tassazioni ad hoc, sotto la forma di incremento delle decime ecclesiastiche.

 

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Lo scontro fra i due mondi si ufficializzò per la contesa sulla sovranità della Transilvania. La Transilvania (ad est dell\’Ungheria, a sud della Polonia) era una regione cuscinetto fra il mondo ottomano e gli stati europei, dell\’area, rumena ma etnicamente composita, che si era costituita in entità autonoma nel secolo XV e che, sotto la guida di principi accorti (i "voivoda"), aveva saputo barcamenarsi in una politica di compromesso fra Vienna e Costantinopoli. Tanto gli Asburgo quanto la Sublime Porta consideravano la vicina Transilvania un "protettorato": i primi per antichi vincoli storici; il sultano perché in effetti l\’onda di espansione ottomana aveva raggiunto la zona, creando situazioni di rapporto e di dipendenza commerciale, amministrativa e – per molti aspetti ­ politica. Come racconta Montecuccoli 97, la scintilla che fece scoppiare l\’incendio fu il fatto che il "voivoda" di Transilvania Gyorgy Rakòczy – nella Guerra del Nord (1655 – 1660) – attaccò la Polonia (in crisi per l\’invasione degli Svedesi) "contra \’l divieto della Porta". L’esercito turco entrò in Transilvania e sostituì Rakòczy con personaggi più docili, avvicendandone due o tre in qualche mese, fino a conferire nel 1661 il principato a Mihaly Apàffy, con la qualifica di vassallo della Porta. La corte di Vienna non poteva tollerare questo indebito allargamento della presenza turca ai confini dell\’Impero, e interpretò l\’episodio – correttamente – come un preliminare della campagna per la conquista di Vienna. Dall\’incidente si passò alla guerra dichiarata fra l\’ impero turco e la lega delle nazioni cristiane.

 

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Terminata la campagna del nord, che venne archiviata nel 1660 con "la pace di Oliva", Raimondo Montecuccoli aveva pensato di potersi dedicare – come lui desiderava – all\’amata Hohenegg e all\’amatissima famiglia. Nel castello aveva già finito la costruzione della torre della porta centrale: molti altri lavori attendevano di passare dal progetto alla realizzazione. Quanto alla famiglia, sua moglie stava avvicinandosi al secondo parto e l\’austero capitano veniva lambito da onde di insolita tenerezza, che lo sospingevano lontano dalle armi …

Ogni progetto però andava posposto alla volontà dell\’imperatore, che pregò Montecuccoli di trattenersi qualche tempo in Boemia per riorganizzare e ricompattare l\’esercito asburgico, che (come Montecuccoli andava predicando da sempre) ne aveva bisogno davvero. La fine della guerra aveva determinato uno sfaldamento nei reparti mancanti di una solida struttura interna, colpiti – dai gradi minimi ai massimi – da una drastica e ingiustificata riduzione della paga, spaventati dall\’imminenza dell\’attacco dei Turchi, penalizzati da vistose defezioni di ufficiali\’ (aveva "abbandonato il campo" anche il cappellano-capo dell\’esercito, un gesuita, che s\’era dato al vino e poi a una donna, che aveva sposato, rifugiandosi per evitare grane in zona protestante).

Raimondo Montecuccoli si stabilì a Praga (cosa che non dispiacque certo alla moglie) e si dedicò con la solita energia ai compiti affidatigli dall\’imperatore. Ridusse il numero dei reggimenti per poterne fare, unendoli, delle formazioni a pieni effettivi. Ripristinò energicamente la disciplina; si preoccupò di uniformare la dotazione di armi della truppa; effettuò radicali migliorie nel soldo e negli approvvigionamenti alimentari. Rinforzò con uomini e armi il reggimento di corazzieri di cui era proprietario.

Nel novembre 1660 nacque la figlia Carlotta Polizena. Il padre filosoficamente rimandò al successivo parto l\’arrivo del maschietto, che potesse essere l\’erede.

Nel dicembre 1660 morì Luigi Gonzaga, generale asburgico governatore di Gyor e comandante delle truppe imperiali della zona. L’imperatore nominò Raimondo Montecuccoli suo successore. Gyor era una città (in tedesco Raab; al tempo di Montecuccoli chiamata comunemente Giavarino), nel nord dell\’Ungheria, a metà strada fra Vienna e Budapest, qualche decina di migliaia di abitanti (ora ne ha 130.000), capoluogo del comitato omonimo di Gyor, detta la "città dei quattro fiumi" [Holt-Marcal, Raab, Ribca, confluenti nel Mosoni­Duna (Piccolo Danubio)]. Per la sua posizione, importantissimo punto strategico nel momento in cui si percepiva l\’inevitabilità e l\’imminenza di uno scontro senza rivincita fra l\’Impero asburgico e l\’impero ottomano. Città sede vescovile, con una bella cattedrale, un bel castello attiguo, sede del vescovo-feudatario; con fortificazioni notevoli, posizionate sul tracciato delle poderose mura cittadine, opera di architetti italiani. Città culturalmente molto importante con scuole ungheresi, tedesche, serbe. Con un ginnasio fondato e condotto dai Gesuiti, al quale potevano accedere studenti delle varie etnie.

Montecuccoli fu molto gratificato dalla nomina; per due motivi: primo, era una dimostrazione al massimo livello di stima e di fiducia da parte dell\’imperatore; secondo, l\’appannaggio del governatore di Gy6r era molto alto (2000 fiorini all\’anno) e i soldi facevano comodo a Montecuccoli per la famiglia e per il castello di Hohenegg (particolarmente graditi dopo le apprensioni che aveva avuto per la decurtazione dello stipendio da parte dell\’esercito, di cui abbiamo parlato).

Non appena avuto la nomina, Montecuccoli decise di partire per Gyòr. Si fermò a Vienna (febbraio 1662) dove si incontrò con l\’imperatore, insieme a Raduit De Souches, che aveva il comando dei reparti militari dell\’ Impero dislocati al sud, a contatto con le zone ottomane o comunque sotto l\’influenza della Porta. Nel corso del convegno furono scambiati informazioni e pareri; l\’imperatore comunicò le linee che i due generali avrebbero dovuto seguire.

Nei pochi giorni di permanenza a Vienna Raimondo Montecuccoli ebbe fra i piedi anche una delegazione del duca di Modena, che si trovava sulle rive del Danubio per chiedere all\’imperatore la definizione di due "importantissime questioni". Il monarca di Vienna era la punta di spillo dell\’ordinamento feudale. Ogni investitura e ogni caratterizzazione del potere aveva legittimazione da lui. Francesco II d\’Este (duca ancora sotto la tutela della madre Laura Martinozzi) chiedeva all\’imperatore l\’avallo per l\’acquisizione al territorio e alla giurisdizione degli Estensi della cittadina di Correggio.

Seconda richiesta del duca: essere autorizzato ad usare il titolo di "serenissimo". Nel Seicento queste cose avevano importanza. Era accertato che il re aveva diritto al titolo di maestà, come il duca di eccellenza (eccellentissimo Signore). Il titolo "serenissimo" era una sfumatura di nobiltà intermedia – un po\’ meno del re; un po\’ più del duca -, che doveva avere la sua regolare autorizzazione. Il duca di Modena accettava che la gente lo chiamasse "Altezza Serenissima", come un non laureato accetta oggi di essere chiamato dottore (si vedano le lettere di Anna Bigi Montecuccoli al duca, riportate nel capitolo V), ma avere l\’avallo di "Cesare" era altra cosa …

Montecuccoli – con la mente fissa alla "guerra col Turco" – non poteva occuparsi molto di queste faccende, ma non poteva neanche abbandonare a se stessa la delegazione della sua patria, che, fra l\’altro, era guidata da un suo parente, il marchese Giambattista Montecuccoli Laderchi. Per l\’importante negoziato pagò anche uno scotto personale. Ecco come. La delegazione estense aveva portato da Modena alcuni doni per l\’imperatore, veramente degni di provenire da una "Altezza Serenissima": due cavalli di razza (Riccio e Pomposo), con selle e finimenti di grande pregio; più alcuni quadri dipinti da Antonio Allegri (come si sa detto il Correggio: correlazione con i compiti dell\’ambasceria … ). Nel viaggio Pomposo si azzoppò e alcuni quadri si deteriorarono. Il cavallo fu sostituito con Grigio (che era destinato dal duca a Montecuccoli) e i quadri del Correggio danneggiati furono sostituiti da pezzi di Durer e di altri maestri, trovati sulla piazza di Vienna da Montecuccoli (che dovette prestare parte del denaro occorrente per l\’acquisto).

 

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All\’inizio del 1661 Raimondo Montecuccoli era insediato a Gyòr ed era alle prese con i problemi del suo incarico: sostanzialmente coi preliminari della guerra contro i Turchi.

I Turchi si erano ormai assicurate tutte le posizioni militari in Transilvania. Di contro Montecuccoli ebbe molte difficoltà a fare entrare soldati nelle zone del suo governatorato (che coincideva con la "zona di guerra"), nonostante si trattasse di regioni cattoliche. Il Palatino d\’Ungheria Ferenc Veséleny di Hadad disse a Montecuccoli: "Io vi posso fare entrare, ma nessuno vi può garantire che potrete uscire da questo paese. Se riuscirete a vincere i Turchi, le malattie, la sfortuna, dovrete poi fare i conti con le falci e i bastoni dei contadini che non ne possono più di soldati assatanati, senza disciplina e senza freno".

Nella primavera del 1661 Montecuccoli aveva già fatto costruire un ponte sul Danubio e aveva impiantato un campo-base a sud di Totis. Era il primo delinearsi di un\’idea strategica semplice e logica. Ma i militari da tavolino di Vienna non volevano perdere il loro protagonismo: Montecuccoli fu generosamente messo al corrente della preziosa informazione che "una medicina deve essere utilizzata dove il male è peggiore"; dalla Cancelleria asburgica gli vennero anche impartite lezioni di tattica spicciola, e gli fu imposto di trasferire le truppe dal nord-Ungheria verso Schiffsbrucke.

La "direttiva superiore" era fortemente patrocinata a Vienna dal principe Janos Kemény. Janos Kemény era il personaggio che i Turchi avevano creato principe di Transilvania in sostituzione di Rakòczy. Kemény s\’era immediatamente schierato con l\’Impero e i Turchi lo avevano sostituito a sua volta – come s\’è detto – con Mihàly Apàffy, costringendo Kemény a riparare nei territori controllati dalla coalizione cristiana. Con alcuni soldati rimastigli fedeli, l\’e­. sule s\’era unito all\’armata imperiale e Montecuccoli gli aveva lasciato il comando di un piccolo contingente. Naturalmente Kemény era impaziente di tornare in Transilvania.

I disagi della marcia non programmata furono molto forti e il morale dei soldati non ne veniva certo confortato. Il malcontento si estendeva dai portatori di picca agli ufficiali superiori. Gli stallieri, dovendo approvvigionarsi del foraggio senza avere i soldi per pagarlo, correvano ogni giorno il rischio di essere infilzati dai forconi dei coloni.

Durante il trasferimento verso sud­est, arrivò a Montecuccoli la notizia che Alì Pascià avanzava con 60000 uomini verso la regione di Maramaros e i dintorni di Munkacs (Munkacevo). Montecuccoli accelerò la marcia della cavalleria e dell\’artiglieria e il 18 agosto 1661 si trovava già a sud di Tokaj.

Alle prime voci di una marcia dell\’esercito imperiale, i Turchi si ritirarono e gli abitanti della regione ringraziarono Dio (però la città di Kaschau (Kosice) si rifiutò di accogliere dentro le proprie mura i soldati imperiali).

Il 17 settembre 1661 gli informatori comunicarono che i Turchi avevano abbandonato Siebenburgen. Montecuccoli poté tranquillamente marciare verso nord-ovest, fino a Theiss. Era ora, perché l\’esercito era stremato; uomini e cavalli esausti e denutriti; molti gli ammalati. Nella cerchia ristretta della "famiglia" di Montecuccoli, la dissenteria si era portata via il cappellano, i servitori, i paggi, gli stallieri e i cuochi!

Il 1° novembre 1661 Montecuccoli si accampò a Szamos, il 5 dicembre era davanti a Tokaj, il15 dicembre a sud di Kaschau. Qui concordò con i magnati ungheresi l\’assegnazione ai soldati dei quartieri invernali.

Il principe Kemény condusse in modo parallelo a Montecuccoli la marcia verso i quartieri invernali coi suoi reparti. La ricca città sàssone di Bistrita (Bistritz) si rifiutò di abbassare i ponti levatoi davanti ai 400 cavalieri superstiti della sua armata e li costrinse ad allontanarsi, bersagliandoli dai bastioni. Intervenne Montecuccoli, assegnando anche a Kemény 2000 soldati dell\’esercito imperiale, sotto il comando di un colonnello veterano. Era inteso che Kemény sarebbe stato tranquillo, in attesa degli ordini di Montecuccoli, per integrarsi nella manovra generale della coalizione antiturca, non appena la stagione avesse consentito di riprendere la campagna. Ma Kemény, sempre col fuoco sotto i piedi, riuscì a star quieto solo qualche settimana, dopo di ché, col suo piccolo esercito, attraversò i confini dell\’amata Transilvania. Lo poté fare con relativa facilità, perché – data la stagione ­ nessuno si aspettava potesse comparire. Ebbe anche buona accoglienza dalla gente; ma, purtroppo, il 23 gennaio 1662, in uno scontro con un reparto turco a Schassburg, cadde sul campo.

Verso la metà del mese di gennaio 1662 avevano cominciato a muoversi anche le truppe imperiali. Montecuccoli ne fissò un primo raduno a Kaschau, dove il comandante in capo constatò la totale divaricazione fra il sentimento nazionale ungherese e la politica dell\’Impero: il sindaco di Kaschau – come appurò il "controspionaggio" di Montecuccoli – era in contatto continuo con i Turchi. Il consiglio dei maggiorenti della città dichiarò apertamente a Montecuccoli che la città desiderava solo che i soldati se ne andassero al più presto. Episodi di un disagio latente, ma acuto. Ci furono vari ricorsi all\’imperatore, il quale chiese a Montecuccoli una dettagliata "perizia" sul problema ungherese, che produsse l\’opera "Annotazioni per le congiunture presenti dell\’Ungheria e Transilvania" 98.

In questo contesto di episodica d\’attesa, nei primi mesi del 1662 si inserì un attacco agli Imperiali da parte di Mihaly Apàffy, il personaggio mediocre messo a capo della Transilvania dai Turchi, che, nell\’occasione, fu sconfitto dal colonnello David Radani.

L\’imperatore Leopoldo I convocò sul problema Ungheresi-Turchi una Dieta a Pressburg, dal 1° maggio al 9 settembre 1662. In questa Dieta trovarono posto anche contatti diplomatici coi Turchi (delegazione guidata da Alì Pascià, proveniente da Temesvar). Gli strateghi della cancelleria di Vienna, come segnale di buona volontà rivolto agli emissari della Porta, alleggerirono la presenza dei contingenti imperiali in Ungheria, cosa che contrariò acerbamente Montecuccoli, il quale non credeva alla buona fede dei Turchi. Le trattative si risolsero in una bolla di sapone e l\’imperatore, chiusa la Dieta, lasciò che nella zona geograficamente calda, fra l\’Impero e i territori della Porta, i gruppi militari provenienti da varie parti e varie entità del mondo occidentale si posizionassero autonomamente, col coordinamento al vertice – molto spesso nominale – del governatore di Gyòr.

Come sempre succedeva nelle buone guerre di allora, l\’inverno 1662­1663 fu passato dai due eserciti nei "quartieri d\’inverno".

Quando, con l\’approssimarsi della primavera 1663 arrivò la stagione in cui i re escono alla guerra, come dice la Bibbia 99, fu affrontato in campo cattolico il problema del comandante in capo della coalizione. Gli Asburgo erano i titolari dell\’Impero, l\’istituto che rimaneva un punto di riferimento per la Cristianità; inoltre il loro stato era quello che aveva il confine con i Turchi e a poche decine di chilometri dal confine c\’era la loro capitale, Vienna, il sogno del sultano di Istanbul. Era naturale che la scelta del comandante supremo della coalizione toccasse alla monarchia asburgica. L’imperatore Leopoldo I aveva a disposizione una buona rosa di nominativi e fu sottoposto a forti pressioni a favore dell\’uno o dell\’altro, ma non ebbe esitazioni a designare il Governatore di Giavarino, Raimondo Montecuccoli.

Il Gran Visir di Istanbul, Fazil Ahmed Kapruluzade (Koprulu), prese personalmente il comando dell\’armata turca. Era il giovane esponente di quella che sarebbe stata una famiglia di Gran Visir

 

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, fondata da suo padre Mehmet Koprulu, uomo di ferro, di origine albanese, che era arrivato ai vertici dello stato turco a 70 anni. Fazil Ahmed si era messo in evidenza sulla scia del "grande vecchio", suo padre, ma anche per le sue doti. Nello scenario della campagna balcanica 1663-1664 egli sarebbe stato degno emulo di Montecuccoli. Il suo incarico di Gran Visir durò dal 1661 al 1666. La famiglia del "vegliardo" Mehmet avrebbe stabilito una linea di successione per l\’incarico di Gran Visir che sarebbe durata ininterrottamente (figli o mariti di figlie) dal 1656 al 1683; poi, con qualche interruzione, fino al 1702.

 

Ecco come Raimondo Montecuccoli visse dal suo punto di vista la vicenda di quei giorni 100: "Così stavan le cose, ed ecco ci sù la fine d\’Aprile (1663) giunger avviso, che il Turco, sotto la condotta del Gran Vizir 101 usciva in campagna con 100. 000 uomini, numero in cui confrontavano 102 a un di presso il Reninger Residente Cesareo alla Porta, li prigionieri, le spie, li corrispondenti e li trasfuggitori.

All\’incontro stavano dell\’Esercito Cesareo qualche reggimenti in Transilvania e nell\’Ungheria Superiore, altri ne \’presidi dell\’Ungheria bassa, et altri in Stiria. Onde il corpo, che si dovea porre in campagna in opposizione del Turco si riduceva a men di 6. 000 tra fanti e cavalli, numero il quale poi appresso durante tutta la campagna, e bilanciate l\’entrata e l\’uscita della gente, in questi termini, o intorno, sempre rimase, atteso che s\’e venivano o recruite a\’ Reggimenti o sussidi dell\’Impero, a gran pena supplivano a ristorare le piazze vuote de\’ morti e de\’ malati, ed a rinforzar l\’uno o l\’altro de\’ luoghi più esposti all\’inimico. Temeraria e ridicola pareasi questa proporzione ragguagliata all\’oste turchesco [ … ].

Deplorabil cosa che la salute di tanti popoli dovesse nella virtù di così pochi soldati riposare. ?

E che far\’ io? cui n\’era incaricato il commando? Ridurmi a far il Croato l03 con una partita di 4.000 cavalli

Al carico di Maresciallo di Campo ed alla mia lunga servitù mal convenivasi lamentarmi a Cesare 104

Non appena accettato il comando, Montecuccoli stabilì il luogo dove insediare il suo quartier generale: la grande isola di Schutt, nell\’Ungheria settentrionale, fra Bratislava e Komarno, formata dalla divisione di due rami del Danubio. e obiettivo di Montecuccoli era quello di temporeggiare e dar tempo agli stati alleati di organizzare corpi di spedizione in aiuto delle forze imperiali. L’isola venne anche utilizzata come una vera base perché consentiva di passare sull\’una e sull\’altra riva con una rapidità e una serie di azioni che sconcertarono i Turchi e li tennero fermi per tutta l\’estate e l\’autunno finché la stagione, con l\’incertezza delle giornate autunnali, che rende l\’acqua dei fiumi limacciosa e torbida, costrinse a rinviare ogni operazione all\’anno successivo.

L\’immenso teatro della guerra era attraversato da una lunga linea di fortificazioni, realizzate, dai Carpazi all\’Adriatico, l\’una di fronte all\’altra, per iniziativa dell\’Impero e della Sublime Porta. Quelle dell\’Impero (e, in parte, anche quelle ottomane) erano state realizzate da architetti italiani, in quei secoli specialisti insuperati nella materia.

Le maggiori fortezze del sistema ottomano – che si collegavano come modelli a quelle centrali di Costantinopoli e di Pera – erano ubicate a semicerchio attorno alla zona ungherese, il sempre presunto e ipotetico teatro dello scontro con gli Asburgo: Temesvar (oggi Timisoara, in Romania), in Transilvania; Belgrado, alla confluenza Sava-Danubio; Eszék (oggi Osijek, in Croazia) sulla Drava, a poca distanza dalla confluenza col Danubio; infine Bania Luka, in Bosnia.

Le fortezze del sistema asburgico erano poste grosso modo specularmente a quelle della potenza antagonista. Montecuccoli le conosceva bene: eccellenti come progettazione (peraltro non sempre i progetti erano stati realizzati integralmente); misere quanto a dotazione di presidi, di vettovaglie, di proiettili.

Nonostante l\’inferiorità numerica, il "colonnello di Giavarino" non voleva una guerra di logoramento, ma puntava su un decisivo scontro campale, dove l\’intuito subitaneo e la capacità manovriera potessero essere le carte risolutive. A proposito dell\’enorme disparità a favore degli Ottomani delle forze in campo è bene ripetere che questo dato risulta incontrovertibile agli storici, come risultò evidente ai contemporanei. Forse è utile rileggere la pagina di Montecuccoli che analizza i dati e le motivazioni della situazione 105:

Il Turco ha più gran numero di gente e più poderoso essercito dei Cristiani, perché: dall\’arte militare; e quei pochi ordinati alla coltura dei campi sono anche essi comandati in caso di bisogno a seguire gli eserciti per far condotte (usati per fare servizi di trasporto; "condurre" uguale a "trasportare"), per servir di guastatori o per altri usi;

– 1

– 2. La poligamia nei suoi Stati augmenta la moltiplicazione degli uomini;

– 3. Tutti vanno alla guerra, non dandosi altra scala per salire agli onori e alle ricchezze che quella delle armi; né essendo fra di loro monasteri o chiostri, academie o studi, esercizi o altre professioni che distolgono le persone

– 4. Ha il Turco di continuo in piedi una milizia grossissima propria e ausiliaria:

PROPRIA – Ordinaria di: – Prettoriani, o stipendiati dalla Porta; – Timarioti, o provisionati nei Paesi; – Presidi de\’ confini, come Asapi e Begli. Straordinaria di: – Commandati alle Provincie; – Avventurieri o volontari. AUSIGLIARIA DI: – Tartari; – Valacchi; ­Moldavi; – Transilvani.

 

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. Giaceva egli infermo del vaiuolo: abbandonar il servigio? l\’ossequio e la fedeltà mi ripugnavano. Protestai, obedii, mi sacrificai. Qui convenne fare di necessità virtù, aver per iscopo principale di tener celata la debolezza delle proprie forze, di mostrarsi però in tal qual modo al nimico, sì perché a lui nissun vedendosi a torno non crescesse baldanza, sì per animar gli Ungheri alla propria difesa, e sì per dar calore alle tre piazze principali di Gyor di Comorra e di Neuhdusel, che erano situate su la punta et alla avvenuta del Turco". . Possiede un vasto Impero;

 

Riportiamoci dunque alla primavera del 1663, quando nei Balcani l\’Impero asburgico (capofila della coalizione cristiana) e l\’impero ottomano si preparano allo scontro frontale. Nel campo cristiano la preparazione al conflitto procedeva con episodi contradditori. Avevano cominciato ad arrivare in Austria contingenti da vari stati ma la Spagna ritirò – nell\’aprile 1663, subito dopo averli mandati – quattro reggimenti, a causa della guerra col Portogallo. Peraltro il re di Spagna (sollecitato dal papa, che aveva dato il buon esempio mandando all\’imperatore 30000 talleri) mandò a Vienna, in sostituzione dei quattro reggimenti, la somma ingente di 50000 scudi, ai quali ne fece aggiungere altri 50000 da parte del viceré di Napoli. E il 10 ottobre 1663 l\’ambasciatore spagnolo presso l\’imperatore comunicava che la Spagna metteva a disposizione un al­tro finanziamento di 240.000 corone (gli stati usavano monete diverse, secondo le circostanze; è difficile – come si è ripetutamente detto – rapportare queste cifre ai valori correnti, ma si tratta comunque sempre di milioni di euro).

Mentre nei Balcani gli eserciti si muovevano, la Santa Sede, la Sublime Porta, la corte di Vienna e le corti "periferiche" continuavano a tessere trame di retroguardia. E a vivere con disinvoltura la quotidianità: il Nunzio a Vienna riferiva scandalizzato al papa che a Vienna la corte pensava più alle feste che alla difesa della Cristianità e sperperava i soldi del papa per pagare compagnie di teatro e di musicanti.

Nel nord-Ungheria c\’era la città di Neuhausel (in ungherese Nitra; a est di Vienna, a nord-ovest di Budapest, circa a metà strada fra le due città; ora nel territorio della Repubblica Slovacca), di cui era governatore il conte Forgach de Ghymes, che ritenne di potere in modo autonomo attaccare i Turchi uscendo dalla città, ma fu disastrosamente sconfitto e Montecuccoli dovette sostituire i numerosi caduti della guarnigione.

Koprulu ritenne che l\’indebolita città potesse offrirgli l\’occasione facile di un primo successo e a metà agosto 1663 arrivò sotto le sue mura e la cinse d\’assedio. Il 27 settembre 1663 la città capitolò.

La gente e i soldati che avevano subito l\’assedio e lo scontro furono fatti uscire incolumi dalla città fortificata con ogni rispetto (come obiettivamente riconosce Montecuccoli) 106. I reparti turchi anzi tutelarono gli sconfitti dall\’aggressività barbara di un contingente di Tartari nomadi che si erano uniti all\’armata ottomana e che peraltro reagirono abbandonando il grosso dell\’armata turca e, irrompendo verso ovest nei territori della Slesia fino a Brunn e Mahrisch, portarono violenza, saccheggio, rovina e trascinarono con sé in schiavitù migliaia di persone.

La caduta di Neuhausel causò a Vienna paura e disperazione. Chi poté abbandonò la capitale (anche l\’imperatrice madre Maria Anna d\’Asburgo­Spagna, con una parte della corte). Contemporaneamente si verificò un forte flusso di profughi che dal sud e dall\’est si rifugiavano nella città. Furono distribuite armi agli uomini dai venti ai cinquant\’anni. Furono rafforzati quanto si poteva mura e bastioni.

Il terrore si accrebbe in tutta Europa e specialmente nelle regioni di lingua tedesca: ogni giorno dalle torri e dai campanili risuonavano lugubri i rintocchi della Turkenglocke, la "campana dei Turchi". Anche Luigi XIV, per non perdere la faccia, fu costretto a intervenire, decidendo l\’invio di 6000 uomini da unire all\’armata imperiale, peraltro senza formale dichiarazione di guerra alla Sublime Porta da parte della Francia.

L\’inverno 1663-1664 impose una pausa a Koprulu, che riportò la sua armata a sud-est – con una marcia equivalente a quella dell\’avanzata – accampandola per il periodo acuto dell\’inverno presso Temesvar (Timisoara), nel sud dell\’Ungheria, in prossimità della Romania.

Nella sua tattica temporeggiatrice, Montecuccoli aveva calcolato di guadagnare questa "tregua d\’inverno" 107: "Non serve tutto il tempo dell\’anno al Turco per guerreggiare, come può servir all\’esercito Cristiano, perché: – 1. La gente del Turco, avvezza al clima caldo e orientale, difficilmente s\’accomoda al rigore dell\’aere più fredde; – 2. La quantità smisurata dei cavalli, cammelli e altri armenti non trova sostentamento prima che l\’erba sia spuntata fuori e che li grani sono prossimi a maturare: onde non suole il Turco prima della fine di maggio o del principio di giugno porsi in campagna; – 3. La lontananza della gente che ritrae dall\’Asia non permette che possa uscire prima dell\’estate: e sì come a riscontro; – 4. La consuetudine e legge che egli ha di non fermarsi in campagna oltre a San Domenico – San Martino l\’obbliga a ritirarsi prima del verno".

Nel periodo invernale Montecuccoli si mosse instancabilmente nella zona "a raso" con lo schieramento turco, per organizzare una difesa dinamica, che usurasse il nemico e lo costringesse ad accettare lo scontro risolutivo nella zona e nel tempo che Montecuccoli si riservava di scegliere.

Intanto il fronte politico in Europa era agitato da moti ambigui. La ferrea determinazione del papa nel promuovere la guerra contro l\’impero ottomano era impedita dalle difficoltà create dalla Francia (che addirittura aveva avuto mesi di guerra con lo Stato pontificio, con effetti devastanti per le finanze della Santa Sede) e per la tiepidezza della corte di Vienna.

Alessandro VII volle chiudere a tutti i costi la del eteri a partita militare con la Francia, e lo fece con la pace di Pisa (18 febbraio 1664). Sul piano finanziario rastrellò nella primavera – sempre del 1664 – tutto il denaro che poté, con un\’ennesima tassazione, che toccò anche tutti i grandi istituti religiosi, "non esclusi i Gesuiti"! 108. Nel palazzo reale di Vienna si conserva ancora il bellissimo scrigno di fattura berniniana, dentro cui egli trasmise, in scudi d\’oro sonanti, all\’imperatore Leopoldo I il frutto della sua iniziativa.

Sul piano diplomatico fece censurare ufficialmente, dal Nunzio a Vienna e dal Segretario di Stato, il primo ministro asburgico Giovanni Ferdinando Porcia "alla cui incapacità doveva essere imputata la rovina dell\’Impero".

Sul piano promozionale il papa proclamò un Giubileo generale con il perdono dei peccati per i partecipanti alla "crociata". Tutti i Cristiani furono invitati a chiedere con preghiere e offerte l\’intervento divino contro i Turchi, perché fosse protetto il credo cattolico, diminuisse la potenza turca e si mantenesse pace e armonia tra i principi cristiani e questi si impegnassero sollecitamente a prendere le armi nei Balcani.

Il Giubileo fece effetto sui Polacchi, che entrarono in guerra. Quanto al rapporto sereno fra i membri della coalizione, gli effetti furono piuttosto scarsi. Raimondo Montecuccoli si trovò a gestire da comandante supremo una situazione nella quale spesso l\’aspetto diplomatico superava quello militare, imponendo tatto, pazienza, duttilità, insieme alla determinazione di mantenere le operazioni nella correttezza tattico-strategica che lo scopo della guerra richiedeva. Si distinse nel ruolo di sotterraneo tormentone la Francia: Luigi XIV costrinse il papa a riconoscergli formalmente il diritto alla condivisione paritetica con l\’Impero nella conduzione della campagna militare. E, mentre otteneva il ruolo di antagonista del sultano in nome e per conto della Cristianità, mandava in segreto a Istanbul un suo ambasciatore a concordare una linea di accordo e di cooperazione tra Francia e Sublime Porta.

I primi mesi del 1664 non furono brillanti per gli Imperiali. La discordanza di vedute tra Montecuccoli e i politici di Vienna, più che mai viva, si era approfondita con l\’arrivo ai quartieri invernali dell\’ armata di consistenti rinforzi da varie parti d\’Europa.

Due partiti si formarono sul modo di condurre la guerra. Il primo, capeggiato da Montecuccoli, riteneva che le truppe dovessero essere attestate poco lontano dal Danubio, pronte a uscire in campo quando con la buona stagione fosse stato possibile riprendere le operazioni. L’altro partito, di ispirazione politico-burocratica, era dell\’avviso che si dovesse uscire in campo già durante l\’inverno, sia per cogliere di sorpresa le truppe turche divise e non guardinghe, sia per distruggere le fonti stesse dell\’approvvigionamento del nemico, cioè i campi coltivati e i paesi che gli fornivano appoggio.

Lunga discussione nel Consiglio Aulico di Guerra: prevalse il partito di Montecuccoli. Le ragioni? I Turchi si approvvigionavano solo in parte con il raccolto delle terre occupate; quindi la distruzione sarebbe andata solo a svantaggio delle popolazioni cristiane abitanti nel territorio occupato. I Turchi vivevano sotto le tende, e perciò devastare il territorio sarebbe stato un danno solo per gli abitanti, che avrebbero preso in odio i "liberatori".

Il Consiglio di Guerra fu però scavalcato dai politici di corte; chi, per prestigio personale, aveva concepito il piano, lo volle portare a termine ad ogni costo.

Il gruppo di soldati arrivati di recente, guidati dal conte Hollach, vennero sottratti al comando di Montecuccoli, e dal Danubio portati in Stiria sul fiume Mur, che venne attraversato il 20 gennaio da un esercito formato da otto-novemila Tedeschi e da oltre quindicimila tra Ungheresi e Croati, con poca artiglieria. Il 21 aprile quelle forze ebbero la meglio in una piccola scaramuccia, i127 giunsero a Canisia (oggi Nagykanizsa) e il 28 alla città delle Cinque Chiese (oggi Pécs): l\’abitato venne conquistato facilmente, ma non il castello, che si difese con accanimento e con successo.

Il 29 gennaio 1664 la cavalleria, al comando del generale Serin, compì una incursione per distruggere il ponte di Eszék (l\’odierna Osijek), posto alla confluenza della Drava col Danubio. Dopo averlo seriamente danneggiato, Serin ritornò alle Cinque Chiese, dove il castello resisteva sempre. Hollach e Serin, trovandosi in disaccordo sul come proseguire le operazioni, decisero di levare l\’assedio e tornare indietro passando per Sziget (oggi Szigetvar) e ritrovarsi sul fiume Mur, da dove erano partiti.

Dato che ci si trovava nei paraggi, si pensò fosse facile assaltare e conquistare Canisia, che in precedenza era stata soltanto sorpassata: si convenne perciò, col beneplacito della corte di Vienna, di dare inizio alle operazioni l\’8 marzo. Ma sia per il terreno paludoso che circondava la fortezza, sia per la scarsa propensione dei capi ad andar d\’accordo, l\’impresa si rivelò più difficile del previsto. E intanto si avvicinavano le forze turche, mosse dal Danubio col Visir in testa a soccorrere Canisia. Allora i due comandanti cambiarono ancora parere: l\’assedio fu tolto rapidamente, e ancor più rapidamente si riguadagnò il fiume Mur e si giunse in Stiria. La spedizione era fallita.

Tra la fine del 1663 e l\’inizio del 1664 arrivò in quello che ormai veniva considerato il "teatro di guerra", un forte contingente imperiale al comando del conte Julius Hohenlohe.

Hohenlohe, Zrinyi e il comandante delle milizie di frontiera conte Christoph Batthyàny si esercitarono in alcuni "attacchi d\’assaggio", non sempre felici, dai quali Montecuccoli si dissociò.

 

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Qui è opportuna una digressione per parlare di un personaggio del campo cristiano che ebbe riflesso particolare e particolare importanza per Raimondo Montecuccoli, cioè del conte Miklos Zrinyi, Bano (signore, governatore) della Croazia.

Miklos Zrinyi era nato nel 1620 nella fortezza di Oza1j in Croazia. Suo padre Giorgio apparteneva all\’ antica famiglia feudale dalmata Subic, che da generazioni si era stabilita in Ungheria. Con la moglie Maddalena Széchy, al momento della nascita di Miklos si trovava in Croazia, perché nominato Bano della regione.

Miklòs Zrinyi era diventato a sua volta Bano di Croazia a 29 anni, mantenendo peraltro strettissimi rapporti con l\’Ungheria. Quando, all\’inizio del 1663 si ebbero le prime avvisaglie dello scontro fra l\’Impero degli Asburgo e l\’impero ottomano nella nevralgica zona danubiana a sud di Vienna, Miklòs Zrinyi comandava nell\’ armata antiturca (al vertice della quale stava Raimondo Montecuccoli) un reparto composto prevalentemente da ungheresi.

Lo Zrinyi aveva dietro le spalle una formazione e una storia che lo faceva assomigliare per molti aspetti a Montecuccoli, anche se il conte ungherese era più giovane di undici anni e il suo temperamento – impulsivo e irruente – era agli antipodi di quello – dalle pulsazioni inalterabili – del conte montanaro del Frignano.

Miklòs Zrinyi – dopo aver perduto i genitori da bambino – aveva ricevuto un\’educazione umanisticamente eccellente e rigidamente cattolica nei collegi dei Gesuiti in Austria, sotto la protezione e la vigilanza del grande cardinale (gesuita) Peter Pazmany, arcivescovo di Esztergom (Ungheria). Fra il 1636 e il 1637 aveva passato un anno a Roma, dove aveva imparato la lingua italiana e si era infervorato maggiormente nei suoi ideali di cattolico e di servitore dell\’Impero (papa Urbano VIII gli aveva regalato una raccolta di proprie poesie). Ritornato in Ungheria si era stabilito nelle terre della sua famiglia, a Csaktornya (Cakovec), e presto aveva cominciato a prendere parte a spedizioni militari contro i Turchi e ad appoggiare strenuamente il re Ferdinando III d\’Asburgo, allora in guerra con gli Svedesi, e Gyòrgy I Rakòczy, principe di Transilvania.

Dopo il 1650 si verificò un profondo e sempre crescente mutamento nella concezione politica dello Zrinyi, fino ad allora lealissimo suddito della Casa d\’Asburgo; mutamento causato non solo dalla miseria tremenda del paese e dall\’atteggiamento piuttosto ostile della corte viennese verso la nazione magiara, ma anche da motivi personali, visto che egli – uno dei più popolari eroi del paese e tanto benemerito della dinastia – non era stato nemmeno designato dal re, nella Dieta del 1655, alla dignità di conte palatino. Il suo ideale di cavaliere della Cristianità attraverso il servizio all\’istituzione dell\’Impero si indirizzò verso un nazionalismo ungherese di marca fondamentali sta, non solo anti­turco, ma anche antiasburgico.

Condottiero in cento battaglie contro i Turchi, colto umani sta all\’italiana, conosceva varie lingue, scrisse notevoli opere letterarie e militari [la più importante è la grandiosa epopea in 15 canti, Szigeti veszedelem (L’assedio di Sziget) o Zriniade, in cui – ispirazione dal Tasso – sono eternati l\’assedio e la caduta della fortezza di Sziget nel 1566, difesa eroicamente dal suo avo Miklòs]. Le imprese belliche, le opere letterarie, la sua tenace opera per liberare l\’Ungheria, per unificarla e per costituirla in uno stato di costituzione assolutista secondo il pensiero di Machiavelli, ne fecero l\’eroe nazionale magiaro.

Nell\’avvio della campagna dell\’Impero contro i Turchi all\’inizio del 1663 Zrinyi ebbe un ruolo almeno uguale a quello dei comandanti degli altri contingenti, ed ebbe risultati molto brillanti negli scontri campali e nella gimcana tra fortezze da difendere e fortezze da attaccare nelle due "linee Maginot" che si fronteggiavano nel largo arco che fasciava i confini meridionali dell\’Austria. Nell\’imminenza della nomina di un necessario unico comandante in capo da parte dell\’imperatore il suo nome era circolato con insistenza. Nei circoli di Vienna, nelle, capitali d\’Europa, nella Segreteria di Stato a Roma si formarono due partiti, quello di Zrinyi e quello di Montecuccoli; partiti che si confrontarono con animosità anche dopo le decisioni dell\’imperatore. Addirittura qualche giorno prima della battaglia di San Gottardo l\’ambasciatore della Repubblica di Venezia presso la corte imperiale avrebbe riferito che era cresciuto il malumore dell\’ opinione pubblica verso Montecuccoli, soprannominato spregiativamente "temporeggiatore" ("cunctator") per le sue esitazioni, "più bravo con la penna che con la spada" 109. Il Nunzio del papa a Vienna, Roberti, parteggiava apertamente per l\’intrepido Zrinyi contro il pusillanime Montecuccoli e pensava di dare all\’ungherese il comando alternativo di un\’armata composta da Veneziani e Imperiali, che marciasse contro i Turchi sbarcando in Dalmazia. Ma prima della fase finale della campagna Zrinyi con gli Ungheresi avrebbe abbandonato l\’armata degli alleati anti-Turchia …

Montecuccoli nei suoi scritti cita non poche volte Zrinyi, quasi sempre con valutazioni critiche, spesso caustiche 110: "E qui conviensi ridere di certi scrittori tondi e frustapenne, li quali dove si fecero a credere di ottenere nome d\’Istorici, si acquistarono derisioni e fischiate, scorgendosi nel disordinato caos de\’ loro racconti dipinta e trasfusa la confusione de\’ loro cervelli, ed in molto cicaleccio nissun buon senso; quante gran cose in poche linee ristrinsero gli antichi! Quante poche in gran volumi i moderni!". Zrinyi ripagò Montecuccoli della stessa moneta: è per merito suo se nella storiografia e nel sentimento degli Ungheresi è rimasto di Montecuccoli un ricordo sfavorevole.

Pochi mesi dopo il suo ritiro dalla campagna contro i Turchi, Zrinyi morì sbranato da un cinghiale nelle sue terre, presso Csaktornya, il 18 novembre 1664.

 

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All\’inizio della primavera del 1664 Leopoldo I chiamò Montecuccoli come consigliere alla Dieta imperiale convocata a Regensburg. Furono settimane in cui Montecuccoli poté godersi un certo relax, allietato dalla considerazione e dalla deferenza di cui si sentiva oggetto; turbato dalla constatazione che – nonostante ci si trovasse in periodo di guerra – l\’imperatore e il suo entourage pensavano più alle partite di caccia che agli affari di stato, e che – nelle sessioni della Dieta – a proposito della campagna militare si parlasse solo di piccoli stanziamenti, come se si avesse a che fare non con la grande potenza turca, ma con un trascurabile staterello …

Il 9 aprile 1664 Montecuccoli ebbe l\’udienza di congedo dall\’imperatore, che gli riservò espressioni di cordialissima fiducia. Montecuccoli approfittò dell\’incontro per parlare delle gravi difficoltà oggettive della guerra contro i Turchi; delle difficoltà derivanti dal "comando multiplo"; delle difficoltà con i burocrati di Vienna, abituati a combattere con la lingua e non con la spada, a colpire da lontano il nemico con espressioni pompose. Nello stesso giorno Montecuccoli partecipò a una riunione dei ministri del governo, presente l\’imperatore. Anche in questa sede si lamentò con franchezza delle diffidenze e delle chiacchiere, nonché del basso livello di comunicazione e comprensione. Poi dichiarò perentoriamente che avrebbe mantenuto l\’incarico di comandante supremo solo a patto che questo incarico fosse ufficializzato senza equivoci e senza eccezioni (comprendendo cioè anche l\’autorità su contingenti nazionali, tipo quello francese e spagnolo) col grado di maresciallo generale di campo; che la "camera" imperiale gli pagasse tutti i crediti maturati con anticipazioni della paga ai soldati, effettuate da Montecuccoli di propria tasca.

L\’11 aprile 1664 ebbe un lungo colloquio col primo ministro (cancelliere) Ferdinando Porcia, al quale ripeté pazientemente, ma energicamente le valutazioni e le richieste. Il cancelliere lo assicurò che l\’imperatore era d\’accordo con lui e avrebbe preso immediati provvedimenti. Gli comunicò anche che Leopoldo I aveva chiesto al cugino Filippo IV, re di Spagna, di conferirgli – a lui, Montecuccoli ­ l\’ordine cavalleresco del Toson d\’Oro.

Montecuccoli fu soddisfatto della piega che prendevano le cose. Poiché nella zona di guerra la stagione avrebbe impedito ancora per qualche settimana ogni attività, egli si concesse una scappata a casa (via Danubio fino a Vienna, poi in carrozza a Hohenegg). Si poté concedere anche qualche giorno alle terme di Baden, vicino a Vienna.

Durante questo brevissimo turno di ferie di Raimondo Montecuccoli, nel nord dell\’Ungheria si accentuò l\’attivismo di vari comandanti imperiali, con iniziative non coordinate e spesso infelici. È difficile seguire questa episodica. Ci limiteremo a ricordare che il 30 aprile 1664 cadde nelle mani dei Turchi il forte costruito dal conte Miklos Zrinyi (per questo si chiamava Zrinyvar) sulla sponda sinistra (orientale) del fiume Mur, alla confluenza con la Drava, a 120 chilometri a nord di Zagabria. Non era un fatto di grande importanza, tant\’è vero che Koprulu cancellò il forte dalla carta geografica, ritenendo la località strategicamente irrilevante. Comunque l\’episodio non era quanto occorreva per tenere alto il morale dell\’Impero.

All\’inizio del giugno 1664 Raimondo Montecuccoli, passando da Graz, fece ritorno al suo "governatorato". Il 4 giugno lo raggiunse un messaggio speciale che gli consegnò il documento autografo di Leopoldo I che lo nominava comandante supremo della coalizione imperiale – con la qualifica di luogotenente generale dell\’imperatore – , con l\’esplicita disposizione che doveva cessare ogni forma di comando paritario.

Raimondo Montecuccoli ricompattò l\’armata imperiale e riprese vigorosamente la sua tattica di scaramucce e spostamenti ritardatori, col pertinace intendimento di portare passettino per passettino Koprulu al momento dello scontro campale risolutivo nelle posizioni meno favorevoli.

Il Gran Visir Ahmed Koprulu – dopo aver ricevuto, il 12 aprile 1664, dalle mani del sultano la bandiera del Profeta – tra la fine di maggio e metà giugno del 1664 con un balzo di 200 chilometri si spostò dalla zona di Eszék (Osijek) (alla confluenza fra il Danubio e la Drava), risalendo appunto la Drava fino a Nagykanizsa, per dare avvio alla fase finale della conquista. Schierò le sue armate sulla riva destra del Mur, affluente della Drava, col chiaro intento o di attraversare il Mur per tagliare a Montecuccoli i rifornimenti che gli arrivavano trasportati su quel fiume, da Graz; oppure marciare verso nord-ovest, restando sulla riva destra del Mur e puntando su Vienna dal Passo di Wiener-Neustadt, per iniziare l\’assedio