(Avvenire) Alle Solovki non c’è via di mezzo: o il bene o il male

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STORIA
Incontro con Jurij Brodskij, il primo ad aver immortalato il terribile lager sovietico delle isole Solovki, voluto da Stalin in persona


Il fotografo dei gulag



Di Luigi Geninazzi

Ci si può innamorare di un luogo per le sue bellezze naturali o per i suoi monumenti. Jurij Brodskij, 54 anni, noto fotografo russo, è rimasto affascinato da un gelido arcipelago nel mar Bianco dove la natura è aspra e selvaggia e del passato non è rimasto quasi più traccia. Le isole Solovki sono state il baluardo della vita spirituale della Russia fino a quando il monastero venne trasformato nel primo gulag dell’epoca sovietica. Oltre un milione di detenuti lasciò la vita alle Solovki o ai lavori forzati sul canale mar Bianco-mar Baltico voluto da Stalin. Brodskij, con la sua aria da ragazzo timido, ha riportato alla luce quest’incredibile storia sommersa dall’ideologia e poi dall’indifferenza. Con l’aiuto degli amici italiani di Russia cristiana ha pubblicato Solovki, le isole del martirio, edizioni La Casa di Matriona, un reportage fotografico ed una documentazione a più voci del primo nucleo concentrazionario dell’Urss. Pubblicato poi in Russia è stato premiato come Libro dell’anno 2003.
Jurij Brodskij, come è avvenuto il suo incontro con la realtà delle Solovki?
«Ho sempre amato l’avventura. Durante un reportage fotografico in Siberia, nei lunghi giorni di marcia attraverso la taiga, ho conosciuto un aviatore con cui è nata un’amicizia. Mi raccontò di isole misteriose del mar Bianco che avrei dovuto assolutamente visitare. Ne avevo già sentito parlare ma all’epoca le Solovki erano off-limits, nessuno poteva arrivarci. Era l’estate del 1970. L’amico aviatore mi ci portò in elicottero, di nascosto. Non poteva però scendere a terra perché a bordo c’era un’apparecchiatura che registrava ogni singolo atterraggio. Così, durante il sorvolo, mi lanciai col paracadute e rimasi lì da solo per alcuni giorni».
Quale fu la prima impressione?
«Subito mi sono trovato a mio agio. È un paesaggio sconvolgente, con massi di pietra che risalgono ad oltre quattro millenni fa e boschi di larici che lambiscono gli scogli. Non conoscevo ancora la storia del monastero e poi del gulag. Ma nei successivi viaggi ebbi occasione d’incontrare un famoso scrittore, Feodor Abramov, che mi raccontò molte cose e mi propose di aiutarlo a raccogliere del materiale in vista di un romanzo. Iniziai a girare tutta l’Unione Sovietica alla ricerca di documenti e testimonianze di prima mano. Allora c’erano ancora molti sopravvissuti del gulag».
E riuscì a farlo in quegli anni, in piena epoca brezneviana?
«Sì, anche se con grandissime difficoltà. Il Kgb era molto attento a che nessuno venisse in contatto con gli ex prigionieri del gulag. Non ricordo nemmeno più quante perquisizioni e minacce dovetti subìre. Un giorno vengo convocato negli uffici della polizia che mi ordina di consegnare tutto il materiale raccolto, pena l’arresto immediato. Torno a casa, nascondo tutte le registrazioni e le foto in un altro appartamento e consegno alla polizia il materiale di scarto. La cosa, grazie a Dio, funzionò. Poi mi sono reso conto d’avere in mano una tale quantità di documenti da poter scrivere io stesso un libro».
Lei ha anche curato una mostra sulla storia passata e recente delle Solovki che si può ammirare all’interno del vecchio monastero. Com’è nata questa iniziativa?
«Negli anni della perestrojka ha avuto molto successo il film Il potere delle Solovki di cui avevo curato i testi. Alcune persone iniziarono a visitare quelle isole da poco aperte al pubblico. Ma rimanevano deluse perché non c’era più alcuna traccia delle tragiche vicende del passato. Nel 1990 mi venne chiesto di preparare una mostra fotografica per illustrare la storia del gulag. Doveva essere temporanea. Poi ha incontrato grande interesse ed è diventata permanente».
I monaci tornati dopo tanti anni al monastero delle Solovki le hanno dato una mano?
«No. La Chiesa ortodossa fa memoria solo dei propri martiri e non vuole che vengano mischiati alle altre vittime del gulag dove spesso finivano anche gli ex aguzzini. Ma in questo modo entra in contraddizione con se stessa perché sappiamo bene che la Chiesa ufficiale ha collaborato con il regime sovietico».
Ne ha discusso con la gerarchia ortodossa?
«Prima di pubblicare il mio libro in Russia ho chiesto l’approvazione del Patriarcato. Mi venne negata. Forse perché parlo troppo dei martiri cattolici?, domandai. No, questo è un problema secondario, fu la risposta. L’obiezione principale è che davo troppo spazio alla Chiesa sotterranea che si formò dopo il 1917 in polemica con quella che veniva chiamata “la Chiesa sovietica”».
Brodskij, non si stancherà mai di andare alle Solovki?
«Ma ormai ci vivo, vi ho preso la mia residenza! E’ un amore che condivido con tante persone, soprattutto italiani, che ogni estate giungono in pellegrinaggio. E più lo condivido più cresce. Le Solovki hanno una magìa: tirano fuori dall’uomo tutto il bene o tutto il male di cui uno è capace. Non c’è via di mezzo, qui ognuno è posto davanti alla sua coscienza senza scampo».


Avvenire 8-2-2004