24 ottobre 2010 – Domenica 30° del tempo ordinario

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Omelia per la Trentesima Domenica del Tempo Ordinario

LETTURE
Prima: Sir 35, 12-14.16-18
Seconda: 2Tim 4, 6-8.16-18
Vangelo: Lc 18, 9-14

NESSO TRA LE LETTURE
I termini "giustizia e preghiera" riassumono bene le letture di oggi. Nella parabola evangelica sia il fariseo che il pubblicano pregano nel tempio, ma Dio fa giustizia, e soltanto l’ultimo è giustificato. Il Siracide, nella prima lettura, applica la giustizia divina alla preghiera e insegna che Dio, giusto giudice, non ha preferenze di persone, e per questo ascolta la preghiera dell’oppresso. Infine, san Paolo si confida con Timoteo, manifestandogli i suoi sentimenti e desideri più intimi: "Mi resta solo la corona della giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel Giorno" (seconda lettura).

MESSAGGIO DOTTRINALE

1. Atteggiamenti dell’orante davanti a Dio. Nella preghiera, che è una relazione tra persone che si amano, interessa sia l’orante quanto la persona cui si dirige il tremito della preghiera. Fissiamo l’attenzione sull’orante davanti a Dio. Quali sono gli atteggiamenti dell’orante che troviamo come dipinti nella liturgia di oggi?

1) Si ringrazia Dio di non essere come gli altri. Chi prega così non può essere se non un settario, qualcuno per cui gli altri sono tutti meno quelli del suo gruppo. Qualcuno per cui quelli che non sono come lui sono cattivi, degni di riprovazione e di condanna. Chi prega così, mostra di non essere dominato dallo Spirito di Dio, ma dallo spirito di partito. Quanto disprezzo in codesta individuazione de "gli altri": "questo pubblicano"! Come è possibile ringraziare Dio di qualcosa che va contro lo stesso disegno di Dio? L’uomo che prega così, chiunque egli sia, non può essere ascoltato da Dio. Dio non prende partito per pochi, per Lui tutti sono suoi figli.

2) Si ringrazia Dio dei propri meriti. Innanzitutto, ciò che egli non è, e che gli altri sono. Come se dicesse: "Gli altri sono dei ladri, io no; gli altri sono ingiusti, io no; gli altri sono adulteri, io no". Sotto questi tre nomi, che hanno a che vedere con il quinto, sesto e settimo comandamento, si riassumono tutti i precetti negativi che un giudeo considerato pio doveva compiere. Gli altri potrebbero peccare, potrebbero non compiere qualcuno di questi precetti, ma un fariseo, mai. Codesta è la gloria del fariseo: compiere la Legge fino all’ultimo dettaglio! Ringraziare Dio per la propria gloria, non è come una specie di contraddizione? Ma il fariseo compie altresì anche tutti i precetti cosiddetti "positivi", sia che siano presi dalla Torah, sia che provengano dalla tradizione della setta dei farisei. Così, il digiunare fa parte dei precetti della Torah, ma il farlo due volte a settimana (lunedì e giovedì) è proprio dei farisei. Allo stesso modo, pagare il decimo è una esigenza della Legge, ma pagarlo su tutto ciò che si compra al mercato è una norma addizionale della propria setta farisaica. Nella sua coscienza, il fariseo orante non ha peccati, solo "meriti". Non ringrazia per i benefici ricevuti, ma per i meriti acquisiti. Ma allora, che tipo di orazione è questa?

3) Si riconosce se stesso peccatore. Chi può, per quanto fariseo sia, riconoscersi giusto davanti a Dio? Questo è l’atteggiamento del pubblicano, e dovrebbe essere quello del fariseo, e deve esser quello di tutti. C’è un particolare, nel testo greco, che passa inosservato nelle traduzioni, e che mi ha commosso: "Abbi pietà di me, IL peccatore". Da una parte, egli accetta l’equiparazione che i giudei del tempo di Gesù facevano tra pubblicani e peccatori. E dall’altra sembra riconoscere che lui, come pubblicano, è il peccatore par excelence. Con codesto grado di umiltà e di pentimento, si assicura che Dio oda la sua orazione.

2. Dio, giudice dell’orante. C’è qualcosa che impressiona nei testi liturgici del giorno di oggi. Dicendoci l’atteggiamento di Dio verso l’orante, sottolineano quello di giudice. Non si esclude che Dio sia Padre, ma è un padre che fa giustizia. Fa giustizia a chi prega con atteggiamento adatto, come il pubblicano, e lo giustifica; e fa giustifica a chi prega con atteggiamento improprio, come il fariseo, che esce dal tempio senza il perdono di Dio, perché, per quanto visto, non ne aveva bisogno. Dio è un giudice che non fa preferenze di persone, e per questo ascolta con speciale attenzione l’orante che lo supplica nella sua oppressione. La sua preghiera "penetra fino alle nubi" (prima lettura), cioè fino a dove Dio stesso ha la sua dimora. Dio giudica l’orante secondo i suoi parametri di redentore, e non secondo i parametri dell’orante o di altri uomini. Nella risposta all’orante, Dio non agisce per capriccio, ma per ristabilire l’ "equità", la giustizia. Per questo, la corona che Paolo aspetta non è frutto del merito personale, quanto giustizia di Dio nei suoi confronti e nei confronti di tutti quelli che sono imitatori suoi nel servizio al Vangelo (seconda lettura).

SUGGERIMENTI PASTORALI

1. Soltanto a Dio la gloria. Questa domenica è una buona occasione per esaminare il nostro atteggiamento quando preghiamo. Poiché può succedere che, senza saperlo e senza volerlo, stiamo pregando "allo stile del fariseo". Prego perché mi porta in chiesa mia moglie o la mia fidanzata, ma sto davanti al Santissimo o davanti a una immagine della Vergine più che pregando, rimuginando nel mio intimo le mie preoccupazioni o i miei progetti. O parlo con Dio, non tanto perché senta necessità di Lui, ma perché ho bisogno, di quando in quando, di sfogarmi. O vado in una casa di esercizi spirituali o di ritiri, o faccio turismo religioso, che, a quanto pare, sta diventando di moda, non tanto per pregare, ma per raggiungere una certa armonia interiore, per strappare dall’anima lo stress. O molte volte vado in chiesa, più che per incontrarmi con Dio, per incontrarmi con gli amici; più che per lodare e dare gloria a Dio, per mantenere la mia reputazione di buon cattolico, di persona che compie i suoi doveri verso Dio. Ricordiamo: pregare è mettersi in contatto con Dio, e ci si mette in contatto con Dio soltanto se si è umili. Se nella mia umiltà, benedico Dio, lo ringrazio per il suo perdono e la sua misericordia, lo supplico per le necessità spirituali e materiali mie proprie e degli uomini, allora Dio presterà ascolto alla mia preghiera. La nostra orazione sarà gradita a Dio, se cerchiamo la sua gloria, e soltanto la sua gloria. "A Lui l’onore a la gloria nei secoli dei secoli".

2. La preghiera del cuore. Nella preghiera interviene tutto l’essere umano: il suo corpo e il suo spirito, la sua intelligenza e la sua volontà, i suoi gesti e le sue posizioni come i suoi atteggiamenti profondi. Ciononostante, si prega soprattutto con il cuore. Dalle labbra dell’orante debbono sgorgare le parole che sono nate prima nel cuore. La posizione del corpo deve essere un riflesso della posizione con cui egli sta davanti a Dio nell’intimità della sua anima. I pensieri, gli affetti, i moti interiori, le decisioni, affinché veramente siano di un uomo o di una donna orante, debbono avere la propria sorgente più pura nello spirito umano, abitato dallo Spirito Santo, maestro dell’autentica orazione. Con il cuore non si indica l’affettività umana, ma tutto il mondo interiore, quel tabernacolo intoccabile in cui l’uomo si trova con se stesso, si espone alla verità di Dio, e gli dichiara con umiltà la sua indigenza, il suo peccato, il suo pentimento, il suo amore. Dobbiamo aver cura dell’orazione del cuore nelle orazioni vocali, per fare in modo che queste non si trasformino in qualcosa di abitudinario, in un ritornello tante volte udito, che ci lascia indifferenti. Dobbiamo aver cura della preghiera del cuore quando meditiamo, per far sì che la nostra meditazione non sia una mera speculazione, per quanto elevata; o una riflessione interessante e bella sulla vita e sul mondo, senza che giunga alla "mia vita" e al "mio mondo"; o un monologo, in cui io mi parlo e mi rispondo, senza dare spazio all’ascolto silenzioso e attento della voce di Dio. Preghiamo a cuore aperto, perché Dio ci ascolti allo stesso modo con il suo cuore di misericordia e di amore.