10 luglio 2011 – Quindicesima Dom. del Tempo Ord.

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Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A
Traccia di P. Octavio Ortiz L. C.

 


Sacra Scrittura
I Lettura: Is 55,10-11;
Salmo: Sal 64;
II Lettura: Rm 8, 18-23;
Vangelo: Mt 13, 1-23


 

Nesso tra le letture

La liturgia di questa domenica si muove come un pendolo tra due verità importanti. Da una parte, si sottolinea l’efficacia della Parola di Dio. Tutto quello che Dio dice è vero e troverà il suo compimento al momento opportuno. Essa, la Parola di Dio, discende dal cielo come pioggia che bagna e feconda la terra (prima lettura). Dall’altra, appare evidente la necessità che il terreno sia ben preparato ad accogliere il seme e produrre frutto. Benché il seminatore semini a spaglio e con autentica generosità, e nonostante il seme abbia una propria virtualità, è necessario che la terra sia preparata e ben disposta (Vangelo). Il tema è di grande interesse: si tratta della collaborazione tra la grazia di Dio e l’apporto della libertà umana. Una comprensione esatta e profonda della liturgia di oggi, conduce senza dubbio ad una vita cristiana più autentica e più impegnata, fondata sull’efficacia della Parola di Dio, ma al contempo responsabile dei doni ricevuti e della necessità di produrre frutto. Da parte sua, il testo della lettera ai romani ci mostra che la creazione intera è in attesa della piena manifestazione dei figli di Dio. Ci troviamo in una situazione paradossale: l’uomo è stato già salvato e redento dall’opera di Cristo, ma gli resta ancora di intraprendere il suo peregrinare per la terra, verso il possesso pieno di Dio. "Già, ma non ancora". L’immagine di un parto che provoca simultaneamente gioia e dolore, esprime adeguatamente la situazione del cristiano: possiede le primizie dello spirito, ma geme fino ad arrivare alla redenzione del suo corpo (seconda lettura).


Messaggio dottrinale

1. La Parola di Dio è efficace
La Parola di Dio rivela, ma contemporaneamente opera quello che rivela. Essa è vera ed è efficace. Questa seconda caratteristica è quella che appare più chiaramente nel testo di Isaia che oggi consideriamo. L’immagine, presa della vita del campo, è particolarmente suggestiva e penetrante: la pioggia e la neve cadono dal cielo, ma prima di tornarvi nuovamente, fecondano la terra e producono frutto abbondante. Allo stesso modo la Parola di Dio discende dal cielo, ma non vi ritorna senza portare frutto. Questa affermazione è di grande consolazione per chi ha in somma stima la Parola di Dio e la medita "giorno e notte". Possiamo affermare che tutta la Bibbia è attraversata da questa verità. Su di essa si fonda la speranza del popolo, soprattutto nei momenti di maggior angoscia e avversità, perché la Parola di Dio non può rimanere incompiuta. Il testo di Isaia si inquadra nel periodo della dura prova dell’esilio, di fronte alla quale Israele medita la promessa del Signore: Dio ha promesso la liberazione dall’esilio come un nuovo esodo; non si può dubitare che questo avverrà, perché Dio compie ciò che promette. La sua parola non è vana, ma efficace. Questa Parola possiede, inoltre, una dimensione creativa. Produce una nuova realtà che prima non esisteva, e che fa nuove tutte le cose.
Il salmo 32 spiega questa verità:

"Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
[…] perché egli parla e tutto è fatto,
comanda e tutto esiste".
Sal. 32, 6,9.

Così la Parola di Dio è creatrice. Creatrice della storia, specialmente della storia dela salvezza. In ogni istante ha il potere di creare, di dare la vita, di offrire la salvezza. In realtà questa Parola di Dio è il suo piano salvifico, è l’espressione del suo amore che si è realizzato nella sua alleanza con Abramo (la promessa di una discendenza numerosa – e la promessa della terra), con Mosè (l’Alleanza sinaítica costituisce il popolo e dimostra la vicinanza del Signore). Questa alleanza trova la sua massima espressione in Gesù Cristo, la Verbo di Dio fatto carne. Egli ci manifesta l’amore del Padre e ci manda il suo Spirito per portare a compimento il piano di salvezza nel suo corpo che è la Chiesa.

2. Il seminatore e la speranza
L’esperienza umana ci dimostra che, con la semina, nasce la speranza del seminatore. La semina ha la sua origine e la sua radice nella speranza, perché nessuno seminerebbe se non nutrisse la fiducia di raccogliere frutto un giorno; ma allo stesso tempo, la semina alimenta la speranza. Quando il seminatore si mette a lavorare alla preparazione della terra e allo spargimento del seme, il suo spirito si riempie di speranza e di gioia, vedendo realizzata nel futuro la promessa del suo lavoro. In questo modo, il seminatore fissa il suo sguardo non tanto sul lavoro presente, pieno di fatica e di sudore, bensì sul futuro che promette un prezioso raccolto.
La fecondità di cui ci parla la parabola del Signore è simbolica. In realtà, nel suolo della Palestina la fertilità della terra dà, al massimo, il dieci per uno. Quindi, parlare del trenta, sessanta e cento per uno, suppone una fertilità che supera di molto le possibilità della terra stessa, e assume piuttosto un carattere simbolico. Dunque, il seminatore lancia il suo seme a spaglio, e sa che parte del suo seme si perde, cade in terra infertile, resta al margine della strada, o lo mangiano gli uccelli, o cade tra pietre e spine… Tuttavia, non per questo smette di seminare; ben al contrario, quanto maggiore possa essere il rischio che il terreno non produca secondo le aspettative, tanto maggiore sarà l’impegno a seminare con la più ampia generosità. Cattivo seminatore sarebbe colui che conservasse il seme nel sacco per paura che si perda tra i pericoli. Deve affrontare con pienezza di coraggio i rischi del terreno e deve continuare a seminare, perché solamente con una semina generosa potrà aspettarsi un raccolto rigoglioso.
Il dato splendido della parabola è che nonostante che il terreno sia irregolare e non offra eccessive garanzie, il seminatore lancia comunque il suo seme e, alcuni mesi più tardi, il seme incomincia a produrre il suo frutto, dove il trenta, dove il sessanta e dove il cento per uno. Questo conferma che il seminatore aveva ragione a seminare con generosità e gran sacrificio. È stato saggio a non risparmiare sforzo alcuno e a sfruttare con intelligenza il tempo disponibile. Un seminatore che, prevedendo che parte del suo seme rimarrà fuori della strada, rinunciasse a seminare ed a tentare nuove strade, si comporterebbe da insensato. Manifesterebbe scarsa fiducia nella capacità del seme di vincere gli ostacoli e crescere, perfino in quei posti dove la terra non assicura neppure il trenta per uno. In realtà, il seminatore non può smettere di seminare. È qui che si rivela la profondità di vita di quegli uomini, i santi, che non si concedono riposo nella loro opera apostolica. Ci sorprende osservare quante e quanto preziose opere hanno messo in piedi in archi relativamente brevi di tempo. Pensiamo per esempio a san Tommaso d’Aquino e la sua Summa Theologiae, o a san Giovanni Bosco che fondò innumerevoli istituzioni a favore dei giovani, in breve tempo. Il mondo attende sempre la manifestazione dei Figli di Dio.

Suggerimenti pastorali

1. Bisogna vivere seminando
Ci sono alcuni che davanti alle difficoltà del presente si abbattono, perdono il senso della propria esistenza, si lasciano andare alla deriva per la paura e l’inibizione a praticare il bene. La liturgia di questa domenica c’invita piuttosto a fare il contrario: a fidarci dell’efficacia della parola.

È spontaneo rammentare l’esortazione dell’apostolo delle genti: "annuncia la parola, insiste in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina" (2Tm 4,2). Proclama la Parola, sii un buon seminatore, non risparmiare tempo né energie. Nel tuo impegno di oggi sta la tua speranza per il domani. Nella tua lotta quotidiana sta il riposo di una vita eterna con Dio, e una fecondità spirituale che supera di gran lunga le qualità stesse del terreno. Insisti sempre e comunque, cioè semina generosamente, a piene mani. Abbi fiducia nel seme, prepara il terreno, sfrutta il giorno, perché la vita è breve e l’eternità e già cominciata.
Nessuno dei sacerdoti prigionieri a Dachau durante l’ultimo conflitto mondiale immaginò minimamente che la sua testimonianza di vita, di amore per l’eucaristia, di carità cristiana, avrebbe sconfitto l’odio dell’avversario, avrebbe superato gli alti muri e i reticolati di spine, uscendo dai campi di concentramento e avrebbe dato frutto attraverso centinaia di sacerdoti che, ancora oggi, sono stati illuminati dalla loro dimostrazione di fedeltà e amore. Il seme era appena caduto nel solco, e incominciava a fruttificare.

2. È necessario preparare il terreno.
La parabola del seminatore invita spontaneamente a fare un esame della propria vita. Che tipo di terreno sono io? Che tipo di terreno offro al seme che Dio, con la sua parola, mette nella mia anima? È auspicabile che oggi ci disponiamo a scendere nel fondo della nostra anima, e ci decidiamo sinceramente ad essere terreno buono, a coltivare la nostra anima, togliendo pietre e spine, cioè le passioni disordinate, a sradicare i vizi e i peccati. La parola di Dio echeggia instancabile nella nostra anima, come campana che rintocca per dare l’allarme, invitandoci a radunare e concentrare le nostre forze spirituali di fronte al nemico, l’orgoglio, l’amor proprio, il demonio, il mondo terreno. Prepariamo il terreno usando gli strumenti della grazia, le virtù.
Ma è anche necessario "preparare il terreno" delle anime che ci sono affidate. I genitori devono "preparare il terreno" nel cuore dei loro figli ad accogliere l’amore di Dio. I maestri non educano solo le menti, ma soprattutto il cuore e l’anima dei loro allievi. Tutti siamo responsabili del bene spirituale e materiale dei nostri fratelli. Tutti abbiamo l’obbligo di "preparare il terreno" per l’arrivo di Dio. Non stanchiamoci di essere buoni agricoltori dei campi del Signore, non trascuriamo di preparare la strada affinché Gesù Cristo possa trovare degna accoglienza nel cuore delle persone.