Omelia per il 13 settembre 2009 – XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Omelia per il 13 settembre 2009 – XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Prima: Is 50, 5-9a;
seconda: Gc 2, 14-18;
Vangelo: Mc 8, 27-35

NESSO TRA LE LETTURE

In che cosa consiste l’essenza dell’uomo? La liturgia di oggi ci dà una risposta. Nella prima lettura, tre sono i tratti dell’uomo secondo il disegno di Dio: l’uomo è un essere "che ascolta", che soffre, che esperimenta la presenza e l’assistenza di Dio. Il vangelo presenta Gesù come la perfetta realizzazione dell’uomo: l’Unto di Dio, l’uomo dei dolori, il servo obbediente fino alla morte, colui che perde la sua vita per salvare quelle degli uomini. Infine, san Giacomo nella seconda lettura insegna che l’uomo è quello in cui fede ed opere si uniscono in alleanza indissolubile per raggiungere la perfetta realizzazione umana.

Messaggio Dottrinale

L’UOMO SECONDO DIO. Penso che la definizione dell’uomo non si debba cercare né soltanto né principalmente nell’uomo (sebbene non debba escludersi questa ricerca), dato che egli non è autocreativo né si chiama da solo all’esistenza. La definizione più autentica dell’uomo la può dare chi lo ha creato e lo ha chiamato dal non essere all’essere, dal nulla all’esistenza. Nel terzo canto del Servo si delinea in certa maniera una sintesi di antropologia teologica. Il primo tratto, non riportato dalla lettura liturgica, definisce l’essere umano come colui che riceve da Dio il dono di parlare parole di vita per gli altri, soprattutto per chi è stanco e spossato. Poi, appaiono in questo canto altri tre tratti che si trovano nel testo liturgico: 1) l’uomo è l’essere che Dio ha reso capace di "ascoltare", come i discepoli. È un discepolo di Dio, il che implica non soltanto l’ascolto teorico, ma allo stesso tempo l’ascolto che conduce alla prassi, alla realizzazione di quanto si è ascoltato, della voce originaria che lo precede e che ordina la sua vita. In altri termini, l’uomo è un discepolo obbediente di Dio. 2) L’uomo non è un essere per la morte, come direbbe Heidegger, ma è, sì, un essere per la sofferenza. La sofferenza è l’incudine sulla quale si forgia l’uomo; è lo stampo in cui si configura la sua personalità; è la frontiera, il caso limite che rivela la sua temporalità; è la cifra reale e misteriosa della condizione umana. 3) L’uomo è l’essere assistito da Dio, in cui Dio mostra la sua presenza costante ed efficace. Codesta presenza divina risulta essere la roccia su cui si fondano tutte le grandi certezze dell’uomo; il faro luminoso che orienta l’uomo nell’oscurità; lo stendardo che lo infiamma nella battaglia per essere e farsi uomo ogni giorno. A modo di conclusione, si può dire che chi esclude dalla concezione dell’uomo la solidarietà, l’ascolto, il dolore, la presenza divina, non sa realmente che cosa sia l’uomo.

CRISTO, IL VERO UOMO. Gesù è in primo luogo il Messia, l’Unto di Dio, che sottomette tutta la sua persona alla missione che Dio gli affida, giungendo perfino all’obbedienza della croce. Per questo, in Gesù si uniscono l’Unto e il Servo della sofferenza, non come due titoli contrapposti della sua condizione umana, ma come due nomi di una medesima persona, che la definiscono e la caratterizzano. Perfino quando Gesù viene paragonato con altre figure della Bibbia (Mosè, Elia, Giovanni il Battista, Salomone, Giona…), egli è diverso. Come egli stesso dirà: "Ecco uno maggiore di Giona… ecco uno maggiore di Salomone". D’altra parte, nella sua condizione sofferente, Gesù non si autolesiona né rinnega la sua sorte, ma mantiene una assoluta fiducia in Dio, che lo assisterà in mezzo al dolore e che lo risusciterà dai morti. Per tutto ciò, Gesù chiama "satana" Pietro, quando quest’ultimo tenta di allontanarlo sia dalla sua missione redentrice, sia dalla sua perfetta condizione umana secondo Dio. In Gesù, infine, si fa realtà anche un altro tratto messo in evidenza da san Giacomo nella seconda lettura: la coerenza tra la fede e le opere; non le opere della legge, ma le opere della fede. Possiamo dire che l’autocoscienza di Gesù coincide con la sua autorelizzazione.

Suggerimenti Pastorali

UOMO E CRISTIANO. Non poche volte nella storia del pensare – e anche probabilmente del vivere – queste due realtà hanno camminato per strade diverse. Sembrava quasi ad alcuni che non si possa essere pienamente uomo essendo perfettamente cristiano, o che non si possa essere pienamente cristiano, essendo perfettamente uomo. In definitiva, è, in termini antropologici, il dilemma posto da secoli tra fede e ragione, tra scienza e fede. In un nuovo clima culturale e spirituale, Giovanni Paolo II, in continuità con la dottrina cattolica, ha affermato categoricamente: "La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si eleva verso la contemplazione della verità". Traducendo la frase in termini antropologici, si può affermare: "l’uomo e il cristiano sono come le due ali con cui lo spirito umano si eleva verso la realizzazione della sua piena umanità". Forse può essere fruttuoso domandarci perché, nel passato e probabilmente anche oggi, si è separato l’uomo dal cristiano o il cristiano dall’uomo. Quali aspetti, quali tratti del vivere cristiano hanno potuto oscurare e perfino alienare da una concezione autentica dell’uomo? Quali modelli di cristiano si sono presentati o si presentano ai nostri giorni, che possano sembrare ad altri, cristiani o no, meno umani o perfino disumanizzanti? Il concilio dichiarò magnificamente che Cristo rivela l’uomo all’uomo, ma ci si può domandare: tutti noi cristiani, seguiamo in ciò le orme di Cristo? Non c’è dubbio che, a questo riguardo, c’è ancora molta strada. Percorrerla è compito di ciascuno e di tutti i cristiani.

IL PARADOSSO CRISTIANO. "Chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi la perde per me e per il vangelo la salverà", ci dice Gesù. È il grande paradosso cristiano, cioè umano. In termini paradossali, Gesù Cristo pone la grande battaglia dell’esistenza umana. È la battaglia tra l’egoismo e il dono di sé, tra la seduzione dell’io e l’attrazione di Dio, tra il culto della personalità e il culto della vera umiltà. Normalmente, però in modo sbagliato, si pensa che essendo egoisti ci si realizzerà, si salverà la propria identità, si otterrà una personalità di grande spessore. Il risultato, dopo un certo tempo, è la coscienza di star cercando l’impossibile, la frustrazione per tante energie sprecate inutilmente e, magari, anche il rendersi conto di aver sbagliato strada, accettare il proprio errore e indirizzare i passi per la giusta via. Questo giusto cammino è quello dello svuotarsi di sé per riempirsi di Dio, quello del darsi agli altri disinteressatamente, senza cercare compensazioni di nessun genere, è quello dell’umiltà profonda di chi sa ed accetta che tutto ciò che è e proviene da Dio lo deve porre al servizio degli altri. Questo è il cammino della salvezza. Questo è il cammino dell’autentica realizzazione dell’uomo. Questo è il cammino del paradosso cristiano. Fratello, camminiamo insieme e con gioia per questo cammino. È quello che Cristo ha indicato a noi, suoi discepoli.