(il Giornale) Il giacobino di Rivombrosa

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Perché la religione non si può espellere dalle scuole


di Massimo Introvigne (il Giornale, 2 marzo 2004)

Nella diocesi piemontese di Ivrea un dirigente scolastico vieta la visita del vescovo nella scuola del suo paese perché questa ha anche allievi «romeni e cinesi». I romeni sono presumibilmente cristiani ortodossi (ma in Piemonte ce ne sono molti di cattolici), e i cinesi presenti nell’Italia Settentrionale sono in buona parte cristiani protestanti: il riferimento agli alunni di «religione non cristiana» andrebbe dunque verificato nei fatti. Può darsi che le informazioni del dirigente scolastico sulle minoranze religiose in Italia non siano esattamente di prima mano.

La scuola in questione è quella di Aglié: un nome che avrà detto poco a molti lettori. In realtà tutti gli italiani – tranne quelli che negli ultimi mesi sono stati in vacanza all’estero – conoscono Aglié. Solo che la chiamano Rivombrosa. Ad Agliè in effetti è stato girato il fortunatissimo sceneggiato Elisa di Rivombrosa, e il castello dove nella serie televisiva vive la famiglia dei conti Ristori è precisamente lo storico castello di Aglié. Anzi, nelle ultime settimane una certa élite della cittadina, cui evidentemente non sono note le rivalutazioni accademiche delle cultura popolare, se l’è presa sulla stampa locale con Elisa di Rivombrosa perché rischierebbe di dare un’immagine falsa di Aglié, i cui fasti letterari sono legati al più serioso poeta Guido Gozzano. La disfida fra la scuola e il vescovo rimette Aglié sulla mappa del Piemonte come un paese, se non proprio dei giorni nostri, almeno degli anni 1950 e delle contese fra don Camillo e Peppone. Peccato solo che a molti sia sfuggito che Aglié è Rivombrosa: ma non si può avere tutto dalla vita (e dai giornali).

Che cosa c’entra Elisa di Rivombrosa con la polemica sul vescovo? Non moltissimo: ma forse qualcosa. Elisa ci mostra un mondo, il Piemonte del XVIII secolo, che esemplifica le radici dell’Italia: un mondo dove non tutti sono buoni cristiani, e dove alcuni ecclesiastici sono corrotti o paurosi (altri sono eroici), ma dove le suore, i sacerdoti, le chiese sono letteralmente dovunque. La cultura popolare spesso è lo specchio di quanto la gente più o meno vagamente percepisce: da Don Matteo in giù, chi voglia davvero rappresentare l’Italia non può prescindere dalla sua eredità religiosa.

Prima delle emozioni suscitate dal caso di Ofena, l’indagine sulla religione dei sociologi Garelli, Guizzardi e Pace (si veda il loro volume del 2003 «Un singolare pluralismo») aveva chiesto agli italiani se volessero mantenere il crocifisso nelle scuole. L’84 per cento aveva risposto di sì, ed è molto significativo notare, incrociando i dati, che al crocifisso era favorevole anche la maggioranza degli italiani che si dichiarano non credenti. Quei non credenti si sono dimostrati più saggi del dirigente scolastico di Aglié. La religione cattolica, il cuore della storia italiana, non può essere cacciata dalla scuola. Solo il rispetto dei diritti della maggioranza garantisce un clima sereno dove si rispettano anche i diritti delle minoranze. Il dirigente scolastico giacobino ha oggettivamente lavorato per l’intolleranza. A meno che si tratti solo dell’ennesima manovra della perfida marchesa Lucrezia Van Necker: speriamo allora che nell’ultima scena Elisa la smascheri, e riammetta il buon vescovo nella scuola di Rivombrosa.