La famiglia, immagine della SS. Trinità

Matrimonio e Famiglia
Chiavari, 22.11.2008
 
 
Il Forum delle Associazioni familiari: realtà e profezia sociale
 
 
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

1.         Il paradosso della famiglia in Italia
 
            Stare oggi con i rappresentanti del Forum delle associazioni familiari è per me un motivo di gioia ed anche un segno di gratitudine – cari amici – per quanto avete fatto in questi ultimi 15 anni. Se infatti “la prima e fondamentale struttura a favore dell’ecologia umana è la famiglia” (Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, 39) non si può che riconfermare e rilanciare la vostra azione, volta chiaramente a promuovere una ‘cultura’ della famiglia grazie ad una più netta soggettività politica, capace di dar corpo alle esigenze di politiche familiari più adeguate.
 
            Il paradosso della famiglia nel nostro Paese è che per un verso se ne rimarca l’importanza decisiva, a partire dalla stessa Costituzione che attribuisce ad essa una posizione centrale come “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29), e per un altro verso stenta una vera e propria politica a favore della famiglia, intesa come nucleo intero, come soggetto sociale. Non manca per altro chi, all’origine di tale paradosso, pone il fatto che il dibattito sulla famiglia è stato spesso di natura esclusivamente ideologica, portando a discutere della famiglia come problema, piuttosto che dei problemi delle famiglie. Comunque, la famiglia italiana, sebbene non aiutata adeguatamente, di fatto ha imparato a far da sola e a contare sulle proprie forze.
A rompere tale paradosso può obiettivamente contribuire – e a mio parere contribuisce di fatto – l’azione del Forum,capace di coniugare insieme le grandi questioni di fondo (come il concetto di famiglia e quello di vita), ma anche battaglie ideali (come un fisco a misura di famiglia e una educazione veramente libera). La vostra presenza sulla scena pubblica fa pure nota la Dottrina sociale della Chiesa, che offre un’originale interpretazione della realtà e che si rivolge a tutti indistintamente. A dir la verità, talvolta si ha l’impressione che il pensiero sociale che trae ispirazione del Vangelo sia una realtà più evocata che conosciuta, sia considerata un semplice orizzonte di valori, troppo alti e lontani perché possano farsi concreti in questo mondo, piuttosto che un’esigente criterio di giudizio e di azione. Per questo, tradurre in concreto la Dottrina sociale in modo puntuale, motivato e completo, è oggi una priorità, anche per evitare che ne venga privilegiato l’uno o l’altro aspetto secondo sensibilità ed orientamenti precostituiti, finendo per perderne la considerazione unitaria e per usarne in modo strumentale.
Per di più risulta sempre più decisivo vedere nella Dottrina sociale un elemento caratterizzante della stessa spiritualità del fedele laico. Siete voi laici infatti che portate il Vangelo dentro i gangli vitali dell’esistenza, secondo l’auspicio formulato di recente dalla Nota dopo Verona: «Per questo diventa essenziale “accelerare l’ora dei laici”, rilanciandone l’impegno ecclesiale e secolare, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere nei contesti della vita quotidiana, né penetrare quegli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione. Un ruolo specifico spetta agli sposi cristiani che, in forza del sacramento del Matrimonio, sono chiamati a divenire “Vangelo vivo tra gli uomini”. Riconoscere l’originale valore della vocazione laicale significa, all’interno di prassi di corresponsabilità, rendere i laici protagonisti di un discernimento attento e coraggioso, capace di valutazioni e di iniziative nella realtà secolare, impegno non meno rilevante di quello rivolto all’azione più strettamente pastorale» (n. 26).
 
            Credo che già al presente il Forum rappresenti una “realtà” che va ulteriormente consolidata su tutto il territorio nazionale, e che insieme esprime una “profezia sociale”. Vorrei a questo punto far riferimento a tre dimensioni in gioco nell’esperienza della famiglia che stanno particolarmente a cuore al popolo cristiano, e che siamo chiamati a declinare insieme per il bene dell’intera comunità degli uomini.
La prima dimensione è la famiglia stessa vista nella sua consistenza antropologica, di cui avvertire i forti riflessi personali sia nelle sfide che nelle potenzialità. Quindi c’è il dato della fede cristiana che è il Mistero della Trinità, a “immagine e somiglianza” della quale siamo stati creati. Infine c’è la serie delle ricadute etico-sociali, di cui si fa carico la Dottrina sociale della Chiesa attraverso alcuni suoi principi di azione che danno a pensare per il futuro cammino politico.
 
 
2.         L’essenza del familiare e le ricadute sulla persona e sulla società
 
La famiglia è innanzitutto il luogo in cui l’uomo, maschio e femmina, cioè due esseri simili e differenti in pari tempo, sono chiamati a prendersi cura della loro reciproca differenza. Per sempre. Tale cura è ben più della semplice e pur necessaria parità perché ciascuno è chiamato a raggiungere, con l’aiuto dell’altro e attraverso l’altro, la propria identità maschile o femminile. Al centro del legame vi è il dono e la cura reciproca. Il dono sincero di sé è il cuore del patto coniugale: é il dono della vita. Come ha detto Benedetto XVI:”La questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui” (Discorso al Convegno della Diocesi di Roma, , 6 giugno 2005)
            In secondo luogo la famiglia connette tra loro molte generazioni, ed ha come compito quello di tenere aperto il dialogo tra le generazioni presenti e quelle passate. Esattamente come lascia intuire sempre il Papa nella medesima circostanza appena evocata: ”Sappiamo bene che per un’autentica opera educativa non basta una teoria giusta o una dottrina da comunicare. C’è bisogno di qualcosa di molto più grande e umano, di quella vicinanza, quotidianamente vissuta, che è propria dell’amore e che trova il suo spazio più propizio anzitutto nella comunità familiare” (Discorso al Convegno della diocesi di Roma, 6 giugno 2008).
            Mi sia permesso, alla luce di quanto detto, far emergere la profonda distonia che emerge con il clima culturale dominante, segnato da un esasperato individualismo e da una preoccupante caduta della speranza. La crisi della relazione interpersonale sembra essere infatti un tratto caratteristico della cultura post-moderna che attinge, a ben guardare, ad una radice più profonda. Il bene, persa la sua forza metafisica di attrazione e il suo carattere di movente della persona, viene a coincidere progressivamente con l’atto stesso della sua libertà, con il suo carattere di autoreferenzialità. E vien da chiedersi, non senza una punta di paura: stiamo andando verso una società facoltativa? che non riconosce cioè la pertinenza antropologica della relazione? Sembra questo l’esito estremo della modernità, che ha certo il merito di aver rimesso al centro il soggetto, salvo poi disorientarlo e quasi estenuarlo in una libertà individuale che non sa più trovare una sponda e che appare dunque priva di ‘scopo’, giacchè l’io è chiuso in se stesso e si ritrova solo con il proprio sé. In questa prospettiva, la libertà tende a trasformarsi in una scala di preferenze soggettive, dipendente, in ultima analisi, da un criterio di gratificazione interna e da assenza di impedimenti esterni. Il bene e il male così si sono trasformati per l’uomo di oggi da principi supremi della vita morale in oggetti stessi di scelta. Ma quando si smarrisce la differenza (il bene e il male) tutto ha valore solo perché è scelto, e dunque nulla è scelto perché ha valore.
Le conseguenze di questo clima culturale non tardano a manifestarsi nelle dinamiche interpersonali che incidono sulla famiglia e a lungo andare sulla stessa società. All’autenticità si preferisce la pura spontaneità, se manca un metro di giudizio esterno all’azione; così come all’interiorità speculativa subentra l’esteriorità pragmatica, e tutto sembra risolversi in un vorticoso ed inconcludente agitarsi. Nell’uomo così ridotto nelle sue autentiche potenzialità, si fa strada una sensibilità tutta rivolta agli aspetti affettivi e del tutto indifferente a quelli etici. Di qui l’incapacità diffusa di cogliere nel matrimonio, oltre la giusta sfera della passione, anche quella dell’impegno. E i figli? Educati all’insegna del ‘vietato vietare’ e della più completa idiosincrasia rispetto a qualsiasi regola, non sono più autentici né più liberi, ma rischiano di diventare vittime dei desideri senza fine. Il principio di realtà d’altra parte non tollera che venga dimenticato. E prima o poi riemerge. Ma nel frattempo, senza accorgersene, il paesaggio morale è stato trasformato.
Quanto detto reclama di ripensare la relazione come fattore di identità e non come questione estrinseca. L’identità relazionale deve essere fondata ontologicamente e non solo come una necessità moralistica. Questa è – a mio avviso – anche la strada per risalire la china di una cultura che sta scivolando verso un difficile rapporto con il tempo e con le nuove generazioni. Gli indici più evidenti sono il calo demografico, la paura diffusa, l’apatia strisciante, il rifugio nel privato, un calo di tensione politica, la difficoltà di trasmettere valori educativamente significanti, una certa afasia della fede nelle nuove generazioni.
 
 
3.         La famiglia dimora dell’ umano e del divino
           
            “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18) è la prima citazione biblica che si incontra nel capitolo V del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa per mettere in evidenza che la “coppia costituisce la prima forma di comunione di persone”. E che Dio non ci ha creati “soli” ma in relazione: e questo perché ci ha fatti “a sua immagine e somiglianza”. Per riscoprire chi è l’uomo occorre dunque lasciarsi ammaestrare da quanto la Rivelazione lascia conoscere di Dio, attraverso l’evento di Gesù Cristo. Tale dimensione è espressamente richiamata dallo stesso Compendio (I, 30-37), con le parole: «Il fenomeno culturale, sociale, economico e politico odierno dell’interdipendenza, che intensifica e rende particolarmente evidenti i vincoli che uniscono la famiglia umana, mette in risalto una volta di più, alla luce della Rivelazione, “un nuovo modello di unità del genere umano, al quale deve ispirarsi , in ultima istanza, la solidarietà. Questo supremo modello di unità, riflesso della vita intima di Dio, uno in tre Persone, è ciò che noi cristiani designiamo con la parola “comunione”» (cfr. Sollicitudo rei socialis, 40).
La dimensione relazionale interpersonale, che diventa comunione, è dunque in un certo senso la chiave per “comprendere” il mistero divino come amore (cfr.1Gv 4,7.16): Dio non è solo nella sua intimità, ma è rivolto costitutivamente verso l’altro. Si scopre così che per noi cristiani confessare la Trinità non vuol dire soltanto riconoscerla come un principio, ma anche come un modello ultimo della nostra vita. Quando affermiamo e rispettiamo le diversità e il pluralismo tra gli esseri umani, in pratica confessiamo la distinzione trinitaria delle Persone divine. Così, quando eliminiamo le distanze e lavoriamo per realizzare l’uguaglianza tra uomo e donna, tra i fortunati e gli sventurati, tra i vicini e i lontani, affermiamo nella pratica l’uguaglianza delle persone della Trinità. Finalmente, quando ci sforziamo di aver “un cuor solo e un’anima sola”, e di imparare a condividere perché nessuno abbia a patire l’indigenza, stiamo confessando l’unico Dio e accogliamo in noi la sua vita trinitaria.
Una conferma storica dell’influsso della retta dottrina sulla vita pratica è la nascita della categoria di persona nel contesto delle eresie trinitarie. Sarà proprio il termine prosopon (insieme quello di ousia) che riuscirà infatti a dare soluzione non solo linguistica al problema del Dio cristiano, e diventerà in seguito uno dei pilastri concettuali della cultura occidentale rispetto al resto del mondo. Quando in seguito, nell’evo moderno, la percezione trinitaria andrà offuscandosi, si avrà come effetto una concezione solitaria dell’ego. L’uomo occidentale finirà così per concepirsi non più in rapporto al Dio Uno-Trino, ma semplicemente rispetto al Dio Uno, sempre più sfumato in un larvato deismo tanto impersonale quanto inconsistente. Per arrivare ai nostri giorni, non si può nascondere che dietro talune forme di risveglio religioso che confinano con la New Age, si colga un fenomeno assai simile ed altrettanto preoccupante.
Come si vede, non è ininfluente la visione di Dio per il costituirsi della società umana, e la connessione è legata precisamente all’impronta creativa, che resta come libera indicazione di un cammino che spetta all’uomo decifrare e poi assecondare o contrastare. All’interno di questa prospettiva si colloca agevolmente il “caso serio” dell’amore tra l’uomo e la donna. Infatti ognuno è destinato da Dio a trovare il proprio compimento terreno e la propria felicità attraverso l’amore di un’altra creatura. In questo amore, che dona e si dona, sta l’unità e il raggiungimento di sé. Perché ciò avvenga l’uomo e la donna lasciano il padre e la madre, e si aprono alla nuova realtà di coppia e di famiglia. Per questo E. Mounier ha potuto scrivere: ”La famiglia è un asse centrale del personalismo…E’ un fragile miracolo, intessuto d’amore, educatore all’amore” (Mounier, E., Il personalismo, Roma, 1996, 148ss.).
In questo senso, la famiglia è e resta il crocevia tra il pubblico e il privato, e per questo non si fatica ad individuare alcune fondamentali sfide che vanno raccolte in ambito sociale e politico, se non si vuol perdere questa struttura-base della vita umana e della convivenza sociale.
 
 
4.         I principi-base della famiglia
 
            Dopo aver illustrato il fondamento antropologico e quello teologico della famiglia, è più facile capire il perché della posizione tenace e spesso solitaria della Chiesa, la quale – nonostante certi insistenti orientamenti della cultura post-moderna – continua a riaffermare la centralità del matrimonio e della famiglia. Non è certo per il retaggio di una cultura patriarcale ed agricola ormai superate, né per il desiderio di mantenere un controllo attraverso la rete familiare, come talora capita di leggere qua e là non senza sorpresa. Questa passione per la famiglia – dovrebbe essere ormai chiaro – è riconducibile alla passione per l’uomo, colto non nell’astrattezza di una generica soggettività, ma nella concretezza del suo essere: di uomini e di donne, concretamente generati, educati, situati in una famiglia, e che trovano nella relazione coniugale e in quella genitoriale un essenziale elemento di identità e insieme di apertura alla società.
 La riduzione della persona a individuo non va nel senso dell’umanizzazione e chiude l’uomo nel presente, impedendogli di aprirsi al futuro. Contro questo rischio di dis-umanizzazione il Compendio reagisce, riservando uno spazio ampio ad un tema, quello della famiglia, che una certa cultura vorrebbe relegare nell’area della privatezza, salvo poi reclamare le stesse garanzie per altri tipi di rapporto. Di qui la scelta di affrontare la questione famiglia a tutto campo, a partire da una breve presentazione del matrimonio come sacramento (V, 219) per poi affrontare i vari aspetti sotto il profilo dottrinale. Il nucleo essenziale della proposte va rintracciato attorno a tre nuclei tematici.
 
4.1 L’anteriorità della famiglia
C’è una anteriorità della famiglia che spazza il campo da qualsiasi equivoco circa i rapporti con lo Stato, e più in generale circa la priorità del dato naturale rispetto a qualsiasi istituzione storica. E’ questa una persuasione che si è fatta strada con chiarezza nella coscienza del Magistero sociale, quando il crescente protagonismo statuale rischiava di offuscare questa evidenza. Non a caso già Leone XIII affermava con nettezza che la famiglia è “società piccola, ma vera, e anteriore a ogni civile società; perciò con diritti ed obbligazioni indipendenti dallo Stato” (Rerum Novarum, 9). Essa perciò – chiarisce la successiva riflessione della Chiesa – è “una società che gode di un diritto proprio e primordiale” (Dignitatis Humanae, 5; Familiaris Consortio, 45), che chiede di essere riconosciuta così da fare della famiglia una “società sovrana” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 17). Il carattere primordiale dell’unione coniugale come patto di fedeltà, libero ed indissolubile, precede dunque il carattere convenzionale e contrattuale dell’organizzazione sociale, rendendo la famiglia un unicum, tra i diversi tipi di relazioni umane.
La famiglia infatti è radicata in una norma anzitutto di carattere antropologico, che è stata sottolineata nella Carta dei diritti della famiglia, promulgata dalla Santa Sede il 22 ottobre del 1983, affermando che: ”la famiglia costituisce, più ancora di un mero nucleo giuridico, sociale ed economico, una comunità di amore e di solidarietà che è in modo unico adatta ad insegnare e a trasmettere valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società” (Preambolo). Così si fa chiara la connessione strettissima tra i diritti della persona e i diritti della famiglia.
Ne derivano alcune conseguenze facilmente intuibili. Per un verso si tratta di rispettare, riconoscere e valorizzare questa particolare ‘società’, e per un altro è conveniente non oscurare il senso e non annullare l’identità della famiglia, in quanto istituzione nativamente fondata sul matrimonio, equiparandola ad altre forme di relazione.
 
4.2 I principi di sussidiarietà e di solidarietà nella famiglia
In una società che rischia l’anonimato e la massificazione, la famiglia offre un necessario apprendistato alla socialità. Particolarmente importante è in questo contesto la riaffermazione del diritto-dovere di educare (cfr. Compendio, nn 238 ss), non solo per l’esigenza di salvaguardare la libertà educativa dei genitori, ma anche in vista del riconoscimento dell’importante funzione sociale che, attraverso i compiti di cura, i suoi messaggi, i suoi stili di vita, la famiglia svolge, contribuendo in tal modo al bene comune e costituendo al medesimo tempo “la prima scuola di virtù sociale”. Trasmettere il dono della vita è dunque educarsi ed educare in quanto anche i genitori, che sono “maestri di umanità dei propri figli… la apprendono da loro” (Lettera alle Famiglie, 16).
Allo stesso principio di sussidiarietà viene ricondotto l’insieme delle scelte di politica familiare, a cominciare dal salario familiare, che è un elemento tradizionale a partire dalla Rerum Novarum, ripreso poi e sviluppato nella forma moderna di un sostegno economico alle famiglie con persone a carico, per giungere sino al riconoscimento dell’importanza sociale del lavoro di cura, di cui viene auspicato adeguato riconoscimento anche sul piano economico (cfr. Compendio, 251). In sintesi, “la società e lo Stato non possono… né assorbire né sostituire o ridurre la dimensione sociale della famiglia; piuttosto devono onorarla, riconoscerla, rispettarla e promuoverla secondo il principio di sussidiarietà” (cfr. Compendio, 252).   
Accanto a tale principio, c’è pure quello di solidarietà che esprime il livello orizzontale dei rapporti. Anche all’interno della singola famiglia, infatti, si innesta una solidale attitudine che si attiva non per via di una dinamica contrattuale, ma per la responsabilità reciproca che è creata dalla natura relazionale dei rapporti familiari. La famiglia non è soggetto di diritti in quanto soggetto collettivo, ma in quanto comunione di persone in cui vige la logica della reciprocità, che va ben oltre quella della parità di prestazioni: in tal senso la famiglia configura il modello di società della solidarietà e dell’eguaglianza.
 
4.3 Il protagonismo della famiglia
L’ultima persuasione che mi sento di condividere, e che giustifica la mia riflessione oltre che la vostra azione, vuol esprimere il riconoscimento da parte della società della “soggettività della famiglia”, di contro ad una visione atomistica della comunità familiare, ridotta a puro aggregato di individui. Questa soggettività è essenziale per la stessa società, per superare il tarlo roditore dell’individualismo. Da questo riconoscimento nasce l’esigenza che la famiglia sia il diretto interlocutore dei pubblici poteri, soprattutto attraverso quell’associazionismo familiare che viene dal Compendio incoraggiato apertamente (cfr. n. 247).
            Tale riconoscimento, però, prima di essere qualcosa che nasce dall’esterno, richiede una presa di coscienza dall’interno della medesima realtà. Sarebbe ingenuo aspettarsi il riconoscimento di una tale prerogativa dalle istanze culturali e da quelle politiche, se le famiglie stesse per prime non ne fossero profondamente persuase e non se ne facessero direttamente interpreti. Si spiega anche così l’insistenza con cui la Familiaris Consortio prima, e poi lo stesso Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, richiamano questa consapevolezza e questo protagonismo da far crescere. Cito per tutti un passo della Familiaris Consortio che è inequivocabile:”Il compito sociale delle famiglie è chiamato ad esprimersi anche in forme di intervento politico: le famiglie, cioè, devono per prime adoperarsi affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere “protagoniste” della cosiddetta “politica familiare” ed assumersi la responsabilità di trasformare la società: diversamente le famiglie saranno le prime vittime di quei mali che si sono limitate ad osservare con indifferenza” (n. 44).
Penso che a far lievitare questo protagonismo giovi anche e in modo decisivo il fattivo coinvolgimento delle 52 Associazioni che formalmente costituiscono il Forum. E’ auspicabile che il contatto con questo variegato mondo di base sia tenuto vivo e, se necessario, risvegliato perché esso rappresenta uno spaccato significativo dell’esperienza ecclesiale. E’ noto ormai che, su certi problemi comuni e decisivi, solamente una voce unitaria e chiara può essere interlocutore efficace. Ciò non oscura né mortifica la specificità di ogni esperienza e voce, che devono continuare nel vivace radicamento del proprio territorio e nel perseguimento di obiettivi specifici, oltre che naturalmente portare un cordiale contributo di idee e di risorse personali per raggiungere insieme traguardi inediti e decisivi per il bene radicale della famiglia in quanto soggetto unico, peculiare e ineguagliabile.
E’ accaduto di recente con la raccolta di oltre un milione di firme per “un fisco a misura di famiglia”, che lo stesso Benedetto XVI ha definito “lodevole impegno… affinché i Governi promuovano una politica familiare che offra la possibilità concreta ai genitori di avere dei figli ed educarli in famiglia” (Discorso ai partecipanti al Forum delle Associazione familiari e alla Federazione Europea delle Associazioni familiari cattoliche, 16 maggio 2008).
 
            Il Forum continui ad essere “realtà e profezia sociale”, essendo ormai a tutti chiaro che la questione antropologica – di cui la famiglia è il nucleo germinale – è la nuova questione sociale (cfr. Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano. Documento preparatorio, Bologna, 2007, 40-41). In tal modo i cristiani saranno ancora una volta non passivi spettatori dei cambiamenti in corso, ma originali e coraggiosi interpreti della famiglia alla luce del Vangelo che non muta.