(Cristianità) Cantoni: La legge non fa i cristiani

Pubblicazioni

Cristianità n. 319 (2003)


 


Ofena: riflessioni e domande


 


GIOVANNI CANTONI


 


Un piccolo accadimento ha attraversato come una meteora il cielo dell’informazione, poi, sempre come una meteora, è scomparso.

 


Mi riferisco a quanto si è verificato a Ofena, piccolo abitato in provincia de L’Aquila: un cittadino italiano di religione islamica — il fatto che si tratti del già famoso o famigerato Adel Smith non modifica il suo stato di “cittadino italiano di religione islamica” — ha lamentato la presenza in un luogo pubblico — la scuola elementare —, frequentato da suoi familiari — i figli —, di segni religiosi estranei al suo orizzonte appunto religioso e ne ha chiesto la rimozione. E ha ottenuto in tal senso un’ordinanza da parte di un giudice del Tribunale del capoluogo abruzzese, il dottor Mario Montanaro, ordinanza la cui esecuzione è stata poi sospesa.


 


Al momento del fatto, per qualche giorno è parso che l’accadimento fosse di quelli destinati a vita non dico non effimera, ma meno effimera del consueto. Poi, al punto fino a cui l’ho descritta, la storia è finita e la cosa è caduta in non cale.


 


Ritengo che il fatto in sé, e quanto lo ha accompagnato e circondato, meriti di esser preso in esame da diversi punti di vista perché di grande portata emblematica.


 


Infatti, tolti i nomi dei protagonisti, che non chiariscono ma — piuttosto — oscurano l’orizzonte, due almeno sono le prospettive di qualche rilievo da cui osservarlo.


 


La prima di esse è descrivibile nei termini seguenti: in Italia e in Europa non solo sono arrivati, ma sono in arrivo milioni di persone, presumibilmente portatori, in una percentuale consistente, di una cultura diversa da quella oggi dominante, quindi — anche se non soprattutto — di una diversa religione. Come ci si prepara ad affrontare la novità costituita da una così marcata diversità? Il caso di Ofena poteva, mutatis mutandis, essere occasione per una riflessione seria in proposito: infatti solleva una problematica che oggi vede un soggetto minoritario, e vistosamente minoritario, immerso in un mondo diversamente orientato, ma chiede di pensare a come affrontare il problema prevedibile destinato a presentarsi quando quel mondo dell’immigrazione, oggi minoritario e senza cittadinanza, avrà maggiore consistenza e la cittadinanza.


 


In termini più generali: l’Italia — per limitarci all’Italia — è un paese abitato da un popolo fino a oggi grosso modo monoculturale, ma in via di trasformazione, dalla metà degli anni 1960, in un popolo multiculturale. Come si pensa di affrontare la problematica corrispondente non solo oltre la cattiva retorica, ma anche oltre quella buona? Il caso di Ofena ha offerto l’occasione per una riflessione sulla pubblica piazza, ma questa riflessione, a mio avviso, non è stata fatta in misura adeguata.


 


Noto anzitutto che, nel breve periodo in cui l’accaduto ha tenuto la scena, si è potuta verificare una non trascurabile reattività del corpo sociale storico di fronte all’ipotesi di una rimozione dei segni della cattolicità dal paesaggio pubblico italiano, reattività che rivela — e costituisce — per certo una preziosa caparra non solo per il presente, ma anche per il futuro. A grandi linee si potrebbe dire che, nonostante le controtestimonianze costituite dall’introduzione del divorzio e dell’aborto nell’ordinamento giuridico della Repubblica Italiana, vi sono residui elementi di orgoglio cattolico nel corpo sociale italiano, che alimentano una certa resistenza a determinate lesioni e che si trasformano, talora, perfino in elementi di reazione. Lascio evidentemente la valutazione della portata spirituale di tali resistenza e reazione anzitutto al Padreterno, dal momento che è di sua stretta e, soprattutto, definitiva competenza; quindi all’autorità ecclesiastica; finalmente le segnalo e ne traggo motivo di speranza anche umana.


 


Osservo poi, in secondo luogo, che non solo il corpo sociale ha reagito in modi facilmente rilevabili all’ipotesi, ritenuta giustamente offensiva, della rimozione del crocifisso da un luogo pubblico, ma a tale eventualità hanno pure reagito anche soggetti, di maggiore o di minore rilievo istituzionale, comunque esponenti dell’establishment. A loro proposito, di genere e non di specie, si può osservare che, o la loro reattività è maliziosa, in quanto intesa a confermare solo a parole la loro ipotetica consonanza con il comune sentire — cioè tale ostentata reattività costituisce una mossa per “ricuperare la reazione”, come si sarebbe detto in un linguaggio in altri tempi corrente —, oppure svela, in metodici apologeti di storiche e gravissime “rimozioni”, quanto ben esprime il pensatore svizzero Gonzague de Reynold quando afferma: “I fatti che deploriamo sono stati generati dalle idee che ci sono care” (1).


 


Vengo all’aspetto giuridico del problema e mi chiedo, a fronte dell’accaduto, cioè tanto dell’emissione dell’ordinanza che della sua sospensione, se il comune sentire di quella che ancor oggi costituisce la grande maggioranza del popolo italiano trovi riscontro nel diritto e nella pratica del diritto. Si può dire seriamente e fondatamente che vi sia concordanza, oppure ha senso evocare antagonisticamente categorie come quelle di “paese legale” e di “paese reale”? Ancora, in altri termini ma allo stesso proposito: come nel caso d’incidenti, quello compiuto dal dottor Montanaro è un gesto qualificabile come “errore umano” oppure il “regolamento”, se non lo prevede esplicitamente e direttamente, almeno lo permette? (2).


 


Mentre seguo lo scarno dibattito di merito, vengo a quanto mi tocca in quanto tocca ogni cattolico. Dico al problema perfettamente identificato da Papa Giovanni Paolo II, quando afferma che, “[…] sul tema dell’integrazione culturale, tanto dibattuto al giorno d’oggi, non è facile individuare assetti e ordinamenti che garantiscano, in modo equilibrato ed equo, i diritti e i doveri tanto di chi accoglie quanto di chi viene accolto” (3). Quindi, dopo un breve excursus storico sul problema, il Pontefice sentenzia: “In una materia così complessa, non ci sono formule “magiche”” (4), precisando che, “quanto alle istanze culturali di cui gli immigrati sono portatori, nella misura in cui non si pongono in antitesi ai valori etici universali, insiti nella legge naturale, ed ai diritti umani fondamentali, vanno rispettate e accolte” (5). Comunque, la soluzione del problema di “[…] determinare dove arrivi il diritto degli immigrati al riconoscimento giuridico pubblico di loro specifiche espressioni culturali, che non facilmente si compongano con i costumi della maggioranza dei cittadini […] è legata alla concreta valutazione del bene comune in un dato momento storico e in una data situazione territoriale e sociale. Molto dipende dall’affermarsi negli animi di una cultura dell’accoglienza che, senza cedere all’indifferentismo circa i valori, sappia mettere insieme le ragioni dell’identità e quelle del dialogo” (6).


 


Infine — suggerisce il Papa —, “[…] non si può sottovalutare l’importanza che la cultura caratteristica di un territorio possiede per la crescita equilibrata, specie nell’età evolutiva più delicata, di coloro che vi appartengono fin dalla nascita. Da questo punto di vista, può ritenersi un orientamento plausibile quello di garantire a un determinato territorio un certo “equilibrio culturale”, in rapporto alla cultura che lo ha prevalentemente segnato; un equilibrio che, pur nell’apertura alle minoranze e nel rispetto dei loro diritti fondamentali, consenta la permanenza e lo sviluppo di una determinata “fisionomia culturale”, ossia di quel patrimonio fondamentale di lingua, tradizioni e valori che si legano generalmente all’esperienza della nazione e al senso della “patria”.


 


“È evidente però — prosegue — che questa esigenza di “equilibrio”, rispetto alla “fisionomia culturale” di un territorio, non può essere soddisfatta con puri strumenti legislativi, giacché questi non avrebbero efficacia se privi di fondamento nell’ethos della popolazione […], quando una cultura perdesse di fatto la capacità di animare un popolo e un territorio, diventando una semplice eredità custodita in musei o monumenti artistici e letterari” (7).


 


Ergo, mentre politici e giuristi pensano e discutono — o dovrebbero pensare e discutere — agli altri tocca dare realizzazione a una nuova evangelizzazione, non solo religiosa in senso stretto ma, anche e forse preventivamente, culturale, al rafforzamento dell’ethos italiano, dal momento che la legge può solo proteggere una realtà esistente, non costruirla, pena il ricadere in una prospettiva totalitaria.


 


Giovanni Cantoni


 


 


 


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(1) Gonzague de Reynold (1880-1970), Cercles concentriques. Études et morceaux sur la Suisse, Les Éditions du Chandelier, Bienne 1943, p. 232.


 


(2) Cfr. Alfredo Mantovano, Ofena: il problema reale si chiama libertà religiosa, in questo stesso fascicolo di Cristianità, pp. 5-6.


 


(3) Giovanni Paolo II, Dialogo tra le culture per una civiltà dell’amore e della pace. Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2001, dell’8-12-2000, n. 12, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXIII, 2, pp. 1062-1076 (p. 1069).


 


(4) Ibid., n. 13, p. 1070.


 


(5) Ibid.; la sottolineatura è mia.


 


(6) Ibid., n. 14, p. 1070.


 


(7) Ibid., nn. 14-15, pp. 1070-1071.


 


 


 

http://www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/cantonig319.htm

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