(CorSera) Rol: veggente o impostore?

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UN MISTERO CHE DIVIDE E AFFASCINA

di VITTORIO MESSORI




Piccola cronaca di queste settimane: la posta mi recapita la rivista del Cicap, l’associazione degli «scettici», quella che ha Piero Angela tra i fondatori, con la copertina che annuncia un dossier sul «caso Rol». Un corriere della Mondadori mi consegna Rol. Il grande veggente di Renzo Allegri. In libreria, mi segnalano, anch’esso appena uscito, Il pensiero di Rol , di Maurizio Bonfiglio. Da Torino, mi telefonano chiedendomi una relazione a un congresso per il centenario della nascita di Rol.Sempre dal Cicap, giunge l’invito al Convegno nazionale dove, ovviamente, una delle relazioni sarà su Rol. Un amico della Radio Vaticana mi chiede se sarei disponibile a una conversazione sul tema «Rol e la fede». Ieri, infine, vedo su La Stampa una pagina intera con un grande titolo: «Mistero Rol».


Non è che la cronaca degli ultimi tempi. In realtà questo fiume di interesse, questo contrapporsi di detrattori e di devoti (astuto, abilissimo illusionista o uomo del Mistero, medium incomparabile?) dura da ormai nove anni, da quel giorno del 1994 in cui il dottor Gustavo Adolfo Rol portò per sempre nella tomba il suo segreto.
Chi era, in realtà, quest’uomo? I biografi possono abbozzarne soltanto l’identikit esteriore, ciò che conta davvero resterà per sempre impenetrabile. Il cognome (così come il doppio nome di battesimo) rivela l’origine aristocratica svedese. E norvegese fu la moglie, Elna, che pochissimi videro: a me non accadde mai, se ne intuiva solo la presenza nella vastità della casa silenziosa. Delle sue tre lauree, una fu a Torino, ma la seconda a Parigi, la terza a Londra. Il praticantato come banchiere (il padre fu tra i fondatori della Banca Commerciale) lo vide a Edimburgo, ma anche nella Berlino scintillante e mortuaria de L’angelo azzurro . Ricco com’era, presto lasciò il mondo degli affari per darsi agli studi, alla pittura, a qualche scambio antiquario di gran livello. Il suo aspetto stesso rivelava subito il gentiluomo: alto, di un’eleganza all’antica (mai lo vidi senza la giacca, dalle maniche spuntavano magnifici gemelli, al dito un anello con lo stemma nobiliare), un piccolo sorriso cordiale e al contempo intimidente, lo sguardo di una profondità inspiegabile. Per decenni, sembrò non far nulla, se non ricevere, quasi ogni sera, un gruppo selezionatissimo di amici nello splendido alloggio torinese, presso il Parco del Valentino.
Nel salotto «napoleonico», Rol intratteneva i suoi ospiti con lo scintillio di una conversazione elegante e poliglotta. A ora ormai tarda, spesso (ma non sempre) invitava a passare in un’altra sala, attigua, e ad accomodarsi attorno a un lungo tavolo. Cominciavano, allora, quelli che chiamava «esperimenti». Cominciava, cioè, tutto ciò su cui ancora ci si divide e ci si dividerà sempre: carte da gioco sembravano animarsi in trasformazioni impressionanti, scritte pertinenti apparivano su fogli di carta ben ripiegati e chiusi nelle giacche; quadri di grandi autori si materializzavano su tele bianche; oggetti storici riemergevano dal passato; libri sigillati venivano letti; cose lanciate contro il muro si depositavano sul pavimento della stanza accanto… Se, talvolta, ero anch’io nel piccolo gruppo degli astanti sbalorditi, era perché al dottor Rol avevo fatto solenne promessa di non scrivere alcunché, sino alla sua morte, di ciò che avevo visto. Qualche altro, rarissimo, giornalista fu autorizzato a riferire qualcosa, ma l’interessato volle sempre rivedere con pignoleria i testi. Poiché non è sostenibile l’ipotesi del lucro (l’agiato Rol non volle mai ricavare nulla da quelle sue facoltà, nota era, piuttosto, la sua generosità verso i bisognosi) gli scettici ancora oggi parlano di un simulatore per vanità. Singolare «vanitoso», che limitava la vista dei suoi prodigi a pochi amici, seppur spesso prestigiosi, e mai volle uscire dalla penombra che aveva scelto. La sola proposta di apparire su qualche tv o di «esibirsi» in qualche modo in pubblico, provocava uno dei suoi sorrisetti beffardi.
Quale che sia la soluzione (che Dio solo, ormai, conosce) del «caso Rol», l’enigma resta fitto. Se davvero quell’uomo aveva così prodigiose facoltà, ragione e logica esigono di riconoscere una realtà sconvolgente, un Mistero che va al di là di ogni schema scientista. Ma se il ricco, colto, cortese gentiluomo di via Silvio Pellico 31 non fu che un abile e cinico impostore, il caso non è affatto risolto: mancano i moventi (non il denaro, non l’esibizionismo). Soprattutto, una simile simulazione, protratta sino alla fine di una vita quasi centenaria, è in contrasto insanabile con la moralità di un aristocratico di onestà all’antica e che fu, tra l’altro, un cattolico rigoroso e praticante. Un uomo che (come so di certo) fu accompagnato costantemente dai colloqui con un direttore spirituale. Comunque sia, dietro le tre lettere di quel cognome di un torinese dalle radici esotiche si staglierà sempre una domanda inquietante.


Corriere della Sera 4-6-2003