(Avvenire) Il rapper del Signore

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Parla uno degli artisti simbolo della musica dei giovani afroamericani e che era stato scelto da Hollywood per raccontare nel film «Colors» insieme a Sean Penn la vita delle bande giovanili


Gerardo: «Io, star del rap violento ora canto la fede»


«Ero il simbolo delle gang, ma la mia vita era vuota Avevo paura che i fans non capissero la mia svolta, invece molti mi hanno seguito»


Di Andrea Pedrinelli

Rap cristiano? Sembra una contraddizione in termini: il rap è nato nelle periferie americane per cantare la protesta, e spesso sfocia in durissime violenze verbali e propone ideali di vita non propriamente etici. Eppure un rapper cristiano c’è, e non è neppure una figura di secondo piano. Gerardo, artista dell’Ecuador, ebbe anzi grande successo quando esordì nel 1991 da rapper “normale”, anticipando addirittura Ricky Martin nel cosiddetto “spanglish” (linguaggio frammisto di inglese e spagnolo).
Dopo qualche anno si ritirò a fare il produttore (lanciando Enrique Iglesias) e l’attore (con Sean Penn in Colors che, non a acaso, raccontava la vita violenta delle band giovanili americane), e torna solo ora, con l’album 180° in cui canta -nel rap- la sua fede. Ci si chiederà quanto sia credibile una svolta del genere: due indizi ci fanno propendere per una risposta positiva. I testi del disco (nel singolo Sueña si canta «la nostra motivazione non dev’essere più il denaro», e in Mujer – fatto davvero strano per il mondo maschilista dei rapper – si parla della donna con rispetto), e il modo di “usare” la musica per parlare di valori e raccogliere fondi per aiutare chi ha bisogno. Come ci racconta lo stesso Gerardo.
Che cosa le ha fatto cambiare rotta?
«Non certo un “miracolo”: il profondo ripensamento di quanto ero e dicevo. Pensando solo a soldi e fama ero una star, ma mi sono accorto che parlavo del nulla. Lavorando dietro le quinte ho scavato in me ed ho scoperto la fede. Oggi voglio cantarla agli altri».
Temeva di essere rifiutato nella nuova veste?
«Tantissimo. Pensavo di non essere creduto neppure dai fans. Però non è accaduto: credo abbiano colto che sono sempre sincero. E che adesso ho soltanto capito molte più cose di un tempo».
Come mai però non ha cambiato lo stile musicale?
«Perché il rap è perfetto per far arrivare subito alla gente i concetti. Parla di realtà: la realtà che canto oggi è la vita quotidiana della gente perbene».
Non teme neppure di pass are per un «predicatore»?
«No, cerco solo un confronto. Le mie sono opinioni forti, lo so: ma vorrei semmai esserne testimone».
A mo’ di retaggio del passato, è pieno di tatuaggi: la croce che porta sul petto non viene così svilita?
«Il dubbio l’ho avuto anch’io. Però credo che in fondo proporsi ai ragazzi con un “look” vicino al loro ma allo stesso tempo diverso, in un dettaglio tanto importante, possa farmi anche ascoltare di più».
Molti giovani oggi hanno una concezione dell’amore molto libera, e lei gli canta il rigore della Chiesa in merito. È difficile?
«È necessario. Non si può dire di credere e poi non seguire tutti i dettami del cristianesimo. Pure io ho fatto i miei errori, anche se oggi ho moglie e figli. Ma anche confessare gli errori serve a testimoniare».
Oggi sente più responsabilità, dunque.
«Molta di più. Quando scrivo, quando realizzo i videoclip (in Sueña canta con un pastore protestante ad indicare un dialogo possibile, ndr), quando faccio beneficenza. Che deve partire dalla conoscenza dei problemi: alla gente non chiedo mai denaro, li invito tramite i cd a contattare l’associazione Sangre de America per sapere cosa serve agli Indios. Con mille dollari si comprano decine di migliaia di occhiali per bambini: ecco, ci servono molto di più di un assegno».


Avvenire 28-12-2005