(Avvenire) Edith Stein ed il nazismo alla Lateranense

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CULTURA E STORIA


Il cuore di Edith ferito dai nazi


Già alla fine degli anni Trenta denunciò i rischi del silenzio verso la persecuzione ebraica. Un convegno rilegge la sua «resistenza» a Hitler a partire dalla supplica inviata a Pio XI nel 1933


Di Gianni Santamaria

La recente pubblicazione – in febbraio – di una lettera di Edith Stein a Pio XI emersa dagli archivi vaticani (se ne conosceva l’esistenza, ma non il contenuto) ha riacceso l’interesse per questa personalità affascinante e per la sua resistenza spirituale al nazismo. Se ne occupa un convegno che si tiene domani alla Lateranense (vedi box).
Nell’aprile del 1933, pochi mesi prima di entrare nel Carmelo, la filosofa di origine ebraica, che sarebbe morta ad Auschwitz (e che Giovanni Paolo II ha proclamato santa nel 1998) denunciava gli abusi del regime, l’odio per gli ebrei, il futuro di terrore. «Temiamo il peggio per l’immagine mondiale della Chiesa stessa, se il silenzio si prolunga ulteriormente», scriveva. «Quel documento è storicamente molto importante – dice uno degli organizzatori del convegno Philippe Chenaux, di cui è appena uscita in Francia una biografia di Pio XII per le Éditions du Cerf -. È un testo molto bello. Ha un tono quasi profetico, se pensiamo che è stato scritto meno di tre mesi dopo l’arrivo di Hitler al potere. E ciò che chiede non è altro che una condanna dottrinale del nazismo». L’idolatria dello Stato e della razza per la pensatrice erano aperta eresia. «Emerge un cambiamento in atto nella teologia riguardo ai rapporti con quelli che Giovanni Paolo II chiamerà i fratelli maggiori. Ma che per formalizzarsi dovrà attendere il Vaticano II».
Edith Stein nel dicembre del 1938 in un testo autobiografico in cui parla della sua vocazione al Carmelo accenna allo scritto che lei stessa voleva portare a Roma e che poi affidò, sigillata, al suo direttore spirituale, l’arciabate di Beuron, Raphael Walzer, che la portò in Vaticano. E lo fa «stabilendo un legame tra la sua iniziativa e quello che il Papa aveva affermato in seguito; le era venuta l’idea che Pio XI si fosse ricordato di lei». Nel 1937, infatti, era apparsa la Mit brennender Sorge. E da storico Chenaux è proprio sulle tracce di documenti che esplicitino questo legame sen tito dalla futura santa. Al momento l’attenzione di Chenaux si sta concentrando su un dossier della Congregazione per la dottrina della fede «in cui si vede che dal 1934 si era pensato di pubblicare un documento contro il nazismo sull’esempio delle condanne anteriori come quello di Pio IX sul liberalismo: dunque un’enciclica seguita da una specie di catalogo di errori sul tipo del Sillabo. E che era stata costituita appositamente una commissione voluta dal Papa». Nel mirino Stato totalitario, nazionalismo radicale e idolatria della razza. «Non c’era specificamente il tema dell’antisemitismo». Nel 1936, sulla spinta delle situazione politica internazionale (guerra di Spagna) e «su esplicita richiesta della Segreteria di Stato che temeva la strumentalizzaione della sinistra di una condanna solo del nazismo», si mise al centro anche il comunismo: nel 1937 videro, alla fine la luce le due condanne quasi parallele, Mit brennender Sorge e Divini redemptoris.
Hugo Ott, biografo di Martin Heidegger ricostruirà l’ambiente cattolico di Friburgo, dove la Stein studiava per il dottorato. Ott rimarca come «certamente portò con sé nella cella del Carmelo di Colonia anche l’esperienza per lei sconvolgente di come Martin Heidegger si accingesse a divenire il filosofo del nazismo a partire dall’accettazione del rettorato dell’Università di Friburgo nell’aprile del 1933». E proprio quando il filosofo pronuciava il famigerato discorso per l’assunzione della carica, «Edith Stein indirizzava attraverso l’arciabate di Beuron Walzer il suo straziante appello a Pio XI».
Ma la Stein come vedeva il totalitarismo da un punto di vista teoretico? «Non vi dedica una riflessione specifica, ma fa un grosso lavoro sull’idea di Stato, guardando, in positivo, a quali sono le caratteristiche di uno Stato che funziona. Per lei fondamentale è che ci sia una comunità statale interessata a mantenere una struttra giuridica, che si assuma una reponsabilità etica e che propenda verso la forma democratica. Dunque, in contrasto con lo Stato totalitario», rispode l’anima filosofica del convegno di domani, Angela Ales Bello, che alla Stein ha dedicato numerosi studi. Una spia della comprensione della Stein per quanto accadeva sta, per la studiosa, nella riflessione sul concetto di «massa». «Per lei gli esseri umani nel momento in cui sono legati da impulsi solo di tipo psichico, senza riflessione razionale e spirituale, diventano fragili e facilmente accettano un capo, un leader, un Führer».
Traccia di una riflessione sul totalitarismo come la concepiamo oggi non la si trova neppure nell’epistolario di quegli anni in cui la Stein matura la sua vocazione religiosa. «Non è una fuga dal mondo, ma il vedere le cose da un punto di vista più alto». E allora da dove viene la denuncia a Pio XI? «Essa rappresenta il versante parallelo di preoccupazione concreta. Nelle lettera non scorgo una drammaticità così forte. Sono rivolte a parenti, amici a colleghi, una a Maritain molto interessante, in cui dice che in Germania hanno bisogno di una speciale protezione nella preghiera. Lei si rende conto che da un punto di vista politico non c’è più niente da fare e sviluppa soprattutto le coseguenze che il nazismo può avere sul piano dell’educazione». Da una parte, dunque, l’affidamento sempre più profondo alla Provvidenza, dall’altro il non chiudere gli occhi davanti alla barbarie avanzante.


Avvenire 23-10-2003