(Avvenire) Cuba tra immobilismo e rischio di guerra civile

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Mentre si rincorrono le voci sulla salute del «líder maximo», gli abitanti dell’isola si interrogano sui destini della loro terra Molti temono che il futuro immediato non lascerà spazio a cambiamenti radicali. Viaggio-inchiesta in una nazione «congelata» da troppo tempo

E dopo Fidel?
Cuba, la lunga attesa di un popolo scettico


Si profila un direttorio per gestire la transizione Con il potere vero all’eterno numero due, il settantacinquenne Raul Che ha aperto uno spiraglio agli americani. E subito dopo l’ha richiusoMa c’è chi teme una guerra civile: «Se il Comandante muore e suo fratello non riesce a tenere le redini, potrebbe scoppiare una guerra tra i fedelissimi del líder e quelli che lo hanno sopportato in questi anni»


Dal Nostro Inviato A L’Avana Giorgio Ferrari

Meglio non guardarli troppo a lungo. Perché anche il poliziotto che ho davanti segue il mio sguardo e alza gli occhi al cielo. E allora capisce cosa sto pensando: che i caroñeros, i grossi avvoltoi che si cibano di cadaveri di cui Cuba abbonda, stranamente hanno scelto proprio la residenza di Fidel Castro nel quartiere della Lisa per darsi convegno. E i brutti pensieri a Cuba si pagano, come sa chi ci ha provato, dal giornalista Ricardo Gonzalez Alfonso allo scrittore Raul Rivero, fino all’economista Marta Beatriz Roque, tutti incarcerati per qualche parola di troppo. Per questo è meglio non dire e non pensare. Dalla casa-museo di Compay Segundo a Miramar alla Finca Vigia, dove viveva Hemingway, dallo struscio serale sul Malecón – la grande terrazza naturale che disegna una seducente mezzaluna sul mare – alle case fatiscenti della Havana Vieja, dovunque a Cuba in queste settimane si recita a soggetto. L’Avana è un teatro, una grande quinta scenografica dove tutto scorre seguendo una partitura, un canovaccio, un copione imparato a memoria.
Gli attori sono loro stessi, i cubani. I loro gesti, le loro mosse frutto di un’intesa perfetta e sperimentata. Eppure, a ben sentire più di una voce filtra sommessa fra quell’allegria prefabbricata. Fidel è grave. Forse è già morto. Fidel è senza barba, senza capelli. Fidel non si può mostrare in pubblico, sarebbe uno sfacelo. «El Comandante está enfermo», ammettono. «Raul ha preso il potere». Ma sono cose che già si sanno: Castro è assente da mesi, il 31 luglio scorso ha ceduto tutto il comando al fratello. Un direttorio per gestire la transizione si profila: la sanità al vecchio medico rivoluzionario José Ramon Balaguer, l’educazione a José Machado Ventura e a Esteban Lazo Hernandez, l’energia all’architetto Carlos Lage Davila, la moneta al banchiere centrale Francisco Soberon Valdés, gli affari esteri a Felipe Perez Roque e un ruolo ancora da definire al sessantanovenne presidente del Parlamento Ricardo Alarcon. L’es ercito, i servizi segreti, la polizia, il potere vero, insomma, a lui, all’eterno numero due, il settantacinquenne Raul, che ha aperto uno spiraglio agli americani e subito l’ha richiuso.
Ma perché diciamo che L’Avana è un grande silenzioso teatro? Perché tutto scorre come se nulla fosse accaduto: i poliziotti onnipresenti ad ogni angolo di strada e al loro fianco i volonterosi e invisibili delatori che segnalano la più piccola anomalia (uno straniero che prende appunti, un turista che usa troppo spesso il cellulare); le lunghe code davanti alla farmacia per ricevere gratuitamente i medicinali; i gruppi di autostoppisti assiepati quando è ancora notte fonda sull’autopista monumental che non hanno altro mezzo per recarsi al lavoro e che forse arriveranno in orario, forse no, dipende dalla fortuna e dalle macchine che passano; l’ineliminabile mercato nero (dai Dvd copiati da Discovery Channel ai sigari di terza scelta fino ai vecchi numeri della rivista culturale Bohemia o ai pezzi di ricambio per le automobili) che serve al cubano a integrare quegli 8-10 pesos convertibili di salario giornaliero che bastano a stento a sfamare una persona, mai una famiglia intera; la querula e asfissiante pressione su ogni turista straniero perché faccia sgocciolare dalle sue ricche tasche occidentali un po’ di quel benessere che Cuba sempre sogna («Por favor, euros solamente, no dolaros americanos»). E inevitabile – come accade in ogni Paese dove il muro della povertà confina con quello della mancanza di libertà – la prostituzione, per ogni gusto e ogni tasca, ufficialmente punita con la prigione, ma di fatto smerciata sotto forma di un’untuosa disponibilità, anche se non è vero che questa sia l’unica concessione cubana all’iniziativa privata: da quando il Lider Maximo è infermo, il fratello Raul ha fatto filtrare attraverso la stampa e la televisione parole inaudite come “impresa socialista”, “efficienza”, “mercato” e – udite, udite – “competitività”.
Dalle parole ai fatti tuttav ia corre ancora molta strada. «Ci ho messo sei anni per avere un’automobile – dice Horacio Lecuona, funzionario statale di medio livello, due figlie, moglie che lavora per l’Onu –. Non una yank-tank eh?, (le vecchie carrette americane che circolavano all’epoca di Fulgencio Batista e che tanto piacciono ai turisti), sto dicendo una macchina vera, una Peugeot. Il governo me l’ha concessa perché ho trascorso cinque anni all’estero, in Vietnam. Allora ho fatto domanda e dopo undici mesi me l’hanno consegnata. Nuova. Anzi, pochissimo usata, solo 11mila chilometri. Venga a fare un giro, sentirà che motore». Che succederà dopo Castro? «Niente. Un altro Castro. Raul. Ha tutto in mano lui». Sugli edifici dell’Avana vecchi murales recitano: “Vamos bien”, andiamo bene. Quelli nuovi, grandi cartelli piazzati attorno all’ambasciata americana, paragonano Bush a Hitler, a Dracula, a Satana. Su Granma, l’esiguo quotidiano cubano che prende il nome dalla goletta che riportò Castro a Cuba per dare fuoco alle polveri della Revolución, si esalta l’accordo commerciale con il Venezuela di Hugo Chavez. La tv di Stato smercia vecchi film, tagliati laddove qualche frase, qualche impennata della trama potrebbe turbare la serenità dei cubani. E’ un mondo chiuso, dove si preferisce aspettare ciò che verrà, senza illusioni, anzi con l’illusione che niente possa cambiare. Qualcuno addirittura teme una guerra civile: «Se il Comandante muore e suo fratello non riesce a tenere le redini – confessa Emiliano Sugné, cubano di origine argentina – potrebbe scoppiare una guerra fra i fedelissimi del Lider e i tanti che lo hanno sopportato per tutti questi anni».
Ma la guerra civile a Cuba non scoppierà. Non all’Avana, per lo meno. Nessuno qui muore di fame, tutti hanno un tetto, un’istruzione di base, una sistema sanitario che tutta l’America Latina invidia. E soprattutto l’abitudine di affidare al Comandante Fidel il timone del proprio destino. Come dice Arquimede Morales, venditore di libri usati sulla Plaza de Armas, nel cuore della città vecchia: «Noi cubani abbiamo l’abitudine di credere ai nostri miti – dice guardandosi attorno. E ora che Lui (come molti, si accarezza una barba immaginaria per alludere a Fidel) è molto malato tutto diventa più difficile. Ma può essere che Lui guarisca. Io ho sessantotto anni, stavo per morire, mi hanno curato al Centro cardiologico Che Guevara, adesso ho 5 bypass. Sono vivo…»
Un corteo di nubi nere si affaccia all’orizzonte. E’ il primo tifone dell’anno. Ma i cubani fingono di non vederlo. Alcuni si calcano il cappello sulla testa per non farselo strappare via dal vento. «La vida es un carnaval», cantava Isaac Delgado, il più amato dei cantanti cubani. Da qualche settimana è fuggito in Florida.


(Avvenire 31-1-2007)