Totus tuus - Il Santo del giorno

Il Santo del giorno

25 maggio


San Gregorio VII
papa

La sua vocazione era la vita monastica. Indossava la cocolla benedettina anche sul soglio pontificio. Ildebrando di Soana, toscano, nato verso il 1028, pare abbia iniziato la vita monastica a Cluny. Dopo aver collaborato con i papi S. Leone IX, che lo nominò abate di S. Paolo, e Alessandro II, venne proclamato papa a furor di popolo. Era il 22 aprile del 1073. Otto giorni dopo i cardinali ratificarono l'elezione, che egli accettò con "molto suo dolore e gemito e pianto". Divenuto papa col nome di Gregorio VII, attuò con molto coraggio il programma di riforme, che egli stesso aveva caldeggiato come collaboratore dei suoi predecessori: lotta contro la simonia e l'ingerenza del potere civile nelle nomine dei vescovi, degli abati e degli stessi pontefici, restaurazione d'una severa disciplina per il celibato. Si ebbero violente resistenze anche da parte del clero.
Al concilio di Magonza i chierici gridarono: "Se al papa non bastano gli uomini per governare le Chiese locali, cerchi di procurarsi degli angeli!". Il papa confidava le sue pene ad amici con lettere che rivelano il suo animo sensibile, soggetto a profondi sconforti, ma sempre pronto alla voce del dovere: "Mi circondano un dolore immane e una tristezza universale - scriveva nel gennaio del 1075 all'amico S. Ugo, abate di Cluny - perché la Chiesa orientale defeziona dalla fede; e se guardo dalle parti di occidente, o del mezzogiorno, o di settentrione, a stento io trovo vescovi legittimi per l'elezione e per la vita, che reggano il popolo cristiano per l'amore di Cristo, non per ambizione secolare".
L'anno dopo prese il via il duro scontro con l'imperatore Enrico IV, che s'umiliò a Canossa ma, subito dopo, riprese le redini dell'impero, si vendicò facendo eleggere un antipapa e marciando su Roma. Gregorio VII, abbandonato dagli stessi cardinali, si rifugiò in Castel S. Angelo, dove venne a liberarlo il duca normanno Roberto il Guiscardo. Il papa si recò poi in volontario esilio a Salerno, e qui morì l'anno dopo, pronunciando la nota frase: "Ho amato la giustizia e ho odiato l'iniquità...". Era il 5 maggio 1085.
Il suo corpo venne sepolto nella cattedrale di Salerno. Fu canonizzato nel 1606. Abituati a vedere in questo papa il lottatore impegnato in un braccio di ferro con l'irrequieto imperatore, non dobbiamo dimenticare l'umile servo della sposa di Cristo, la Chiesa, per il cui decoro egli lavorò e sofferse affinché "permanesse libera, casta e cattolica". Sono le ultime parole della lettera che egli scrisse dall'esilio salernitano per invitare i fedeli a "soccorrere la madre", la Chiesa.

Tratto da www.lalode.com

 

San Giacomo Filippo Bertoni

Nacque nel 1454 a Celle di Monte Chiaro, in quel di Firenze.
Il padre, Miserino, quanto a condizioni economiche teneva fede al suo nome.
La madre, Domenica, lo chiamò Andrea e lo mise a studiare presso i Servi di Maria locali.
Cresciuto, l’Andrea rimase tra i Serviti col nome religioso di Giacomo Filippo.
Benvoluto da tutti, si distingueva per la sua mitezza e modestia, virtù che il suo primo biografo, Niccolò Borghese, sottolineò particolarmente.
Come mai costui decise di scriverne la vita a soli tre mesi dalla morte?
Per riconoscenza, visto che ne era stato guarito miracolosamente.
Il Borghese intervistò all’uopo tutti quelli che avevano conosciuto il Beato, compreso Miserino.
Sì, il padre, vecchio ma ancora vivo. Giacomo Filippo Bertoni, sacerdote e procuratore del convento, era tutto una penitenza: mangiava quanto bastava a sopravvivere e dormiva lo stretto necessario.
Il venerdì, erbe e cilicio. Il suo aspetto era esattamente quello che ci si sarebbe aspettati da un uomo simile: tutto ossa.
Nel 1483, il giorno prima di morire, sebbene malatissimo di tisi, volle scendere in chiesa per cantare il Mattutino e dire messa.
La sera andò a bussare alla porta delle celle dei confratelli, una ad una, chiedendo loro perdono delle mancanze anche involontarie e preghiere perché stava per andarsene. Qualcuno pensò a veneggiamenti di un malato e ai voli pindarici di un asceta.
Ma l’indomani quello morì davvero.
Molti miracoli avvennero sulla sua tomba. Nel 1762 il consiglio comunale lo annoverò tra i protettori della città. Oggi la sua tomba si trova nella cattedrale di Faenza.

Si ringrazia lo scrittore cattolico Rino Cammilleri
per aver acconsentito alla diffusione di queste brevi vite di santi,
tratte dal suo volume
Un santo al giorno edito da PIEMME