(il Giornale) I progressisti avanzano verso la preistoria

Matrimonio e Famiglia

I Dico, primo passo verso la poligamia?


di Massimo Introvigne (il Giornale, 17 febbraio 2007)

Il forte richiamo di Benedetto XVI al diritto naturale, senza il quale la società muore, e alla sua previsione di un unico modello di matrimonio – eterosessuale, ma anche monogamico – nasce dalla sua preoccupazione per i Pacs e i Dico di Prodi, ma è stato probabilmente inasprito dalle preoccupazioni di molti vescovi italiani secondo cui la prossima fermata del trenino delle unioni civili potrebbe essere il riconoscimento della poligamia.


Non importa che al rilievo di Tremonti, secondo cui nella bozza iniziale del governo la poligamia c’era già, l’Unione abbia risposto facendo sparire dal sito Internet del governo il disegno di legge, e spiegando che ricomparirà con modifiche «tecniche», che dovrebbero prevenire anche la poligamia. Sono i principi che contano.


Paradossalmente ai musulmani italiani che praticano la poligamia (ci sono, e non sono pochi) vanno meglio i Dico di Prodi che un’estensione della definizione di matrimonio. Questa richiederebbe in effetti una modifica della Costituzione. Mentre la poligamia potrebbe ottenere un qualche riconoscimento sotto forma di registro civile o di presa d’atto da parte dello Stato che la convivenza poligamica è già in essere.


Due sono infatti gli argomenti principali avanzati dai sostenitori dei Pacs o dei Dico, e contestati nel discorso di lunedì del Papa. Il primo è quello relativista, secondo cui non esistono né un diritto naturale né una forma «naturale» di matrimonio e lo Stato, buon notaio, deve prendere atto di quanto già esiste nel Paese. Alla sociologa Chiara Saraceno è sfuggita in un articolo su La Stampa contro le posizioni di Benedetto XVI la frase secondo cui «il matrimonio monogamico ed eterosessuale» non è più l’unico modello presente in Italia.


È del tutto pacifico che ci siano in Europa più matrimoni poligami clandestini di quanti siano i matrimoni omosessuali celebrati nei Paesi che li hanno legalizzati. Se dunque si trattasse solo di una presa d’atto di quanto nella società esiste già, la poligamia potrebbe avanzare pretese non meno forti di quelle delle unione omosessuali.


Il secondo argomento avanzato in favore dei Dico è che il riconoscimento civile protegge i soggetti più deboli nella convivenza. Dibattendo a un convegno alla London School of Economics con esponenti musulmani fondamentalisti ho usato l’obiezione secondo cui il riconoscimento della poligamia favorirebbe la prevaricazione dei mariti. Mi è stato risposto, esempi alla mano, che è tutto il contrario. In assenza di riconoscimento giuridico, la seconda moglie (e le altre) sono nelle mani del marito, che può ripudiarle senza dovere pagare loro un centesimo. Se il marito muore, non ereditano, perché lo Stato non le riconosce come mogli. In sintesi, secondo questi musulmani, il riconoscimento giuridico del matrimonio poligamico in realtà proteggerebbe proprio le donne.


Un’inchiesta di questo giornale nel Nord-Est dimostra che la poligamia clandestina c’è anche in Italia. Argomenti simili a quelli che l’Unione avanza a favore dei Dico potrebbero essere usati per chiedere un qualche riconoscimento anagrafico di convivenze poligamiche, che nelle stradine dei nostri centri storici già esistono.


Non c’è scampo: o ha ragione Benedetto XVI, e l’unica forma di unione che ha titolo a essere riconosciuta non solo dalla fede dei cattolici ma anche dalla retta ragione dei laici è quella monogamica ed eterosessuale, o la bomba a orologeria delle richieste di riconoscimento della poligamia comincia a ticchettare.