Rino Cammilleri

Fede e ragione

Rino Cammilleri, per Il Timone 
LA VOCAZIONE DELL’APOLOGETA
www.rinocammilleri.it

Lo sapevate che è insegnando che si impara? Proprio così, e non me ne sarei accorto se non avessi fatto l’insegnante per tanti anni. Nello sforzo di far capire certi concetti, nella fatica di trovare esempi adatti, nella concentrazione necessaria a esemplificare, dipanare, adattare, non so cosa succeda nel cervello, forse scariche di adrenalina, ma di colpo una porta si apre, una prospettiva si allarga, un’intuizione balena. E non di rado ti accorgi che, magari, quelli che hai di fronte non hanno capito granchè, mentre tu d’un tratto hai capito tutto di tutt’altro. Bisognerebbe avere un taccuino sempre a portata di mano per appuntare velocemente prima che la memoria si perda nei mille impicci di ogni giorno, o tenere un miniregistratore in tasca, a rischio di farti prendere per toccato da chi ti vede parlare da solo. Ma non sai mai se, quando avrai tempo e agio per riprendere il filo, la magia di quel flash sarà svanita e sarai capace di decifrare le abbreviazioni di due giorni addietro. Una di queste folgorazioni, tuttavia, sono riuscito a fotografarla, ed ora campeggia a un metro dai miei occhi, inchiodata sulla parete che incombe sul mio tavolo di lavoro. Per non dimenticare. Eccola: «Non sei tu a fare un favore a Dio, ma è Dio a fare un favore a te».

Tutto nacque da una discussione animata, una delle miriadi in tutti questi anni. L’interlocutore, il solito agnostico scettico, uno di quei tantissimi mezzi acculturati che credono di sapere tutto. Diceva Jean Guitton che la Verità si trova ai due estremi della cultura: la coglie solo il sommo sapiente o il perfetto ignorante. Sì, perché ancora una volta è l’umiltà a svolgere il ruolo principale. C’è chi si accorge di non aver capito niente solo dopo avere indagato tutto, magari in una vita. E chi, non sapendo proprio nulla, si fida di quel che vede. In quel pozzo senza fondo che è il Vangelo, anche questo era stato previsto. Infatti, quelli che accorrono a Betlemme ad ammirare l’Evento sono gli appartenenti a due precise categorie: i pastori e i Magi. I primi, ignorantissimi, non li facevano nemmeno testimoniare in tribunale. Ma andarono tutti e subito. I secondi arrivarono solo dopo due anni, vennero in soli tre, sbagliarono strada e provocarono con la loro ingenuità la strage degli Innocenti. In tre soli avevano correttamente interpretato il segno astrale e, tipico degli ultraspecializzati, al di fuori del loro settore di competenza, l’astronomia, erano di un’ignoranza inescusabile. Solo loro, infatti, erano all’oscuro di un dato di politica spicciola che tutti sapevano: chi fosse Erode, l’uomo che si era fatto strada a forza di omicidi e non aveva esitato a far uccidere addirittura suo figlio. Ci volle un sogno (un sogno!) per non far loro commettere due volte lo stesso errore. Insomma, forse in mezzo sta la virtù (anche se qualcuno dice che in mezzo sta la mediocrità), ma non certo la Verità. Che, come scoperto da Guitton, sta ai due capi della «cultura». In mezzo, appunto, stanno i mezzi acculturati, timorosi di perdere quel che poco che sanno (ma che loro credono molto) a causa dei colpi inferti da uno di lesta favella; per questo si chiudono a difesa, si trincerano nella cocciutaggine, proteggono a tutt’uomo il loro miserabile «secondo me», si corazzano di slogan e ti liquidano trionfanti con un’etichetta: fascista, integrista, fanatico, intollerante e via vomitando. Lo slogan è, infatti, un comodo pensiero preconfezionato che si introduce nel cervello come un Cd. L’etichetta risparmia la fatica di cercare di comprendere le ragioni dell’altro. Anche qui, è il contrario dell’umiltà a svolgere il ruolo principale: cioè, la superbia. Non a caso, un peccato capitale. Nel senso che fa morire (prima il comprendonio, poi l’anima). Ebbene, fu nel corso di un duello verbale con un tipo del genere che, a corto di argomenti, sbottai: se non fosse vero ciò in cui credo sarei un cretino, perché, con i miei talenti naturali, ben altra carriera avrei potuto fare. Ma proprio mentre lo dicevo mi accorsi di star dicendo una emerita sciocchezza. Innanzittutto perché, come dice s. Paolo (ahimè, tutto è già stato detto e scritto, ma quanto ci vuole per accorgersene!), i miei talenti non sono «miei»: Qualcuno me li ha dati, e non certo per giocarci, bensì per farli evangelicamente «fruttare». Secondo: sono proprio sicuro che avrei potuto fare «ben altra» carriera? Per le altre «carriere»,  infatti, c’è la fila; e non di rado richiedono stratosferiche mancanze di scrupoli, sacrifici ben peggiori, disponibilità totale al compromesso, perdita della faccia, della dignità e talvolta di qualcos’altro. Per, sempre non di rado, finire male, magari in galera. E anche nella migliore delle ipotesi, infine, sul tutto aleggia quella «mancanza di senso» che provoca scontento cronico (da tacitare tramite una frenesia continua) e in alcuni casi finisce addirittura in suicidio. Certo, i più non sono così morbosamente sensibili, è vero. Ma una vita «liscia», di quelle con undici mesi a orario-ufficio e uno di vacanza (da prenotare l’anno prima all’agenzia, per poi, al ritorno, far vedere le diapositive agli amici), il calcio la domenica, gli hobby e il «tempo libero», insomma il tran-tran borghese che si riduce alla fin fine al mangia-lavora-riproduciti e, come finale, muori in buona salute: è tutto qui il sogno dell’adolescenza? No, è Dio che ha fatto un piacere a me chiamandomi, anzi costringendomi a fare l’apologeta. In tal modo, anche la vita più afflitta o piatta o rintanata ha un senso, ha senso tout court, ed è questa la «perla preziosa» evangelica che vale tutto l’oro del mondo. Anche se ormai so bene che la guerra contro Questo Mondo non la vinceremo mai, ringrazio il Cielo di avermi fatto partecipare. Altro che Olimpiadi: qui e solo qui, davvero, quel che conta è esserci, perché la mia vita ha uno scopo cosmico e so quel che devo fare. Soprattutto, so cosa ci sto a fare. Quanti possono dire lo stesso? Ti ringrazio, dunque, Signore, perché senza di Te la mia sarebbe stata una vita qualsiasi. E Tu, che mi conosci bene, sapevi che non avrei potuto sopportarlo. Ricordamelo quando mi viene la tentazione di sentirmi migliore degli altri perché sto dalla parte «giusta».