(Radio Vaticana) P. Bossi: Ho pregato per i miei rapitori

Chiesa

Padre Bossi: "Dopo la liberazione, la mia missione nelle Filippine continua"

14-8-2007

Ha raggiunto la sua famiglia ad Abbiategrasso, in provincia di Milano, padre Giancarlo Bossi, il missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME) liberato lo scorso 19 luglio, dopo un sequestro di 39 giorni nel sud delle Filippine. Rimangono intanto da chiarire le cause del rapimento e chi ci sia realmente dietro. A padre Bossi, Fabio Colagrande ha chiesto quale è stata la gioia più grande subito dopo la liberazione: R. – La gioia più grande della liberazione è essere tornato alla mia parrocchia a salutare i miei parrocchiani. Dovevo ritornare – perché a Payao di per sé nella grande maggioranza sono cristiani, però il centro di Payao è al 50 per cento musulmano e al 50 per cento cristiano – proprio per evitare, chiamiamolo così, uno scontro di civiltà o una guerra di religione. E quando ho detto loro che quelli che hanno rapito me in fondo erano solo grandi criminali e quindi sono criminali solo quei pochi che mi hanno rapito – non è che i musulmani sono tutti criminali! Come quando un cristiano ruba: non è che tutti i cristiani siano ladri! – credo che la gente di Payao abbia capito …


D. – Nella sua attività di missionario aveva messo in preventivo questa esperienza, quella del rapimento?


R. – No. Sapevamo che era un posto a rischio, sapevamo che ci sono tanti, tanti rischi ma questo io non me l’aspettavo.


D. – In questi giorni ha mai pensato che l’avrebbero ucciso?


R. – No, no, no! Non ho mai pensato che mi avrebbero ucciso, anzi: mi hanno sempre trattato bene; poi avevo davanti a me l’esperienza del mio confratello Luciano e degli altri preti che, dopo essere stati rapiti, sono stati liberati. Per cui anche io mi aspettavo due-tre mesi di prigionia e poi la liberazione. Invece, grazie al cielo, solo 40 giorni.


D. – Cosa ha capito dei suoi rapitori durante questi 39 giorni di detenzione?


R. – Guardi, l’idea che io mi sono fatto dei miei rapitori è che sono dei poveri diavoli, poveri cristi, nel senso che a loro è stato ordinato di rapire me e mi hanno rapito. Punto e basta. Per il resto, anche loro non sanno da chi è venuto l’ordine, non sanno i piani, come mai, cosa voleva dire il mio rapimento … L’unica cosa che sapevano era che il mio rapimento portava soldi. Punto e basta.


D. – Lei ha detto che ha pregato con i suoi rapitori: come è successo?


R. – Perché loro pregavano tre volte al giorno, e quando pregavano loro pregavo anch’io, e dentro di me, l’idea che mi facevo, le prime volte, sai, vedere loro pregare e pregare io … la mia idea, la mia domanda era: ma stiamo pregando lo stesso Dio? Perché se è un Dio della pace e della misericordia, vuol dire: come mai loro pregano, che hanno un fucile alla destra e me prigioniero alla sinistra? Mi sembrava una grande contraddizione, no? Per cui, io chiedevo loro informazioni e la loro risposta è stata molto semplice: loro mi hanno detto che Allah è nel loro cuore ma non nel loro lavoro. E questo anche per molti cristiani è uguale: cioè, Dio esiste, però nelle nostre scelte quotidiane siamo noi che prendiamo le decisioni: Dio non c’entra niente! E questa è una cosa sulla quale dobbiamo riflettere …


D. – La sua vicenda muterà in qualche modo la missione del PIME nelle Filippine, in particolare a Mindanao?


R. – No. La settimana scorsa ci siamo trovati tutti noi del PIME che stiamo lavorando nelle Filippine, insieme con il nostro superiore generale, e abbiamo ribadito che la nostra presenza in Mindanao continua, non lasceremo i nostri posti di lavoro pur sapendo dei rischi che possiamo incontrare lungo il cammino della nostra presenza lì.


D. – Altri missionari potrebbero essere in pericolo in quella zona …


R. – Siamo tutti in pericolo! Sappiamo che è così, sappiamo che ci possono capitare queste cose, però andiamo avanti tranquillamente.


D. – Lei, padre Bossi, ha espresso il desiderio – dopo la sua liberazione – di incontrare Benedetto XVI. Perché?


R. – Avendo saputo che ha sempre pregato anche per me, che ha sempre ricordato me al Signore, mi sembra doveroso ringraziarlo.