L’ottimismo ingiustificato del card. Martini

Chiesa

L’“Avvenire” di domenica 27 luglio ha dedicato un’intera pagina ad un articolo del cardinale Carlo Maria Martini dal titolo Quale cristianesimo nel mondo Postmoderno. Lo stesso testo era già stato pubblicato nel maggio scorso sulla rivista “America”, il settimanale fondato e diretto dai gesuiti degli Stati Uniti.

In questo articolo, l’ex Arcivescovo di Milano, che oggi ha 81 anni e dal 2002 risiede prevalentemente a Gerusalemme, esordisce con una domanda: «Che cosa posso dire sulla realtà della Chiesa cattolica oggi?».
La sua risposta è sconcertante: «Se dunque considero la situazione presente della Chiesa con gli occhi della fede, io vedo soprattutto due cose. Primo, non vi è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così felice come il nostro. La Chiesa conosce la sua più grande diffusione geografica e culturale e si trova sostanzialmente unita nella fede, con l’eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre; secondo, nella storia della teologia non vi è mai stato un periodo più ricco di quest’ultimo. Persino nel IV secolo – continua il Cardinale – il periodo dei grandi Padri della Cappadocia della Chiesa orientale e dei grandi Padri della Chiesa occidentale, come San Girolamo, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, non vi era un’altrettanto grande fioritura teologica. È sufficiente ricordare i nomi di Henri de Lubac e Jean Daniélou, di Yves Congar, Hugo e Karl Rahner, di Hans Urs von Balthasar e del suo maestro Erich Przywara, di Oscar Cullmann, Martin Dibelius, Rudolf Bultman, Karl Barth e dei grandi teologi americani come Reinhold Niebuhr – per non parlare dei Teologi della Liberazione (qualunque sia il giudizio che possiamo dare di loro, ora che ad essi viene prestata una nuova attenzione della Congregazione della Dottrina della Fede) e molti altri ancora viventi. Ricordiamo anche i grandi teologi della Chiesa orientale dei quali conosciamo così poco, come Pavel Florenskij e Sergei Bulgakov. Le opinioni su questi teologi possono essere molto diverse e variegate, ma essi certamente rappresentano un incredibile gruppo, come non è mai esistito nella Chiesa nei tempi passati».

L’ottimistico bilancio postconciliare tracciato dal card. Martini contrasta in maniera evidente con il quadro preoccupante tracciato, fin dal 1985, dall’allora card. Ratzinger, nel suo celebre Rapporto sulla fede. Le stesse preoccupazioni sono state più volte reiterate da Giovanni Paolo II e dallo stesso Benedetto XVI.

Negli ultimi quarant’anni la Chiesa ha conosciuto un impressionante calo delle vocazioni e un altrettanto massiccio allontanamento dei fedeli dalla pratica religiosa, mentre la “cristofobia” e la persecuzione laicista hanno raggiunto livelli preoccupanti.

Le responsabilità di questa situazione risalgono proprio ai teologi ricordati dal card. Martini nel suo articolo su “Avvenire”. Vale la pena di notare che molti di questi teologi, paragonati dal card. Martini ai Padri della Chiesa, non sono cattolici ma protestanti e ortodossi e che, tra i cattolici, il Cardinale si limita a menzionare gli esponenti della Nouvelle Théologie progressista. Da questi ambienti partì la fronda alla Humanae Vitae, l’Enciclica di Paolo VI, di cui ricorre il quarantesimo anniversario (cfr. CR 1053/01).

Sorprende che di domenica – giorno di maggior diffusione di copie per il quotidiano cattolico – “Avvenire” decida di occupare un’intera pagina con un articolo del genere, mentre il card. Stafford, su “L’Osservatore Romano” del 25.07.08 traccia un quadro antitetico a quello del card. Martini.
(Corrispondenza Romana 1053/02 – 2/8/2008)