(CorSera) Reale: L’anima dell’Europa

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 Un’indagine di Giovanni Reale sulle radici spirituali del Vecchio Mondo, in attesa della sua Carta costituzionale

L’anima del continente: pensiero greco, cristianesimo e scienza


Il saggio di Giovanni Reale, «Radici culturali e spirituali dell’Europa», editore Raffaello Cortina, pagine 204, 18,50



Dopo le infinite discussioni per stabilire quali siano i riferimenti ideali della Costituzione europea, sembra arrivata l’ora di porsi una domanda apparentemente banale, ma a cui nessuno ha saputo dare – almeno negli ultimi tempi – una risposta in grado di soddisfare il sentire comune. È questa: che cosa significa essere europei? Se la giriamo per competenza ai filosofi, non riusciremo forse a ottenere soluzioni, tuttavia senza di essi è inutile addirittura aprire altri dibattiti. Da chi cominciare? Vale la pena tornare in pieno secolo XVIII e interrogare Montesquieu, che dell’argomento se ne intendeva. Ai suoi giorni si concesse qualche risolino in più del previsto sentendo parlare con disinvoltura, da qualche elegante pensatore, di «cosmopolitismo». Bene, proprio lui nelle Riflessioni sulla monarchia universale in Europa così definisce il vecchio mondo: «Non è altro che una nazione composta di molte nazioni» e «ognuna di esse ha bisogno dell’altra». Di più, quasi a promemoria per i suoi francesi, per gli altezzosi inglesi e per i «crucchi» – allora prussiani e oggi tedeschi – egli scrive: «Lo Stato che crede di aumentare la sua potenza con la rovina di quello confinante di solito s’indebolisce con esso».
Per passare al secolo successivo, diremo che Nietzsche – il cui superuomo era profondamente europeo – considerava questo continente una propaggine dell’Asia. Molte cose si chiarirebbero riflettendo sull’antica Grecia, dove fu fabbricata la nostra anima e dove l’Europa imparò a ragionare, a giovarsi della tecnica eccetera. Ma qui le risposte si moltiplicano; anziché incontrare quella agognata si rischia, evocando Atene con i suoi filosofi, di averne troppe. Socrate e gli immediati discepoli entrano di diritto in questo dibattito anche perché – osserva Giovanni Reale nel suo ultimo saggio – la teoria delle idee di Platone rappresenta una Magna Charta della spiritualità europea. L’antico filosofo, anche se non ha affrontato con la nostra mentalità i grandi problemi, o almeno quelli che oggi attirano l’intelligenza, ha lasciato in eredità al pensiero occidentale gli strumenti per risolverli.
Abbiamo citato Reale perché è uscita, nella collana dell’editore Cortina «Scienza e idee» diretta da Giulio Giorello, la seconda edizione (in un mese) del suo saggio che desidera far conoscere a un vasto pubblico di lettori quali siano le radici culturali e spirituali dell’Europa. Dove e come guardare nelle nostre tradizioni per individuare le basi su cui costruire il futuro.
Sostanzialmente Reale indica tre realtà indiscutibili. La prima è la mentalità speculativa della Grecia, su cui è basato tutto l’edificio dell’Occidente. Egli non si limita a sottolineare questa tesi riproponendo le intuizioni passate, ma ritrova le conferme che la storia ha scritto. Così, tra gli esempi possibili, cita autorità del pensiero novecentesco come Gadamer o Husserl. «L’Europa spirituale ha un luogo di nascita – nota quest’ultimo – in una nazione… Questa nazione è l’antica Grecia del VII e del VI secolo a. C.». Reale documenta da par suo queste affermazioni, parlando dell’inizio della geometria, della medicina scientifica, via via arrivando a definire con i filosofi (Platone, Aristotele, Plotino eccetera) cosa sia l’uomo. Qui si innesta la seconda realtà, senza la quale sarebbe impossibile capire l’Europa: il cristianesimo. Se nel Fedone platonico l’anima si trova nel corpo come in una cella, nel Vangelo di Giovanni Dio si incarna: quel logos che aveva signoreggiato sul sapere greco assume le nostre sembianze, e l’anima può rispondere con la vita a quell’amore divino che l’ha creata; e in questa rivoluzione c’è l’orizzonte dell’uomo europeo.
Infine, la terza realtà è quella che abbiamo sotto gli occhi: il dominio di scienza e tecnica. I greci le inventarono, oggi cominciamo a difenderci da esse, anche se la nostra vita sarebbe inconcepibile senza la loro presenza. Che dire?
Innanzitutto che il libro è anche un utile esercizio per i politici, nel senso che sono presentati quei passaggi epocali da cui non è possibile prescindere per discutere anche cose pratiche o giuridiche. La tesi che regge le pagine è cristiana, ovvero quella di Reale non è la Grecia pagana che Nietzsche amò, ma un immenso laboratorio spirituale che, tra l’altro, ha preparato la grande navigazione storica del cristianesimo. Qualcuno potrebbe obiettare che, oltre la greca, vi sono state altre realtà pagane che esercitarono non pochi influssi. Nel libro, però, è stata fatta una macroanalisi e non uno studio antropologico desideroso di individuare quanto i Celti siano presenti in una certa forza politica e quanto gli dei germanici furono ispiratori di ideologie totalitarie. Reale, del resto, si pone problemi squisitamente filosofici. O, per dirla con Morin, ben citato nel saggio, qui non si affrontano le quote latte o le percentuali dei maiali da allevare; semplicemente si parla di un’idea.
Certo, il libro rimanda ad altri approfondimenti, come ad esempio al testo, presentato in traduzione italiana dallo stesso Reale, di Jan Patocka Platone e l’Europa (Vita e Pensiero 1997). Il filosofo ceco, senza mezzi termini, si chiede: «Ma l’Europa è qualcosa che si può unificare?», subordinando la risposta a una considerazione: «Dobbiamo innanzitutto comprendere che essa è un concetto che si basa su fondamenti spirituali » (p.208).
Queste pagine spiegano perché Platone sia ancora un riferimento morale per l’Occidente. Ad esempio, senza il sommo ateniese una visione come quella del sofista Trasimaco non avrebbe trovato, prima di Cristo, particolari ostacoli. All’inizio della Repubblica platonica questo giovanotto offre una definizione puramente politica, disincantata della giustizia: «È l’utile del più forte» (in originale: tou kreitt onos xympheron ). Platone la combatterà con tutta la sua intelligenza . E ora, anche se taluni credono di non capire più chi dei due avesse ragione, dobbiamo ammettere che il cuore europeo batte – almeno ufficialmente e grazie anche al cristianesimo – ancora con Platone. Forse per questo quasi tutti i Padri della Chiesa furono platonici. Forse per lo stesso motivo togliere un crocefisso da un’aula scolastica imbarazza molti laici e coloro che si sentono in debito con Platone, prima ancora dei cattolici .