(CorSera) La conquista del Sud

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Salvatore Scarpino racconta le vicende «censurate» dalla storiografia ufficiale.


E riapre una ferita antica


La prima «colonia» italiana: il Sud ribelle


«Partigiani»? La fatidica parola verrà pronunciata soltanto alla fine. Eppure, essa aleggia sin dal principio in questa storia di cafoni e ribelli, finti generali con toppe al sedere e cioce ai piedi, eroi per caso e pentiti per interesse, patrioti disposti a fucilare nel nome dei Savoia e ribelli pronti a bruciare e saccheggiare con il salvacondotto dei Borboni. Questo nuovo capitolo nella storia delle «insorgenze antiunitarie» (ovvero il brigantaggio meridionale durante il decennio successivo alla proclamazione del regno d’Italia, tra il 1860 e il ’70) ha in Salvatore Scarpino un interprete appassionato, oltre che un cronista dotato di gusto del ritratto. Ma ancor più dei medaglioni storici dedicati a Crocco e Chiavone, autoproclamatisi generali nel nome di un distante e ignaro re delle Due Sicilie in esilio, e delle descrizioni suggestive delle loro imprese, nella sua Guerra cafona colpisce una denuncia: i «piemontesi» o «sardo-garibaldini» (come li definivano sprezzantemente gli insorti) agirono al Sud con mentalità precoloniale. Trattarono cioè i campesinos della Calabria e del Napoletano, non meno dei lucani e dei pugliesi, da «esseri pigri e inferiori», se non addirittura come «selvaggi da educare», premessa di un atteggiamento mentale che si sarebbe affermato nei decenni successivi durante le guerre di conquista in Libia o Abissinia.


E dunque, i gruppi irregolari di contadini, pastori e artigiani che presero le armi contro le truppe degli «invasori», preferendo il rischio di una pallottola nella schiena alla servitù in miseria sotto un governo «ateo e straniero», colpendo e fuggendo, occupando paesi e città per poi ritirarsi sotto il peso della superiorità militare nemica, aggregandosi in primavera e disperdendosi nei boschi quando la tattica e la stagione lo suggerivano, forse si meritarono davvero il titolo di «partigiani». Certo, l’ignoranza non consentiva loro di distinguere fra modernità e diritti feudali, l’appoggio implicito del Papa e quello aperto dei parroci di campagna sembrava loro più che sufficiente per sentirsi «dalla parte di Dio» e la vaga idea di servire il re Borbone (oltre che la bellissima regina Maria Sofia) non consentiva dubbi circa la legittimità della causa. Ma che dire dei loro avversari, i tutori dell’ordine e dell’unità, insomma i portabandiera dell’italianità? Chiamandoli «briganti» e trattandoli da «cafoni», fucilando tutti quelli che trovavano armati, arrestando e spesso giustiziando i loro «manutengoli», per lo più senz’ombra di processo, contribuirono a gettare su se stessi l’ombra dei «colonialisti» e a radicare invece nel Sud «liberato» la diffidenza verso lo Stato, la tendenza al pregiudizio e al disprezzo per la cosa pubblica, il «fai da te» senza illusioni che presto si sarebbe trasformato nella «questione meridionale».


Salvatore Scarpino, giornalista di lungo corso e saggista sempre attento a non confondersi con le voci del coro, non si impegna in un pamphlet antiunitario, limitandosi a raccontare. Di storie nella sua Guerra cafona se ne trovano parecchie. Cominciando da quella di Crocco, tipico cafone autoproclamatosi generale, capace di tenere in scacco l’esercito sabaudo dalla Lucania alla Puglia e ancora più a Nord, impossessandosi di paesi e città, fino a quando la stanchezza, i tradimenti e la delazione di qualche «pentito» lo fecero cadere in trappola e terminare i suoi giorni in una galera. Continuando con Chiavone, il capopopolo che operò contro le truppe e i civili filopiemontesi nell’area compresa tra il Liri e l’alto Volturno. E come loro ci furono i Giorgi, i Romano, i Tamburini, gli Stramenga, nomi oggi coperti dalla polvere della storia dei vinti, ma che allora arrivarono a rappresentare una porzione consistente della società meridionale, in tutto quattrocento bande con un minimo di dieci uomini, per un totale di forse seimila contadini-soldati in armi. Naturalmente, se si mettono nel conto parenti e fiancheggiatori, si tocca la cifra ben superiore di 50 mila persone, sufficienti a far parlare di «guerra civile».


Potenza delle parole: se guerra civile fu, in parte paragonabile a quella sanguinosa e spietata che oppose i vandeani cattolici ai francesi repubblicani fra il 1793 e il ’76, allora il fatidico termine di «partigiani» potrebbe essere speso realmente. E anche quello di «guerriglia», cioè piccola guerra, termine nato in Spagna durante gli anni della grande insorgenza popolare antinapoleonica del 1808-13. Purché non si dimentichi la doppia anima che sempre caratterizzò le «insorgenze»: i patrioti borbonici furono anche, spesso, saccheggiatori e assassini, tanto che il confine tra il diritto legittimo di resistenza e la delinquenza pura da jacquerie rimase costantemente sfumato, autorizzando i repressori a comportarsi senza clemenza. Guerra «sciagurata e ingloriosa» la definì Aurelio Saffi, tanto più se si pensa agli strumenti giuridici illiberali che furono adottati per metterla in atto, cominciando dalla famigerata legge Pica, che applicava ai resistenti la durezza del diritto di guerra, senza riconoscere loro allo stesso tempo lo stato di belligeranti.


Come era inevitabile, questo scontro impari fra due partiti appartenenti a fedi ed epoche diverse si trasformò presto in un regolamento di conti crudele e sanguinoso (la soglia dei diecimila uccisi o incarcerati fu ampiamente superata, secondo Scarpino). E, come sempre accade in queste circostanze, il trovarsi casualmente in un certo luogo, a una certa ora e in una determinata circostanza determinò frequentemente la scelta tra lo stare con i ribelli o i regolari, tra la vittoria o la rovina.


Mescolati ai «cafoni» si distinsero anche nobili cavalieri in cerca di avventure e onore in difesa di una causa persa, come quel don José Borges che non riuscì ad accordarsi con Crocco e fallì la sua missione legittimista, ma andò a conquistarsi la sua «bella morte» davanti a un plotone d’esecuzione. O come don Rafael Tristany, catalano e alto ufficiale carlista, che fece onore al suo nome da romanzo tentando di imporre con le buone o con le cattive una disciplina militare e aristocratica ai contadini analfabeti, concludendo agli arresti la sua avventura filoborbonica.


I briganti non potevano che perdere, ma i loro avversari potevano vincere meglio, conclude Salvatore Scarpino. Di certo, si può convenire che chi non impara dai suoi errori è condannato a ripeterli.


CorSera 5-5-2005