(Avvenire) Italia ’45: i martiri dimenticati

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POLEMICHE STORICHE
In Emilia si susseguivano le stragi di cattolici e Guareschi inventava il «Mondo piccolo», dove parroco e comunisti sono nemici-amici Il sindaco si chiama Bottazzi: come il capo di una squadraccia rossa


E Peppone sparò a don Camillo


Il caso di don Tarozzi, anziano parroco di Riolo trucidato nel maggio 1945: la sua salma non è più stata trovata e il suo nome tra i morti della guerra non esiste


Di Roberto Beretta

C’erano due rubriche sul Candido di Giovannino Guareschi: il Guareschi di Don Camillo. Una s’intitolava «Messico d’Italia», l’altra «Via Emilia». Una scritta, l’altra disegnata.
Seguendole – numero dopo numero del settimanale umoristico (non meno che di costume e politica) fondato nel gennaio 1946 – si percorre per frasi secche e amare lo stillicidio delle stragi di cattolici nel dopoguerra. Luglio 1946: «Alla Consulta si è discusso di vacche e cittadini sgozzati nell’Emilia, 1000 vacche e 127 cittadini. Di Vittorio ha chiarito che le 127 persone decedute “non erano che spie giustiziate dai partigiani per la causa della libertà”. Così la polemica sugli uomini è chiusa: resta aperta quella delle vacche». Giugno 1946: «Nel parmense, a Varano Melegari, il parroco don Anelli si affaccia di sera sulla porta di casa e viene freddato con alcuni colpi di rivoltella, mentre a Travazzano di Carpaneto in quel di Piacenza ignoti progressivi chiamano fuori di casa il parroco don Viazzani e gli scaricano addosso alcune pistole». Luglio 1946: «Nel bolognese, a San Martino di Casola, il solito parroco assassinato dai soliti progressisti». E così via, con l’antifrastica chiosa: «In Italia tutto bene».
Qualcosa non torna, tuttavia. Guareschi l’emiliano. Guareschi uomo di destra. Guareschi cattolico: perché proprio lui, polemista aduso alle stilettate di pennino, nonché reduce dai lager nazisti con le carte antifasciste a postissimo, non va mai in affondo nella denuncia dei misfatti? Perché solo si affida a un dolente elenco, quasi senza commenti se non di paradossale ironia? Né basta: proprio nel Natale 1946 nasce la saga di «Mondo Piccolo», il paese della Bassa dove un don Camillo e un Peppone figurano tutto l’opposto di quel che davvero parroci e sindaci comunisti – nel medesimo torno di mesi – si sentivano per opposte fazioni. Poteva l’umanità sensibilissima di Giovannino essere quasi estranea a quanto accadeva nell’Emilia delle stragi?
Eppure, proprio mentr e Giuseppe Bottazzi – in arte Peppone – intreccia le sue schermaglie (sempre concluse in amicizia) con don Camillo, un altro Bottazzi – tale Dante – spadroneggia con la sua feroce banda nel «triangolo della morte» nel Modenese. Tra le sue vittime ci fu don Giuseppe Tarozzi, 63 anni, parroco di Riolo di Castelfranco (Mo), «prelevato» da 8 uomini armati la notte del 25 maggio 1945 e mai più ritrovato; la ronda della «polizia partigiana» era giunta con due auto, ma il parroco si era barricato in canonica con la perpetua e la figlia di lei: dovettero sfondare il portone con un’ascia per trascinarlo fuori in camicia da notte.
Enzo Biagi nel 1951, quando si celebrò il processo alla banda (comandata anche da Vittorio Bolognini, importante ex partigiano comunista della famosa Repubblica di Montefiorino), così romanzava un po’ la morte del parroco: «Fu trucidato una sera, al lume dell’acetilene, sulla scala della canonica. La perpetua, immobile e sconvolta, spettrale nella lunga camicia da notte, assisté alla tragica scena, ma non ricorda il volto degli esecutori. Erano entrati chiedendo i conforti spirituali per un moribondo. Non si è neppure ritrovata la salma».
Qualcuno invece sapeva dov’era il corpo di don Tarozzi. L’ha affermato nel 1990 a una giornalista lo storico cattolico Alberto Fornaciari: «Per evitare che si cercasse il corpo, si mise in giro la voce che era stato bruciato in un forno da pane. Non è vero, ho saputo dov’è stato sepolto: sotto un albero in un fondo adiacente alla chiesa. Lo sanno tutti. Ho chiesto anche all’arcivescovo di Bologna se era possibile recuperare la salma, ma tutti mi rispondono che non è il momento, che si rischia di creare tensioni. Tremano come foglie, a sentir parlare di quella storia. Recentemente il parroco ha chiesto di poter aggiungere il nome di don Tarozzi su una lapide che commemorava tutti i caduti della guerra, senza specificare – beninteso – che era stato ucciso dai partigiani. Il paese è insorto, il parroco è stato mina cciato».
Di fatto, la procura di Modena nel 1991 riprese per breve tempo le ricerche della salma di don Tarozzi; ma sul monumento ai caduti della Resistenza il suo nome non c’è ancora e una lapide, pronta per essere collocata sui muri della chiesa, ha dovuto trovar posto in sacrestia. Don Tarozzi non figura nemmeno tra i preti per cui la diocesi (quella di Bologna) ha avviato il processo di beatificazione. Il processo giudiziario vero e proprio, invece, si è svolto nel 1951 e si è concluso – i giornali comunisti s’inalberarono: «La sentenza ha suscitato viva indignazione fra i combattenti…» – con la condanna a 22 anni di tre imputati e a 18 anni e 6 mesi di altri tre, tra cui Dante Bottazzi.
Il quale tra l’altro – l’ha ricostruito Giovanni Fantozzi in Vittime dell’odio, libro ormai fuori commercio – era un ex seminarista, avviato alla vocazione ecclesiastica proprio da monsignor Giuseppe Tarozzi. Fu per questa antica conoscenza che l’anziano sacerdote venne ucciso? Di fatto, ancora oggi il motivo per cui la scelta della banda Bottazzi-Bolognini – descritta dai giornali dell’epoca come «un piccolo esercito di malfattori, pronti a battersi con cappi e cartucce, contro le persone danarose, i benestanti, i padroni di poderi in nome di alti principi sociali» – cadde sul parroco di Riolo non è noto. Ciò che don Cleto Mazzanti, suo successore tra il 1991 e il 2002, sa e dice è che «quell’evento brucia ancora sulla pelle della gente. È un fattaccio che ha diviso la popolazione, e c’è più voglia di dimenticarlo che di ricordare. Nemmeno l’autorità giudiziaria ha dimostrato la volontà di cercare davvero il corpo della vittima».
Così don Tarozzi rientra tuttora nella categoria degli insepolti per la quale Guareschi smosse tutta la sua pietas umana e cristiana, chiedendo dalle pagine del Candido a De Gasperi e a Togliatti nel novembre 1946 un’«amnistia per i morti»: «Io ho visto in Germania gli enormi cimiteri dei Russi morti in prigionia. .. sulla targhetta un’identica parola: “Unbekannt”. Sconosciuto… Quanti morti irregolari, quanti morti clandestini sono nascosti nei campi del Nord (Italia)? Io sento nell’aria agitarsi questo carosello di fantasmi che non possono avere requie… Bisogna ricercare queste spoglie come si cercano i corpi travolti da un fiume in piena. Bisogna ritrovare tutte le vittime di questo fiume di sangue. E ridare a ognuna il suo nome. Bisogna liberare questi morti… Bisogna ritrovarli a ogni costo. Avete amnistiato chi ha ucciso: perché non amnistiare chi ha pagato con la vita gli errori degli altri?». Quasi sessant’anni dopo, l’amnistia dei morti non c’è ancora stata.
(4. continua)


Avvenire 3-2-2004