(Avvenire) Il matrimonio, fondamento di Roma e della moralità

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INTERVISTA
Un viaggio a ritroso alle radici di un vincolo essenziale per la società dell’Occidente: a colloquio con lo storico Alfredo Valvo


Il matrimonio? Viene da Roma antica


«Un rapporto diretto con il tema della stirpe, della cittadinanza e della patria. Tanto che per garantire la continuazione della “civitas” Augusto s’impegnò a difendere le “iustae nuptiae”»


Di Marina Corradi

Alle radici del matrimonio, indietro nel tempo fino alle ragioni per cui si stabilì che l’unione di un uomo e di una donna fossero normati dalla legge. Un viaggio a ritroso non inutile, nel momento in cui in Occidente si mette in discussione questo vincolo come fondamento della famiglia. Il matrimonio, come tutti sanno, è giuridicamente un prodotto del diritto romano. «Era la stessa struttura portante di quella società», precisa il professor Alfredo Valvo, ordinario di Storia romana all’Università Cattolica. Un vincolo profondissimo, spiega, saldava il contratto matrimoniale e Roma. Uno in funzione dell’altra. E Roma è inimmaginabile senza quella cellula ordinata alla sua base. «Il fine originario – spiega Valvo – delle iustae nuptiae, cioè del matrimonio contratto fra cittadini romani (le altre unioni, anche fra due contraenti uno dei quali fosse romano, non erano riconosciute come tali), era duplice: la continuazione della stirpe da un lato, e la difesa dello Stato dall’altro, perché l’esercito romano era costituito fin dall’origine di cittadini; i Romani non affidavano la sorte propria e della loro città ai mercenari e perciò abbisognavano di una leva regolare. Ma siamo ben oltre Sparta, dove il concetto era, brutalmente, più uomini uguale a più soldati. A Roma lo Stato, la res publica, non è, come nella modernità, quasi sovrastruttura rispetto all’individuo, ma è prima e soprattutto il luogo nel quale il cittadino, il civis, esercita la pienezza della propria libertas, che Cicerone considera, con evidente ma ragionato paradosso, equivalente a civitas: perciò cittadinanza e anche di più: è la condizione di una identità stabile, è un’appartenenza. E il matrimonio nasce in funzione del perpetuarsi di questa identità: originariamente, infatti, riguarda solo i cives che discendono dagli antichi patres, cioè i patricii, col fine del mantenimento di un ordine costituito. Eredi di ogni diritto civile erano solo i figli dei cives, a significare che il massimo della libe rtà corrisponde al massimo dell’appartenenza, quasi in un’intuizione di quella concezione cristiana sviluppata da Agostino nel “De civitate Dei”, dove la civitas è l’appartenenza alla Città celeste. Solo nel 445 a.C., con la lex Canuleia, l’unione matrimoniale fra patrizi e plebei venne riconosciuta dal diritto come iustae nuptiae e rappresentò l’inizio della parificazione sostanziale fra i due “ordini” della società romana, con la trasmissione del nomen e il diritto di ereditare. Una riforma dovuta alla necessità di integrazione fra i due ordini sociali».
Che diritti avevano la donna e i figli, nelle “iustae nuptiae”?
«La donna, pur passando dalla tutela del padre a quella del marito, aveva nella propria casa delle responsabilità sostanziali. Priva del padre o rimasta vedova, diveniva sui iuris, cioè ‘titolare’ dei propri diritti di cittadina romana, anche di successione. Il ripudio, consentito per adulterio o mancanza di prole, venne col passare dei secoli sempre più limitato, per tutelare maggiormente la donna. Una donna che godeva di un grande rispetto, considerata com’era il nobile strumento della continuità della stirpe, dentro alla profonda appartenenza di cui ho detto. Solo i figli nati dalle iustae nuptiae erano infatti figli legittimi mentre i figli nati da unioni fra cittadini e non cittadini seguivano lo stato giuridico del genitore privo della civitas».
«Coniunctio maris et feminae est consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio», scrive il giurista Modestino nel Digesto. L’unione di un uomo e una donna diventa condivisione del medesimo destino, per tutta la vita, e partecipazione comune del diritto degli uomini e degli dei. Ma il matrimonio romano aveva anche una valenza religiosa?
«Il matrimonio era un contratto civile, nel senso che non era celebrato da sacerdoti. Tuttavia nella mentalità romana era sempre sotteso il riferimento alla pax deorum, concetto antichissimo, anzi arcaico. Pax deriva da paciscor, concludo un patto. Al le radici di Roma c’era questa affermazione ideale di un patto concluso un tempo con gli dei, che erano stati particolarmente benevoli con la città. Per ricambiare questa generosità, i Romani per secoli continuarono a fare un implicito riferimento al divino in molti dei gesti della vita quotidiana, per esempio chiamando spesso gli dei a testimoni dell’ordinamento giuridico della civitas. Il che pare riecheggiare l’osservazione di John Adams, ricordato da Ratzinger nel suo intervento in “Senza radici”, il quale affermava che la Costituzione degli Stati Uniti “è fatta soltanto per un popolo morale e religioso”, cioè solo per coloro che hanno una fede e si riconoscono in quell’In God we trust che ne apre il testo».
In età augustea si arriva addirittura a “costringere” al matrimonio, tassando coloro che restano celibi. Perchè?
«Era un periodo di disordine morale, imputabile ai decenni di guerre civili. Per tentare di arginare questo fenomeno Augusto intervenne anche “sollecitando” concretamente i cittadini alle nozze regolari: e questo sia nell’ordine della continuazione della civitas, che intravvedendo nel matrimonio un elemento di ordine morale per la società romana in crisi. L’intento era quello di riaffermare la famiglia per ristabilire la continuità e l’appartenenza della stirpe romana».
Pare che questa continuità ai Romani fosse molto cara…
«Davvero molto. Lo stesso Cicerone nel “De re publica” scrive che meritano un posto nel cielo più alto coloro che hanno costituito, e mantenuto, le civitates».
Pare un bel monito per l’oggi, questo attaccamento al proseguire, attraverso i figli, la propria civiltà, nel momento in cui il senso del vivere insieme sembra solo ridotto alla pura affettività, e non più anche alla procreazione…
«Certamente, un monito importante. L’esperienza del diritto romano è sempre valida, come dimostra che molte nazioni formatesi nel XVIII secolo dal diritto romano hanno attinto sostanza di principi anche in materia di matrimonio».
Ben diciotto secoli dopo, la concezione romana del rapporto fra uomo e donna era ancora radicata in Occidente. Col marchio forte delle sue radici: il desiderio di continuare, di padre in figlio, la storia.