(Avvenire) I due volti dell’uomo: maschile e femminile

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INTERVISTA
La filosofa Ales Bello: «I primi tentativi di rivendicazione ebbero inizio in America, nei Paesi latini c’è stato un certo ritardo nell’acquisire i valori della donna»

Il femminismo? È quello cristiano


«Uno dei punti fermi di questa emancipazione è Edith Stein,
che riconosce specificità diverse al maschile e al femminile»


Di Paola Springhetti 


Avvenire 24-7-2004


Il femminismo è nato in ambito cristiano. L’affermazione apparentemente stride con il ricordo storico di come proprio nelle zone di cultura cattolica la prevalenza dell’immagine della donna angelo del focolare ma incapace di ricoprire ruoli “pubblici” abbia rallentato una riflessione più articolata su di essa e il riconoscimento delle sue potenzialità. Eppure, proprio a partire da questa affermazione Angela Ales Bello dipana la sua riflessione attorno alla questione femminile, nella convinzione che, per fare un definitivo passo avanti, occorre elaborare un’antropologia che “racconti” al tempo stesso la donna e l’uomo, analizzando le differenze, ma senza scinderli innaturalmente l’uno dall’altra.
Alcuni scritti della filosofa (Ales Bello insegna Storia della Filosofia contemporanea all’Università Lateranense di Roma) attorno a questo tema sono ora raccolti nel volume Sul femminile. Scritti di antropologia e religione, edito da Città Aperta.
Dunque, secondo Ales Bello, è in ambito cristiano che nasce un’antropologia che rivendica la dignità della persona, da cui discende il problema dei diritti delle persone. Anche se con sviluppi diversi in ambito cattolico e in ambito protestante, perché, spiega, «i primi tentativi di rivendicazioni fatti dalle donne, soprattutto in America, sono nati sul terreno del protestantesimo, che per primo aveva riflettuto sul tema del Popolo di Dio. Qui le posizioni delle donne si sono presto radicalizzate anche sotto un profilo politico, in base al ragionamento che, se tutti siamo uguali, perché figli di Dio, tutti dobbiamo partecipare alla vita politica e sociale. L’ambiente cattolico, invece, non aveva elaborato dall’interno queste proposte e le accoglierà, da un punto di vista culturale, con un ritardo notevole, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento».
Il fatto che nel cattolicesimo ci fosse una forte tradizione mariana ha influito? «La tradizione mariana ha fatto sì che, anche se in un modo un po’ stereotipato, la figu ra femminile avesse una sua importanza. Mentre non essendoci, nel protestantesimo, una valorizzazione del tema mariano, le donne erano in una situazione anche peggiore, e dunque più motivate a reagire. In realtà, nella Chiesa cattolica c’era una forte esaltazione della figura della donna, anche se certamente la cultura cattolica dei Paesi latini è stata maggiormente legata ad una visione tradizionale, conservatrice, che solo successivamente si è attivata in questa direzione».
Tra i suoi punti di riferimento c’è Edith Stein, la quale definisce le differenza tra femminile e maschile, ma proprio per questo sembra riservare le “attività intellettuali” agli uomini, e indicare per le donne un ruolo pubblico limitato alle attività assistenziali e sociali. «In realtà la Stein dice che ci sono delle tendenze peculiari del maschile e del femminile: il maschile è orientato verso una direzione, mentre il femminile ha un’atteggiamento di maggiore apertura e accoglienza. E quindi è chiaro che gli uomini, se si impegnano in una direzione, per esempio quella intellettuale, riescono con maggiore facilità. Le donne, invece, proprio per la loro apertura, corrono il rischio di dispersione. Questo in generale, ma ogni singolo essere umano ha una componente femminile e una maschile, e deve essere valutato in relazione alle proprie potenzialità specifiche, ed è questa la cosa interessante della Stein, dal punto di vita di un’antropologia filosofica. Lei distingue l’universalità della struttura umana e la dualità maschile/femminile, ma poi ricorda che oltre alla tipologia c’è l’essere umano. E che ogni singolo essere umano ha potenzialità corporee, psichiche e spirituali. In realtà, secondo la Stein, nessuna professione è esclusa alle donne, ed è bene che ci siano stati i movimenti femministi, perché sono stati movimenti di rottura. Il limite che lei coglieva nel femminismo dei suoi tempi era il fatto che c’è esclusivamente un’analisi del femminile, mentre serve anche un’analisi del maschile. Di qui la necessità di un’antropologia duale: non si può parlare della donna senza parlare anche dell’uomo».
Uomo e donna sono diversi e si completano reciprocamente. Ma non è detto che debbano realizzarsi insieme. «Femminile e maschile hanno caratteristiche che possono realizzare una sorta di reciprocità, nell’unità familiare o nel lavoro e così via.
Ma questo non impedisce che ogni singolo essere umano, che ha in sé elementi sia maschili che femminili, non possa realizzarsi nella propria singolarità, indipendentemente dal fatto di vivere insieme a un uomo o a una donna. Il celibato è possibile proprio perché l’essere umano può realizzarsi autonomamente: ci sono livelli di unione spirituale con gli altri che non sono quelli del matrimonio».
Il pensiero laico sulle donne sembra un po’ stagnante, dopo gli anni della riflessione sulla differenza… vale anche per l’ambito cattolico? «Avremmo qualcosa da dire proprio se riflettessimo su queste indicazioni della Stein, o se rivalutassimo anche dal punto di vista filosofico i testi papali. E forse si potrebbe rifare un’analisi filosofico-antropologica: in realtà i movimenti femministi non hanno approfondito bene il problema sul piano filosofico, per cui le rivendicazioni sono rimaste spesso su un piano sociale, formale e non ancorate ad una realtà profonda. È la filosofia che ci dà la possibilità di andare al fondo delle cose per poi risolvere problemi particolari».

Angela Ales Bello
Sul femminile

Città Aperta
Pagine 192. Euro 16