(Avvenire) Gerberto, leggenda di un Papa «mago»

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Domani alla Lateranense una giornata di studio su Silvestro II a mille anni dalla scomparsa Pubblichiamo l’intervento del cardinale Poupard

«Sono stati gli storici protestanti a rivangare certe invenzioni di contatti col diavolo»
Il Pontefice del Mille è un precursore dei metodi sperimentali e fu tra i primi in Occidente a studiare la scienza araba

Di Paul Poupard
Cos’ha da dire un papa vissuto mille anni fa alla Chiesa, agli studiosi di oggi? La memoria storica di Silvestro II, Gerberto d’Aurillac, nel giorno in cui celebriamo il millenario della sua morte, ci ha riuniti per cercare di capire meglio la sua affascinante avventura esistenziale e di avvicinarci a un tempo, il suo, che vede la gestazione di una nuova idea d’Europa, allargata a Est, saldamente poggiata sulle radici cristiane.
Per conoscere la personalità di Gerberto d’Aurillac disponiamo innanzitutto delle sue lettere, raccolte dall’abate Migne nel 1853, insieme ad alcune sue opere matematiche e agli Atti del Concilio di Saint-Basle (991) di cui Gerberto è stato redattore. Gerberto fu anche autore di una Geometria così come delle De utilitatibus Astrolabii, che oggi gli sono finalmente attribuite con sicurezza. Il trattato filosofico De rationali et ratione uti fu scritto da Gerberto quando si trovava al servizio di Ottone III, mentre l’opera gerbertiana sulla musica è stata riscoperta solo recentemente. Di fondamentale importanza è la Historia Francorum, opera di Richero di Reims, allievo di Gerberto alla scuola cattedrale di Reims, che ci offre molte note biografiche su Gerberto.
Se per quanto riguarda le opere di Gerberto esiste oggi un consenso tra gli specialisti, la storiografia gerbertiana ha conosciuto in passato vive polemiche attorno alla sua persona. In effetti, il lavoro del Migne si basava sul materiale raccolto dal Duchesne nel 1836, che a sua volta si rifaceva alla pubblicazione del 1567 da parte di Matthias Illyricus, nelle Centurie di Magdeburgo, degli Atti del Concilio di St.-Basle, dove si voleva mettere in evidenza il tono acceso del discorso di Arnolfo di Orléans contro il papato di quei tempi. Questa pubblicazione era strumentale alla polemica protestante, e fu poi altrettanto strumentale per il gallicanesimo e l’ultramontanismo del secolo successivo che volevano presentare Ge rberto come loro predecessore.

I protestanti rivangarono le leggende su Gerberto che Ademaro di Chabannes e Guglielmo di Malmesbury avevano diffuso dopo la sua morte, su un suo preteso commercio con il diavolo che gli avrebbe garantito quella conoscenza scientifica fuori dal comune oltre al pontificato. Materiale di questo genere è finito anche nel Liber pontificalis la cui redazione è del XV secolo, posteriore a queste leggende.
Tra queste si trova, ad esempio, la leggenda, sempre dovuta ad Ademaro, secondo la quale avrebbe ordinato di tagliare a pezzi il suo cadavere. Questa leggenda si ritrova nelle molte fonti, apocrife e non, di oggi: internet, storie di papi e manuali di storia di editori poco scrupolosi. Il canonico lateranense Rasponi riporta che nella ricognizione della tomba di Gerberto, fatta nel 1648, il corpo fu ritrovato intatto con le vesti pontificali, ma al contatto con l’aria si polverizzò, rimanendo solo l’anello e il pastorale. Questo prova l’infondatezza o la mala fede delle pseudo-fonti su Gerberto mago.

Basandosi anche su queste fonti leggendarie, gli storici protestanti del XVI secolo volevano sostenere la tesi della mancanza di continuità nella successione apostolica su cui la Chiesa basa l’autorità petrina. Poco importava se il discorso cruciale del concilio di Saint-Basle fosse in aperta contraddizione con questa pretesa accusa di simonia basata su dicerie senza fondamento, oltre all’invidia e ad una personale acrimonia. Il cardinale Baronio aveva dovuto scrivere, in risposta all’opera dell’Illyricus, che il Cristo dormiva nella barca di Pietro nei decenni a cavallo dell’anno mille, mentre il quadro d’insieme che abbiamo oggi, lontani dalle polemiche strumentali dei secoli passati, ci presenta la Chiesa di Roma con una vocazione universale mai così chiara come con Gerberto sommo pontefice, e presente anche nei suoi predecessori.
La data di nascita di Gerberto, così come la sua origine, è incer ta. Troviamo ipotesi di date comprese tra il 938 e il 950. La leggenda lo vuole pastorello, mentre è probabile che fosse di famiglia benestante, di recente insediamento nell’Auvergne, attratta dallo sviluppo urbano e sociale seguito alla fondazione dell’Abbazia di Aurillac da parte di san Geraldo, alla fine del IX secolo.
La mini-rinascenza degli ultimi decenni del X secolo che viene vissuta in Catalogna trova in Gerberto un testimone di eccezione. Al seguito del Conte Borrell, diventa discepolo di Attone, vescovo di Vich, il quale lo istruisce nelle matematiche. Frequenta l’abbazia di Santa Maria di Ripoll, dove si copiano e traducono anche libri dall’arabo e viene così a conoscenza delle cifre arabe, che gli offrirono un prodigioso dominio della matematica.

Dopo l’impulso agli studi del tempo di Carlo Magno è in questo primo contatto, tra la civiltà araba e gli ultimi avamposti cristiani, che si ha il travaso di nuova scienza in Europa. Le cifre arabe, l’astrolabio e il loro uso costituiscono per Gerberto quella novità intellettuale che era andato a cercare in Spagna con il consenso e lo stimolo del superiore del suo convento ad Aurillac. Arriva, dunque, in Catalogna al momento giusto, tra il 967 e il 970.
Al seguito di Attone e del Conte Borrell, giunti a Roma per chiedere al Papa di elevare Vich a sede metropolitana, Gerberto arriva per la prima volta nella città eterna. Qui papa Giovanni XIII, ammirato dalle sue qualità, lo segnala, come esperto senza eguali nella musica e nella matematica, ad Ottone I che lo tratterrà presso la sua corte. Dopo un certo tempo, Gerberto chiederà congedo all’imperatore per seguire la sua vocazione allo studio. Lo troviamo, così, al seguito dello scolastico Geranno di Reims, presso la sua già celebre scuola cattedrale, per approfondire i suoi studi. Dai registri delle biblioteche di Ripoll, di Reims, di Bobbio e di Bamberga, dove sono finite le opere in possesso di Ottone III che Gerberto gestiva, possiamo farci un’i dea della vasta formazione di Gerberto, che nel 980 era divenuto universalmente famoso per la sua reputazione di sapiente e grande retore.
Il rapporto di Gerberto con la dialettica ne caratterizza la scuola: introduce sofismi per allenare i suoi allievi a sostenere anche le ipotesi contrarie. Ma la sua grande innovazione nella didattica è l’uso di strumenti per le dimostrazioni, al punto che viene considerato come precursore del metodo sperimentale. Certo è che nelle sue lettere a carattere scientifico non è tanto la dialettica o le citazioni di autori classici a supporto di questa o quella teoria, come si può trovare nei testi dal Sacrobosco a Copernico, quanto il riferimento diretto a strumenti e calcoli da lui stesso utilizzati e svolti. (…)

Nel 998 Gregorio V lo nomina arcivescovo di Ravenna, la seconda città d’Italia per importanza. Da Reims a Ravenna, di R in R fino alla terza R, Roma, come dirà lo stesso Gerberto. Infatti, il 18 febbraio 999 il giovane Gregorio V (27 o 29 anni) muore improvvisamente e Ottone III offre il papato a Gerberto, che viene eletto il 2 aprile 999 con il nome di Silvestro II ed incoronato il giorno di Pasqua, 9 aprile, in San Pietro.
Gerberto, ora Silvestro II, era un papa straniero, il primo papa francese. Ma fu un papa vicino al suo popolo come pastore. Sotto di lui il Laterano riacquistò il suo ruolo centrale nella vita della diocesi di Roma e nel panorama politico italiano. Il progetto di riforma dell’Impero romano in senso cristiano, che Gerberto aveva maturato e fatto maturare nel giovane Ottone III, si manifestava anche nel nome che Gerberto aveva scelto come papa: Silvestro come san Silvestro, il papa dei tempi di Costantino, quando il cristianesimo acquistò la cittadinanza nell’Impero e ne divenne il nuovo tessuto connettivo. La morte di Ottone III, a soli 22 anni, lascia Gerberto una volta di più da solo contro tutti. Silvestro II morì il 12 maggio 1003 e fu sepolto nella Basilica del Laterano esattamente mille anni fa.

È un legato impressionante quello lasciato dalla vita di Gerberto e dal suo breve pontificato di soli quattro anni. Il suo deciso impulso alla matematica e alla sperimentazione scientifica costituisce le basi sulle quali si innalzerà l’intero edificio del sapere universitario e della scienza moderna. Tre aspetti sono degni di nota: Gerberto era convinto che l’educazione dovesse essere basata sulla scienza degli antichi Greci, e si dovesse arrivare alla teologia soltanto dopo una solida e strutturata preparazione intellettuale, che includeva tutte le arti liberali e non soltanto il trivium. Con Gerberto, il lavoro pratico con i numeri acquista uno statuto simile all’aritmetica teorica. Grazie all’uso dell’abaco, che egli introdusse, e a quello delle cifre arabe, contribuì allo sviluppò di complesse operazioni aritmetiche. Ai tempi di Gerberto si introduce l’uso del monocordo nelle tecniche d’insegnamento del canto liturgico, una riforma che egli sostenne decisamente, perché conforme al suo metodo didattico. Fu anche il massimo esperto in organi del suo tempo. Infine, Gerberto, sebbene non abbia fatto personalmente alcuna scoperta astronomica, fu l’introduttore dell’astrolabio e dell’astronomia degli Arabi in Europa, grazie alla quale fu possibile lo sviluppo di questa scienza nei secoli posteriori.
Gerberto, perciò, come scienziato, ha posto le basi per la nascita della scienza moderna. Per lui, come per i suoi successori, fede e ragione, scienza e religione sono due forme di sapere tra le quali non può esistere alcun conflitto. Così, il grande fisico Pierre Duhem poté affermare, nella sua monumentale Le système du monde, che la scienza moderna ha un’origine cristiana.

(Avvenire 11-5-2003)