
Il “no” di mons. Staglianò ai titoli mariani di Mediatrice e Corredentrice
Dopo le numerose critiche suscitate dalla nota dottrinale Mater Populi Fidelis, emanata dal Dicastero per la Dottrina della Fede il 4 novembre 2025, alcuni sostenitori del documento hanno cercato di ridimensionarne la portata, mentre altri, al contrario, ne hanno rivendicato con forza la valenza teologica e pastorale. Tra i primi si colloca mons. Maurizio Gronchi, professore alla Università Urbaniana, secondo il quale i titoli mariani di Mediatrice e Corredentrice non saranno più utilizzati nei documenti ufficiali del Magistero, ma potranno continuare a vivere nell’alveo della pietà popolare.
Tra i secondi emerge mons. Antonio Staglianò, vescovo emerito di Noto, che ha pubblicato il 2 gennaio un articolo su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, dal titolo eloquente: Il “no” al titolo di Corredentrice perché Maria ci conduce a Cristo.
Non senza una certa enfasi, mons. Staglianò ha firmato l’articolo qualificandosi come Presidente della Pontificia Accademia di Teologia, forse, non tanto per far dimenticare di essere conosciuto in Italia come vescovo “cantante”, a motivo delle sue esibizioni canore, quanto per conferire alla posizione da lui espressa il crisma di una competenza accademica incontestabile.
La tesi del vescovo, che proviamo a riassumere citandolo testualmente, è questa: «Il rischio insito nel titolo di “Corredentrice” è quello di delineare, anche solo implicitamente, un percorso di salvezza parallelo a quello rivelato da Cristo». Il problema di fondo, spiega mons. Staglianò, è «L’unica mediazione di Cristo». Mater Populi Fidelis, infatti, insiste ripetutamente sul fatto che «“in nessun altro c’è salvezza” (At 4,12) e che “Cristo è l’unico Mediatore” (1Tim 2,5)». Perciò, «presentare Maria come “Corredentrice” implica, anche solo semanticamente, che l’opera di Cristo sia in qualche modo incompleta o necessiti di un complemento umano. Si insinua così l’idea di una seconda fonte di redenzione, che affianca e in qualche modo “integra” la prima, minando l’unicità dell’evento salvifico».
Il ruolo di Maria nell’economia della salvezza, conclude Staglianò, non è quello di essere Mediatrice o Corredentrice, ma «la prima discepola», «come il testo ribadisce con forza»; «il documento Mater Populi fidelis è un dono alla Chiesa. Ci libera da un’immagine distorta della redenzione e, di conseguenza, di Dio», per «onorarla nella sua verità più profonda: quella di essere la perfetta discepola che ci indica l’unico Redentore».
Il semplice fedele, privo magari degli studi teologici dell’autore, ma non del buon senso cattolico, osserva: Dio, per redimere l’uomo dal peccato, non aveva alcuna necessità di incarnarsi, soffrire la Passione e morire sulla Croce; eppure lo ha voluto. L’Incarnazione del Verbo e la Passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, sono i misteri centrali della nostra fede, davanti ai quali la nostra limitata intelligenza si inchina in adorazione. Per realizzare questo disegno, Dio – come canta la Chiesa nel Te Deum – «non horruit Virginis uterum»: non ha disdegnato il grembo purissimo della Vergine. Maria è stata liberamente elevata a Madre di Dio, e da questo privilegio unico derivano tutti i suoi titoli, compresi quelli di Mediatrice e Corredentrice. Se il rischio di oscurare il primato di Cristo fosse motivo sufficiente per eliminarli, allora bisognerebbe spogliare la Madonna di tutti i titoli con cui le Litanie Lauretane la invocano, a cominciare proprio da quello di Madre di Dio. Ogni titolo, infatti, potrebbe essere accusato di “offuscare” la centralità di Cristo. Il criterio adottato, se coerentemente applicato, conduce allo smantellamento dell’intera mariologia cattolica. Non è un caso che il titolo mariano proposto da mons. Staglianò come “definitivo” sia quello di discepola. Un titolo che, di fatto, finisce per relativizzare, se non capovolgere, quello dogmatico di Madre di Dio e che, se isolato e assolutizzato, riduce Maria a una figura teologicamente neutra, accettabile anche in una prospettiva protestante.
Così ragiona, in punta di logica, il cattolico di buon senso. A questo punto interviene lo storico, ricordando che la questione non è nuova. Nel Settecento, l’erudito Ludovico Antonio Muratori, nel suo libro Della regolata devozione dei cristiani, proprio basandosi sulla frase di san Paolo citata da mons. Staglianò, giudicava «imprudente e indiscreta» la devozione che esaltava la mediazione mariana, temendo che essa compromettesse l’unica mediazione di Cristo.
Contro questa impostazione, sant’Alfonso Maria de’ Liguori scrisse, nel 1750, il suo capolavoro Le Glorie di Maria, in cui afferma con limpida chiarezza: «Noi ben confessiamo che Gesù Cristo è l’unico mediatore di giustizia, ma diciamo che Maria è mediatrice di grazia e che sebbene quanto ella ottiene, l’ottiene per i meriti di Gesù Cristo, tuttavia quante grazie noi cerchiamo, tutte le abbiamo per mezzo della sua intercessione» (Le Glorie di Maria, parte I, cap. V, § 1).
E’ dogma di fede, definito dal Concilio di Trento, che i santi del Cielo sono veri mediatori tra gli uomini e Dio (Sess. 25, Denz. 984). Nessun cattolico può dunque negare che la Santissima Vergine, superiore a tutti i santi, eserciti una reale mediazione. La mediazione di Cristo e quella di Maria non sono parallele né concorrenti: sono una sola mediazione, partecipata. Cristo la esercita per natura e per diritto proprio; Maria per grazia e per singolare privilegio.
Contro i protestanti, i giansenisti e i cattolici “muratoriani”, che, nel corso dei secoli, hanno cercato di minimizzare questa verità di fede, combatterono sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Luigi Maria Grignion di Montfort, e, nel ventesimo secolo, santi come Massimiliano Kolbe e teologi del calibro del cardinale Charles Journet e del padre Réginald Garrigou-Lagrange.
A questo punto si tratta di scegliere: o con questi santi e con questi teologi o con le recenti riletture teologiche proposte dal cardinale Victor Luis Fernández e da mons. Antonio Staglianò. La vita cristiana non è soltanto lotta; è anche, ogni giorno, una scelta.
Roberto de Mattei
CorrispondenzaRomana.it

