(www.chiesa) La riforma che ha tradito il Concilio Vaticano II

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”Una riforma nella riforma”

Intervista con Malcolm Ranjith, segretario della congregazione vaticana per il culto divino

D. – La sensazione è che per Benedetto XVI la liturgia è una priorità.

R. – Giustamente. Quando si ripercorre la storia della liturgia attraverso i secoli, si vede quanto è importante per ogni uomo il bisogno di ascolto di Dio e di contatto con l’aldilà. La Chiesa è sempre stata cosciente che la sua vita liturgica deve essere orientata verso Dio e comportare un’atmosfera profondamente mistica. Ora, da alcuni anni si tende a dimenticare questo, per sostituirvi uno spirito di libertà totale che lascia tutto lo spazio all’invenzione, senza radicamento, né approfondimento.

D. – È per questo che la liturgia é divenuta oggetto di polemiche, di discussioni dentro la Chiesa, e persino un fattore di gravi divisioni?

R. – Io penso che questo sia un fenomeno propriamente occidentale. La secolarizzazione in Occidente ha portato con sé una forte divisione tra quelli che si rifugiano nel misticismo, dimenticando la vita, e quelli che banalizzano la liturgia, privandola della sua funzione di mediatrice verso l’aldilà. In Asia – per esempio nello Sri Lanka, il mio paese – ognuno, quale che sia la sua religione, è ben cosciente del bisogno dell’uomo di essere condotto verso l’aldilà. E ciò deve tradursi nella sua vita concreta. Io penso che non si deve abbassare il senso del divino al livello dell’uomo, ma al contrario cercare di innalzare l’uomo verso il livello soprannaturale, là dove noi possiamo avvicinare il mistero divino. Ora, la tentazione di diventare protagonisti di questo mistero divino, di cercare di controllarlo è forte in una società che divinizza l’uomo, come lo fa la società occidentale. La preghiera è dono: la liturgia non è determinata dall’uomo, ma da ciò che Dio fa nascere in lui. Essa implica un’attitudine di adorazione verso il Dio creatore.

D. – Ha la sensazione che la riforma conciliare si sia spinta troppo lontano?

R. – Non si tratta di essere anticonciliare o postconciliare, conservatore o progressista! Io credo che la riforma liturgica del Concilio Vaticano II non è mai decollata. Del resto, questa riforma non parte dal Vaticano II: essa ha in realtà preceduto il Concilio, è nata con il movimento liturgico all’inizio del XX secolo. Se uno si attiene al decreto “Sacrosanctum Concilium” del Vaticano II, lì si trattava di fare della liturgia la via di accesso alla fede, e i cambiamenti in materia dovevano emergere in maniera organica, tenendo conto della tradizione, e non in maniera precipitosa. Vi sono state numerose derive, che hanno fatto perdere di vista il senso autentico della liturgia. Si può dire che l’orientamento della preghiera liturgica nella riforma postconciliare non è stato sempre il riflesso dei testi del Vaticano II. E in questo senso si può parlare di una correzione necessaria, di una riforma nella riforma. Bisogna ritornare alla liturgia nello spirito del Concilio.

D. – In concreto, attraverso quali passi?

R. – Oggi i problemi della liturgia ruotano attorno alla lingua, latina o moderna, e alla posizione del prete, rivolto verso i fedeli o rivolto verso Dio. La cosa può sorprendere: in nessun passaggio, nel decreto conciliare, si stabilisce che il prete deve rivolgersi verso i fedeli, né che è proibito di utilizzare il latino! Se l’uso della lingua corrente è consentito, in particolare per la liturgia della Parola, il decreto precisa anche che l’uso della lingua latina sarà conservato nel rito latino. Su queste materie, siamo in attesa che il papa ci dia le sue indicazioni.

D. – Bisogna dire a tutti quelli che hanno seguito, con grande senso di obbedienza, le riforme postconciliari, che si sono sbagliati?

R. – No, non bisogna farne un problema ideologico. Noto quanto i giovani preti amino celebrare secondo il rito tridentino. Bisogna precisare che questo rito, quello del messale di san Pio V, non è “fuori legge”. Bisogna incoraggiarlo di più? È il papa che deciderà. Ma è sicuro che una nuova generazione è in attesa di una più grande orientazione verso il mistero. Non è una questione di forma, ma di sostanza. Per parlare di liturgia non ci vuole solo uno spirito scientifico, o storico-teologico, ma soprattutto un’attitudine di meditazione, di preghiera e di silenzio.

Ancora una volta, non si tratta di essere progressista o conservatore, ma semplicemente di permettere all’uomo di pregare, di ascoltare la voce del Signore. Ciò che avviene nella celebrazione della gloria del Signore non è una realtà puramente umana. Se uno dimentica questo aspetto mistico, tutto si annebbia e diventa confuso. Se la liturgia perde la sua dimensione mistica e celeste, chi, allora, aiuterà l’uomo a liberarsi dall’egoismo e dalla propria schiavitù? La liturgia deve anzitutto essere una via di liberazione, aprendo l’uomo alla dimensione dell’infinito.

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L’originale dell’intervista a “La Croix”:

> “La réforme Vatican II n’a jamais décollé”

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POST SCRIPTUM – L’intervista dell’arcivescovo Malcolm Ranjith a “La Croix” è del 25 giugno. Ma tre giorni prima, il 22, lo stesso Ranjith aveva dato un’intervista ancor più dettagliata, sullo stesso tema, ad Antoine-Marie Izoard dell’agenzia francese I.MEDIA, specializzata sul Vaticano:

> I.MEDIA

Il testo dell’intervista è accessibile solo agli abbonati a I.MEDIA. Il 23 giugno il quotidiano francese “Le Figaro” ne ha ripreso alcuni passaggi in questo servizio di Hervé Yannou:

> Un proche du pape prône le retour de la messe en latin