(www.chiesa) La protesta ignorata dei cattolici vietnamiti

Socialismo

La rivoluzione pacifica dei cattolici del Vietnam

Come in Birmania i monaci buddisti, così ad Hanoi e in altre città vietnamite scendono in piazza vescovi, preti, suore e fedeli. Rivogliono gli edifici e i terreni confiscati dallo stato. Le loro armi sono croci e rosari. Le apprensioni del Vaticano

di Sandro Magister

ROMA, 28 maggio 2008 – Tra breve una delegazione della Santa Sede si recherà in Vietnam in visita ufficiale, per la quindicesima volta dal 1989. La precedente visita si è svolta poco più di un anno fa. A sua volta il primo ministro del Vietnam, Nguyên Tân Dung, è stato in visita in Vaticano il 25 gennaio del 2007, incontrando il papa e i dirigenti della segreteria di stato.

Assieme alla Cina, alla Corea del Nord, al Myanmar, all\’Arabia Saudita, il Vietnam è uno dei pochissimi paesi che non intrattiene rapporti diplomatici con la Santa Sede.

Eppure in Vietnam il cattolicesimo è particolarmente fiorente. I cattolici sono circa 6 milioni, il 7 per cento della popolazione, la pratica religiosa è alta, le vocazioni numerose.

Come in tutti i regimi comunisti la libertà religiosa è fortemente compressa, ma da qualche anno si notano avvisaglie di disgelo. Il 18 giugno 2004 il governo ha emesso un\’ordinanza sulle credenze e sulle religioni che ruota attorno ai due principi secondo cui i credenti – e quindi anche i cattolici – sono parte integrante della nazione e lo stato si impegna a rispondere alle loro legittime esigenze.

L\’applicazione di questi principi è comunque lontana dall\’esaudire le aspettative della Chiesa cattolica.

Ad esempio, la Santa Sede non è libera di nominare i nuovi vescovi. L’attuale prassi è che Roma presenta ogni volta tre candidati, tra i quali le autorità vietnamite escludono quelli ad esse sgraditi.

La nomina dei vescovi sarà certamente uno dei punti che la delegazione vaticana vorrà discutere, nella sua prossima visita. Un altro sarà lo stabilimento delle relazioni diplomatiche. Un altro ancora il rispetto delle minoranze etniche, in particolare dei "montagnard", in buon numero cristiani.

In più, però, sono accaduti in questi ultimi mesi dei fatti nuovi. Per la prima volta in Vietnam, vescovi, preti, suore e fedeli sono scesi in piazza a migliaia, a rivendicare più libertà.

L\’hanno fatto in forma pacifica. Pregando, accendendo lumi, piantando croci, portando immagini della Madonna. Sono scesi in piazza nella capitale Hanoi, a Hô Chi Minh Ville, l\’ex Saigon, e in altre città. Non una o poche volte, ma per giorni e settimane di fila.

Lo spunto è stato in tutte queste occasioni la richiesta di riavere terreni ed edifici confiscati dal regime alla Chiesa.

Le confische risalgono nel nord del paese agli anni Cinquanta, quando i comunisti presero il potere, e nel sud a dopo il 1975.

La prima e più importante rivendicazione riguarda l\’edificio che un tempo ospitava la delegazione pontificia ad Hanoi, adiacente all\’arcivescovado e alla cattedrale di San Giuseppe. Edificio requisito nel 1959 e oggi adibito a ristorante.

Lo scorso 15 dicembre l\’arcivescovo di Hanoi, Joseph Ngô Quan Kiêt, ha chiesto la restituzione dell\’edificio e ha invitato i fedeli a pregare perché sia fatta giustizia.

I fedeli l\’hanno preso in parola. Dal 18 dicembre, ogni sera, si sono riuniti davanti alla cancellata dell\’ex nunziatura, pregando e portando fiori e candele. La notte di Natale erano 5 mila.

Il 30 dicembre è arrivato tra loro il capo del governo, Nguyên Tân Dung. Fendendo la folla è entrato in arcivescovado, dove ha incontrato per quindici minuti monsignor Ngo Quan Kiet. All\’uscita è stato applaudito.

Ma la protesta non si è spenta. Anzi, si è allargata ad altre zone e città.

Il 6 gennaio, festa cristiana dell\’Epifania, i fedeli della parrocchia di Thai Ha, ad Hanoi, hanno iniziato a manifestare per chiedere la restituzione di terreni ed edifici confiscati dal regime e ora occupati da varie strutture governative e da una fabbrica. Assieme alla confisca, negli anni Cinquanta, il regime comunista arrestò e face morire in prigione i sacerdoti redentoristi che avevano in cura quella parrocchia.

Il 12 gennaio, a Hô Chi Minh Ville, migliaia di fedeli sono scesi in piazza per una veglia di solidarietà con quelli di Hanoi. Il superiore dei redentoristi, padre Joseph Cao Dinh Tri, in un messaggio, si è appellato alla direttiva 379/TTG che impone alle autorità di restituire ai proprietari i beni ed i terreni confiscati nel tempo, se questi non sono più necessari al governo per scopi prioritari. Ha ricordato inoltre l’ordinanza PL-UBTVQH11 del 2004, che dice: “La proprietà legale dei siti di interesse religioso è protetta dalla legge: ogni violazione è proibita”.

Negli stessi giorni, anche i fedeli della città di Ha Dong, una quarantina di chilometri a sud di Hanoi, hanno iniziato a manifestare pacificamente per la restituzione di un edificio requisito a una parrocchia.

Il 24 gennaio una delegazione del governo è tornata a incontrare l\’arcivescovo di Hanoi. Nelle stesse ore, gruppi di fedeli penetravano nel giardino dell\’ex nunziatura, piantandovi una croce, prima di essere allontanati dalla polizia.

A capeggiare la delegazione governativa era la vicepresidente del Comitato popolare della capitale, Ngô Thi Thanh Hang. La motivazione ufficiale dell\’incontro erano gli auguri per il vicino capodanno lunare, il Tet. Al termine, in un comunicato ufficiale, le autorità hanno riconosciuto “il contributo offerto dall’arcivescovo Joseph Ngô e dalla comunità cattolica per la causa comune di una società di pace, uguaglianza, progresso e sviluppo”. Dieci giorni prima però, la signora Ngô Thi Thanh Hang aveva accusato l’arcivescovo di “usare la libertà di religione per provocare proteste contro il governo” e di “danneggiare i rapporti tra Vietnam e Vaticano”.

A Roma, naturalmente, le autorità vaticane erano al corrente di queste frizioni. E ne erano preoccupate.

Il 30 gennaio il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha manifestato così le sue preoccupazioni, in una lettera all\’arcivescovo di Hanoi, Joseph Ngô Quan Kiêt:

“Come Ella può immaginare, la segreteria di Stato segue con grande attenzione e sollecitudine gli avvenimenti di questi ultimi giorni ad Hanoi. […] Sono pieno di ammirazione davanti ai sentimenti di fervente devozione e profondo attaccamento alla Chiesa ed alla Santa Sede mostrati da migliaia di fedeli che, giorno dopo giorno, si riuniscono pacificamente per pregare di fronte a questo edificio [dell\’ex nunziatura], divenuto un simbolo, per chiedere ai responsabili civili di farsi carico delle necessità della comunità cattolica. D’altro canto, il fatto che queste manifestazioni continuano non può non suscitare qualche preoccupazione, perché, come spesso accade in simili casi, esiste il concreto pericolo che la situazione sfugga di mano e possa degenerare in dimostrazioni di violenza verbale o anche fisica. Ecco perché, a nome del Santo Padre, che è costantemente informato dell’evoluzione della situazione, le chiedo di intervenire perché siano evitati gesti che potrebbero turbare l’ordine pubblico e si torni alla normalità. Sarà così possibile, in un clima più sereno, riprendere il dialogo con le autorità, per trovare una soluzione appropriata a questo delicato problema. Posso assicurarle che la Santa Sede, da parte sua, come ha sempre fatto, non mancherà di farsi interprete col vostro governo delle legittime aspirazioni dei cattolici vietnamiti”.

Due giorni dopo – e dopo un altro incontro con le autorità – l\’arcivescovo di Hanoi ha scritto ai fedeli ringraziando Benedetto XVI e il segretario di Stato. In questi 40 giorni di manifestazioni – si legge nella lettera – “abbiamo vissuto una nuova Pentecoste: siamo stati uniti e devoti alla preghiera, nonostante sfide e difficoltà”.

Ma ora, ha proseguito l\’arcivescovo, “le nostre preghiere sono state esaudite. Il ristorante [al posto della ex nunziatura] è stato chiuso, […] e la grande croce [portata dai fedeli sul luogo della protesta] è stata riportata in processione nella cattedrale di San Giuseppe".

In effetti, fonti governative avevano annunciato la prossima restituzione all\’arcidiocesi di Hanoi della ex nunziatura.

Quasi un mese dopo, il 27 febbraio, in una riunione del Comitato d’unione dei cattolici che fa parte del Fronte patriottico, l\’incaricato del Fronte per gli affari religiosi, Trân Dinh Phung, ha ribadito che “il governo non potrà ignorare” la richiesta "legittima" della restituzione della ex nunziatura e ha elogiato il Vaticano per aver posto fine alle manifestazioni "che rischiavano di degenerare".

Il 15 aprile le autorità hanno annunciato la restituzione anche di un altro terreno espropriato, attorno alla basilica di Le Vang, il principale santuario mariano del Vietnam. L\’annuncio è avvenuto dopo un incontro tra il vicepresidente del Comitato del popolo di Quang Tri, Nguyên Duc Chinh, e l’arcivescovo d Huê, Stephen Nguyên Nhu The.

Fino ad oggi, però, a questi annunci non sono seguiti i fatti. Anzi, la Chiesa buddista ufficiale si è fatta avanti a rivendicare essa stessa la proprietà dell\’ex nunziatura di Hanoi, sostenendo che lì sorgeva un\’antica pagoda, rasa al suolo nel 1883 dai "colonialisti francesi". In ogni caso il governo mantiene il controllo sui terreni e gli edifici contesi. E i cattolici hanno ricominciato qua e là a manifestare.

Dal 17 marzo, a Hô Chi Minh Ville, centinaia di suore e fedeli si riuniscono ogni giorno in preghiera davanti a un edificio sottratto alle suore dell\’ordine della carità "Vinh Son", in passato trasformato in bordello e ora in procinto di essere demolito per far posto a un albergo.

Il 20 maggio la protesta si è estesa a un\’altra città, Vinh Long, nel sud del paese. In un ex orfanotrofio appartenuto alle suore di St Paul de Chartres dovrebbe sorgere un hotel a quattro stelle. L\’orfanotrofio fu requisito nel 1977 e ora il vescovo, le suore e i fedeli della città lo reclamano indietro.

"Non possiamo più tacere", ha detto il vescovo di Vinh Long, Thomas Nguyên Văn Tân. "Il silenzio, in questo momento, significherebbe complicità e accettazione dell\’ingiustizia".