(www.chiesa) La politica alla luce della ragione

Fede e ragione

"Gesù di Nazaret" ha un recensore speciale: il vicario di chi l’ha scritto

Ecco come il cardinale Camillo Ruini ha spiegato ai preti di Roma il libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Anche nelle sue applicazioni politiche, mai sacre e definitive, ma sempre da "rielaborare, riformulare e correggere"

di Sandro Magister

ROMA, 14 dicembre 2007 – In vista del Natale e per il secondo anno consecutivo il cardinale Camillo Ruini ha riunito i preti della diocesi del papa, di cui è vicario, per spiegare loro "il cuore" dell’insegnamento di Benedetto XVI.

Un anno fa mise al centro della sua analisi soprattutto la lezione di Ratisbona.

Quest’anno, lo scorso 6 dicembre, ha concentrato la riflessione sul libro "Gesù di Nazaret".

Nella prima parte della sua analisi il cardinale Ruini ha mostrato come, nel libro, il Gesù dei Vangeli sia tutt’uno con il Gesù reale, il Gesù "storico".

Nella seconda parte ha spiegato "il significato che Gesù ha per noi", significato che al papa "sta sommamente a cuore". In altre parole: "come attualizzare la persona e il messaggio di Gesù in rapporto alla presente situazione storica".

Una questione che Ruini esamina è quella politica. Quale ordinamento sociale e politico può derivare da un insegnamento di Gesù apparentemente così antipolitico come il Discorso della montagna?

La risposta che Ruini dà – alla luce del libro di Benedetto XVI – è che Gesù ha liberato gli ordinamenti politici e sociali da ogni pretesa di sacralità e di "diritto divino", per affidarli alla libertà dell’uomo.

Ma questa libertà non è lasciata sola. Dallo sguardo di Dio e dalla comunione con Gesù l’uomo "impara a discernere il giusto e il bene". L’adorazione dell’unico Dio e la responsabilità per il prossimo in condizioni di bisogno e debolezza – cioé i comandamenti supremi della Torah e del Vangelo – non possono trovare piena realizzazione in nessun ordinamento sociale. Impegnano però la cristianità a continuamente "rielaborare, riformulare e correggere" una dottrina sociale ad essi ispirata.

Con ciò il cardinale Ruini intende respingere sia le tesi di talune "teologie politiche" presenti in campo cattolico, sia le critiche laiche che accusano la Chiesa di voler trasporre ed imporre la morale cattolica nelle leggi civili.

In Italia e in genere nei paesi a regime democratico queste ultime critiche sono oggi particolarmente vivaci, soprattutto quando si legifera su capisaldi definiti dalla Chiesa "innegoziabili" come la famiglia e la vita "dal concepimento alla morte naturale".

Ogni volta che Benedetto XVI o altre autorità della Chiesa difendono questi capisaldi, li si accusa di invadere il campo politico e ferire la laicità.

Ma, in concreto, a decidere sono sempre il libero gioco delle parti politiche e la volontà dei cittadini. Due anni fa, il 2 dicembre 2005, il cardinale Ruini – dopo che quello stesso anno un referendum popolare aveva dato in Italia la vittoria alla Chiesa in materia di fecondazione artificiale – si rivolse agli avversari di parte laica con queste parole distensive:

“Vorrei avanzare una proposta, che può suonare abbastanza ovvia, ma che ha il merito di superare, a livello pratico, lo stallo generato dalla contrapposizione tra i sostenitori e gli avversari dell’approccio relativistico in materia di etica pubblica, senza obbligare né gli uni né gli altri a recedere dall’agire secondo i propri convincimenti.

"Si tratta cioè di affidarsi, anche in questi ambiti, al libero confronto delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli.

"Così già, fortunatamente e nella sostanza, avviene di fatto, in un paese democratico come l’Italia, ma è bene che tutti ne prendiamo più piena coscienza, per stemperare il clima di un confronto che prevedibilmente si protrarrà assai a lungo, arricchendosi di sempre nuovi argomenti.

"I fautori del relativismo continueranno a pensare che in certi casi siano stati violati i ‘diritti di libertà’, mentre i sostenitori di un approccio collegato all’essere dell’uomo continueranno a ritenere che in altri casi siano stati violati diritti fondati sulla natura, e perciò antecedenti ad ogni umana decisione, ma non vi sarà motivo di accusarsi reciprocamente di oltranzismo antidemocratico”.

Tornando alla riflessione del cardinale Ruini su "Gesù di Nazaret", ecco il link al testo integrale:

> "Gesù di Nazaret": un approccio teologico al libro di Benedetto XVI

Ed ecco qui di seguito la sua parte finale:

Il significato di Gesù per noi

di Camillo Ruini

Nel libro "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI l’attualizzazione del messaggio di Gesù viene realizzata sotto vari profili, tutti tra loro intimamente connessi.

È bene cominciare dalla “grande domanda” che ricorre più volte nel libro: che cosa Gesù ha portato veramente nel mondo, se non ha portato la pace, il benessere per tutti, un mondo migliore?

La risposta è molto semplice: Dio. Gesù “ha portato Dio” (pp. 67; 143-145), quel Dio che le genti avevano intravisto sotto molteplici ombre e di cui solo Israele aveva in qualche misura conosciuto il volto.

In Gesù, attraverso la Chiesa famiglia dei suoi discepoli, questo Dio fa conoscere il suo volto ad ogni uomo, e proprio così ci indica la strada che come uomini dobbiamo prendere in questo mondo. “Solo la durezza del nostro cuore ci fa ritenere che ciò sia poco”.

Di più, portando Dio nel mondo, Gesù compie il grande esorcismo che libera il mondo dal potere del demonio, e mentre lo libera lo “razionalizza”, lo sottrae al dominio distruttivo dell’irrazionalità. La storia conferma che dove giunge la luce di Dio il mondo diventa libero, dove invece questa luce è respinta ritorna la schiavitù (pp. 207-212 e anche 241-242).

In realtà solo a partire da Dio si può comprendere l’uomo e solo se l’uomo vive in rapporto con Dio la sua vita diventa giusta: è questo il senso del Discorso della montagna, che delinea, nel rovesciamento dei falsi valori, un quadro completo della giusta umanità (p.157; cfr pp. 94-98 e 327).

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Una seconda attualizzazione del messaggio di Gesù riguarda l’amore del prossimo.

Gia nell’Antico Testamento alla norma fondamentale della Torah sulla fede nell’unico Dio, dalla quale dipende tutto, si affianca progressivamente la responsabilità per i poveri, le vedove e gli orfani, fino ad assumere, attraverso gli sviluppi del profetismo, lo stesso rango dell’adorazione dell’unico Dio. Questa responsabilità si fonde pertanto con l’immagine di Dio e la definisce in modo molto concreto: l’amore di Dio e l’amore del prossimo non si possono scindere, “la guida sociale è una guida teologica e la guida teologica ha carattere sociale”.

Gesù, a questo livello, non fa niente di inaudito per gli israeliti: riprende questo dinamismo dell’Antico Testamento e gli dà la sua forma radicale (pp.154-155). Una forma che in realtà è anche cristologica: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25,40).

Con la parabola del buon samaritano, Gesù ci mostra però che non si tratta di stabilire chi sia o non sia il mio prossimo: si tratta invece di me stesso, io devo diventare prossimo, così l’altro – chiunque altro, universalmente – conta per me come me stesso. L’attualità della parabola è ovvia. Se l’applichiamo alle dimensioni della società globalizzata, le popolazioni derubate e saccheggiate dell’Africa – e non solo dell’Africa – ci riguardano da vicino e ci chiamano in causa da un duplice punto di vista: perché con la nostra vicenda storica, con il nostro stile di vita, abbiamo contribuito e tuttora contribuiamo a spogliarle e perché, invece di dare loro Dio, il Dio vicino a noi in Gesù Cristo, abbiamo portato loro il cinismo di un mondo senza Dio (pp. 234-236).

La critica di Nietzsche alla “morale del cristianesimo”, con la quale egli intende proprio l’orientamento di vita indicato dal Discorso della montagna e dalle Beatitudini e che egli accusa di essere “crimine capitale contro la vita”, quasi fosse una morale ostile alla gioia, una religione dell’invidia e del risentimento, ha inciso profondamente sulla coscienza moderna e determina in gran parte il modo in cui oggi si percepisce la vita. Ma le esperienze dei regimi totalitari, e anche l’abuso del potere economico, che degrada l’uomo a merce, cominciano a farci di nuovo comprendere meglio il senso delle Beatitudini: esse certo si contrappongono al nostro gusto spontaneo per la vita, esigono conversione, cioè un’inversione di marcia interiore rispetto alla direzione che prenderemmo spontaneamente.

Ma questa conversione fa venire alla luce ciò che è puro, ciò che è più elevato, e dispone la nostra esistenza nel modo giusto. In una parola, la vera “morale” del cristianesimo è l’amore, e questo si oppone all’egoismo, è un esodo da noi stessi, ma proprio in questo modo l’uomo trova se stesso. Attraverso questo “sentiero di alta montagna” si dischiude a noi la ricchezza della vita, la grandezza della vocazione dell’uomo (pp. 122-125).

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Una terza attualizzazione del messaggio di Gesù prende spunto dalla critica del rabbino Neusner, e di molti altri, secondo la quale nessun ordine sociale potrebbe essere fondato sul Discorso della montagna (p. 141).

Questo è certamente vero nel senso che nella nuova e universalistica “famiglia di Gesù” le forme giuridiche e sociali concrete e gli ordinamenti politici non sono più, e non possono più essere, fissati come diritto sacrale per tutti i tempi e per tutti i popoli.

Decisiva diventa la fondamentale comunione di volontà con Dio donata a noi per mezzo di Gesù: a partire da essa gli uomini e i popoli sono ora liberi di riconoscere che cosa, nell’ordinamento sociale e politico, corrisponda a questa comunione di volontà, per dare poi essi stessi forma agli ordinamenti giuridici.

La mancanza di concreti ordinamenti sociali nell’annuncio di Gesù racchiude dunque – e al tempo stesso nasconde – un processo che riguarda la storia universale, e che ha avuto luogo soltanto in ambito culturale cristiano: gli ordinamenti politici e sociali concreti vengono liberati dall’immediata sacralità – da una legislazione basata direttamente sul diritto divino – e affidati alla libertà dell’uomo che, attraverso Gesù, è radicata nella volontà del Padre e partendo da lui impara a discernere il giusto e il bene.

Questo fondamentale processo è stato compreso in tutta la sua portata solo nell’età moderna, ma poi è stato subito interpretato unilateralmente e falsato.

La libertà dell’uomo, infatti, è stata interamente sottratta allo sguardo di Dio e alla comunione con Gesù. La libertà per l’universalità, e quindi la giusta laicità dello Stato, si è trasformata in qualcosa di assolutamente profano, in “laicismo”, per il quale l’oblio di Dio e l’esclusivo orientamento verso il successo sembrano diventati elementi costitutivi. Ma così la ragione dell’uomo perde il suo punto di riferimento, corre sempre il pericolo dell’offuscamento e della cecità (pp. 145-147).

In realtà, già all’interno della Torah si può scorgere un dialogo continuo tra norme condizionate dalla storia e “metanorme”, norme superiori che esprimono quanto è richiesto perennemente dall’alleanza con Dio, cioè, come si è visto, l’adorazione dell’unico Dio e la responsabilità per il prossimo in condizioni di bisogno e debolezza.

Gesù si muove su questa stessa linea, “dinamizzandola” ulteriormente. Non formula un ordine sociale, ma sicuramente premette agli ordinamenti sociali i criteri fondamentali che, tuttavia, come tali non possono trovare piena realizzazione in alcun ordine sociale.

Anche oggi la cristianità deve continuamente rielaborare, riformulare e correggere gli ordinamenti sociali – una “dottrina sociale cristiana” – di fronte ai nuovi sviluppi e può trovare nel messaggio di Gesù, radicato nella Torah e nella sua evoluzione mediante la critica dei profeti, sia l’ampiezza richiesta per i necessari sviluppi storici sia la base stabile che garantisce la dignità dell’uomo a partire dalla dignità di Dio (pp. 154-156).