(www.chiesa) I comunisti all’origine della diffamazione di Pio XII

Papa

La nascita della "leggenda nera" su Pio XII

di Giovanni Sale

"La Civiltà Cattolica" del 21 marzo 2009

(fonte www.chiesa)

La "leggenda nera" di un papa amico di Hitler e sostenitore dei regimi totalitari non nacque, come spesso è stato ritenuto, in ambito ebraico, in risposta ai presunti silenzi di Pio XII nei confronti della Shoah, ma in ambito comunista, nel periodo in cui, poco prima della fine della seconda guerra mondiale, si prospettava la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, uno sotto l’influenza sovietica e l’altro sotto quella statunitense. […]

Dalle fonti risulta che l’"accusa" di un Pio XII amico di Hitler, di Mussolini e degli altri dittatori fascisti è anteriore alla bruciante e ancora controversa accusa dei silenzi del papa sullo sterminio degli ebrei in Europa. […] In realtà, la percezione di tale sterminio e la sua elaborazione teorica, poco sviluppate negli anni del dopoguerra, si fecero strada soltanto a partire dagli anni Sessanta. Le vicende legate al processo Eichmann [del 1961, celebrato a Gerusalemme], e la successiva esecuzione dell’imputato nel 1962 contribuirono notevolmente a fare del genocidio degli ebrei europei l’evento fondante, sotto il profilo morale, dello Stato di Israele. In proposito scrive lo storico e diplomatico Sergio Romano: "Sino a quel momento gli elementi costitutivi dell’identità israeliana erano stati l’epopea sionista, i faticosi progressi della presenza ebraica in Palestina, la lotta per la vita, la vittoriosa guerra contro gli Stati arabi […]. Il caso Eichmann mutò il quadro e contribuì a fare del genocidio ebraico la pietra di fondazione di Israele. Allo Stato dei pionieri e dei contadini-soldati subentrò così, nell’autorappresentazione collettiva, lo Stato delle vittime e dei loro eredi".

Il dramma "Il Vicario" di Rolf Hochhuth, rappresentato per la prima volta a Parigi nel 1963, divulgò tra gli intellettuali e il grosso pubblico l’accusa di un papa silente e indifferente nei confronti della sorte degli ebrei; di un papa che, per paura del comunismo ateo e rivoluzionario, si era schierato con i dittatori del suo tempo. In questo modo Pio XII veniva chiamato dal tribunale della storia al tavolo degli imputati per le vicende della Shoah; tale chiamata di "correo" ampliò, al di là della Germania, il campo delle responsabilità per quanto era accaduto agli "odiati e disprezzati" ebrei nell’Europa cristiana. La letteratura storica anticattolica ebbe poi buon gioco nel creare la leggenda di un papa silenzioso e amico di Hitler; letteratura che ebbe negli anni scorsi molta fortuna in ambito anglosassone e che oggi è sottoposta a una seria e meditata critica storica. Tali fatti, inoltre, furono e sono tuttora strumentalizzati dall’ebraismo più radicale e intransigente, interessato a tenere vivo, anche per motivi più politici che ideali, un vecchio contenzioso con la Chiesa cattolica per il suo antigiudaismo, sostenuto da molti cattolici fino al Concilio Vaticano II. Le recenti prese di posizione del mondo ebraico sul processo di beatificazione di Pio XII rientrano in tale clima di indebita pressione nei confronti della Santa Sede.

Le vicende a cui ora abbiamo fatto riferimento si inquadrano nel contesto storico internazionale degli anni Sessanta, ancora dominato dalla logica della guerra fredda, quando ormai Pio XII era già morto e sulla sede di Pietro era salito un pontefice, Giovanni XXIII, che in pochi anni, con la sua cordiale amabilità, si era guadagnato la simpatia anche di molti non credenti. Lo stesso Pio XII durante i suoi lunghi e difficili anni di pontificato fu molto amato e venerato dai cattolici di tutto il mondo e rispettato dalle grandi personalità di quel tempo. La notizia della sua scomparsa, il 9 ottobre 1958, fu accolta dovunque con grande commozione e umana partecipazione. Uomini di Stato, diplomatici, capi religiosi di diverse fedi inviarono in Vaticano messaggi di cordoglio, sottolineando la prodigiosa opera svolta dal papa durante il conflitto in favore della pace e soprattutto il contributo umanitario dato dalla Santa Sede per alleviare le sofferenze delle vittime della guerra, in particolare gli ebrei, perseguitati nella maggior parte dei Paesi europei. […]

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Quale fu l’atteggiamento che Pio XII tenne negli anni di guerra nei confronti della Russia sovietica, la quale a partire dal 1941 faceva parte del blocco Alleato? Va ricordato anzitutto che durante il conflitto, secondo la consolidata tradizione della Santa Sede, egli tenne nei confronti delle parti belligeranti un atteggiamento di formale neutralità, tanto più che in entrambe le parti in lotta erano implicati nazioni e popoli di antica tradizione cristiana e cattolica. Alcuni fatti la cui autenticità non può essere messa in dubbio – come, ad esempio, il ruolo che il papa ebbe nel mettere in contatto alcuni esponenti della resistenza antinazista con i rappresentanti del governo di Londra – ci inducono a pensare che Pio XII avrebbe desiderato il rovesciamento del potere hitleriano in Germania e il ristabilimento della democrazia in quel Paese, che egli amava. […]

Tuttavia, il cosiddetto "pericolo rosso" fu avvertito dal papa con grande lucidità e chiarezza, soprattutto negli ultimi mesi di guerra. […] Il cambio di presidenza negli Stati Uniti nella primavera del 1945 (il presidente F. D. Roosevelt morì il 12 aprile e gli subentrò H. S. Truman) fece sperare in Vaticano un cambiamento di indirizzo nella politica estera statunitense, considerata eccessivamente benevola nei confronti di Mosca, e una maggiore presa di coscienza del "pericolo comunista" in Europa. […] Di fatto Truman assunse immediatamente un atteggiamento molto critico, anzi ostile, nei confronti delle scelte politiche di Mosca, cosicché gli Stati Uniti si mobilitarono, sia con la minaccia di una nuova guerra sia con aiuti economici inviati ai Paesi stremati dalla guerra, dove il rischio di un’infiltrazione comunista era più forte, per bloccare l’avanzata del "pericolo rosso" in Europa. Con il passare del tempo, come era prevedibile, il rapporto tra Vaticano e amministrazione statunitense divenne sempre più stretto e solidale soprattutto nella comune lotta – naturalmente su campi e con mezzi diversi – contro il comunismo internazionale.

Il comunismo internazionale, capeggiato da Mosca, assunse negli ultimi mesi della guerra un atteggiamento molto aggressivo nei confronti del Vaticano. […]. Fu soprattutto l’allocuzione di Pio XII ai cardinali del 2 giugno 1945, pronunciata in occasione della festa del suo onomastico, sant’Eugenio, che mise in moto una concertata campagna di attacchi alla persona del papa. In questo importante messaggio il papa ripercorreva la lotta sostenuta dalla Santa Sede, a partire dai tempi di Pio XI, contro il nazismo e contro le dottrine anticristiane da esso divulgate. […] "Noi stessi durante la guerra – disse il papa – non abbiamo cessato di contrapporre alle rovinose e inesorabili applicazioni della dottrina nazionalsocialista, che giungevano fino a valersi dei più raffinati metodi scientifici per torturare e sopprimere persone spesso innocenti, le esigenze e le norme indefettibili della umanità e della fede cristiana". In tale allocuzione Pio XII invitava, inoltre, le potenze vincitrici a usare moderazione e a non lasciarsi guidare dallo spirito di vendetta nei confronti dei popoli vinti. Egli acconsentì che fossero legalmente accertate le responsabilità anche individuali, puniti gli eccessi, ma che non venisse addebitata all’intero "popolo tedesco", già gravemente colpito dalla fame e dai bombardamenti alleati, la "colpa collettiva" di una guerra così disastrosa e disumana. Sappiamo che non tutti, anche in ambito cattolico, su questo punto erano dello stesso avviso del papa.

Tale messaggio, che invitava i popoli cristiani alla pacificazione e alla costruzione di un nuovo ordine internazionale fondato sulla giustizia e sulla democrazia, fu abilmente strumentalizzato dalla stampa comunista internazionale per creare la leggenda di un papa amico di Hitler e dei nazisti tedeschi. […] Di fatto, subito dopo l’allocuzione del 2 giugno, Radio Mosca commentò con parole molto forti, come non era avvenuto fino ad allora, il messaggio del papa. Pio XII fu accusato di essere il papa di Hitler, di non aver condannato il nazionalsocialismo, di essere rimasto in silenzio di fronte alle atrocità dei nazisti: "Chi ha udito il discorso del papa, in occasione della festa di Sant’Eugenio – commentava Radio Mosca –, è rimasto oltremodo meravigliato nell’apprendere che il Vaticano, durante i trascorsi anni del predominio di Hitler in Europa, ha agito con coraggio e audacia contro i delinquenti nazisti. I fatti invece operati veramente dal Vaticano dicono il contrario. […] Nessuna atrocità compiuta dagli hitleriani ha suscitato lo sdegno e l’indignazione del Vaticano. Il Vaticano ha taciuto quando operavano le macchine tedesche della morte, quando fumavano i camini dei forni crematori di Maidanec e di Osfensil [sic], quando sulla pacifica popolazione di Londra venivano lanciati centinaia di proiettili volanti, quando la dottrina hitleriana di eliminazione e di sterminio di nazioni e popoli si trasformava in una dura realtà. […] Le voci che partivano dal Vaticano facevano appello alla misericordia e al perdono per i delinquenti nazisti".

Tale testo è di estremo interesse per due ordini di motivi. Anzitutto, esso aveva come fine di indirizzare la stampa comunista internazionale nella propaganda antipacelliana e antivaticana. Inoltre, in tale testo sono già indicati in modo preciso e puntuale tutti i temi della "leggenda nera" su Pio XII; in esso per la prima volta si parla del silenzio del papa sul massacro degli ebrei. […] Tali motivi verranno ripetuti dalla stampa comunista e filorussa europea, ma anche da quella vicina alla sinistra più moderata. Perfino diversi cattolico-sociali si lasciarono influenzare da tale propaganda.

In Italia la sinistra comunista, capeggiata da Pietro Secchia e Luigi Longo, per lungo tempo strumentalizzò per fini politici la leggenda di un Pio XII prima amico di Hitler e dei totalitarismi e ora sostenitore degli statunitensi imperialisti. In un incontro con alcuni dirigenti comunisti, il 7 gennaio 1946, Longo trattando della necessità di controllare da vicino l’opera della Chiesa e del Vaticano disse: "La Chiesa è responsabile nella persona di Pacelli dell’avvento di Hitler al potere per costruire un fronte contro il pericolo pressante della Russia e questo nel tempo in cui era nunzio a Berlino. Attualmente, dopo la morte di Roosevelt, il papa si è venuto a trovare solo in Europa contro il pericolo russo e allora ecco che si appoggia all’America con nomine di cardinali ecc. al fine di poter costruire un altro fronte antirusso con l’appoggio dei capitalisti americani e italiani". Tale leggenda, poi, fu molto utilizzata in occasione delle elezioni politiche del 1948, quando alcuni dirigenti comunisti, presi dalla foga oratoria, durante alcuni comizi denunciarono, con scandalo di molti, "le bianche mani del papa macchiate di sangue innocente".

La propaganda antipacelliana trovò accoglienza, oltre che in Italia e in Francia, anche in Germania e non solo negli ambienti della sinistra radicale, ma anche in alcuni circoli di intellettuali cristiano-sociali. Al Vaticano veniva rimproverato di aver contribuito, attraverso la firma del Concordato del 1933, al riconoscimento internazionale del nuovo regime hitleriano, e di averlo successivamente sostenuto, nonostante l’atteggiamento antireligioso intrapreso dal nazismo, per paura del comunismo, ritenuto il vero nemico della Chiesa e della cristianità.

Interessante a tale riguardo è una lunga relazione inviata in Vaticano negli ultimi mesi del 1945 da un intellettuale tedesco, probabilmente protestante (del quale nel documento non è riportato il nome), in cui sia Pio XI sia Pio XII sono accusati di aver appoggiato Hitler e di aver così contribuito alla rovina della Germania e dell’Europa.

Se c’è una colpa collettiva – affermava l’autore della relazione – questa non è da imputare ai tedeschi indiscriminatamente, ma "solamente al cristianesimo", per aver fallito la sua alta missione civilizzatrice. "So bene – continuava – che i vescovi tedeschi hanno protestato attraverso circolari contro l’atteggiamento di Hitler. Queste circolari però giravano di nascosto; venivano passate di mano in mano, ma poiché non venivano pubblicate, non raggiunsero mai la totalità dei tedeschi. So pure che molti sacerdoti cattolici sono stati rinchiusi nei campi di concentramento, soltanto per aver pronunciato alcune frasi contro il nazismo: questo però non ha nulla a che vedere con la posizione ufficiale assunta dal Vaticano. Roma non si è mai pronunciata ufficialmente contro Hitler e contro il suo partito; essa non ha mai preso ufficialmente le distanze dal dittatore, non ha mai interrotto i rapporti con lui, non ha mai disdetto il Concordato stipulato con lui. Inoltre, il nunzio del Vaticano non è mai stato richiamato dalla Germania". Lo scrivente, con tono "profetico" un poco sopra le righe, continuava: "Sarebbe stata sufficiente una chiara istruzione da Roma perché i sacerdoti cattolici formassero un fronte comune contro Hitler. È possibile che costui avrebbe trascinato tutti i preti e religiosi della Germania nei campi di concentramento per farli morire, ma così facendo essi avrebbero agito secondo lo spirito del Vangelo" e aiutato il popolo tedesco a prendere coscienza della gravità della situazione.

Tali posizioni contribuirono a creare e a tenere in vita, per motivazioni ideologiche a volte diverse, la leggenda di un papa compromesso con il nazismo e in qualche modo corresponsabile della tenuta del regime hitleriano, leggenda che nel clima politico di quegli anni, segnati dalla contrapposizione ideologico-politica della guerra fredda, nessuno si permetteva di controbattere sul piano storico. Insomma, la "leggenda nera" di un Pacelli amico di Hitler e silente nei confronti delle atrocità del nazismo, creata, come abbiamo visto, per fini propagandistici, poco alla volta assunse i connotati della realtà storica.

Tale leggenda, come si è detto, fu poi arricchita a partire dagli anni Sessanta con altri temi e motivi – come quello dei silenzi del papa sulla Shoah –, anch’essi spesso usati strumentalmente per colpire la Chiesa cattolica e mantenerla sotto continuo ricatto. Studi recenti stanno contribuendo ad analizzare con maggiore oggettività e distacco la figura e l’opera di Pio XII fuori della leggenda e delle ideologie che per troppi anni l’hanno tenuta prigioniera. Crediamo che la futura apertura degli archivi vaticani concernenti il pontificato pacelliano, come anche degli altri archivi governativi sparsi per il mondo, contribuirà a fare chiarezza su tale delicata materia e a rendere giustizia a un papa che è stato, nel difficile clima della guerra, un sapiente operatore di pace e un maestro di umanità.

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Il libro:

"In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia", a cura di Giovanni Maria Vian, Marsilio, Venezia, 2009, pp. 168, euro 13,00.

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