(www.chiesa) I Magi a Betlemme ricompongono l\'unità tra gli uomini

Chiesa

La diplomazia della Chiesa ha una stella fissa: quella dei Magi

Nel discorso d\’inizio d\’anno al corpo diplomatico Benedetto XVI ha fatto il punto sulla politica vaticana nel mondo. Ma ai fedeli, nella messa dell\’Epifania, ha detto molto di più. Ha predicato la sua teologia della storia. Eccola

di Sandro Magister

ROMA, 8 gennaio 2008 – Il lunedì dopo l\’Epifania, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano, papa Benedetto XVI ha rivolto al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il tradizionale discorso augurale per il nuovo anno.

In discorsi come questo gli osservatori trovano una sintesi della geopolitica della Chiesa. E, in effetti, il testo che il papa ha letto ai diplomatici era il diligente prodotto degli uffici vaticani che si occupano dei rapporti con gli stati e con gli organismi internazionali.

Nel finale del discorso, però, il tocco personale di Benedetto XVI è arrivato inconfondibile. Con queste parole:

"La diplomazia è, in un certo modo, l\’arte della speranza. Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La diplomazia deve dare speranza. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana".

Dalle arti della diplomazia a quel "piccolo bambino" che è Gesù il salto è vertiginoso. Eppure è tutta qui – secondo Benedetto XVI – la missione originale della Chiesa, la sua visione del mondo, la sua teologia della storia.

Di questa visione grandiosa il papa ha fatto balenare ai diplomatici solo un lampo.

Ma ventiquattr\’ore prima, predicando ai fedeli nell\’omelia della messa dell\’Epifania da lui celebrata nella basilica di San Pietro, Benedetto XVI ha dispiegato tale visione nella sua interezza, con una forza sintetica e immaginifica che non ha forse uguali nella precedente sua predicazione.

I Magi che arrivano a Gesù seguendo la stella – ha detto il papa – hanno fatto l\’opposto di quello che accadde a Babele. L\’Epifania è già Pentecoste. È la benedizione di Dio che salva e rappacifica gli uomini e le nazioni. Nel bambino di Betlemme sono iniziati gli "ultimi tempi". La Chiesa "assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell’autentico progresso".

Il papa ha pronunciato l\’omelia in italiano e gli uffici vaticani non hanno fornito nessuna traduzione in altra lingua. Eppure si tratta di un testo di capitale importanza per capire questo pontificato, un testo senza il quale il discorso al corpo diplomatico di lunedì 7 gennaio risulta monco e incomprensibile.

Ecco dalla prima parola all\’ultima l\’omelia di Benedetto XVI nella messa celebrata in San Pietro il 6 gennaio 2008, festa dell\’Epifania:

"Abbiamo tutti bisogno del coraggio dei Magi…"

di Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi Cristo, luce del mondo, e la sua manifestazione alle genti. Nel giorno di Natale il messaggio della liturgia suonava così: “Hodie descendit lux magna super terram", oggi una grande luce discende sulla terra (Messale Romano). A Betlemme, questa “grande luce” apparve a un piccolo nucleo di persone, un minuscolo “resto d’Israele”: la Vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e alcuni pastori. Una luce umile, come è nello stile del vero Dio; una fiammella accesa nella notte: un fragile neonato, che vagisce nel silenzio del mondo… Ma accompagnava quella nascita nascosta e sconosciuta l’inno di lode delle schiere celesti, che cantavano gloria e pace (cfr Luca 2,13-14).

Così quella luce, pur modesta nel suo apparire sulla terra, si proiettava con potenza nei cieli: la nascita del Re dei Giudei era stata annunciata dal sorgere di una stella, visibile da molto lontano. Fu questa la testimonianza di “alcuni Magi”, giunti da oriente a Gerusalemme poco dopo la nascita di Gesù, al tempo del re Erode (cfr Matteo 2,1-2).

Ancora una volta si richiamano e si rispondono il cielo e la terra, il cosmo e la storia. Le antiche profezie trovano riscontro nel linguaggio degli astri. “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Numeri 24,17), aveva annunciato il veggente pagano Balaam, chiamato a maledire il popolo d’Israele, e che invece lo benedisse perché – gli rivelò Dio – “quel popolo è benedetto” (Numeri 22,12).

Cromazio di Aquileia, nel suo commento al Vangelo di Matteo, mettendo in relazione Balaam con i Magi; scrive: “Quegli profetizzò che Cristo sarebbe venuto; costoro lo scorsero con gli occhi della fede”. E aggiunge un’osservazione importante: “La stella era scorta da tutti, ma non tutti ne compresero il senso. Allo stesso modo il Signore e Salvatore nostro è nato per tutti, ma non tutti lo hanno accolto” (ivi, 4,1-2). Appare qui il significato, nella prospettiva storica, del simbolo della luce applicato alla nascita di Cristo: esso esprime la speciale benedizione di Dio sulla discendenza di Abramo, destinata ad estendersi a tutti i popoli della terra.

L’avvenimento evangelico che ricordiamo nell’Epifania – la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme – ci rimanda così alle origini della storia del popolo di Dio, cioè alla chiamata di Abramo.

Siamo al capitolo 12 del Libro della Genesi. I primi 11 capitoli sono come grandi affreschi che rispondono ad alcune domande fondamentali dell’umanità: qual è l’origine dell’universo e del genere umano? Da dove viene il male? Perché ci sono diverse lingue e civiltà?

Tra i racconti iniziali della Bibbia, compare una prima “alleanza”, stabilita da Dio con Noè, dopo il diluvio. Si tratta di un’alleanza universale, che riguarda tutta l’umanità: il nuovo patto con la famiglia di Noè è insieme patto con “ogni carne” .

Poi, prima della chiamata di Abramo, si trova un altro grande affresco molto importante per capire il senso dell’Epifania: quello della torre di Babele. Afferma il testo sacro che in origine “tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole” (Genesi 11,1). Poi gli uomini dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra” (Genesi 11,4). La conseguenza di questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra (cfr Genesi 11,7-8). Questo significa “Babele”, e fu una sorta di maledizione, simile alla cacciata dal paradiso terrestre.

A questo punto inizia la storia della benedizione, con la chiamata di Abramo: incomincia il grande disegno di Dio per fare dell’umanità una famiglia, mediante l’alleanza con un popolo nuovo, da Lui scelto perché sia una benedizione in mezzo a tutte le genti (cfr Genesi 12,1-3).

Questo piano divino è tuttora in corso e ha avuto il suo momento culminante nel mistero di Cristo.

Da allora sono iniziati gli “ultimi tempi”, nel senso che il disegno è stato pienamente rivelato e realizzato in Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La stessa Chiesa, depositaria della benedizione, è santa e composta di peccatori, segnata dalla tensione tra il “già” e il “non ancora”. Nella pienezza dei tempi Gesù Cristo è venuto a portare a compimento l’alleanza: Lui stesso, vero Dio e vero uomo, è il Sacramento della fedeltà di Dio al suo disegno di salvezza per l’intera umanità, per tutti noi.

L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la verità.

È l’inizio di un movimento opposto a quello di Babele: dalla confusione alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione. Scorgiamo così un legame tra l’Epifania e la Pentecoste: se il Natale di Cristo, che è il Capo, è anche il Natale della Chiesa, suo corpo, noi vediamo nei Magi i popoli che si aggregano al resto d’Israele, preannunciando il grande segno della “Chiesa poliglotta”, attuato dallo Spirito Santo cinquanta giorni dopo la Pasqua. L’amore fedele e tenace di Dio, che mai viene meno alla sua alleanza di generazione in generazione, è il “mistero” di cui parla san Paolo nelle sue lettere, anche nel brano della Lettera agli Efesini poc’anzi proclamato nella messa. L’Apostolo afferma che tale mistero “gli è stato fatto conoscere per rivelazione” (Efesini 3,2) e lui è incaricato di farlo conoscere.

Questo “mistero” della fedeltà di Dio costituisce la speranza della storia. Certo, esso è contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l’umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi. La Chiesa è, nella storia, al servizio di questo “mistero” di benedizione per l’intera umanità. In questo mistero della fedeltà di Dio, la Chiesa assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell’autentico progresso.

Infatti resta sempre valida la parola di Dio rivelata per mezzo del profeta Isaia: “Le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te” (Isaia 60,2). Quanto il profeta annuncia a Gerusalemme, si compie nella Chiesa di Cristo: “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Isaia 60,3).

Con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli, alla Chiesa universale come nuovo Israele che accoglie nel suo seno l’intera umanità.

Anche oggi, tuttavia, resta in molti sensi vero quanto diceva il profeta: “nebbia fitta avvolge le nazioni” e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale.

C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. “Questa grande speranza può essere solo Dio… Non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano” ("Spe salvi", n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto.

Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.

Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio: il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti a un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza. Ce lo ottenga Maria, accompagnandoci nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua materna protezione. Amen!

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E ai diplomatici il papa ha detto…

Nel discorso letto il 7 gennaio da Benedetto XVI al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede i passaggi più significativi sono quelli dedicati al dialogo interculturale e interreligioso e ai "diritti fondati su ciò che è permanente ed essenziale alla persona umana".

Quanto al dialogo interreligioso, il papa ha rinnovato la sua gratitudine per la lettera indirizzatagli lo scorso ottobre da 138 personalità musulmane e ha auspicato che possa nascerne una "collaborazione su temi di interesse reciproco, come la dignità della persona umana, la ricerca del bene comune, la costruzione della pace e lo sviluppo".

Quanto ai diritti essenziali della persona, Benedetto XVI ha denunciato le violazioni della libertà religiosa, le insidie "all\’integrità della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna" e "gli attacchi continui perpetrati in tutti i continenti contro la vita umana":

"Vorrei richiamare, insieme con tanti ricercatori e scienziati, che le nuove frontiere della bioetica non impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma esigono piuttosto un uso morale della scienza. Ricordando l\’appello del papa Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo dell\’Anno 2000, mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l\’assemblea generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli stati ad istituire una moratoria sull\’applicazione della pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana".

In queste ultime parole è facile leggere un riferimento anche alla "moratoria mondiale sull\’aborto" invocata da un numero crescente di voci di diverso orientamento culturale e religioso.

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Il testo integrale del discorso letto il 7 gennaio 2008 da Benedetto XVI al corpo diplomatico:

> "Eccellenze, Signore e Signori…"