(www.chiesa) Cosa è davvero il Battesimo

Chiesa

Doppia risposta. Ai cattolici e ad Aref Ali Nayed

di Pietro De Marco
I. – A leggere certe reazioni al battesimo di Magdi Cristiano Allam
amministrato dal papa nella veglia di Pasqua nella basilica di San Pietro – ad
esempio quando si sostiene che “il battesimo dovrebbe essere atto privato” – si
ha l’impressione che non si sappia più cosa sia conversione e cosa sia
battesimo.

Né, per la verità, ce lo insegnano i battesimi ritualmente
leggeri e quasi vergognosi di sé celebrati nelle nostre parrocchie.

Anche lo scrittore Claudio Magris, cattolico, ha espresso la sua
insoddisfazione, sul "Corriere della Sera" di cui Allam è vicedirettore "ad
personam". Scrive Magris che “il battesimo è un atto di vita interiore” e che,
eventualmente, la sua “dimensione politica viene dopo, quale frutto della
conversione, e non nel momento in cui si riceve l’acqua di vita”.

Ora,
certamente il battesimo non è un atto privato né "di vita interiore". Magris
stesso riconosce che è “trasformazione radicale dell’esistenza”. Un rito è
azione e segno “per molti”, manifestazione ordinata di simboli, in particolare
quelli della luce nel battesimo: "lumina neophitorum splendida". È come un’icona
del mistero della Salvezza. Nelle azioni sacramentali la Chiesa trascende la
Sacra Scrittura, ne attualizza l’origine stessa, l’Incarnazione.

Se
interiore è la scelta personale, il battesimo fa di tale scelta un evento
solidale di intere comunità. Così è stato per secoli. L’evento battesimale non
appartiene più alla singola persona, quasi possa nasconderlo in sé. Paolo
descrisse il suo battesimo con le parole: "Non sono più io che vivo ma Cristo
vive in me" (Gal 2, 20). Nella traversata segnata dalla conversione l’io è già
non-più-io.

Altri commentatori cattolici sono caduti ancor più di Magris
nei tic della immediata censura alla "esibizione" mediatica di Magdi Cristiano
non meno che del pontefice. Sembra questo il residuo di infelici decenni che
hanno cercato di sciupare, di estinguere in noi la gioia per una conversione
alla Chiesa cattolica, persino la gioia più grande per un nuovo battezzato. Le
due cose possono infatti non corrispondere. Per un battezzato di altra
confessione cristiana o per un ritorno alla fede di un battezzato non credente
resta decisivo l’"unum baptismum" già ricevuto, il segno incancellabile, la cui
unicità proclamiamo nel Credo.

Non posso dimenticare l’istintiva
reazione di un amico con cui, parecchi anni fa, progettavamo una raccolta di
studi sulla Firenze religiosa del Novecento. Alla mia proposta di includere la
conversione di Giovanni Papini e di altri, rispose: “Perché, ti paiono cose
belle?”. A lui non parevano tali, e non si trattava di antipatia per Papini; lo
scandalo era la conversione. Si è sostenuto da molti, negli anni Settanta e
oltre, che la comunità cristiana non ha motivo di volersi come istituzione
specifica, con una sua identità. Premuta dalla secolarizzzazione, la nuova
apologetica della fede nella storia si fondava proprio sul presupposto che
ovunque la fede attecchisce lì sono all’opera i fondamentali valori umani. E
quindi la Chiesa, segnando confini e volendosi come istituzione, distruggerebbe
il terreno sul quale il cristianesimo può esistere e rigenerarsi, ossia l’unità
del genere umano sancita dalla coscienza morale, realizzata nelle rivoluzioni
dei poveri e rivelata religiosamente, alla persona, solo dall’universalità della
via mistica, che brucia ogni particolarità.

Così si manifestava anche
nella Chiesa cattolica il processo di rovesciamento del rapporto tra Rivelazione
e umanità che segna la modernità recente. Solo l’umano, secondo tale ragione, è
l’universalmente costituito; mentre ogni Rivelazione non può essere che
particolaristicamente data o fondata. Da qui deriva che il passaggio, o il
ritorno, a una religione possa essere visto come un atto indesiderabile,
incomprensibile, a maggior ragione quando proprio le élites di questa religione
cercano di emanciparsi dalla sua particolarità.

Fortunatamente i termini
attuali della riflessione cattolica non sono più quelli ora detti, ma
spiritualità transreligiose e vaghe religioni filosofiche la tentano ancora. E
neppure oggi la conversione è amata. Magdi Cristiano Allam avrà modo di
accorgersene: nelle pieghe dello splendore della Città di Dio apprenderà l’amaro
della "complexio oppositorum" cattolica.

In effetti la conversione è
sempre un passaggio di soglia. Essa disegna tale soglia, la mostra là dove prima
non appariva, la rende visibile a chi per abitudine o per opacità di visione non
la riconosceva più, oppure a chi, conoscendola, la nega per ideologia,
nihilisticamente. Contro teologie, letterature e “mistiche” che intendono la
Salvezza come immobile autocontemplazione e regno dell’indifferenza, la
conversione religiosa dichiara decisiva la differenza. La soglia nega
l’indifferenza dei punti del percorso, come fossero tutti di eguale valore.

La soglia implica l’umano-divino della ricerca che vuole trascendimento.
Lo stesso agostiniano "ritorna in te stesso" è per eccellenza un percorso e un
passaggio ad Altro, poiché l’anima è aperta, teocentrica. La differenza
attribuisce alla Speranza l’unico suo possibile significato.

Diceva il
convertito Paul Claudel che la soglia rivelata dalla conversione si attraversa
per lenti, piccoli successi. È una traversata, spesso penosa, di terre
incognite, dopo il fulgore di una chiamata, dopo l’apparire di una "certezza
d’una Presenza pura" (Louis Massignon) che giudica e brucia il cuore. È l’uscita
da un Egitto spirituale, per un viaggio il cui approdo trascende la ricerca, e
rivela una terra che non è quella di partenza.

Che l’approdo non sia
garantito, che debba essere sempre desiderato come non fosse posseduto, come
dono che resta sotto la sovranità del Donatore, tutto ciò non nega, anzi
conferma la realtà della soglia. La precarietà del dono, infatti, è tale per
l’uomo solo. Ma, dall’attraversamento della soglia, sappiamo che Egli, l’Amante
divino (come i veri mistici lo conoscono, oltre l’ineffabilità) “ci prende come
per mano, ci introduce nella vita duratura, in quella vera e giusta”. E quindi:
“Teniamo stretta la sua mano!”. Suonano tenere, perfette, queste parole dedicate
al battesimo da Benedetto XVI nell’omelia della veglia pasquale in cui Allam è
stato battezzato.

Il tema della conversione alla Chiesa cattolica mi ha
fatto riaprire un libretto, "Il Mistero della Chiesa" di padre Humbert
Clérissac, chiave di volta della geografia spirituale delle “grandi amicizie” di
Raïssa e Jacques Maritain, anch’essi dei convertiti. “Fuori della Chiesa –
scriveva Clérissac in quest’opera uscita postuma a cura di Jacques nel 1918 –
l’errore individualista trascina anche a una specie di fatalismo morale. Non si
crede veramente al passaggio dal male al bene, alla trasformazione del peccato
in santità: mutamento che si opera solo attraverso quella solitudine che è
peculiare alla Chiesa. Solamente la Chiesa sa coniugare il percorso nel deserto
e i bisogni della persona".

È nella “maternità e sovranità” della Chiesa
quella “perfetta pace e tranquillità” che John Henry Newman attestava dopo la
sua conversione al cattolicesimo romano, tranquillità insopportabile per i
sempiterni inquieti. “Al momento della conversione non mi rendevo conto io
stesso del cambiamento intellettuale e morale operato nella mia mente. Non mi
pareva di avere una fede più salda nelle verità fondamentali della Rivelazione,
né una maggiore padronanza di me; ma avevo l’impressione di entrare in porto
dopo una traversata agitata; per questo la mia felicità, da allora, è rimasta
inalterata”. E ciò nonostante che la sua penetrante intelligenza cogliesse le
infinite difficoltà di “ogni articolo del Credo cristiano”. Appare in questa
evocazione della gioia dell’approdo la celebre formula dell’"Apologia":
“Diecimila difficoltà, secondo me, non costituiscono un solo dubbio”.

Se
questo è il profilo – tratto da pochissime testimonianze tra le infinite –
dell’approdo spirituale al porto, alla maternità della Chiesa cattolica, si
capisce la passione rivelativa con cui il convertito comunica agli altri
l’uscita dall’incertezza itinerante, dalla incompiutezza di un edificio non
voltato, dal pungolo dell’insignificanza di sé e del mondo.

Tanto più se
l’attraversamento del Mar Rosso spirituale è segnato e attuato nella sua figura
cristiana eminente, il battesimo. Che è evento dell’intera Città di Dio,
pubblico per eccellenza, esteso dalla comunità particolare alla Città celeste,
dai presenti alla intera comunione dei santi. Si cita spesso un brano di
Origene: “Quando il sacramento della fede ti è stato dato le virtù celesti, i
ministeri degli angeli, la Chiesa dei primogeniti erano presenti”. Vi è gioia
tra gli angeli… È questo che si avvertiva in San Pietro nella notte pasquale.

In tale ordine di bellezza, l’intensità della interpretazione che Magdi
Cristiano ha poi dato del proprio battesimo non è fuori luogo. Allam ha
attraversato una vera soglia, da un ordinamento di senso a un altro, da
un’appartenenza a un’altra. La Casa a cui è giunto, l’abbraccio del Padre in cui
si è lasciato serrare, lo segnano e lo confermano nella novità, non utopica né
evolutiva, ma antichissima della “Chiesa dei primogeniti” in Cristo risorto. E
non è facile riconoscere e accettare al termine di un percorso di libertà un
Padre, un amore sovrano. L’atto decisivo di accoglimento della fede fu, in Louis
Massignon, il suo riuscire ad inginocchiarsi di fronte al suo direttore
spirituale e tramite lui a Dio. Quando Allam vede questa Casa, universalmente
destinata all’uomo, come luogo di libertà e verità rispetto al proprio passato,
si muove all’altezza del significato essenziale del suo battesimo.

Anche
lo scrittore cattolico Vittorio Messori, in un articolo sul "Corriere" parallelo
a quello di Magris, ha espresso riserve rispetto all’asprezza di qualche
enunciato di Allam sull’islam. Osservo che oggi in Magdi Cristiano l’esperienza
della soglia attraversata, dell’uscita da una “servitù di peccato” (non solo
individuale e interiore, tanto meno metaforica) è troppo forte perché egli non
parli per opposizioni. Quella sua anteriorità musulmana resta troppo protesa a
colpire la sua vita stessa per non avere per lui i nomi e le forme del
radicalismo, del fanatismo, del terrorismo. Forse la felicità del suo oggi
cristiano, la stessa maternità della Chiesa che lo aveva attratto già negli anni
d’infanzia, gli permetteranno col tempo di pensare all’oceano attraversato non
solo nei termini (realissimi, ma non esclusivi) di pericolo e di abisso.

* * *
II. – Mi rivolgo ora agli ufficiosi commenti –
datati Amman, 24 marzo – del professor Aref Ali Nayed, che hanno la paradossale
caratteristica di usare in contesto musulmano toni e argomenti “occidentali” e
“laici”, assieme a un minaccioso cenno al "proselitismo" delle scuole cattoliche
che, purtroppo, sembra fatto per confermare le ragioni di Allam. Mi rivolgo al
suo testo e a lui, come a un uomo religioso.

Dopo aver ricordato un
fondamento dell’islam che per la verità ci accomuna, cristiani ed islamici, cioè
la fede come dono di Dio, Nayed ritiene di interpretare il racconto che Magdi
Allam ha fatto della sua giovinezza religiosa, fino all’occasionale seguire la
messa e, una volta, accostarsi alla comunione, come l’effetto di una deliberata
pressione cristianizzante da parte dei suoi insegnanti.

Ora, chi conosce
un poco i comportamenti religiosi sa che l’attrazione della comunione
eucaristica è molto forte, anche nei credenti esterni alla pratica cattolica, ed
è facilitata dalla accessibilità di chiunque al rito. Invece, da quelle memorie
di adolescenza il professor Nayed prende spunto per un cenno spiacevole a quanto
accadrebbe nelle scuole cattoliche a scapito della "dignità umana", includendo
tra le questioni da discutere con la Chiesa di Roma la pratica designata col
termine deteriore di "proselitismo", pratica evidentemente illegittima e
perseguibile.

Poiché, d’altronde, sarebbe stato vittima di una
educazione scolastica cristianizzante, Magdi Allam non può dirsi formato
all’islam. Con ciò il professor Nayed ritiene, ad un tempo, di svalutare la sua
conversione dall’islam (in quanto era già cristiano) e di attribuire la
responsabilità prevalente della conversione e del battesimo alla Chiesa di Roma
e al pontefice. Poiché per Nayed la libertà morale di Allam non conta, vi è
stata solo l’iniziativa politica di Roma, che avrebbe queste caratteristiche:

1. Roma ha strumentalizzato una persona per “segnare punti” contro
l’islam, e questo è "contro la dignità umana" (singolare questo argomento, che
suona ritorsione artificiosa dell’accusa di attentato ai diritti umani che
l’Occidente porta al fondamentalismo islamico).

2. Allam è stato scelto
per questo atto pubblico perché è un generatore di odio (ma il professor Nayed
non ritiene di fare cenno alle minacce di morte di cui Allam è fatto oggetto).
In particolare – argomenta Nayed – nel suo articolo-confessione sul "Corriere
della Sera" Allam sembra confermare il "famigerato" argomento della lezione di
Ratisbona sulla natura violenta dell’islam. Per evitare questa deduzione la
Santa Sede deve prendere le distanze dal neobattezzato.

3. Benedetto XVI
ha dato una caratterizzazione "quasi manichea" al suo messaggio pasquale,
introducendo le categorie di luce e tenebre e attribuendo a sé la luce e
all’altro la tenebra. La pace offerta da Roma consiste, quindi, nel sottomettere
l’altro a sé, attraverso il battesimo.

Nayed si domanda poi chi tra i
consiglieri del papa su questioni islamiche abbia la responsabilità dello
"spettacolo" pasquale. E termina confermando, comunque, la ricerca di un mondo
comune di pace, attraverso "una teologia compassionevole che ripara i
collegamenti, i ponti, per favorire l’amore di Dio e del prossimo".

A
mio avviso il professor Nayed, come spesso gli uomini di dialogo delle diverse
tradizioni, si mostra poco sensibile al dato teologico e storico-religioso. Come
è possibile, iniziando dal punto 3, evocare il manicheismo per la splendida
pagina di Benedetto XVI sulla luce nella liturgia battesimale? Papa Benedetto ci
parla di "potenze" (che nel linguaggio del Nuovo Testamento comprendono uomini
ed angeli) che vogliono spingerci in un buio che riguarda Dio e noi stessi,
ossia nella sostanziale negazione di Dio e nella falsificazione dell’essenza
dell’uomo. Questo allarme, così profondamente posto (col simbolismo luce-tenebra
che anche la tradizione islamica conosce e usa), non si vede come non debba
essere condiviso da ogni uomo religioso di ogni tradizione.

E Benedetto
prosegue: “Questa Luce è insieme anche fuoco [presente dall’antichità nella
liturgia pasquale], forza da parte di Dio, forza che non distrugge ma vuole
trasformare i nostri cuori”. Il papa aveva appena parlato in questo contesto del
battesimo, come mistero, ovvero come rivelazione e segno efficace dell’attirarci
a Sé di Dio (sia benedetto il Suo nome). In questo mistero dell’amore di Dio
sono immersi anche coloro che sono stati battezzati nella notte di Pasqua. È
davvero così difficile per un islamico, un uomo religioso di tradizione biblica,
intendere che nel collocare il battesimo di Allam nel suo orizzonte teologico il
papa lo sottrae a ogni piccola politica?

Sul punto 2 ribadisco quanto ho
già scritto a proposito di Ratisbona. Benedetto XVI apprezza il dialogo tra le
religioni senza fingere di ignorare il peso della realtà storico-politica. Si
tratta di una dialettica che coglie ciò che spinge alla fraternità tra credenti
in Dio, ma cerca di affrontare criticamente anche ciò che, nei comportamenti, si
oppone a questa fraternità.

È il realismo teologico-politico cristiano
contro il moralismo di chi solo parla emotivamente di pace e sottovaluta la
forza dei fatti. Come l’imperatore Manuele stendeva il suo pacato dialogo
dottrinale mentre l’esercito ottomano assediava Costantinopoli, e non poteva
ignorarlo, così papa Benedetto parla con la mente e il cuore all’islam, non
potendo ignorare che esso ha, in alcune forze e rappresentanti, un volto
aggressivo. Che si esercita contro la vita stessa di Magdi Allam, che è da anni
in pericolo.

Un uomo religioso dovrebbe cogliere che Magdi Allam, nel
denunciare ciò che lo minaccia da parte dell’estremismo islamico e nel chiamare
il mondo musulmano a corresponsabilità (il professor Nayed ha forse una sola
parola che renda giustizia a Magdi Cristiano?), fa tuttavia una scelta religiosa
col suo battesimo.

Diversamente da altri che, come Salman Rushdie,
ritengono di approdare alla condanna di tutte le fedi, Allam sceglie per la fede
in Dio, nel Dio di Gesù. Dal cattolicesimo, che ora egli oppone alla sua
tradizione di origine, gli sarà possibile testimoniare all’uomo contemporaneo
come uomo di fede. Entro la profondità del dialogo promosso da Roma, prendere la
conversione di Magdi Cristiano sotto la propria diretta protezione non è da
parte di Benedetto XVI una sfida all’islam, ma l’offerta di un impegnativo
promemoria.

Gli intellettuali musulmani, gli uomini di fede islamica che
hanno accettato di dialogare con Roma potranno, solo che lo vogliano, leggere
nell’alta e paterna protezione offerta da Benedetto XVI allo scrittore egiziano
(che considera il papa suo maestro) il segno di una possibilità offerta all’uomo
islamico contemporaneo. L’islam può cogliere nel confronto col cristianesimo –
con la grande Chiesa cattolica, anzitutto – l’opportunità di uscire criticamente
da sé, di aprirsi alla dimensione dell’universale e tornare su di sé come islam
riflessivamente rinnovato (non dico né moderno né liberale, poiché non sono
queste le categorie veramente rilevanti per una tradizione religiosa).

A
questo punto non è utile discutere il punto 1 di Nayed, che è solo polemico.
L’apertura di Magdi Allam alla fede cattolica è stato un atto libero che
scaturisce dalla ricchezza spirituale di un uomo musulmano. Nessuno poteva
costringerlo. Come nessuno può trasformare in puro strumento di parte tale
potenziale ricchezza di incontro.

Vorremmo che il professor Nayed
riflettesse sull’evidenza che le sue critiche rischiano di assomigliare nel loro
oltranzismo a quelle di un occidentale secolarizzato e anticlericale, per il
quale i comportamenti di un’istituzione religiosa sono sempre cinicamente
strumentali al suo potere sulle coscienze.

Questa incomprensione ostile
– e perdente – non può essere adottata da un intellettuale e uomo religioso
islamico. Negando veracità alla Chiesa cattolica egli nega anche se stesso. E,
in effetti, sotto l’attacco della negazione anticlericale, anzi irreligiosa,
cattolicesimo romano e islam si trovano spesso accomunati.