(www.chiesa) Chi vuol far fuori il Vaticano all\'ONU

Chiesa

Missione impossibile: espellere la Santa Sede dall\’ONU

In tanti ci provano, ultimo "The Economist". Ma la diplomazia pontificia lì siede e lì vuole restare. E ha dalla sua la quasi totalità degli stati del mondo, con cui scambia gli ambasciatori. Parla il ministro degli esteri vaticano, Dominique Mamberti

di Sandro Magister

ROMA, 21 agosto 2007 – "in cauda venenum", dice il motto latino. E c\’era veleno in coda a un articolo di "The Economist" del 21 luglio dedicato alla diplomazia vaticana. Dopo due pagine piene di cortesie, la conclusione del settimanale inglese – molto letto nelle cancellerie – era che la Santa Sede questo dovrebbe fare:

"Rinunciare al suo speciale stato diplomatico e definirsi per quello che è, la più grande organizzazione non governativa del mondo". Alla stregua di Oxfam o Medici senza Frontiere.

In Vaticano non hanno gradito e hanno deciso di reagire. La risposta è arrivata il 9 agosto dal capo della diplomazia pontificia, l\’arcivescovo francese Dominique Mamberti (nella foto), segretario per i rapporti con gli stati, in un\’intervista al quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire".

Ecco l\’intera sua replica alla conclusione di "The Economist":

"Certamente non è un invito ricevibile! Esso nasce forse da una comprensione non esatta della posizione della Santa Sede nella comunità internazionale: posizione che risale agli esordi della comunità internazionale stessa e si è venuta consolidando soprattutto dalla fine dell\’Ottocento.

"Con la scomparsa dello Stato Pontificio è, infatti, diventato sempre più chiaro che la personalità giuridica internazionale della Santa Sede è indipendente dal criterio della sovranità territoriale. Tale situazione è accettata pacificamente dalla comunità internazionale sia a livello bilaterale – ricordo che sono quasi 180 gli Stati che mantengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede – sia a livello multilaterale, come testimonia in particolare la risoluzione dell\’assemblea generale dell\’ONU 58/314 del 2004, che ha accresciuto le prerogative e le possibilità di intervento della Santa Sede quale osservatore permanente presso l\’Organizzazione.

"Dietro l\’invito a ridursi a ONG, oltre all\’incomprensione dello status giuridico della Santa Sede, vi è anche probabilmente una visione riduttiva della sua missione, che non è settoriale o legata ad interessi particolari, ma universale e comprensiva di tutte le dimensioni dell\’uomo e dell\’umanità.

"È per questo che l\’azione della Santa Sede nell\’ambito della comunità internazionale è spesso un \’segno di contraddizione\’, perché essa non cessa di levare la sua voce in difesa della dignità di ogni persona e della sacralità di ogni vita umana, soprattutto quella più debole, a tutela della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, per rivendicare il fondamentale diritto alla libertà religiosa e per promuovere rapporti fra uomini e popoli fondati sulla giustizia e sulla solidarietà.

"Nello svolgere il proprio ruolo internazionale, la Santa Sede è sempre al servizio della salvezza integrale dell\’uomo, secondo il comando ricevuto da Cristo. Non stupisce che qualcuno cerchi di sminuire l\’eco della sua voce!".

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La risposta dell\’arcivescovo Mamberti merita qualche chiosa.

L\’idea di espellere la Santa Sede dal concerto degli stati non è nuova. Ci ha provato a partire dal 1995 un cartello di sigle di vari paesi, coordinato da "Catholics for a Free Choice", un\’organizzazione americana presieduta da una ex suora, Frances Kissling, ma cattolica solo nel nome, anzi, ufficialmente sconfessata dai vescovi degli Stati Uniti. La campagna aveva per titolo "See Change", cambia sede, e puntava a estromettere la Santa Sede dall\’Organizzazione delle Nazioni Unite. Per l\’Italia aderivano al cartello l\’UAAR, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, l\’Ufficio nuovi diritti della CGIL e alcuni circoli di gay e lesbiche.

I motivi portati a sostegno dell\’espulsione erano gli stessi che "The Economist" è tornato oggi a mettere in campo: la Chiesa cattolica è l\’unica religione al mondo che siede all\’ONU come osservatore permanente, con dei "privilegi" che la assimilano agli stati; rappresenta quindi un\’anomalia che per di più fomenta contrasti; se infatti la Chiesa si dà da fare per metter pace in Burundi, niente da obiettare; ma quando si batte contro l\’aborto e l\’eutanasia no, non è giusto che per sostenere i propri interessi si avvalga di uno status giuridico internazionale che non le compete.

Non è un caso che la campagna per l\’estromissione della Santa Sede dall\’ONU si sia accesa dopo la conferenza internazionale del Cairo del 1994, sulla popolazione, e la successiva conferenza di Pechino, sulla donna. In entrambe le conferenze, la delegazione vaticana svolse un efficace ruolo di opposizione alle politiche pro-aborto promosse dalla stessa ONU e dalle maggiori potenze occidentali.

Oltre alla vita e alla famiglia, un altro tema su cui la Santa Sede diventa “segno di contraddizione" – come ha ricordato l\’arcivescovo Mamberti – è la libertà religiosa.

Nelle burocrazie dell\’ONU e di quell\’altra grande organizzazione internazionale che è l\’Unione Europea, in cui la Santa Sede ha il rango di osservatore, la volontà di estrometterla è piuttosto diffusa. Quando però si passa ai fatti, succede l\’opposto.

Nel luglio del 2004 l\’assemblea generale dell\’ONU ha approvato all\’unanimità una risoluzione che non solo ha confermato, ma ha rafforzato la presenza della Santa Sede nell\’Organizzazione.

La Santa Sede è nell\’ONU dal 6 aprile 1964 come "stato osservatore permanente": un rango che fino a pochi anni fa condivideva con la Svizzera, prima che questa diventasse stato membro a tutti gli effetti.

In qualità di osservatore, la Santa Sede in assemblea generale non vota ma ha diritto di parola e di replica. È invece membro a pieno titolo in vari corpi sussidiari delle Nazioni Unite, ad esempio nella commissione per i rifugiati.

Ma l\’elemento più forte che gioca a conferma del riconoscimento alla Santa Sede di una personalità giuridica internazionale che l\’assimila a uno stato è la rete dei rapporti diplomatici bilaterali da essa intrattenuti: una rete divenuta sempre più ampia col passare dei secoli e soprattutto in questi ultimi anni.

La prima nunziatura pontificia permanente fu stabilita nel 1500 nella repubblica di Venezia. Il primo stato protestante che inviò un suo ambasciatore a Roma fu la Prussia nel 1805. Il primo stato non cristiano che allacciò relazioni diplomatiche con la Santa Sede fu il Giappone nel 1942.

Quando nel 1978 Giovanni Paolo II fu eletto papa la Santa Sede intratteneva i rapporti diplomatici con 84 stati.

Oggi essa intrattiene rapporti con 176 stati. L\’ultimo si è aggiunto lo scorso 31 maggio: gli Emirati Arabi Uniti.

Con la Russia e l\’Organizzazione per la Liberazione della Palestina sono stati stabiliti dei rapporti diplomatici speciali. Inoltre, la Santa Sede è presente in 16 organizzazioni internazionali, tra le quali l\’ONU, l\’Unione Africana e l\’Organizzazione degli Stati Americani.

Insomma, è più facile contare gli stati con cui la Santa Sede ancora non intrattiene rapporti. Sono 17. Di essi, 9 sono musulmani: Afganistan, Arabia Saudita, Brunei, Comore, Malaysia, Maldive, Mauritania, Oman, Somalia. Altri 4 sono a regime comunista: Cina, Corea del Nord, Laos, Vietnam. I rimanenti 4 sono Bhutan, Botswana, Myanmar, Tuvalu.

Con un così alto numero di stati che intrattengono rapporti bilaterali con la Santa Sede – e quindi riconoscono la sua personalità giuridica internazionale – è impensabile che i medesimi stati rifiutino di riconoscerle la facoltà di sedere in una organizzazione multilaterale.

Ne consegue che la campagna per estromettere la Santa Sede dall\’ONU ha il suo movente non in quello che la Santa Sede è, ma in quello che fa.

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La diplomazia vaticana conta oggi su 100 nunzi apostolici in servizio. Di essi 51 provengono dall\’Italia, 7 dagli Stati Uniti, 6 dalla Spagna, 5 da Francia, India e Polonia, 3 da Filippine e Svizzera, 2 da Germania, Gran Bretagna e Libano, 1 da Corea del Sud, Croazia, Irlanda, Lituania, Portogallo, Slovenia, Taiwan, Uganda, Vietnam.

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L\’articolo sulla diplomazia vaticana di "The Economist" del 21 luglio 2007:

> God\’s ambassadors

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L\’intera intervista di Gianni Cardinale al ministro degli esteri vaticano Dominique Mamberti, in "Avvenire" del 9 agosto 2007:

> "La Santa Sede punta sul multilateralismo"

L\’arcivescovo Mamberti è nato nel 1952 a Marrakech, in Marocco, da famiglia originaria della Corsica. Nella diplomazia vaticana ha prestato servizio in Algeria, in Cile, all\’ONU, in Libano e, come nunzio e delegato apostolico, in Sudan, Somalia, Eritrea. Dal 15 settembre 2006 è segretario per i rapporti con gli stati.